di Emilia Margoni
Piuttosto la vita con le sue sale d’attesa
Quando si sa che non si sarà mai introdotti
Piuttosto la vita che quegli edifici termali
Dove il servizio è fatto da collari
Piuttosto la vita sfavorevole e lunga
Quand’anche i libri si richiudessero qui su meno dolci scaffali
Quand’anche laggiù si stesse meglio o qualcosa di più di meglio
si stesse liberi sì
Piuttosto la vita
(André Breton, da Clair de Terre)
In Carabattole, secondo volume della tetralogia autobiografica di Michel Leiris, l’autore dichiarava: “Ormai, non vivo più che per iscritto”. Se lo scopo originario del testo era ricapitolare la propria esistenza, e garantirsi così nuove illuminazioni, tale tentativo di “autoricostruzione” sarebbe presto fallito. Lo scritto con i suoi segni gli si rivelava non tanto il modo per prodursi un io più attrezzato e robusto, quanto come l’unico possibile campo di vita. Quella complessa architettura, di cui era stato “l’artefice e insieme il materiale”, si risolveva infine in un rifugio al contempo ospitale e privo di alternative. Per Leiris, la letteratura s’era fatta irrinunciabile contrappeso a un vivere altrimenti estraniante e penoso.
E basterebbe forse questo rapido incipit per sintetizzare il lascito più intimo e vero del traduttore italiano di Carabattole, il francesista e critico letterario Ivos Margoni, classe 1929, scomparso a Riva del Garda esatti vent’anni fa. Di origini familiari modeste (la madre levatrice, il padre guardia comunale), si laurea nel 1952 alla Scuola Normale Superiore di Pisa sotto la guida di Glauco Natoli, dal cui ingegno rimane folgorato, con una tesi su Arthur Rimbaud. Vive per alcuni anni a Parigi, dove diviene ricercatore al CNRS, rientrando in Italia nel 1965 per avviare la propria carriera accademica come professore di lingua e letteratura francese. Diverse le sedi, tra cui Napoli e Siena, d’approdo, con un rivelativo intermezzo di quattro anni all’Università della Calabria, che Margoni ebbe il gusto di combinare, pur nel suo radicale laicismo, con l’ospitalità presso un convento locale. Nel 1995, al termine del percorso accademico, ritorna nella sua Riva del Garda, dove si dedica, in operosa solitudine, allo studio e all’esercizio dell’arte fotografica.
Molti i poeti e i prosatori francesi otto-novecenteschi di cui tradusse e curò le opere, opportunamente compendiate da sapienti introduzioni e dettagliate note di commento– tra questi, Henri Michaux, Jacques Prévert e il già menzionato Michel Leiris. Le curatele, concettose al punto giusto e al di là dei dovuti riferimenti a storia e politica, prima che allo stile degli autori trattati guardano innanzitutto al carattere e alle inclinazioni esistenziali; mentre nelle traduzioni spicca lo strenuo sforzo di convocare un apparato lessico grafico tanto ricco da saper restituire le peculiarità tecniche, stilistiche e sintattiche del testo francese – sforzo tanto più oneroso, va da sé, per le opere poetiche.
Ma è ad autori con un’irrevocabile propensione all’estremismo – artistico quando non di vita – che il critico si votò con particolare dedizione e trasporto; uno fra tutti, Arthur Rimbaud, sulle cui opere iniziò a lavorare sin dai primi anni universitari e del cui carattere ebbe a dire: “Quello di un ragazzo forse ancor più ribelle che geniale, o geniale a forza di ribellioni umanamente fallite, artisticamente (talora) riuscite”; o lo stesso André Breton, che, quantunque “terribilmente moderato”, mai cessò di “amare quei raggi di sole pieni di miasmi” (come si legge nel Secondo Manifesto) che del surrealismo di scuola bretoniana segnalavano la vocazione al malsano, nonché la ricerca di un esibito immoralismo.
In effetti, le doti analitiche, il gusto per il dettaglio formale e l’attenzione per le ricostruzioni puntuali– come quando Margoni ricorda che il critico dedito alle opere di Rimbaud deve resistere alla “pressione mitizzante della traditio rimbaldiana” ed esporsi piuttosto a una “operazione radicale di igiene mentale […] aggrappandosi quindi ai primi principi di evidenza gnoseologica” (Arthur Rimbaud, Opere, Feltrinelli 1993) – cedono, in più di una giuntura, all’irresistibile slancio che la prossimità al poeta ribelle induce nel francesista trentino: “È difficile parlare con calma di Une saison en enfer, probabilmente il poema romantico dei nervi e dell’anima più caotico e perfetto. Analizzarlo esige lo sforzo penoso di chi tenti di fissare lo sguardo, da vicino e già avvolto dalla vampa, dentro una fornace d’improvviso spalancata”.
O ancora quando, nella corpulenta introduzione a Breton e il surrealismo (Arnoldo Mondadori 1976) insiste, con una tenacia che lambisce la compartecipazione, sul ruolo del desiderio e del perverso quale unico antidoto al razionalismo della civiltà industriale moderna– razionalismo tanto più odioso per via del legame, da sempre vilipeso dai surrealisti, con il potere politico e lo scandalo della guerra: “State attenti alle vostre logiche” ammoniva Antonin Artaud già nel 1925: “State attenti alle vostre logiche, Signori, voi non sapete fin dove può condurci il nostro odio della logica!”.
Sebbene la biografia di Margoni, specie nel primo tratto di vita, non presenti eclatanti (se non privatissimi) momenti di rottura con le prescrizioni della vita borghese – sposò la pittrice veneziana Loredana Urso, ebbe due figli e seguì un percorso accademico tutto sommato ordinario – la sua personalità, come ricorda l’amico e collega della Normale Carlo Sgorlon, si distinse, sin dagli anni della formazione universitaria, per un temperamento carismatico e irrequieto, commisto di raffinato umorismo e malinconia esistenziale, certo più affine all’emotività di un Jules Laforgue che alla disinvoltura di un Jacques Prévert. La dimensione conventuale durante gli anni d’insegnamento all’Università della Calabria e il ritiro, al pensionamento, in una minuta dimora di Riva del Garda, tradiscono del resto un’inclinazione all’isolamento, sempre comunque industrioso, nutrito di letture, pittura e fotografia più che di incontri e affetti.
Ma non è tanto, o solo, di una biografia che qui si intende parlare. Preme piuttosto segnalare il nesso, che senz’altro Margoni incarna con forza paradigmatica, tra una certa visione del mondo e il legame, viscerale e sofferto, con la scrittura: “Certezza della tragica insensatezza di un vivere di continuo eroso dal nulla e concezione altissima ed esercizio disperato e a suo modo eroico della scrittura” (scrive di Leiris). Viscerale, perché solo in quell’esercizio l’ “acuto, continuo, insopprimibile disagio della coscienza” trova esternazione fisiologica. Sofferto, perché tale esercizio, lungi dallo sciogliere quel disagio, non può che “documentare una crisi senza risolverla; meglio: la soluzione è fuori campo e non ha voce” (ma qui il critico si riferisce a Rimbaud). E così, se “[t]utto quel mucchio di foglietti […] aveva lo scopo dichiarato di farci esistere con maggiore forza” (ancora il Leiris di Carabattole), la scoperta più bruciante, che Margoni condivide con molti dei suoi diletti autori, è che perlopiù la scrittura non concede alcun riscatto.
È questo legame senza redenzione che qui interessa catturare: tanto più oggi, perché risponde a un’esigenza immedicabile, perfettamente espressa da Margoni: quella che il Poeta, pur con cenno d’incertezza, sostiene esser nella vita la “quinta essenza”, là dove tutto nella vita sembra procedere senza curarsi di noi. I suoi testi – quelli esoterici e quelli essoterici – non vivono che di questa fuga nel segno: dimora di nient’altro che di sé stesso, senza rimossi da riesumare, senza preconsci da sbastire, senza rivolte da prefigurare – fuga nel segno come segno, quando il Reale cessa di obbedire a qualsiasi logica che da esso si pretenda voler indurre.
Scelta ostinatamente conventuale, di vocazione claustrale, che Margoni compie nel testo prima ancora che nello spazio angusto e sacro in cui aveva trovato dimora. E se alcuni tra i suoi colleghi, che oggi a pieno diritto riscopriamo classici, come Francesco Orlando, ardivano elaborare teorie tanto imponenti da proiettarsi su un presente, quale il nostro, del tutto inabile alla teoresi, Margoni preferiva dichiararsi incapace di schizzare grandi affreschi e perimetrare grandi epoche. Ribelle come i suoi ribelli, preferiva fare suo il timbro cinereo di Emil Cioran, i cui testi glossava instancabile soprattutto nei passaggi più inclementi nei riguardi dell’umano troppo umano. Ed è forse questo che rende Margoni un nostro interlocutore: critico implicito della heideggeriana deiezione, quando, incapace di accostare il declino della nostra era con lenti teoriche, ne svelava la cifra con fare ascetico, prendendo le distanze da tutto e tutti se non i suoi pochi, perlopiù trapassati, interlocutori. E se certo su questa eredità si costruisce poco, troppo invaginata in un nichilismo che trascolora nel compiacimento, la sua nota studiatamente “impolitica” rimane un’eredità preziosa: se non c’è modo e voglia di fare la rivoluzione, c’è modo e modo di rifiutare la realtà. E l’incapacità di Margoni di “accettare il Reale nella sua interezza” – secondo la felice formula di Sgorlon – è certo più vicina a Bartleby che a Marx o Adorno. Eppure l’eleganza di questo suo rifiuto, assieme alla compitezza dei suoi gesti, merita oggi coscienziosa attenzione, per trarne non già indicazioni di vita, ma sacrosante raccomandazioni di stile.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

Il quadro è di Bruno Pippa (Vicenza, 04/10/1925 – Leivi di Chiavari, 25/09/1977)
Mia madre non é stata una pittrice, ma un’illustratrice che ha lavorato sin quando suo marito – uomo di indiscussa cultura ed ingegno – non le proibì di continuare così come facevano i piccolo-borghesi ignoranti del tempo.
Emilia ha senz’altro assorbito la versione familiare contenente un bel pò di maschilismo ed omertà per nominare, sbagliando, sua nonna.
Sono molto rattristato, tanto mortificato da sperare in futuro di avere i mezzi per poter cambiar nome: Bruno e Dana sono state delle figure centrali nella mia famiglia, nuovamente dimenticate e sminuite.