Con doppia uscita settimanale, minima et moralia vi propone la pubblicazione a puntate del romanzo “Aosta City Blues” di Matteo Castello, accompagnato dalle illustrazioni di Edoardo Meda.
“Aosta City Blues”, originariamente pubblicato nel 2021 e ora profondamente rimaneggiato e rinnovato, racconta la storia di Luca che, dopo gli studi universitari, torna nella sua città natale affrontando le difficoltà e le frustrazioni della vita di provincia.
Tra lo sforzo di inserirsi in un contesto estraneo e la riscoperta di una nuova identità, il mondo locale offre un’improbabile e grottesca svolta fanta-politica: l’occupazione del palazzo della Regione da parte di un gruppo di indipendentisti di estrema destra.
17. GERARD
Il segretario Gerard Blanquin non era un uomo soddisfatto di sé. Avrebbe sempre desiderato fare il consigliere regionale, o addirittura l’assessore. Perché no? Se lo meritava. Avrebbe oltrepassato le porte del Palazzo regionale tradendo un’espressione annoiata di fronte ai saluti deferenti di qualche usciere. Avere voce in capitolo sulle questioni importanti, essere ricordato: questo sì che sarebbe stato il degno traguardo per uno come lui. Niente nella sua vita era però mai andato nel verso giusto. Sentiva dentro di sé un’energia che il suo corpo spigoloso pareva dissipare ad ogni mossa, che la sua voce monocorde sviliva in una favella retorica, da professorino. Non era mai riuscito a levarsela di dosso quell’aria da bibliotecario, nonostante fosse un camminatore esperto (e però aveva sempre l’andazzo del cercatore di funghi, non dell’alpinista) e un discreto sciatore. Puntare tutto sul lato intellettuale era stato un ripiego forzato: l’uso del cervello gli veniva naturale ma, come per tutte le cose in cui si primeggia senza sforzo, anche quella gli era sempre sembrata una condanna, una conferma della propria inferiorità in tutto il resto. Avrebbe dato ogni cosa pur di avere un briciolo di fascino virile in più, avrebbe preferito sbagliare le coniugazioni verbali francesi e non saper distinguere tra le varianti francoprovenzale e occitana.
Come se non bastasse, lo studio e la scrittura non gli erano mai valsi il riconoscimento di intellettuale, o di ideologo, quanto piuttosto l’etichetta del secchione, del professorone, del topo da biblioteca. E ora, dopo decenni di politica fatta dietro le quinte, frequentando gli infruttuosi palcoscenici di un minoritarismo cocciuto, si era convinto che quello fosse il momento di sfidare la sorte e imporre uno strappo alla sua scialba esistenza. “Per una volta proviamo a farci prendere sottobraccio dagli eventi,” si era detto, “a farci trascinare dall’entusiasmo.”
Per qualche attimo Gerard Blanquin si era riscoperto un rivoluzionario, e aveva dissepolto un separatismo che recuperava l’ardore viscerale delle esperienze basche e irlandesi, assieme alle frustrazioni giovanili rimaste a scavare sottopelle. La lotta per l’autodeterminazione aveva smesso di solleticare solo le sue sinapsi, diventando aspirazione fisica alla lotta, una lotta che assumeva i tratti di una rivalsa personale, di un disperato tentativo di affermare il proprio valore misconosciuto.
Claudio Giacchin era proprio riuscito a fargli perdere la testa. “Maledetto Giacchin!” si ripeteva tra sé e sé Blanquin mentre oltrepassava le porte scorrevoli del Palazzo della Regione col suo manipolo di sgangherati rivoltosi. “Buongiorno dottor Blanquin”, lo aveva salutato l’usciere, restando poi sorpreso dall’assembramento improvviso al suo seguito. “Ha un appuntamento? Vi attende qualcuno?” Il tempo per decidere il da farsi sembrò a Blanquin un’eternità. Era davvero pronto a impugnare la pistola, estraendola da dietro i pantaloni ed esclamare a tutta voce “nessuno si muova, questo Palazzo ora è nostro”?
Tempo prima Giacchin era stato perentorio. “Vestiti bene questa sera, Blanquin, andiamo in un posto di un certo livello.” I due si erano così dilungati di fronte a liquori costosi messi a disposizione dal locale svizzero dove era maturato l’accordo per la grande svolta del movimento indipendentista. Blanquin sapeva che Giacchin era un tipo di cui non fidarsi, ma si sentiva onorato dalla considerazione che questo gli rivolgeva. Claudio era il classico spaccone che ai tempi del liceo si sarebbe preso gioco di quel secchione petulante e moscio. Ora invece, finalmente, le parti sembravano, se non proprio invertite, almeno livellate. Claudio Giacchin gli si rivolgeva come ad un vecchio amico, tra pacche sulle spalle e complicità alcolica. Chiedeva pareri, annuiva interessato di fronte alle spiegazioni che il professore snocciolava, prendeva sul serio i dubbi avanzati e si mostrava partecipe dell’entusiasmo con cui Gerard difendeva le proprie ragioni, sottolineate con sempre più enfasi grazie al vino versato nei calici. Quando poi un paio di donnine spuntate da chissà dove avevano inziato a fare le gatte morte al loro tavolo, Blanquin non era più riuscito a trattenersi. Fu una serata stupenda, di quelle capaci di rovinare una carriera politica, una famiglia, una reputazione consolidata, ma anche di rinvigorire lo spirito più fiacco. Durante quella serata si definì il sodalizio che ora, varcate le porte del Palazzo della Regione, erompeva in tutta la propria follia.
“Chi me l’ha fatto fare?” si ripeteva Blanquin mentre gli ostaggi lo guardavano intimoriti e increduli. Claudio Giacchin aveva saputo essere convincente. Avrebbe portato soldi al movimento, avrebbe costruito una nuova immagine grazie alla sua capacità organizzativa. Avrebbe aperto la strada alla realizzazione di un’aspirazione secolare. Il fatto che l’operazione non fosse del tutto pulita rappresentò, nelle motivazioni addotte dall’uomo, una postilla a margine, un dettaglio da poco. E comunque un qualcosa di cui Gerard e il suo movimento non dovevano preoccuparsi. “La responsabilità, da questo punto di vista, è tutta mia”, aveva assicurato Claudio. Blanquin, dal canto suo, aveva deciso che quella volta avrebbe abbandonato la sua classica prudenza. Ancora stordito dalle attenzioni di una rossa profumata e intraprendente, decise che il vecchio Gerard si sarebbe astenuto dalla sua pavida attitudine al lassismo.
“Al diavolo, facciamo qualcosa di grande, osiamo!” Le armi dovevano essere il sigillo dell’alleanza. Una garanzia. “E di questi tempi bisogna essere pronti a tutto, vero Gerard?”, aveva detto Giacchin. “Noi siamo abbastanza preparati da anticipare i tempi, da saperne cogliere lo spirito e le opportunità prima degli altri. Qui si mette male, Gerard. La gente è stanca, i moderati non hanno più il sostegno di nessuno. La gente è pronta. Bisogna consolidare la nostra forza. Anche dal punto di vista militare.”
“Ma le armi sono proprio necessarie?” aveva avuto il coraggio di chiedere Blanquin, sentendosi rispondere con convinzione che sì, lo erano, rappresentavano un salto di qualità necessario. Non ci si poteva tirare indietro. Il piano era stato definito con dovizia di particolari. Unione italiana avrebbe lavorato per innescare la crisi di governo, dopodiché avrebbe stretto alleanza con il Partito indipendentista e preso il potere. Il percorso per la svolta secessionista, una volta assicuratasi la maggioranza, sarebbe stato accelerato con l’istituzione di una milizia armata. “Che qualcuno provi a fermarci, noi qui si fa sul serio! Altrimenti a cosa è servita la tua dedizione? Dimmi, Gerard, la tua vita che senso ha se non cogli l’occasione ora?”
Le armi, in realtà, dovevano solo trovare un deposito insospettabile e “raffreddarsi” per un po’, poi sarebbero state rivendute. Unione italiana era sotto i riflettori da troppo tempo, soprattutto dopo l’ingresso in maggioranza. Bisognava sbarazzarsi dell’arsenale. Questo però il povero Blanquin non poteva immaginarlo. Perciò, non appena saputo dell’arresto di Giacchin, lui e Nuori avevano improvvisato quella sceneggiata. Ormai il danno era fatto, tanto valeva mostrare un po’ d’orgoglio. E mentre il ragazzetto che Giacchin gli aveva presentato come affidabilissimo faceva partire una raffica micidiale terrorizzando i poveri uscieri e facendo scattare l’allarme antincendio, capì che si era giocato tutto come un cretino. Non ne sarebbe uscito pulito, avrebbe passato decenni in carcere. Sarebbe invecchiato dentro a una cella in compagnia di albanesi e marocchini.
“Maledetto Giacchin, doveva proprio farsi arrestare?” Mentre Blanquin si rendeva conto per la prima volta di cosa stava facendo, realizzò anche che, non avendo altra scelta se non quella di coprirsi di ridicolo e scappare a gambe levate, tanto valeva prendere il comando. Una volta sola nella vita. “Finiscila di sparare, conserviamo i colpi per quando ne avremo bisogno!” proruppe con una vocina nervosa e piccata. “Forza voi, intercettate la gente che scende dalle scale e radunate tutti i presenti qui nell’atrio. Voi, sbarrate le porte!”
Il manipolo non aspettava altro che qualcuno prendesse la situazione in pugno. Nuori affiancò Blanquin nelle operazioni, e cominciò a distribuire compiti al gruppo armato, prefigurando un piano che apparve subito colmo di pecche.
“Ci sono quattro piani e un sacco di uscite di sicurezza. Come facciamo a controllarle tutte e badare anche agli ostaggi?” sussurrò uno, diffondendo un senso di incertezza che iniziò a minare l’entusiasmo iniziale. Così fu presa la decisione insindacabile di liberare gran parte degli ostaggi riversatosi increduli nell’atrio.
“Blanquin ma che stai facendo? Sei impazzito? Non fare sciocchezze” l’apostrofò meravigliato l’assessore alle attività culturali sbucando dalla calca, il quale per colpa del suo ardire fu trattenuto insieme ai dieci ostaggi scelti – quelli sì – a casaccio. Gli altri furono cacciati fuori con disprezzo, quasi ci rimasero male.
Nel frattempo fuori dal Palazzo si accumulavano camionette e agenti con le armi spianate, mentre i rivoltosi erano stati divisi in coppie ed erano del tutto allo sbando, privi di una qualsiasi prospettiva. “Che facciamo adesso, qual è il nostro obiettivo?”, domandò una militante al segretario, spiazzato dall’evidenza che l’unico obiettivo era stato già raggiunto. Nelle sue fantasie il semplice compiersi di quel gesto estremo era più che abbastanza. Ora però i suoi uomini vacillavano, doveva tenerli buoni. “Se entro questa sera alle… 19.30 non accettano le nostre richieste,” aveva bofonchiato Gerard cercando complicità nello sguardo interrogativo di Nuori, “… be’, se entro quell’ora fanno orecchie da mercante, noi facciamo finta di ammazzare un ostaggio!” Rimasero tutti a bocca aperta.
“Come sarebbe a dire facciamo finta? Ma è una cazzata!” esclamò Nuori spazientito dal ridicolo atteggiamento da comandante in capo del segretario.
“Come ti permetti!” sibilò questo avvicinandosi minacciosamente al compare, furioso di fronte a quella mancanza di rispetto. In tutta risposta David Nuori sferrò un ceffone all’ometto che gli soffiava contro i suoi vani richiami all’ordine, riducendolo in un istante al pavido e timoroso vigliacco che era sempre stato. Tremante, umiliato, Gerard si mise seduto contro un pilastro, abbracciando il fucile che stringeva tra le mani sudate, e lasciò che le cose seguissero il loro corso.
“Non ne voglio sapere più nulla”, pensò, sperando che quel semplice dissociarsi l’avrebbe dispensato dalle proprie responsabilità. Nuori radunò quindi gli uomini. Bisognava contrattare la resa e uscirne il più puliti possibile. Occorreva resistere ancora un po’, mostrare i muscoli senza rendere evidente la propria debolezza, prendere tempo.
“Facciamo un discorso, iniziamo ad avanzare delle richieste di massima. Questo è un atto politico, facciamo sentire le nostre rivendicazioni!” Blanquin ascoltava raggomitolato per terra e non gli sembrava che il suo piano fosse tanto peggiore. Tra deliranti fantasticherie di fuga immaginava di ricominciare tutto da capo, di non accettare il lusinghiero invito a dirigere il movimento, di sbattere il telefono in faccia a quel ruffiano di Giacchin, di rintanarsi nella sua biblioteca a leggere, leggere, leggere. In pace. Eppure, c’erano dieci ostaggi chiusi dentro la sala stampa al primo piano, e gli uomini del commando si facevano sempre più nervosi e spauriti.
Quando iniziarono ad arrivare le prima notizie dalle redazioni occupate l’atmosfera tornò a riscaldarsi. Uno dei più entusiasti del gruppo si offrì come volontario per leggere il discorso preparato nel frattempo (“io l’avrei scritto meglio”, pensava Blanquin), portandosi appresso un ostaggio per evitare di finire impallinato da qualche cecchino immaginario. Nessuno, da dentro, riuscì ad ascoltare una sola parola urlata a gran voce dal balcone dell’ufficio di presidenza. Poi la raffica di mitra raggelò il commando. “Mio Dio, l’hanno ammazzato!” Blanquin si nascose la testa tra le mani. Quando però videro sbucare il pistolero con un sorriso beffardo e l’ostaggio bianco come un cero, un diffuso senso del ridicolo si impadronì degli animi.
“Ma perché cazzo hai sparato?” urlo minaccioso Nuori.
“Non so, ho pensato che fosse una buona conclusione per il discorso. Poi hai detto tu che dobbiamo mostrarci forti, no? Sembravano spaventati, la gente scappava!”
Si levò un mormorio confuso. “Abbiamo i fucili e ogni volta che li usiamo ci dite di non farlo, ma che senso ha?” postillò uno dei militanti. Gerard Blanquin si mise a ridacchiare nervosamente. Nuori invece si rifugiò in un silenzio livido. Ognuno, a partire da allora, cominciò a pensare solo a sé, a come scappare, magari sgattaiolando via da una porta sul retro.
La notizia dell’arresto del commando de La Voce fu la definitiva doccia gelata. “Siamo fottuti”, disse una donna cominciando a singhiozzare senza trovare alcun conforto nei visi pallidi e tesi degli altri. “Siamo fottuti”, echeggiò Blanquin ridendo come un pazzo. “Siamo fottuti, nous sommesfoutus!” continuò a ripetere in preda al delirio tra gli sguardi attoniti del gruppo.
“Fatelo calmare, perdio”, sibilò tra i denti Nuori, richiamando poi bruscamente all’ordine tre uomini armati che avevano abbandonato le loro postazioni di guardia e fumavano seduti sui gradini come scolari in gita. Questi, bofonchiando parole stizzite, tornarono a presidiare scocciati le entrate da cui non sembrava voler fare irruzione nessuno.
La notte passò come un lungo Medioevo, oscura e malsana. I volti erano maschere di cera che nascondevano domande vorticose e una paura viscerale. Chi poteva dormire, approfittando dei turni organizzati per garantire la guardia almeno degli accessi principali (gli altri, secondari, erano stati sbarrati con tavoli e sedie, nessuno aveva acconsentito a rimanere un secondo di più di fronte a una porta chiusa), non riuscì a prendere sonno, indugiando in una veglia affannata, come quella di un condannato a morte durante l’ultima notte da vivo. Il palazzo che gli indipendentisti avrebbero dovuto conquistare pareva inghiottirli nel silenzio. Le volute alte di pietra lucida riflettevano i bagliori bluastri delle sirene, e i corridoi vuoti erano infestati dalle ombre aguzze proiettate dai riflettori puntati dalla piazza gremita di forze dell’ordine. Una notte così non poteva lasciar scampo. L’occupazione era durata anche troppo e tutti masticavano rabbia e ansia, ricamando un livore che non lasciava alcuna speranza di redenzione. Una scelta che fino a poche ore prima era parsa dura come il granito si sgretolava come un castello di sabbia lambito dalla spuma di un’onda.
Che stupidi! Come potevano immaginare che quel piano avventato, folle, frutto dei deliri di capi improvvisati, avrebbe avuto qualche speranza di successo? Come da bambini basta uno schiaffone per cancellare di colpo le ragioni di qualche marachella, così il commando indipendentista si trovava spogliato di una qualsiasi ragionevole motivazione da addurre a giustificazione del loro assedio. La mattina dopo il nervosismo aveva lasciato posto a una depressione totale, e lo sgretolamento dell’impresa era ormai una consapevolezza condivisa, una banalità di cui tutti si vergognavano, senza più il coraggio di proferire parola. Solo Gerard si era calmato e appariva serafico, raggiante. “Viva l’indipendenza!” esclamava di tanto in tanto facendo su e giù per le scale, “viva l’indipendenza e abbasso Giacchin, maledetto Giacchin!”.
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