(foto di Silvia Bavetta)
Con “La valigia dell’autore” proviamo a creare un racconto e una mappatura della scrittura per il teatro in italia. Drammaturghe e drammaturghi italiani di questo primo quarto di XXI secolo si raccontano, riflettendo attorno al metodo, agli incontri essenziali, all’immaginario che hanno plasmato sul palcoscenico (G.G.).
Puntata n°29 – Sedici domande a Francesca Sarteanesi, attrice e drammaturga. Nel 2006 è tra le fondatrici de la compagnia toscana de Gli Omini, che sperimenta e sviluppa una scrittura teatrale originale, di taglio antropologico, basata sulla messa in arte del linguaggio parlato, a partire da interviste e incontri, che tiene assieme commedia e dramma. Dal 2018 prosegue il proprio percorso artistico da sola e, oltre a scrivere e interpretare le proprie drammaturgie, fonda la linea “Almeno nevicasse”, una serie di maglioni ricamati a mano che isolano espressioni del linguaggio popolare.
Dove nasce la prima scintilla della tua scrittura teatrale, l’idea di partenza e l’incipit: in sala o sulla scrivania?
La scintilla può accendersi ovunque. Ma la scintilla da sola è uno scheletro senza carne.
La carne la troviamo dal macellaio. Oppure fuori di casa, a cena, mentre guardo un film, mentre vado a riprendere mio figlio all’asilo.
Ogni momento è buono per impolpare, dare muscolatura a quell’esile e fragile fiammolina iniziale.
Può anche durare poco, come un innamoramento. All’inizio ti sembra tutto, al terzo incontro capisci che non era nulla. Per quasi tutti i miei lavori l’idea nasce da improvvisazioni con Tommaso Cheli. Lui scrive, certe volte libero, certe volte guidato da alcune mie suggestioni. Da anni tengo laboratori di teatro e scrittura creativa: quello è il momento in cui vedo accendersi qualcosa.
Spesso nasce da persone non professioniste, con quella bellissima, unica e irripetibile non consapevolezza. Questo lusso è per me il vero motore. Una fiamma. La palestra di allenamento.
Vedo qualcosa di vivo accadere e cerco, nel modo migliore che posso, di trasformarlo
e portarlo dentro la mia visione delle cose.
Come funziona la parte di scrittura in solitaria? Dove scrivi? Quante ore al giorno? Hai una routine?
Scrivere in solitaria, ormai, è un gesto raro. La solitudine vera mi appartiene solo nei momenti in cui prendo appunti. Ma prendere appunti non è scrivere, è trattenere. Fermare un’immagine prima che svanisca, afferrare una parola mentre ancora vibra, raccogliere frammenti di vita che scorrono e rischiano di perdersi. Scarabocchio in fretta sull’agenda ciò che vedo, ciò che ascolto, ciò che mi attraversa. È un materiale grezzo, disordinato, vivo. Eppure so che è proprio lì, in quel caos apparente, che si nasconde sempre la parola giusta, quella capace di spostare il senso, di cambiare il destino di una frase, di illuminare una scena.
Scrivo spesso seduta al bar, che per me è un osservatorio privilegiato. Un luogo di passaggio, di incontri, di voci che si intrecciano. Ascolto, guardo, assorbo. Poi, cerco di dare una forma a tutto questo. Metto ordine, o almeno ci provo.
Mi ascolto. Leggo ad alta voce. Registro e riascolto. Cerco di capire se quello che dico mi appartiene davvero, se risuona, se resta. Non ho una routine e non la cerco. Seguo l’istinto. Scrivo quando sento che qualcosa rischia di andare perduto. Per questo, ormai, la scrittura è diventata un luogo di pace e libertà. Un momento senza regole, dove posso stare, senza dover rispondere a niente.
Come funziona la revisione dei tuoi testi? Sono influenzati dal lavoro in sala? Riscrivi scene che vengono provate?
Di solito, quando un testo si dice finito, è davvero finito. Non ci sono molti margini di cambiamento. Quello che può cambiare è il respiro del testo, la sua modulazione, il modo in cui vibra sulla scena. In certi momenti, soprattutto durante le prove e nei periodi di stanca,
può accadere che la fatica generi qualcosa di inatteso, fuori controllo. Quel fuori controllo a volte diventa materia rara e viva.
Carta o computer? Che differenza c’è per te? Il mezzo influenza la scrittura?
Scrivo con tutto. Un po’ al computer, un po’ sul quaderno. Ho bisogno di entrambi. A volte è il suono della tastiera a tenermi concentrata, altre volte ho bisogno della penna. Appunti veloci, schizzi di scene, note da fermare al volo. Spesso non riesco neanche a rileggere ciò che ho scritto, tanta è la fretta di catturare l’istante. Disegno molto. Schizzo le scene. Studio le posizioni. Faccio sempre dei rettangoli da riempire di parole. Ho bisogno di una lunga linea orizzontale sul foglio, per vedere dall’alto dove e come stanno le cose.
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Questa linea mi permette di collocare le tempeste e le temperature della scena. Mi tiene dritta e al corrente di ciò che vorrei fare. O almeno, così mi pare.
Hai dei rituali per la tua scrittura? Scaramanzie?
Sì, più che rituali, sono vere e proprie liturgie della riscrittura. Tutto comincia nel momento in cui il copione viene stampato. Da lì in poi, esiste una sola copia. Una sola. È quasi un oggetto sacro, qualcosa che non può essere replicato. La carta ha un odore, un peso, una consistenza che cambia con il tempo. Si piega, si segna, si consuma. E io, costruisco una memoria che non è solo mentale, ma fisica. Ho una memoria visiva molto precisa. Vedo le parole nella pagina, la loro posizione esatta, lo spazio bianco, il punto in cui una frase va a capo. Ricordo dove cade una battuta, se sta in alto o in fondo al foglio, se è isolata o tra altre righe. Basta che una parola cambi, che una riga slitti anche solo di poco, e tutto si disallinea. Per questo ogni modifica, anche la più impercettibile, avviene solo su quel copione. Penna o matita. Cancellature leggere, frecce, appunti, scarabocchi. La pagina si trasforma, ma resta sempre la stessa. Mai ristampare. Mai. Possiamo definirla scaramanzia? Si è una forma altissima di scaramanzia, senza dubbio. Poi arriva la fase più ostinata, quasi maniacale, ma inevitabile. Per imparare davvero il copione, lo riscrivo a mano. Su un quaderno. Lentamente. Ogni errore interrompe il flusso. E allora ricomincio. Da capo. Senza scorciatoie. È un esercizio di pazienza. Solo quando riesco a riscriverlo tutto senza inciampi, posso dire di essere pronta a entrarci davvero. Le penne cambiano: punta fine, punta più morbida, lapis, mine, penna rossa, pennarellini neri. Quando il copione è ormai dentro di me, lo ripeto mentre cammino, mentre aspetto, mentre faccio altro. A bassa voce, o solo con il movimento delle labbra. Diventa una presenza continua e costante. E allora succede che le parole si legano ai luoghi. Una battuta resta agganciata a un incrocio, un’altra a una vetrina, a un tavolino, ad una via. Come se il testo si mischiasse nello spazio, nel mondo reale. Così quando torno su quelle parole, non sono mai sole ma si portano dentro i luoghi che le hanno attraversate.
Qual è il testo teatrale che nella tua carriera ha rappresentato il momento di svolta? E perché?
Le svolte, in realtà, sono sempre nuovi inizi. Sergio mi ha dato uno spintone forte, mi ha fatto fare una bella curva a U, lenta, delicata, impercettibile eppure radicale. Mi ha accompagnata lentamente, con delicatezza, in un altro spazio. Mi ha portata in un uno spazio aperto, un altro modo di essere sul palco, di essere il testo, di essere con il pubblico. Il teatro e io, il pubblico e io ora ci guardiamo in modo diverso. Da questo lavoro, qualcosa in me è cambiato. Il mio rapporto con il teatro, è diventato totalmente differente rispetto a prima. Mi ha trasformata nell’approccio alla vita teatrale. Sergio dura circa 55 minuti. Eppure, mi sono resa conto che lo spettacolo potrebbe durare due ore senza aggiungere una parola in più del copione originale. E in quei silenzi nuovi, so che saprei sempre collocarmi, respirare, essere. Questa conquista, che Sergio mi ha permesso, ho cercato di portarla con me anche nei lavori successivi o anche nella più “semplice” gestione di un laboratorio teatrale.
A quale dei tuoi testi sei più affezionata? E perché?
Difficilissimo rispondere. Non ho scritto mille testi. Ne ho scritti pochi e ci metto anni a completarli. L’ultimo lavoro, Nikita, è un testo che amo follemente. Lo amo quando lo rileggo, lo amo quando lo interpreto. Generalmente quando un testo è finito, diventa intoccabile per me. Ogni parola è curata, ogni frase ponderata, e li amo tutti allo stesso modo, indistintamente. Eppure, c’è un testo a cui sono particolarmente legata ed è Bella Bestia. Un lavoro tragico e divertente, che ancora oggi sento pulsare dentro di me. Quando rileggo il copione, mi sembra impossibile aver pronunciato certe parole. Questo spettacolo è stato scritto a quattro mani con Luisa Bosi. Non ha fatto molte repliche. Gli voglio bene perchè è testo libero. Un testo che corrispondeva esattamente alla nostra libertà. Bella Bestia è bollente. Brucia come il fuoco. È un testo che non smette di parlare dentro di me, che conserva la memoria di ogni risata, di ogni silenzio, di ogni parola scelta con attenzione. È un testo vivo, che mi ricorda quanto la scrittura possa essere potente, fragile, libera e insieme precisa. Qualcuno lo ha definito urgente. Io non credo a gli spettacoli “urgenti”. Tutti gli spettacoli sono o dovrebbero essere urgenti. Non mi piace presentare un lavoro come urgente. Quando uno spettacolo non è urgente, si vede e si sente. Però ci sono appunto spettacoli che più di altri hanno avuto un concepimento “straordinario” e Bella Bestia è uno di questi.
Quale dei tuoi lavori è stato il più difficile? E perché?
Io non sento di aver avuto grandi difficoltà nei miei lavori. Mi cucio addosso tutto. So bene quali sono le mie paure, ma le paure non sono difficoltà. Sono paure. Quando ho decido di fare Sergio sapevo già in partenza che poteva risultarmi un lavoro molto difficile. Che poteva finire malissimo. Che tutta quell’assenza intorno a me in scena poteva essere impossibile da gestire. Eppure la voglia di realizzarlo esattamente come lo immaginavo era così forte che ogni dubbio, ogni paura, piano piano hanno perso consistenza. Volevo farlo così. Esattamente così. E poi, la vera difficoltà è stata darmi ragione. Avevo ragione. Ci ho messo un po’ ad accettarlo. Perché il cervello spesso ragiona così: sempre contro, sempre in dubbio. Sapevo che Sergio sarebbe stato impegnativo, ma la vera difficoltà è stata convincermi che il mio istinto e la mia visione erano giusti, nonostante i dubbi naturali della mente. La vera sfida, spesso, non è il compito in sé, ma superare il meccanismo di resistenza e autocritica.
La tua scrittura e il tuo metodo sono cambiati nel tempo? Come?
La mia scrittura cambia continuamente, perché ogni volta che inizio uno spettacolo parto per un viaggio. È un periodo in cui tutto viene messo sotto processo, osservato, illuminato da un’attenzione costante. In questo senso, cambia sempre. Cambia lo sguardo, cambiano le domande, cambiano le voci che inseguo, cambia ciò che cerco. La modalità, però, resta la stessa. È sempre quel movimento iniziale, quel mettermi in cammino senza sapere esattamente dove finirò.
Cos’è per te oggi la drammaturgia? Di cosa deve occuparsi? Cosa la distingue dalla letteratura e dalla scrittura per il cinema?
La drammaturgia, per me oggi, è prima di tutto una visione. Ha il potere di entrare in diretta nella vita, di accadere davanti a qualcuno, nel tempo presente. È come un giocattolo smontabile, che si ricostruisce ogni volta dal vivo, insieme a chi guarda. E in questo processo ha una forza straordinaria: quella di smembrare le cose, di aprirle. Ti permette di entrare dentro ogni parola, ogni gesto, ogni fatto, e di vedere cosa c’è davvero sotto, il cuore, gli organi, tutto ciò che normalmente resta nascosto. Anche nei laboratori di scrittura lavoro in questa direzione: l’attenzione non è solo sulla parola scritta, ma su una parola che è già viva, pensata per essere detta ad alta voce, in un momento preciso, davanti a qualcuno. È qui che la drammaturgia si distingue dalla scrittura per il cinema. Nel suo essere presenza, relazione e rischio condiviso. Nel fatto che esiste davvero solo quando accade davanti a qualcuno, e insieme a qualcuno. Dove niente è mai completamente al sicuro, né chi scrive, né chi sta in scena, né chi guarda.
Quali sono i testi teatrali di “maestri” che ti hanno influenzato o che hai amato di più?
Dirò tre titoli, non solo drammaturgie. Non li nomino perché li ho solo amati. Li nomino perché non mi hanno lasciata in pace. Li ho amati e li ho odiati, con la stessa ostinazione. Mi hanno respinta, mi hanno chiamata, mi hanno costretta a restare. E in modi diversi, mi hanno spostata.
Finale di partita, di Beckett
Madame Bovary, di Flaubert
Super Eliogabalo, Arbasino
Quali sono gli spettacoli importanti della tua vita di spettatrice?
Parlarne ora richiede guanti bianchi. Perché ricordare gli spettacoli è un affare delicato.
È uno sforzo mentale che in questo momento il mio cervello non può sostenere. Mi esploderebbe la testa. Ci sono stati periodi e periodi, spettacoli e spettacoli. Momenti in cui non c’era la voce che diceva “si prega di spegnere i telefoni”, perché il cellulare non c’era. E ricordo quella sensazione. Era un’altra era storica.
Ci sono stati anni in cui amavo tutto. Andare a teatro era sufficiente. Altri anni in cui uscire di casa per andare a teatro era una fatica enorme. Anni in cui non trovavo mai una quadra. Ci sono stati spettacoli che mi hanno fatto infuriare, altri che mi hanno imbestialita. Spettacoli che ho rivisto due volte. Altri che ho dimenticato mentre li guardavo, perché non ero davvero presente. Quando ero più giovane, ricordo una me che si è alzata a metà spettacolo e se ne è andata. E una me che, il giorno dopo, è tornata a rivedere lo stesso spettacolo. E meno male. Adesso, quando vedo uno spettacolo stupendo o uno noioso, palloso, so in ogni caso rimarranno nella mia memoria per sempre. Perché, in un modo o nell’altro, quegli spettacoli mi hanno fatto “qualcosa”. E quel qualcosa farà per sempre parte della mia storia. Sono diventata meno “superficialmente critica”. Sarà che sono circondata da persone che fanno questo lavoro e conosco nel dettaglio quotidiano il prezzo che questa scelta di vita ti fa pagare. Quindi non sono più l’accanita spettatrice “pronta a”, ma cerco di godere di quel che vedo. Poi mi siedo al bar e faccio quello che si fa sempre e che tutti fanno da sempre e faranno per sempre. Si parla bene, si parla male, si discute, si gioca, si spara sentenze, si litiga, si dicono aggettivi a raffica. Ma è anche il bello di tutto questo.
Cosa non deve mai fare un’autrice/autore teatrale?
Non deve insegnare qualcosa.
Non deve farci sentire scemi.
Non avercela con il pubblico.
Perché quando mi siedo a teatro e da lassù sento che qualcuno vuole farmi sentire inferiore esco “infastidita”. Perché quando mi siedo a teatro e sento che da lassù qualcuno mi guarda
come se dovessi capire, imparare, adeguarmi… esco con qualcosa in meno.
Ognuno ha il suo orizzonte e il suo mondo creativo. Non deve esistere nessun giudizio, quando scriviamo. Soprattutto quando si tratta di scrivere un copione teatrale gli sguardi devono essere tutti allineati sulla stessa altezza.
Non amo le didascalie, le spiegazioni che facilitano la comprensione. Lasciamo che sia lo spettatore a trovare una sua soluzione. Lasciamo qualche carta girata a testa in giù. Credo che il teatro non debba chiarire, ma aprire. Non dare risposte, ma creare uno spazio in cui qualcosa accade e resta, anche senza essere completamente capito.
Cosa non può mancare in un testo teatrale che consideri ben fatto?
La potenza delle prime battute.
La potenza dell’ultima battuta.
Si può davvero insegnare a scrivere un testo teatrale? Fino a che punto?
Si può aiutare a capire che ogni forma di scrittura personale è valida. Che le regole esistono.
Che fa bene conoscerne alcune, ma che vale molto di più tutto il resto. Che certe regole sono fatte per essere cancellate. Ho capito che posso intromettermi, ma solo fino a un certo punto.
Non mi sento di insegnare, perché a me nessuno ha insegnato a scrivere. Anche adesso tutte le volte che inizio a scrivere un nuovo lavoro ho la sensazione di entrare in un luogo che non conosco.
E il mio lavoro è solo quello di restarci abbastanza a lungo per capire cosa far emergere. Spesso ho la sensazione di non essere capace, di aver perso tutto quello che un pò mi sembrava di sapere. Poi, piano piano, qualcosa si apre. E capisco che non si tratta di sapere, ma di restare. Il mio primo corso di scrittura creativa, con Gianni Cascone alle scuole superiori, è stata più un’esperienza collettiva che un corso vero e proprio. Non ricordo le lezioni nel dettaglio, ma ricordo la possibilità di scrivere e trasformare un pensiero grezzo in poesia e saperla riconoscere. E cercando sempre la poesia, temo che ci sia poco da insegnare e molto da accompagnare.
Se vuoi, aggiungi una tua riflessione.
Meno operazioni, più cura.
Fino a quando saremo costretti a dire “spegnere il telefono prima dello spettacolo”.
Più quarte pareti.
Lasciamo stare il pubblico.
Piu teatri senza mura.
Più piazze piccole.
Più raduni (come i motociclisti però).
Più gioco di fare.
Meno commissioni.
Meno operazioni.
Meno operazioni.
Meno operazioni.
Più prevenzione.
Più cura.
Meno soldi a chi già ne ha avuti troppi.
Più soldi a chi ha sempre dovuto chiedere “un tavolo e due sedie su piazza”, anche solo per comprarsi un tavolo e due sedie a gusto suo.
Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l’opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell’Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch’esso Stati d’Eccezione.
