È il 1964, a Gerusalemme viene fondato l’O.L.P., Sartre vince il Nobel per la letteratura, al funerale romano di Togliatti partecipa una folla di oltre un milione di persone, al cinema debutta Mary Poppins e Gigliola Cinquetti trionfa Sanremo con Non ho l’età. Ah, a Miami Cassius Clay vince su Sonny Liston diventando così campione dei mesi massimi. Lo stesso anno, il rione popolare della Provolera, nel cuore di Torre Annunziata, è testimone di una rivoluzione sociale che cambierà le vite di molti, ridefinendo il perimetro di una città e il destino dei suoi abitanti.

Lucio Zurlo è il protagonista della storia che Antonio Lamorte, giornalista professionista, già collaboratore con L’Unità, Il Riformista e Linkiesta, ha trasformato nell’ottimo Il Maestro. Vita, opere e cazzotti di Lucio Zurlo, gentiluomo della Boxe Vesuviana (Graus Edizioni); e proprio Zurlo, come un rabdomante delle possibilità, sceglie il luogo – un locale fatiscente a due piani che per tutti non è che un mondezzaio, un immobile che era stato Casa del Fascio prima di venire abbandonato – e lì fa crescere le radici di un’idea: una palestra di pugilato, aperta a tutti. Via Parini 116, vicino alla stazione della Circumvesuviana e ai meravigliosi scavi di Oplontis.

La sua Boxe Vesuviana diventa così un luogo che racconta non solo la storia del pugilato italiano e dei suoi nomi più importanti ma anche il vissuto di una di una città colpita da un dopoguerra difficile, dalle lotte tra clan, in mezzo a contrabbando e traffico di droga. E i giorni buoni e quelli neri di una famiglia, quella di Lucio Zurlo, che ha sempre creduto nel potere salvifico e formativo dello sport per centinaia di ragazzini, nati banalmente in un quartiere difficile. Democratica, militante, visionaria, la palestra di Zurlo non è stata solo una fucina di talenti – da Ernesto Bergamasco a Pietro Aurino passando per Irma Testa e Pasquale Perna – ma un portale verso una concezione diversa di possibilità.

Per Zurlo, un passato da infermiere e l’ossessione per la boxe, il pugilato “lo potevano fare tutti quanti”, lui che non aveva tenuto a battesimo solo campioni, che pure erano stati tanti, ma molti “erano brocchi, mediocri, buoni atlenti, ragazzi che si impegnavano ma senza talento”. Uno schietto, U’ Maestr. Che ha scritto un pezzo di storia con la potenza di un guerriero fedele alla missione, la grazia onesta di un ballerino del ring. Quasi inconsapevole di tutta quella vita in grado di smuovere a suon di consigli, ganci e montanti. In un mondo in cui risulta sempre più difficile riuscire a definirli, i maestri si stagliano come creature mitiche, difficili da acchiappare e studiare; questi Signori, principi nei gesti, nelle scelte. Lucio Zurlo lo è stato e lo è ancora oggi. A quasi novant’anni, con lo sguardo di quel ragazzino che voleva inseguire un sogno. E ci è riuscito. Con l’onestà dei semplici, con la rabbia di chi ha avuto fame.

La storia umana e sportiva di Lucio Zurlo meritano un viaggio approfondito e prezioso come quello che ci regala il libro di Lamorte. Soprattutto oggi la sua figura diventa necessaria: in un momento storico che vede i più giovani mitizzare e prendere come modelli di riferimento sportivi miliardari che ben poco hanno di eroico, le imprese titaniche – private e sportive – di Zurlo assumono un valore morale fortissimo. In un ambiente che sempre più spesso si lega al business e sempre meno al sudore, alla dedizione, alla fatica, la purezza dello sport dovrebbe essere riconosciuta e promossa. Un puro Zurlo, già. E anche un inguaribile ottimista, sempre pronto a guardare avanti, a scagliarsi contro la mercificazione del talento. Lucio Zurlo è stato maestro anche nell’essersi distaccato da ogni forma di autocommiserazione e vittimismo. Con gli occhi fieri e buoni di un uomo arrivato dal nulla ma che si è preso tutto.

Leggete questo libro, perdetevi nella ricchezza di dettagli, aneddoti, fotografie inedite, che permetteranno di ritrovare pezzi del nostro passato. Nel raccontare la storia di Lucio Zurlo, Antonio Lamorte non scrive semplicemente un libro sulla boxe perché il percorso di un uomo e del suo sogno si intreccia alla storia dimenticata di un pezzo di Paese, e delle sue zone più difficili, parla la poesia di una periferia che ancora oggi fa i conti con un dolore antico, con uno squarcio vivo, con la crepa lasciata dal desiderio di cambiamento e riscatto di chi si è spostato con le gambe ma mai con il cuore.
La Boxe Vesuviana, dipinta con ritmo vitale e slancio rock dalla penna di Lamorte, è il locus amoenus di generazioni, è il pozzo dei desideri, la casa sicura e al contempo il paradiso in cui si può peccare di ambizione massima senza sentirsi in difetto.

Il Maestro non è soltanto un libro che parla di pugilato e Sud ma è anche e soprattutto il racconto sociale e politico di cosa possa significare portare avanti un ideale assieme a una comunità che si fa sostegno e ispirazione; è un libro che suona a ogni pagina, che scalfisce la corda del ring e la pelle dei guantoni con la coerenza di chi adotta un purismo documentaristico tipico di un certo cinema. Lamorte si immerge e segue meticolosamente il montaggio della storia che ha scelto. Osservare la storia di Zurlo, delle sue gesta, attraverso l’occhio acuto dell’autore, porta a una comprensione stratificata e profonda che altrimenti avrebbe richiesto anni di esperienza diretta per essere sviluppata.

Col tempo, tuttavia, diventa chiaro che anche i momenti senza parole di questo film sono altrettanto importanti. E così, pagina dopo pagina, scopriamo che la boxe non può essere solo un ciclico colpire il sacco, saltare la corda, esercitarsi con il gioco di gambe, in una catena infinita intorno al ring. Perché riusciamo a percepire i ritmi di queste azioni in ogni scena, persino in sottofondo a quelle incentrate sulle parole, vediamo svilupparsi una cadenza strutturale più ampia nell’alternanza tra le intense interazioni delle persone con gli attrezzi della palestra: è la vita che si plasma, il carattere che si forma, sotto gli umori indolenziti, sotto il sudore austero e radicale di ore e ore di allenamento.

Nel suo lavoro, Lamorte esplora un’arte idealizzata, circondata da una serie di preconcetti superficiali, per poi rimuovere lo strato stereotipato e rivelare la verità. Quando si parla di boxe, si immaginano due persone che si scagliano l’una contro l’altra in modo brutale e sgraziato, eppure c’è un’innegabile eleganza nella coreografia e nell’abile economia di movimento necessaria per rendere possibile un combattimento. Come spiega la giovane Mina al fidanzato, in un passaggio del libro, il pugilato non è soltanto violenza, ma “adrenalina, eleganza, tradizione”. L’occhio di Lamorte evidenzia la coreografia contrappuntistica dei momenti sul ring e quelli dentro al mondo catturando una poliritmia che rende la lettura de Il Maestro un balletto sostenuto e appassionato, a tratti doloroso (perché non sempre Lucio Zurlo è riuscito a fare l’infermiere con tutti i suoi atleti, come lucidamente narra ne Il giorno più brutto per l’esperienza di Pietro Aurino).

La palestra di Zurlo, aperta a chi ha i soldi e chi non li ha, al delinquente e all’avvocato, la palestra in cui il Maestro oltre a fare l’allenatore si trasforma in confessore, padre, fratello, zio. Un Maestro che c’è sempre, anche dove mancano le istituzioni, gli assistenti sociali, la scuola. Quella palestra che è una casa, quella palestra dove c’è sempre un infermiere pronto a prendersi cura di te, fra un montante e un nuovo paradenti.

Quella palestra che dimostra come la cura migliore non sia da ricercare solo nella preparazione e nell’esperienza, ma soprattutto nell’efficienza di un luogo dove parole come organizzazione, comunicazione, disciplina e sensibilità hanno ancora un peso specifico. La cura di un visionario infermiere dello Spolettificio che non hai mai combattuto perché il Maestro è nell’anima.

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

beatricepagni@minimaetmoralia.it

Beatrice Pagni vive e sopravvive nella campagna toscana, figlia della miglior provincia cronica. In redazione a minimaetmoralia dal 2021, ha scritto e continua a scrivere di musica e cultura per diverse testate (Sentireascoltare, Il Mucchio Selvaggio, Il Foglio Letterario), oltre ad aver esplorato il mondo della web tv con l'esperienza targata Decamerette.

Articoli correlati