Quando Maylis De Kerangal e Joy Sorman arrivano al bacino artificiale di Chevril, in Alta Savoia, sanno solo che i suoi fondali oltre settant’anni prima avevano sommerso un villaggio, Tignes, a causa del crollo della diga idroelettrica. Costruito tra il 1948 e il 1952 con l’impiego di manodopera straniera, l’impianto fu aspramente contrastato dalla popolazione locale che visse come un’usurpazione identitaria un esproprio mascherato da opportunità di benessere, e come una violenza il dislocamento del suo cimitero. Di quel borgo inghiottito dall’acqua oggi non resta altro che una targa commemorativa.
Divenuta meta di turismo sciistico, la zona cela esili tracce di una vita anteriore nell’alterazione intangibile del paesaggio prodotta da un processo di ‘naturalizzazione della storia’. L’anomalia nell’aspetto opaco dell’acqua innesca nelle scrittrici un’inquietudine feconda alla creazione: l’esito è un progetto di scrittura condivisa divenuto romanzo ai confini del fantastico, Seyvoz, uscito in Francia prima per Inculte (casa editrice votata alla scrittura collettiva) poi per Gallimard.
La pratica sperimentale scelta dalle autrici ha una precisa valenza politica e rimanda alla feroce critica al modello capitalista del progresso che concepisce il territorio unicamente come una risorsa da sfruttare mercificando i beni comuni e impoverendone la cultura dietro la retorica della sostenibilità. Nel contrastare un preciso modello di potere, con la pratica della scrittura collettiva De Kerangal e Sorman minano l’autorità assoluta dello scrittore per trasformare l’invenzione letteraria in una dinamica dialettica che produce una terza voce indipendente. L’edizione italiana con Prehistorica abbraccia la concezione corale della composizione anche nella sua traduzione, nuovo esito del sodalizio di lungo corso tra Elena Vozzi e Nicolò Petruzzella.
Tale congegno polifonico invita a cogliere la natura prismatica della memoria intima e della verità storica in un romanzo dove ogni certezza illusoria è enfatizzata dalla cromia temporale: il presente nero dell’ingegnere di mezza età chiamato a ispezionare gli impianti della diga di Seyvoz sopraffatto dalla tetra malia dell’area; il passato azzurro evocato dalle storie legate alla catastrofe che annientò un’intera comunità.
Una vicenda dolorosa e complessa, narrata adottando uno sguardo obliquo per dare voce ai pensieri degli abitanti nell’istante che precede la fine, con particolare attenzione a quelle cinquantadue vittime sacrificali del futuro disastro, appartenenti all’eldorado operaio di poco meno di seimila uomini provenienti dal Portogallo ma anche dall’Italia, dalla Polonia, dalla Spagna, dal Nordafrica.
“In un primo momento, dunque, gli abitanti di Seyvoz si sono sottratti al linguaggio – e già di loro non è che fossero dei gran chiacchieroni. Il silenzio si è propagato in tutto il paese, ha attecchito fra le strade, nelle traverse, sull’uscio dei negozi, una cappa, inspessita fino a pressurizzare ogni spazio: parlare avrebbe significato far scoppiare la bolla del reale, prendere atto della diga, accelerare l’arrivo della fine, mentre tacere significava tenere il destino a distanza, guadagnare tempo – questo loro rapporto col linguaggio mi affascina, lo confesso. Hanno represso la rabbia, le lamentele, il panico, e sono molti quelli che hanno affrettato il passo, camminando raso ai muri per evitare una vicina, un cugino, soprattutto per non incrociare nessuno in cui abbandonare il proprio, e ben presto si sono udite soltanto le urla dei bambini sui sentieri e attorno alla scuola, il trambusto delle greggi nelle stalle e negli ovili, e il campanile della chiesa”.
Pur inducendo chi legge a spostare di continuo l’asse della narrazione, l’opera definisce un disegno unitario e coerente. Convivono estratti del diario dell’ingegnere tormentato che cammina in un’immensa strada deserta o torna in un albergo al completo in cui si sente l’unico ospite (fatta eccezione per un cane che raspa alla sua porta per poi scomparire all’improvviso); insistenze descrittive su un paesaggio che non scorre; suggestioni che sovrappongono le pagine di Flaubert a un presente surreale; ritratti drammatici del secondo dopoguerra.
L’attenzione riservata al movimento restituisce descrizioni che rimandano al delirio vissuto dal protagonista, incapace di distinguere le allucinazioni dal vero perché costantemente in sincrono rispetto agli elementi del paesaggio. Le facciate, le vetrine, gli edifici, persino gli alberi sembrano muoversi con lui, enfatizzando un malessere insostenibile suscitato dall’incapacità di comprendere quel miraggio paranoico.
La dimensione onirica scandisce i tempi della narrazione a partire dalla rivoluzione dei due momenti distinti di cui era composta. Come accade nell’osservare il muro di cemento che si staglia davanti a lui – un muro di fantasia che contiene un lago d’artificio –, nel muoversi in un villaggio deserto all’infuori di una bancarella con un anziano, o nel percepire rumori stridenti provenienti da impianti elettrici di una piccola centrale, l’uomo sembra preda di un incubo perenne.
Il peculiare magnetismo sprigionato dal luogo produce in chi lo vive un’alienazione sconosciuta. La desolazione per le strade, l’assenza di rumori, l’impossibilità di incontrare qualcuno al di fuori di poche placide eccezioni, strutturano la dimensione dell’informe dove il paesaggio svanisce, la montagna si polverizza nell’atmosfera, la realtà si dissolve tra i fiumi.
L’uomo incarna la vulnerabilità di un sistema egemone trincerato dietro la retorica del benessere e della civiltà destinato a frantumarsi nel confronto diretto, come accade nell’aspro incontro con un gruppo di pastori erranti, nomadi delle montagne che cercano di ristabilire le antiche vie della transumanza e vedono nell’ingegnere parigino l’emblema della corrosione.
Con una sapiente alternanza di registri, folgoranti ingrandimenti su ricordi ossessivi, giochi al contrasto, ricorsi sonori, slanci lirici sgraziati, La diga è un immane preludio al tragico e al contempo uno studio sulla fine attraverso una perlustrazione fisica che nei luoghi e nei corpi sonda le innumerevoli variazioni di percezione dello spazio e del tempo. Maylis De Kerangal e Joy Sorman consegnano il dolente e luminoso racconto di una metamorfosi tangibile nella materia, nell’aspetto trasfigurato del paesaggio e nelle ombre del suo passato tragico, nel sentire di un uomo che non controlla più le articolazioni e il respiro, nel destino comune di presenze condannate a liquefarsi, entro una spirale imperitura di morte e rinascita.
Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
