TANGERI. Può ancora, il calcio, nel tempo del suo acme commerciale, raccontare storie di verità, illuminando il carattere di uomini e popoli? Può ancora sorprendere, il calcio? Può ancora rappresentare la sfida agonistica capace di rompere le coordinate spazio temporali per aprire un varco sulla quotidiana sfida alla morte? Me lo domandavo ieri sera, mentre la Medina di Tangeri si svuotava e incontravo Karim, un tipo di Fes, ventidue anni in Italia, a Cuneo, prima di tornare qui con il figlio per un buon lavoro. Era sereno, Karim, e parlava della partita di calcio appena conclusa con una semplicità disarmante. “Hanno vinto loro. Hanno meritato, in fondo, i senegalesi. Hanno giocato bene. Potevamo vincere noi, ma non abbiamo approfittato, non ne siamo stati capaci. Così è la vita”. La serenità di Karim. La giocosità dei marocchini dopo la sconfitta. Questo mi colpiva. Non ne venivo a capo.
Poco prima, a Rabat, durante la finale di Coppa d’Africa ospitata quest’anno dal Marocco, si era visto uno spettacolo capace di superare ogni limite di comprensione. Una partita attesissima. Tutto il Paese colorato di rosso. Le vie delle città inondate di bandiere, bandierine, magliette. Ma un’atmosfera molto diversa da quella a cui siamo abituati. Come se tutto fosse solo nell’aria, un odore, un pensiero, un suono. Non si parlava troppo di calcio, nei giorni scorsi. Poi, ieri, fin dal primo pomeriggio, i bar si andavano riempiendo. Ho girato per Tangeri, seguendo le maree di giovani che si conquistavano un posto nei baracconi di grandi schermi sulle spianate di bar davanti alle necropoli puniche, con il vento freddo dell’oceano sulle gradinate del mitico bar Hafa, nei bugigattoli improvvisati per i vicoli della kasbah, nelle salette fumose del Café Baba. Ovunque si aspettava. Donne in magliette scintillanti. Ragazzi con gli occhi lucidi. Vecchi disincantati con il sorriso luminoso. Ovunque si aspettava. Poi alle otto, nel Gran Café Central dove avevo prenotato il mio posto, l’inno nazionale ha aperto le danze.
Che brutta partita, pensavo. Poco gioco, molto agonismo, molti timori di sbagliare e parecchi errori inutili. All’intervallo, assonnato, fingevo partecipazione, ma in effetti apprezzavo solo due cose. I tifosi che inneggiavano seminudi al loro Senegal in canti e danze perpetui. E il portiere del Marocco, Yassine Bounou, uno spilungone famoso per l’abilità nel parare rigori, e capace di istinti straordinari. Aveva salvato la sua squadra due volte e mezza. Piccoli gesti geniali. Poi la partita è ripresa. E poco è cambiato. Fino alla fine. Fino al delirio. Ora, il delirio dovrebbe essere commentato da un esperto. O forse no. Forse basta un appassionato come me. Comunque accade questo, in poche parole. Scaduto il tempo regolamentare, su un’azione rabbiosa e corale, il Senegal finalmente buca la porta di Bounou. Ma il gol è viziato da una spinta su Hakim, la stella del Marocco, difensore del Paris Saint-Germain. Seck lo stende e va in rete. L’arbitro annulla. Ribaltamento di fronte. Siamo ben oltre il novantacinquesimo. Su calcio d’angolo, Brahim Díaz, numero dieci marocchino, piccola gloria del Real Madrid, viene agganciato al collo. L’arbitro è richiamato al Var. Consulta gli schermi e assegna il rigore. È l’inizio della fine.
Prede il sopravvento la guerra che il calcio come ogni sport dovrebbe sublimare, ovvero: l’assurdo. E quel che splende improvvisamente è altro. Avvengono, infatti, cose a cui non siamo minimamente abituati. La furia dei giocatori senegalesi è poca cosa in confronto alla violenza con cui Pape Thiaw, allenatore della sua nazionale, rifiuta la decisione arbitrale. Jean-Jacques Ndala, chiamato a dirigere la finale, trentottenne congolese, perde il controllo della situazione. Sballottato da una parte e dall’altra sembra ostaggio di se stesso, della sua debolezza, della sua incapacità di decidere. Cerca di riportare ordine come una maestrina sbalordita, mentre Thiaw, come un attore da film violento di gruppi paramilitari africani, chiama i giocatori a lasciare il campo. La squadra, quasi per intero, lo segue. Walid Regragui, allenatore del Marocco, cerca compassionevolmente di intercedere. Forse anche lui viene preso da una debolezza su cui avrà tempo di riflettere. I senegalesi hanno lasciato il campo. Da dieci minuti il gioco è fermo.
Quel che sembra scontato è un grottesco annullamento della finale con festeggiamenti che già appaiono incongrui rispetto a ogni possibile immaginazione. E tuttavia il fronte si ribalta. Il capitano del Senegal, Sadio Mané, unico con la testa sulle spalle, riesce a riportare i compagni in campo. Si va sul dischetto del rigore come se quei dieci minuti non fossero cosa da teatro dell’assurdo. La palla è in mano a Brahim Díaz, il numero 10 che si è procurato il rigore. L’arbitro fa segno ma Mendy, portiere senegalese non ci sta. Ancora polemiche. Ancora critiche. Brahim Díaz torna sul dischetto, il pallone in mano. Di nuovo tutto da rifare. È un teatro infinito. E quel che mi viene da pensare è che per lui sarà difficilissimo calciare il rigore. Eppure ha gli occhi che sembrano di ghiaccio. Lo sguardo fermo.
E qui succede quel che solo il calcio potrebbe offrire. Ossia l’incomprensibile irrazionalità dell’umano. Chi conosce bene lo sguardo di Francesco Totti sul dischetto di Italia – Australia l’anno dei Mondiali, 2006, sa che Brahim Díaz ha ben altra tempra. Non ha il fuoco di ghiaccio dentro, benché provi a farne mostra. Quel che non può immaginare, lo spettatore, è che il dieci marocchino riesca a immaginare una soluzione per il suo rigore alla Totti, ma non il Totti del rigore australiano, bensì il Totti del rigore all’Olanda, il famoso cucchiaio. Nessuno potrebbe immaginare un cucchiaio in questa situazione folle, dopo quasi quindici minuti di delirio, nel caos di un campo di calcio che, nonostante i fasti del bellissimo stadio di Rabat, pare più il cortile pieno di pozzanghere dove si accapigliano ragazzi senza regole e senza leggi. E invece sì. L’essere umano. Come e dove va l’essere umano in certi momenti decisivi? Ecco finalmente la rincorsa, lo scavetto ridicolo, il cucchiaio fallito, il portiere che immobile raccoglie il pallone. Sembra quasi che Brahim Díaz alla fine abbia rinunciato a tirare, che abbia consegnato il pallone agli avversari, abbia accettato di aver simulato un fallo, perché, sì, il rigore era stato davvero un regalo del debole arbitro compiacente.
Fatto sta che ora la partita va a i supplementari e il Marocco psicologicamente è perduto. E infatti il Senegal trova il gol. La reazione agonistica dei padroni di casa è superba. Ma non basta. La partita è perduta. Dopo due ore abbondanti tutto è finito.
Seguo ogni cosa allibito. E quel che mi sconvolge ora è la reazione dei marocchini. Attorno a me non c’è aria di tragedia. Un po’ di delusione. Un po’ di tristezza. Ma nient’altro. Si esce dal bar senza grida, senza strepiti, senza lacrime e per la strada la fiumana di gente procede fra risate e battute. Dal Petit Socco, la strada sale verso il Grand Socco e ragazzi, ragazze, vecchi e bambini, chiacchierano, scherzano, mangiano, piluccano torte e tortine, fumano, bevono succhi. E mentre io sogno una birra, una maledettissima birra, il mio sconcerto prende il sopravvento. Penso alle delusioni della nostra storia. La più grande, quella degli europei ingiustamente perduti nel 2000, proprio l’anno del cucchiaio, con un gol preso allo scadere su rinvio del nostro portiere, eppoi perduta su golden gol, l’orrido golden gol voluto dall’odiato Platini e in vigore un anno soltanto, quello. Penso alla sconfitta ai mondiali del ’90. Penso a tutti i rigori perduti, al Brasile, e soprattutto all’arbitro Moreno. Se torno con la mente alle vicende della nazionale, di cui pure mi importa assai poco, non riesco a vedere mai, nella memoria, un ritorno a casa come questo. Rivedo le vie di Roma e i bar dove la birra sì che era facile procurarsela. Ma niente allegria, mai. Sempre cupezza, buio, cielo plumbeo, delusioni, rabbie. Mentre lo dico, una ragazza italiana si fa avanti. “Ma non vi sembra assurdo?” fa “Io mica sono esperta di calcio, ma una cosa così mica è possibile. Ma non trovate che sia incredibile tutto quel che abbiamo visto?” Le do ragione. È incredibile. “Ma è l’Africa” dice lei “Il bello dell’Africa in fondo”.
Può ancora il calcio raccontare i popoli? Me lo domando mentre torno a casa e vorrei girare per tutte le vie del Marocco e scoprire se ovunque, perlomeno qui a Tangeri, c’è quell’aria leggera, scanzonata, di delusione lieve, già perduta nelle miserie del mondo. E proprio allora, mentre mi chiedo questo e ne parlo e lo ripeto con foga, una voce al mio fianco interviene. “Non siamo stati capaci. Gliel’abbiamo regalata”. Ha un viso tranquillo, sereno, e si chiama Karim. Gli domando della sua storia e me la racconta. A Cuneo ventidue anni, poi finalmente di nuovo a casa. Non sa nulla, evidentemente, di quel che succede in questi giorni da noi, tutti presi dalle vicende di altri suoi connazionali. Dice solo che è stato bene in Italia, ma è meglio Fes, casa sua, e anche qui, dove lavora. Infine, allontanandosi per il vicolo buio, alza la mano e saluta. “Siate i benvenuti nella nostra terra” fa, scandendo bene le parole “buona notte, buon riposo”. Ecco. Questo oggi è Marocco.
Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha pubblicato con Ponte alle Grazie i romanzi Sono comuni le cose degli amici (2009, finalista al Premio Strega), Il toro non sbaglia mai (2011), È giusto obbedire alla notte (2017, finalista al Premio Strega), e il saggio narrativo L’abisso di Eros (2018). Con Einaudi ha pubblicato traduzione e commento del Simposio di Platone (2009) e i saggi narrativi Le lacrime degli eroi (2013), Achille e Odisseo (2020), Il grido di Pan (2023). Per HarperCollins sono usciti il romanzo Sono difficili le cose belle (2022) e il saggio narrativo Sognava i leoni. L’eroismo fragile di Ernest Hemingway (2024). I suoi racconti sono apparsi in riviste, antologie e ebook (come Mai, Ponte alle Grazie 2014), mentre i reportage di viaggio e le cronache letterarie escono su La Stampa e L’Espresso. Cura un sito di cultura taurina: www.uominietori.it

Caro Matteo,
Bello spaccato, é proprio vero che abbiamo tanto da imparare da questi momenti di apparente tristezza e pura gioia di stare insieme (almeno io lo interpreto così). Grazie per aver condiviso!
Mi hanno inviato il tuo racconto oggi, se hai voglia di leggere la versione senegalese, l’ho scritta qualche giorno fa. Ti lascio il link Substack!
Isacco
Può ancora il calcio raccontare i popoli? Me lo domando mentre torno a casa e vorrei girare per tutte le vie del Marocco e scoprire se ovunque, perlomeno qui a Tanger