Foto di Eric Stoynov su Unsplash
Erano passati sei lunghissimi mesi da quando la luce era diventata illegale. Vivevamo segregati in casa con tutte le tapparelle abbassate, e potevamo tenere accesa solamente una candela in ogni stanza. Avevano scoperto che il virus si moltiplicava grazie alla luce intensa, e avevano proibito a tutti di uscire fuori o di tenere aperte le finestre. Avevano anche staccato l’illuminazione elettrica.
Col tempo, avevamo imparato a muoverci nell’oscurità. Avevamo preso la misura degli spazi domestici. Sapevamo quanti metri era lunga ciascuna parete, e strisciavamo rasenti ai muri per spostarci da una stanza all’altra. Le mani erano i nostri secondi occhi. Con le mani sentivamo quando un muro finiva e si formava un angolo nella stanza. Sentivamo l’ingombro di un mobile, una porta chiusa, un ostacolo improvviso. Le mani si erano rivelate una risorsa preziosa. Erano sempre tese in avanti. Anche i piedi, solitamente così indipendenti, avevano imparato a obbedire alle mani.
La milizia, che aveva il compito di far rispettare l’ordine, ci aveva consegnato una scorta di trecento candele a famiglia. Eravamo autorizzati ad accenderne una alla volta, e solo per periodi limitati, non più di un paio d’ore al giorno. Noi, di solito, l’accedevamo solo per mangiare. Una candela a pranzo e un’altra a cena. Sapevamo che, finita la scorta delle trecento candele, difficilmente ce ne avrebbero portate altre, se non dopo molti mesi. Oramai eravamo talmente abituati all’oscurità che anche la luce di quella candela ci feriva gli occhi, ed evitavamo di guardarla direttamente.
Ogni settimana, un addetto della milizia passava a portarci dei viveri e dei generi di necessità: pane, pasta, riso, olio, zucchero, caffè, un po’ di scatolame, carta igienica, batterie per le radioline. Quando andava bene, portavano tre o quattro mele, qualche arancia. Ma ormai capitava sempre più di rado. Nessuno poteva uscire di casa, e tutti ci chiedevamo chi potesse coltivare la frutta per tutta la popolazione.
Non avevamo più la corrente elettrica, e quindi da vari mesi non potevamo ricaricare il cellulare. Non sentivo da un’eternità né mio figlio Gabriele né i miei genitori. Gabriele si trovava a casa della sua ragazza quando decretarono il lockdown, e non ebbe altra scelta se non rimanere lì.
Più d’ogni altra cosa, mi mancava il sole. Non tanto la luce, quanto il calore sulla pelle. Naturalmente sapevo che il sole era lì fuori, continuava a esistere e a splendere sulla terra, forniva nutrimento alle piante. Ma avevo l’enorme desiderio di sentirmelo addosso, sentire la pelle riscaldata dai suoi raggi, sentirmi parte di un universo armonioso e amorevole che si manifestava in quel calore luminoso.
Trascorrevamo le giornate attaccati alla radio. La radio era l’unico dispositivo concesso dal decreto. Ce ne avevano fornita una per famiglia quando tutto era cominciato, e una volta al mese ci fornivano le pile di riserva. Alla radio ci informavamo sulla diffusione del virus, sulle misure di contenimento, e poi c’era la musica, tantissima musica. La musica era tutto ciò che ci teneva in vita, tutto ciò che – in assenza della luce – dava una forma alla nostra esistenza. La tenevamo sempre in sottofondo, anche mentre chiacchieravamo tra noi. Avevamo bisogno della musica per ipotizzare una dimensione che prescindesse dai nostri corpi reclusi, che ci facesse ancora credere nella vastità e nella complessità. Più di una volta ne avevo parlato con Marta. L’assolo di chitarra di Hotel California apriva scorci luminosissimi nelle nostre menti umiliate dall’oscurità, e ci restituiva quel poco di decoro che, in quanto esseri umani, reclamavamo di diritto. Lo ascoltavamo in religioso silenzio, facendo spazio nella nostra immaginazione per le volute mozzafiato per cui si inerpicava la chitarra di Joe Walsh, trattenendo il respiro mentre seguivamo la successione delle note che ci ricordavano l’altezza e la libertà. Dopo tanti mesi di lockdown, la libertà ci sembrava un feticcio irreale di cui ricordavamo a malapena il profumo.
Iniziai a disubbidire per puro caso. Un giorno mi venne un irresistibile bisogno di aria fresca. Resistetti fino a sera e poi, dopo mezzanotte, uscii di casa. Sapevo perfettamente che la milizia vigilava costantemente a qualsiasi ora, ma almeno di notte avevo meno possibilità di prendere il virus. Mi coprii bene e mi incappucciai, per evitare di farmi riconoscere dalle telecamere installate in tutte le strade. e bighellonai per una mezz’oretta intorno al circondario.
Le strade erano nella completa oscurità, interamente deserte. Quel buio e quel deserto mi stregarono, e con il tempo iniziai a uscire tutte le notti. Facevo brevi passeggiate, rimanevo prudente il più possibile. Un paio di volte per poco non mi imbattei in una squadra della milizia, ma feci in tempo a nascondermi dietro una macchina. Del resto, loro erano sicuri che non avrebbero incontrato nessuno, e dunque non prestavano particolare attenzione. L’esterno era diventato la mia divagazione, una dimensione intima e segreta che apparteneva solo a me. Respiravo l’ebbrezza dell’aria aperta con piena gratificazione. Non si trattava tanto di mettere in atto una trasgressione, quanto di vivere un momento tutto mio dopo una giornata intera trascorsa al buio dentro casa. A ogni modo, il buio era fittissimo anche fuori. L’illuminazione pubblica era spenta, e le case emanavano solamente un’ombra lugubre. Gli unici barlumi di luce provenivano dal cielo stellato, ma erano talmente flebili che a malapena si riusciva a camminare.
Per quanto il buio fosse profondissimo, l’aria aperta mi dava una potente sensazione di libertà. C’era il fresco della serata autunnale, c’era la luna. La vita aveva tenuto in serbo per me quell’ultimo miracolo, e me ne faceva dono con larghezza. Tornavo a casa e dormivano tutti. Agli occhi occorreva qualche istante per riabituarsi all’oscurità completa. Mi toglievo le scarpe davanti alla porta, mi spogliavo rapidamente e mi infilavo nel letto. Marta si accorgeva del mio arrivo e mormorava ancora immersa nel sonno: «Hai fatto attenzione?». Io le davo un bacio e mi addormentavo in pochi minuti.
Un giorno fui sorpreso dalla milizia. Ero rimasto incantato a guardare uno sfarzoso plenilunio e non mi accorsi che stavano arrivando quattro uomini in divisa. Mi puntarono contro un’arma e mi chiesero i documenti. Io cercai di rimanere tranquillo e gli mostrai il passaporto. Uno di loro lo guardò e iniziò a controllare qualcosa su un registro. Nel frattempo, gli altri parlavano senza badare a me.
Smisi di pensare a loro e mi persi a guadare le stelle. Erano così confortanti, così alte nel firmamento, era così pura la luce che emanavano, che mi commossi profondamente. Pensai con un rimpianto struggente alla luce maggiore, quella del sole, e mi chiesi se sarei mai riuscito a rivederla. Avevo nostalgia del giorno, volevo guardare le cose con chiarezza, distinguerne la forma e il colore.
Un agente mi si avvicinò e mi disse:
«Ci segua».
Mi caricarono su una camionetta e si misero in marcia. Tenevano i fari spenti ma procedevano con sicurezza, lungo una strada che non riuscivo a riconoscere. Viaggiammo per un tempo imprecisato, forse un’ora, un’ora e mezza. Ci fermammo di fronte a un enorme edificio in aperta campagna. Non avevo nessuna coordinata spaziale a cui fare riferimento per cercare di comprendere dove mi trovassi. Marta doveva essersi accorta della mia assenza prolungata. Certamente era preoccupata.
Non riuscivo a vedere a un palmo dal mio naso, ma loro si muovevano con sorprendente disinvoltura. Aprirono una porta dal nulla ed entrammo nell’edificio. Dissero che dovevo essere visitato, perché a causa della mia condotta imprudente mi ero esposto alla possibilità del contagio. Mi portarono in una stanza e mi ordinarono di attendere che il medico arrivasse. Passarono molte ore. Avrei voluto dormire, ma la sedia su cui mi trovavo era troppo scomoda per permettermi di farlo. In quella profondissima oscurità, lontano dalla mia casa e dagli spazi conosciuti, il mondo sembrava perdere a poco a poco la sua consistenza. Nella mia mente, le cose, private della loro dimensione visibile, si sgretolavano anche come concetti, e mi conducevano verso un pensiero astratto.
In effetti, l’unica cosa che potessi fare era pensare. Ma il mio pensiero, completamente disancorato dalla realtà, era rivolto esclusivamente verso sé stesso. Era un pensiero che pensava il pensare, e non il mondo in cui, nonostante tutto, ancora mi trovavo.
Quando stavo cominciando a impazzire, sentii il rumore della porta che si apriva. Poi due persone mi afferrarono per la braccia e mi condussero lungo un corridoio. Si fermarono e mi diedero degli occhiali da indossare. Mentre mi chiedevo quale fosse lo scopo di quegli occhiali, una porta si aprì, e fui investito da una luce accecante, che nonostante quella protezione mi feriva dolorosamente gli occhi. Dopo pochi istanti, mi accorsi che ero rimasto solo. La luce troppo forte mi impediva di osservare la stanza in cui mi trovavo. Paradossalmente, con quella luce vedevo ancora meno che nel buio. Cercavo di coprirmi gli occhi con le braccia ma era inutile. Dopo un po’ mi accasciai sul pavimento tramortito.
Mi risvegliai dopo molte ore. Ero di nuovo sulla camionetta. Mi avevano messo qualcosa sugli occhi, una specie di unguento, e me li avevano bendati. Dopo un lasso di tempo imprecisato si fermarono mi fecero scendere e ripartirono. Non vedevo assolutamente nulla, ma il mio pensiero ricreava l’immagine delle montagne innevate, di boschi profumati. Poi sentii qualcuno che mi chiamava per nome.
«Marta!», esclamai.
Mi prese dolcemente per mano e mi condusse dentro casa. Mi fece sedere sulla mia poltrona e mi tolse delicatamente la benda dagli occhi. Poi li pulì con un batuffolo imbevuto di una lozione delicata, e finalmente riuscii ad aprirli.
«Accendiamo la candela», disse.
Andò a prenderla nel cassetto in cui le custodivamo, si sedette accanto a me e l’accese.
«Che cosa vedi?», disse.
Feci passare qualche secondo per far sì che i miei occhi si abituassero a quel timido chiarore, e, dopo una breve esitazione, risposi:
«Non vedo nulla. Assolutamente nulla».
Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2025 ha pubblicato per Il Convivio la raccolta poetica Sono il poeta. Nel 2023 ha tradotto e curato per Interno Poesia un’ampia antologia delle poesie di John Keats, intitolata Mio cuore. Nel 2021 ha pubblicato, ancora per Interno Poesia, la raccolta poetica Cento sonetti indie. Nel 2018 è uscita per Castelvecchi la sua raccolta di saggi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza.
