Pubblichiamo un estratto dal libro di Vittorio Agnoletto, Il G8 di Genova. Ieri, oggi, domani, a cura di Mario Scagnetti, tab edizioni, Roma 2026. Ringraziamo editore e autore. (fonte immagine)
di Vittorio Agnoletto
Il ricordo…
A venticinque anni di distanza il ricordo più forte che mi porto dentro, anche da un punto di vista emotivo, è l’assemblea di apertura dei lavori del Genoa Social Forum del 16 luglio, perché in quel momento noi avevamo la piena consapevolezza che stavamo scrivendo un pezzo di storia; non noi italiani, ma tutti coloro che erano a Genova, perché quell’assemblea era la diretta continuazione del Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre del gennaio 2001. C’erano persone che arrivavano da tutte le parti del mondo e ognuna, partendo dalla propria specificità, spiegava perché era lì. C’era chi arrivava dall’Argentina, chi dalle Filippine, chi dal Brasile, dall’Indonesia, dall’Africa centrale, chi dall’Australia; ognuno portava le proprie vertenze avendo chiaro che queste dovevano inserirsi in un confronto globale.
In quella riunione abbiamo parlato della Tobin tax: intervenire con una tassazione sulle operazioni speculative in ambito finanziario era una cosa che riguardava tutti. Noi in Italia l’anno seguente avremmo raccolto 150.000 firme in poche settimane e avanzato una proposta in Parlamento, che poi ovviamente non sarebbe stata approvata, ma era una campagna che andava ben oltre i confini nazionali, coinvolgeva i movimenti di tutta Europa e di tutto il mondo. Ci siamo occupati anche della cancellazione del debito. Un tema che riguardava soprattutto il rapporto con il Sud del mondo; si trattava di opporci ai piani di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario Internazionale e su questo in assemblea un contributo fondamentale era arrivato dai movimenti africani e dai missionari.
Un altro tema importante, che è nato in quel contesto, era la questione dei beni comuni, un’espressione che fino ad allora non trovava spazio nei dizionari e che si riferisce a quegli elementi essenziali per la comunità umana, vivente e futura, che non devono essere trasformati in merci a disposizione del mercato. Primo fra tutti l’accesso all’acqua. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono circa due miliardi le persone che ancora non possono accedere all’acqua potabile.
Abbiamo discusso di come opporci al commercio e alla produzione delle armi. E lì c’erano stati degli interventi molto interessanti sulla guerra del Kosovo e sui bombardamenti ai danni dell’ex Jugoslavia.
L’interdipendenza delle tematiche affrontate tra tutte le realtà presenti era emersa chiaramente fin da subito. Per esempio, il pescatore delle Filippine aveva spiegato come gli accordi di libero commercio1 incidevano direttamente sulla vendita del suo pescato.
In quel momento l’emozione era fortissima perché avevamo proprio l’impressione di star elaborando una alternativa globale.
…Il rimpianto
Il mio rimpianto più grande è che non siamo riusciti a trasformare le nostre idee in un’egemonia etico-politica in grado di raccogliere il consenso attivo di grandi masse; come scriveva Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere l’egemonia richiede una classe dirigente che produca intellettuali capaci di dare all’intero corpo sociale unità intellettuale e morale. Ben sapendo che l’egemonia culturale è la premessa necessaria per l’egemonia politica.
Il potere, allora come oggi, da un lato esercita il dominio con la forza e dall’altro l’egemonia con il consenso. Ed è qui che noi abbiamo perso la nostra battaglia. Non siamo stati in grado di suscitare un conflitto sociale dal basso verso l’alto, di trasformare i nostri movimenti in levatrici di una nuova lotta di classe in grado di superare i confini nazionali, di tradurre in pratica quello che dieci anni dopo è diventato lo slogan del movimento Occupy Wall Street, “We are the 99%”.
Ha trionfato la narrazione del potere; si è consolidata una duplice e paradossale dinamica di controllo sociale. Da un lato, l’ideologia dominante ha sublimato la mobilità sociale: il mito del self-made man è stato elevato a dogma, suggerendo che il successo sia l’inevitabile ricompensa per la sola forza di volontà. Questo racconto ha di fatto smantellato la solidarietà di classe, sostituendola con una concorrenza interindividuale dove il fallimento dell’altro è la condizione necessaria per il proprio avanzamento.
Dall’altro lato, si è perfezionata una strategia politica che spinge i ceti popolari, già fragili, a identificare il proprio nemico non nella struttura di potere che li emargina, bensì nei soggetti che occupano l’ultimo gradino della gerarchia: i migranti. È la riscrittura moderna di una strategia storica millenaria, quella della “guerra tra poveri”.
In questo scenario i “penultimi” sono indotti a scagliarsi contro gli “ultimi”, in una lotta fratricida mentre l’élite dirigente, posta al di fuori e al di sopra di questo conflitto, osserva compiaciuta come lo scontro sociale viene disinnescato, garantendo la tenuta del sistema.
Ora, con la campagna No Kings e con le altre iniziative che i movimenti stanno costruendo, dobbiamo assolutamente evitare di commettere lo stesso errore, di cadere nella stessa trappola. Dobbiamo parlare dei grandi scenari geopolitici e contemporaneamente aiutare lo sviluppo di una diffusa coscienza critica, oserei dire che i nostri movimenti dovrebbero provare a svolgere il ruolo di “intellettuali organici” in senso gramsciano. Certamente non da soli, ma costruendo alleanze ampie attorno a obiettivi precisi che, nell’attuale condizione del pianeta e nella situazione odierna della storia umana, non possono altro che essere radicali. Se vogliamo che il genere umano abbia un futuro.
Per realizzare i nostri obiettivi non cerchiamo e non sono possibili scorciatoie. Il potere costruisce il consenso sulla paura, un consenso che genera delega, immobilismo. Noi non vogliamo chiedere deleghe, vogliamo stimolare e suscitare l’attivismo. La paura blocca, immobilizza. Abbiamo davanti un percorso molto difficile, ma non ci sono alternative. Il futuro si costruisce solo con la consapevolezza, la partecipazione e l’organizzazione. Altrimenti non esisterà nessun futuro diverso. Nessun futuro.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

Non mi intendo di strategia politica ma a me sembra che siano i soggetti che occupano l’ultimo gradino della gerarchia: i migranti, che non identificano mai il proprio nemico nella struttura di potere che li emargina e tolgono diritti ai ceti popolari, già fragili. Un po’ come i crumiri di un tempo.