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di Stefano Crescenzi

Ci sono film a cui mi piace arrivare preparato – leggendo il libro da cui sono tratti o guardandone altre trasposizioni – non fosse altro che per unire due piaceri: riconoscere le citazioni esatte (con lo stesso compiacimento che dà l’indovinare le risposte di un quiz televisivo) e notare cambiamenti e diverse interpretazioni del regista, da segnalare prontamente all’amico sfortunato che finisce per guardare un film costellato da “beh, non era proprio così”. Facendo così, però, si corre il rischio di rimanere molto delusi o, nei casi fortunati, di finire invischiati nel racconto.

Quindi mi sono dato da fare. Qualche giorno prima dell’uscita in sala di Il bacio della donna ragno – versione cinematografica del musical con la regia di Bill Condon – ho recuperato, ricordando il consiglio di un amico e di qualche podcast, il libro pubblicato nel 1976 da Manuel Puig e subito dopo il film del 1985 (diretto da Héctor Babenco e con protagonista William Hurt). Il romanzo ha avuto una storia redazionale complessa in patria e all’estero perché i protagonisti incarnano due tematiche scomode, tutt’altro che rassicuranti – cinquant’anni fa, ma probabilmente ancora oggi – l’omosessualità e la ribellione violenta al regime politico. Luis Molina e Valentín Arregui si trovano a condividere la stessa cella perché il direttore del carcere è convinto di poter utilizzare il primo (omosessuale e per questo considerato un intrigante) per estorcere informazioni al secondo che è implicato nella lotta rivoluzionaria.

Molina per distrarsi dalla detenzione, e distrarre il suo compagno, racconta – come in un moderno Decameron – alcuni film (ridotti a uno solo nelle versioni cinematografiche) in cui, di volta in volta, si identifica con la protagonista femminile, sempre al centro di travolgenti vicende amorose, opponendo così la sua emotività al razionalismo esibito di Valentín che ritiene ogni sentimentalismo e affetto verso l’altro controproducente per la lotta, dal momento che condurrebbero all’immobilismo per paura di perdere l’amato. Il tentativo di evasione dalla realtà diventa scontro tra i due con Molina che afferma: «in fin dei conti mentre sono chiuso qui dentro non posso fare nient’altro che pensare a cose belle […] perché dovrei disperarmi ancora di più?» a cui il rigido rivoluzionario risponde: «Può essere pericoloso scappare così dalla realtà, è come una droga». Nel musical sarà proprio la star del film che sta raccontando a dire a Molina, in una sorta di sogno: «Devi imparare a non stare dove sei» (Where you are).

Lo scarto fondamentale avviene quando, a seguito di un’intossicazione procurata dai carcerieri per indebolire Valentín e indurlo a confessare i piani rivoluzionari, Molina si prende cura del compagno nutrendolo con le proprie provviste e con i racconti, modificandone talvolta i dettagli, nel film afferma: «Ci ricamo un po’ su, perché tu possa vedere le cose come io le guardo». Le attenzioni di Molina confondono Valentín che talvolta reagisce aggressivamente perché, lo spiega lui stesso, trova assurdo «che qualcuno mi vuol trattare bene, senza chiedere niente in cambio», ma il compagno gli spiega che la stima che nutre per lui lo spinge a cercare di guadagnarsi la sua amicizia e il suo affetto: «ti rispetto, e ti voglio bene, e desidero che anche tu mi voglia bene […] l’affetto di mia mamma è la cosa più bella che abbia avuto in vita mia […] è l’unica cosa che mi aiuta a vivere».

Creare legami di affetto si rivela essere nella natura dell’uomo, è Valentín stesso ad ammetterlo, anche se a malincuore: «È strano che uno non riesca a non affezionarsi a qualcosa… È… come se la mente secernesse sentimento […] come un rubinetto chiuso male», frase che torna identica – per il mio piacere da filologo – nel film di Condon, affidata a Diego Luna, e che esprime pienamente l’inutilità di qualsiasi sforzo in direzione contraria. Valentín dovrà ricredersi sulla capacità dell’affetto. In Il bacio della donna ragno, infatti, volere bene diventa voler agire e Molina, che la società vorrebbe sentimentale e pauroso, deciderà di sacrificarsi in un’operazione suicida per aiutare la causa del suo amato Valentín.

Una lettura che si limitasse a vedere nell’amore il motore dell’azione sarebbe, però, insufficiente.Il legame che i due hanno costruito annulla le distanze e porta alla confusione del sé con l’altro, anche attraverso l’unione dei corpi, come confessa Molina: «M’è sembrato che io non c’ero… che c’eri solo tu. O che io non ero io. Che adesso io… eri tu». La sensazione di benessere, la felicità di essere fuori dal sé ottunde la capacità di razionalizzare finché i due non si riconoscono in una comune sensazione, la reciprocità del loro affetto li fa sentire «fuori pericolo». È questo che infonde coraggio in Molina, il filo che ha tessuto e che lo lega a un altro uomo, che lo fa sentire felice al punto «che sembra che sia per sempre, che uno non si sentirà mai più male».   

Il musical introduce presto il personaggio della donna ragno, figura fondamentale del film raccontato da Molina, costruendo una storia che nulla ha a che fare con il romanzo di Puig. Nel libro, invece, scopriamo solo alla fine chi sia la donna ragno del titolo. Si tratta di Molina stesso che, nelle parole di Valentín «acchiappa gli uomini nella sua tela», non c’è però un giudizio negativo in questo; Molina diventa così una delle eroine di cui ha narrato le storie, una femme fatale che non può fare a meno di tessere una ragnatela.

Questa rappresentazione è ancora più chiara nel film in cui la donna ragno (una stupenda Sônia Braga) appare nella seconda metà, protagonista del secondo film, o meglio di una singola scena,costruita dalle parole di Molina. Quello che racconta non è altro che una metafora del rapporto che si è instaurato tra i due compagni di cella: la donna ragno vive su un’isola, in completa solitudine e avvolta nella sua tela, esattamente come Molina, senza un amore e quasi intrappolato nei fili delle narrazioni che hanno modellato il suo modo di desiderare, e di concepire sé stesso, secondo le aspettative sociali riservate alle donne. Giunge sull’isola un naufrago bisognoso di cure (interpretato da Raúl Juliá che è anche Valentín), la donna ragno si prende cura di lui strappandolo alla morte, ma quando lui si riprende vede che dai suoi occhi scende una lacrima. Molina si rifiuta di spiegare perché la donna ragno stia piangendo. Forse perché ora che il naufrago è guarito potrà abbandonarla, non avendo più bisogno delle sue cure.

Il film della donna ragno è tratto da una visione che Valentín ha, sotto l’effetto della morfina, alla fine del libro. In un’ambientazione onirica e marina si confondono le figure di Marta (la donna amata interpretata nel film anch’essa da Sônia Braga), quella di Molina e quella della donna ragno,Valentín è accudito e nutrito ma non intende riposare per sempre, quando si sarà rimesso tornerà alla lotta ma per ora è consolato dalle parole pronunciate dalla donna indefinita e che chiudono il romanzo: «questo sogno è breve ma felice».

La ragnatela, intessuta annodando i fili delle narrazioni e della cura, è insieme protezione e trappola, chi è catturato nella tela è al sicuro ma immobile. Ed è proprio lì che nasce il coraggio per uscirne, anche se farà male a chi ci ha protetto, quel dolore è la lacrima della donna ragno. All’interno della tela di Molina i personaggi sono “fuori pericolo”, sospesi in un eterno momento di felicità, ma il sogno è breve, la ragnatela è facile da rompere e il mondo reale, che non è possibile costringere in una narrazione ordinata, espone al rischio di cadere giù.

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