Ogni artista di successo finisce per creare, volutamente o meno, una propria mitologia. Vinicio Capossela non fa eccezione, la sua epica personale e artistica ha però un’aura decisamente pagana. Non è mai stato uno di quegli artisti trascendenti, quelli che persino ai live restano distanti dal pubblico mortale. Capossela, come un postmoderno dio dell’Olimpo, ama confondersi col resto del mondo, interagisce con persone, fatti e tradizioni, ispira e si fa ispirare, spesso innaffiando tutto con discrete quantità di alcol. È facile, nel nutrito giro di chi ascolta la sua musica, ritrovarsi di fronte a racconti che sanno di leggenda metropolitana: “Una volta gli ho offerto un passaggio”, “Gli ho lasciato il mio numero e il giorno dopo mi ha chiamato”, “È uscito con una mia amica”, tutte storie tanto plausibili quanto inverificabili.

Vinicio Capossela costruisce insomma il suo mito – e la sua musica – attraverso il movimento, il viaggio geografico, emotivo e culturale. Consapevole di questa natura, il giornalista Giovanni Ansaldo realizza per Nottetempo un’opera apparentemente piccola ma dall’obiettivo ambizioso: ripercorrere l’itinerario che ha portato alla realizzazione di Ovunque proteggi. La prima domanda che ci si pone è: perché proprio quel disco? In primis forse per la sua attualità, l’album è del 2006 ma i suoi vent’anni non si fanno sentire, i brani sembrano anzi divincolarsi dalle corde del passato per affacciarsi al nostro presente e provare a indovinare il futuro. Ma l’altro motivo, forse più evidente, è che Ovunque proteggi è un disco fatto di chilometraggio, non un’opera organica come Camera a Sud o Modì, ma un insieme apparentemente sconnesso – o forse meglio dire storto – di luoghi, suggestioni, versacci e suoni in alcuni casi mai sentiti nella discografia del cantautore.

La strada di Vinicio Capossela, questo il titolo del libro di Ansaldo, ne racconta in realtà tante di strade, percorsi che si fanno storia prima di farsi canzone. Per aprire al lettore/ascoltatore nuovi squarci di significato su ciascun pezzo, Ansaldo ci sottrae per un attimo l’occhio del poeta e lo sostituisce con quello del reporter. Accompagnato spesso da musicisti, consulenti, collaboratori o dallo stesso Capossela che come sempre non si sottrae, lo troviamo a Scicli, in Sicilia, patria de L’Uomo Vivo (inno al Gioia) ispirato a una chiassosa processione locale, lo seguiamo tra i carnevali della Sardegna per scoprire com’è nata Brucia Troia, registrata all’interno di una grotta, immaginiamo con lui la Mosca postcomunista che ha ispirato la stravaganza elettronica di Moskavalza, e non ci facciamo mancare un giro a Roma per l’inquietante e ipnotica Al Colosseo. Viaggi nel mondo, ma anche viaggi nel tempo, come in Dalla parte di Spessotto, in cui Capossela ritorna a Calitri, luogo d’origine della sua famiglia, per ricordare un compagno di scuola, ma soprattutto per rintracciare la banda che aveva suonato al matrimonio di suo padre e ovviamente inserirla nel pezzo. Si passa poi a Milano, nell’appartamento del cantautore, che diventa luogo di viaggi immaginati, basta un pianoforte per andare in Cina e comporre Lanterne Rosse, basta una chitarra per sognare il Messico con la bellissima Pena de l’alma. La casa dell’artista non è allora un approdo a cui tornare ma un curioso “mezzo immobile”, un po’ come la nave in bottiglia di Canzone a manovella.

Grazie ad Ansaldo scopriamo anche il miracolo – forse oggi impensabile in un mercato radicalmente cambiato – che ha permesso a Capossela di utilizzare i soldi di una major come la Warner per assecondare i suoi capricci – direbbe qualcuno – per creare e consolidare una mitologia – diciamo noi. Capossela è un po’ Ulisse, un po’ Bacco, naviga a briglia sciolta con i suoi fidi satiri per creare un disco che è allo stesso tempo avventura e riflessione, religiosità e rito orgiastico, gioia del viaggio e voglia di casa, l’estasi condivisa di un percorso che rifiuta di concludersi, perché si autoalimenta ogni volta che lo si ascolta, ogni volta che lo si suona.

Solo pochi mesi dopo l’uscita del disco, precisamente il 10 settembre 2006, ecco nascere un altro mito: il concerto sulla terrazza del Pincio, a Roma, a chiusura della Notte Bianca. Capossela suonò molti brani di Ovunque proteggi, insieme ad altri successi, mentre alle sue spalle il sole piano piano sorgeva. Ansaldo lo racconta con il rammarico di chi non c’era, fa parlare gli amici o lo stesso Vinicio, che lo ricorda come uno dei vertici della sua carriera.

Per tutti quelli che invece c’erano – come chi scrive – rileggerne a distanza di vent’anni riporta a galla il ricordo, parzialmente offuscato dall’alcol e dal sonno, di in un’atmosfera irreale, forse irripetibile. Il tempo ha trasformato quel sogno collettivo in un bagaglio personale, storico, generazionale, e forse è proprio questa la bellezza delle mitologie storte come quelle di Vinicio: chiunque, senza saperlo, ci può finire dentro.

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Autore

a.vertorano@tin.it

Armando Vertorano, classe 1980, è autore televisivo, scrittore e sceneggiatore. Quando non scrive quiz e domande per il piccolo schermo, collabora con riviste culturali online come minima&moralia, Snaporaz e Limina. Ha pubblicato due raccolte: una di racconti (Dindalé) e una di testi teatrali (Materiali di scena), e ha all'attivo due podcast, Cover the top e Se telefonando.

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