Non c’è un modo adatto per parlare di Anatomia della battaglia. L’immagine che mi viene in mente è quella che Dante si inventa per parlare degli avari e dei prodighi, nel canto VII dell’Inferno. Due schiere di dannati, che compiono un inverso tragitto semicircolare e che, quando si incontrano, si sbraitano addosso, ciascuno perpetuando il proprio esorbitare dalla virtù mediana. Nel romanzo, traghettati dalla memoria del personaggio narratore, il figlio, percorriamo in forma esplosa e irrelata la storia di una morte, quella del padre, ammalatosi di cancro, che affronta (e ricaccia più volte nel suo fondo con stupefazione medica) il calvario con la stessa tracotante rigorosità con cui scala le montagne e con cui aveva aderito, senza poi mai ricusarlo, al fascismo. È un romanzo famigliare e lessicale (giusta la filiazione dichiarata dal capolavoro di Natalia Ginzburg), che mescola realtà e finzione, che cerca di fare luce sul mondo e sulle cose del mondo attraverso la riflessione sul modo in cui il mondo e le sue cose vengono nominate, descritte, obnubilate, negate. La sua attualità è evidente, e altrettale la fascinazione narrativa. Nel complesso rapporto tra padre e figlio riverbera la storia d’Italia, che Sartori ha indagato in fase di documentazione come a dire che nel micro tessuto esistenziale di una famiglia italiana c’è spazio per intendere quello che accadeva nel più ampio contesto nazionale; per dire anche che scrivere non significa necessariamente crogiolarsi nella mediocrità melensa della (auto)ripetizione, ma interrogare la realtà (materiale e linguistica) per caverne idee, immagini, conoscenza.

Questa non è una novità. Nel senso che non è propriamente una nuova uscita, ma entra nella operazione della casa editrice Terrarossa di ripescare romanzi già pubblicati nel tempo e che meritano di essere riproposti al pubblico dei lettori. La collana, non a caso, si chiama Fondamentali. Il romanzo di Giacomo Sartori, Anatomia della battaglia, usciva nel 2005 per Sironi. Ne ho parlato con l’autore, che è stato molto preciso e generoso nelle risposte.

Il tuo romanzo si sviluppa per capitoli scanditi da brevi paragrafi, entro i quali si sviluppa nel tempo e nell’ordine della lettura un intrico di scene che non seguono una linea cronologica stabile, ma si rincorrono, talvolta dando l’idea di percorrere un tracciato, altre volte confondendo i piani. È un procedere che è emerso spontaneamente, seguendo forse le bizzarrie della memoria del narratore-protagonista, o c’è una riflessione più teorica dietro a questa scelta?

Ogni mio romanzo ha uno stile diverso, e devo confessare che ai miei stessi occhi l’apparizione di quella data tonalità, nel momento in cui avviene nelle primissime fasi della scrittura, ha un qualche cosa di arcano, per non dire magico. E si tratta ai miei occhi del nucleo vitale più importante del testo, perché poi la continuazione è solo una questione di coerenza e di accordo musicale, di orecchio. Quando avviene questa epifania subito mi sento a mio agio, e sento che posso andare avanti. Per rispondere alla tua domanda devo invece pormi su un piano razionale, fare un’analisi dall’esterno, dove confesso sono molto meno a mio agio. Ma certo i brevi paragrafi, che non hanno mai a-capi, mi hanno permesso di tenere la tensione molto alta, senza quasi pause del respiro, in ognuno di essi. E le continue alternanze tematiche e cronologiche mi consentivano di rimanere a stretto contatto con i “materiali primari”, con la loro forza e vitalità, il loro apparente disordine, il loro interagire e comunicare a distanza. L’esistenza umana mi sembra essere sfaccettata e complessa, non di rado contraddittoria, con la grande difficoltà che ne risulta per i singoli individui per cercare di mettere dell’ordine in quello che vivono, per comprendere gli accadimenti che li sorprendono e malmenano, per spiegarseli. C’è molto spesso qualcosa di falso e di prevedibile nella meccanica delle trame narrative, e più esse sono rifinite, più sono dei congegni che funzionano bene, con sapienti colpi di scena e picchi, è il caso di molti romanzi attuali, meno mi attirano. L’organizzazione cronologica, sempre molto importante nel romanzo, mi appare il più delle volte artificiosa, o insomma scontata, poco adatta a rappresentare la complessità. Detto questo in Anatomia c’è uno sviluppo cronologico di fondo, perché si va dal periodo precedente alla malattia del protagonista principale, il padre, fino al suo decesso. Però appunto rimane un po’ in secondo piano, non è sbandierato.

Fin dalla prima pagina il tuo stile si segnala per una scelta precisa, quella dell’elencazione: tre, quattro, fino a sette termini giustapposti. C’è, come ogni elenco presuppone, la volontà di specificare attraverso esempi una affermazione generale. Ma non solo; anzi, ancora di più sembra l’applicazione di un metodo induttivo di conoscenza. Solo attraverso il recupero dei reperti che la memoria lascia emergere o il ricordo sa recuperare, e solo grazie alla loro enumerazione e descrizione, è possibile fare storia e comprendere il noi che siamo. È così?

Anche qui, non potrei dire che si tratta di una scelta. La scrittura è per me un’attività pragmatica, che va per molti aspetti oltre la razionalità, che attinge anche a territori sepolti e apre a altre dimensioni. Le stringhe di parole che ne risultano devono veicolare queste istanze al limite dell’inesprimibile, con una mediazione però più legata all’intuizione che a decisioni cerebrali. Detto questo non mi stupisce che io incappi di frequente nelle elencazioni, trovo che in esse c’è spesso la potenza dei materiali bruti, con la loro irriducibile singolarità, che in effetti apre poi a delle generalizzazioni, ma appunto senza dimenticare la varietà dalle quali derivano.

A questo si lega anche la scelta della modalità dell’istanza narrativa, che spesso ha un incedere molto pacato, uno sguardo oggettivo, un’indole tassonomica; nell’insieme l’impressione è quella di un approccio scientifico e discosto, come appunto il titolo sembra suggerire. La chiusura della seconda parte è in questo senso eminentemente significativa. Qual era la tua idea in merito, quando ti sei messo a scrivere?

In tutte le mie narrazioni, che si tratti di romanzi o racconti, e che siano alla prima o alla terza persona, si assiste alla lotta di un personaggio per dare un senso a quello che vive, per cercare di mettere ordine nelle vicende che lo travolgono, per arginare la propria sofferenza. Questo sforzo, che è sempre un compito estremamente difficile e pericoloso, può essere concitato, come succede nei mie tre romanzi ambientati nelle valli alpine, o anche ironico e comico, come succede in altri romanzi e racconti. In Anatomia il lettore vede la vicenda attraverso gli occhi del figlio, che non è il protagonista della narrazione, ne incarna il punto di vista. E lui ha effettivamente la pacatezza e l’oggettività di cui parli. Che però sono il risultato di un lungo percorso, quello stesso che rappresenta il filo narrativo secondario che accompagna quello della malattia del padre. Certo adesso ha una sua relativa pace, ma non gli è stato facile arrivarci, anche se non ce lo dice chiaramente. La sua forza è appunto riuscire a analizzare la vicenda che ha vissuto prendendo le distanze, costruendosi a fatica una narrazione diversa da quella che ha ricevuto in famiglia. E come tu dici bene la sua mente è scientifica, come lo è la mia, che sono a mio agio con l’univocità rassicurante della scienza, e con la sua pretesa di oggettività. Al centro dei miei scritti c’è sempre la tenzone tra sforzo di sistematizzazione e il disordine della realtà, perché questo mi sembra essere uno dei compiti più difficili delle nostre vite. In ogni caso questo figlio rimane però prigioniero della propria fragilità, della propria debolezza. Il fatto è che le nostre teorie, le nostre narrazioni non ci calmano fino in fondo, non estinguono tutti i nostri dubbi e le nostre angosce. Quando il romanzo è uscito vent’anni fa due critici conosciuti, entrambi maschi, hanno stigmatizzato quella che per loro era l’inferiorità di stazza e morale del figlio rispetto al padre, rovesciandola quasi sull’autore, facendone una questione generazionale. Era una visione maschilista che credo oggi sarebbe difficile da sostenere. In realtà il figlio con tutti i limiti è riuscito a uscire dal fascismo, e dal maschilismo annesso e connesso. La consapevolezza della sua fragilità è la sua forza.

Tra i vari aspetti degni di menzione, uno a cui sono particolarmente sensibile è il fatto che il tuo è un romanzo sulla lingua. Sia guardando al come, cioè alla sua forma, al tuo stile; sia guardando al cosa, cioè al contenuto del romanzo. Leggerti mi ha fatto pensare fin da subito a Natalia Ginzburg e al suo Lessico famigliare; ho ritrovato un sapore comune nelle dinamiche relazionali, nella caratterizzazione dei personaggi, ma soprattutto nell’idea che l’ecosistema famigliare è essenzialmente un fatto di parola e lingua e che le direttrici principali delle esistenze dei discendenti siano tracciate dalle configurazioni verbali del mondo operate dai predecessori, da chi ci cura.

Certo, la filiazione è esplicita, Natalia Ginzburg viene nominata, come anche prendo a prestito alcuni suoi procedimenti, tra i quali le frasi famigliari ricorrenti scritte in maiuscolo. Direi però che tutte le mie narrazioni hanno al centro la lingua, perché essa è l’unico strumento che hanno a disposizione i miei personaggi per cercare di riordinare la loro confusione emotiva, per provare a spiegare sé stessi a sé stessi, per capire quello che esperiscono, cosa succede attorno a loro. E questo dispositivo linguistico è quello ereditato dalla loro famiglia e dal loro ambiente, perché ci si mette molto tempo, e costa molta fatica costruirsene uno nuovo, che rappresenti davvero la propria singolarità, che ci liberi dai condizionamenti e dalle gabbie che non ci appartengono. Nello stesso tempo la lingua è il mio mezzo espressivo di narratore per rappresentare tale incessante lavorio, mirando a evitare i luoghi comuni, le frasi fatte, le interpretazioni scontate. Mi ritrovo quindi molto bene in quello che dici a proposito di questa doppia centralità della lingua, come tema e come forma.

Continuo sulla questione linguistica. Il personaggio del padre si raggruma attorno a una teoria: ciò che non viene nominato non esiste. Quindi la malattia non appare laddove si nomina (e si pratica) la vita e laddove si obliterano le parole della morte. Credo che qui si radichi un germe che ci definisce come italiani e che fa di noi un popolo essenzialmente fascista e omertoso. Credo anche che la tragedia di Chernobyl, che tu usi come esempio dell’atteggiamento pettoruto del padre, sia una metafora moto azzeccata di questo spirito contaminato che aleggia sull’Italia.

Per me questo romanzo è prima di tutto un viaggio nel personaggio del padre, che è un ex-repubblichino, rimasto fedele alle idee del fascismo. E procedendo nella scrittura capivo sempre meglio a qual punto il suo modo di esprimersi e di essere fosse quello dell’epoca della sua formazione, la sua lingua fosse quella del fascismo. La negazione dell’intimità, e delle correlate emozioni e sentimenti, così come l’esaltazione del coraggio e dello sprezzo della morte, della bella morte – in tempi di pace trasposta nell’alpinismo – e la violenta stigmatizzazione degli avversari erano quelli del Ventennio. E certo, lo vediamo anche adesso, il fascismo forza la lingua a non vedere tutto quello che esula dalle sue visioni riduttive o paranoiche/deliranti, sempre identitarie e violentemente polarizzanti, e la obbliga a convogliare in quest’ultime la realtà. La nostra Prima Ministra mi sembra molto abile in tale violenta forzatura della lingua, ogni frase che dice veicola una qualche omertà della complessità o un’esaltazione tramite scorciatoie e capriole linguistiche dei propri convincimenti nazionalisti e al fondo razzisti, con la rimozione dei sentimenti di empatia umana e di compassione che essi presuppongono, e con una polarizzazione sulle metafore militaresche e belliche. E certo queste prove di forza linguistiche fanno presa nel Paese, anche perché dal fascismo non siamo mai veramente usciti, e in molte fasce della popolazione non c’è alcuna abitudine alla dialettica democratica rispettosa degli avversari. Io però vorrei evitare analisi che certo studiosi della lingua e storici farebbero meglio di me. Io sento che il mio compito è quello di scrivere delle storie, che certo danno delle chiavi di lettura per leggere il presente, senza però volerne trarne personalmente delle generalizzazioni, in particolare in pubblico. Ci tengo a rimanere aderente a questa missione, dove mi sento a mio agio.

Anatomia della battaglia, che usciva per la prima volta nel 2005, è un libro autobiografico in senso ampio. La miccia, se non sbaglio, era la volontà di raccontare la morte di tuo padre. Poi entra nella dinamica il figlio, cioè tu stesso, e si fa chiara la dinamica (esistenziale ma anche diegetica) che è insieme oppositiva e consonante tra i due personaggi. E in questo si snoda una ricerca anche epocale, tra ciò che era stato il fascismo, ciò che del fascismo rimane (linguisticamente, nella società, nella riconversione di molti ex neri), ciò che al fascismo si oppose (il quietismo democristiano, il riformismo, la lotta armata).

Quando ho scritto Anatomia avevo già pubblicato un romanzo e una raccolta di racconti con il Saggiatore. È però il mio terzo romanzo, perché a quell’epoca avevo già ultimato anche Sacrificio, anche se non avevo trovato ancora un editore disposto a pubblicarlo.

Fino a quel momento non avevo comunque scritto nulla di autobiografico, e cominciandolo non immaginavo che il personaggio che mi rappresentava avrebbe preso tanto spazio. E invece più andavo avanti meglio capivo che era importante parlare anche di me, per illuminare meglio il protagonista e per meglio radicarlo nei vari periodi storici, per addentrarsi di più nella sua contradditoria complessità, e per creare uno spessore diegetico, come dici tu. Il personaggio per molti versi autobiografico del figlio si è però portato dietro anche la sua generazione e i sogni di questa, e il terrorismo che chiudeva quella parentesi di aspirazioni a cambiamenti radicali. Ne è quindi venuto fuori un romanzo che copriva tutto il secolo, tenuto conto che nella narrazione c’è anche il nonno, combattente irredentista confluito nel fascismo molto importante per la formazione del padre. E certo mi rendevo conto che la vicenda della mia famiglia diventata allora per molti aspetti paradigmatica, e che il fascismo ne era il cuore, proprio per questo procedevo con i piedi di piombo, con un grandissimo lavoro di documentazione, per essere sicuro di non prendere delle cantonate, e poter utilizzare gli studi degli storici. Mentirei però se dicessi che la mia intenzione iniziale fosse così ambiziosa, mi ci sono trovato invischiato mio malgrado.

Rimanendo nell’ambito della scrittura di autofiction, nel romanzo c’è una breve comparsa di una cugina, che dimostra velleità di scrittrice e genera malcontento nella madre del protagonista perché mette in piazza certi affari famigliari. Hai avuto simili evenienze?

Come sanno per esperienza personale molti scrittori è sempre delicatissimo tirare in campo nelle narrazioni le persone che si conoscono e la propria famiglia. Per me è incomprensibile che qualcuno se la prenda, perché i personaggi dei libri non sono le persone in carne ed ossa, come le facce verdi o deformate dei ritratti dei pittori non sono quelle reali dei modelli, e anche quando il registro è realistico lo scarto resta. Io non credo che me la prenderei se mi vedessi rappresentato in verde o in viola: so che la visione che si ha di sé stessi non ha nulla a che fare con quella che hanno gli altri, e questa può dare anzi preziosi spunti di riflessione. E tanto meno c’è da risentirsi quando l’intento è onesto, senza meschine velleità di regolare dei conti, e l’autore è implacabile anche con sé stesso. Molte persone però se la prendono se si ritrovano dipinte diversamente da come vedono sé stesse, e si inalberano. E non dimentichiamo che quella del narratore di questa vicenda è una famiglia dove ogni membro ha un’alta opinione di sé stesso. Di narcisisti, per dirla in termini psicologici. E quindi non c’è da stupirsi, se davvero qualcuno se l’è presa. Per come vedo le cose io, so bene che nella nostra narrativa attuale non è una attitudine molto diffusa, anche se ci sono pur sempre alcune eccezioni, uno scrittore deve però avere il coraggio di scavare anche dove fa male, è il suo ingrato mestiere.

Il libro è anche la storia di una educazione letteraria, che parte dai libri di casa (paterni), che passa per la voracità di lettore, e si conclude nella realizzazione del presagio giovanile di poter diventare uno scrittore. In una scena del romanzo il protagonista narratore dice di aver ricevuto consensi di lettura circa alcuni racconti scritti e di aver finalmente estorto a se stesso il beneplacito di scrivere. Altrove, dialogando con M., ne viene fuori che la scrittura è il modo per esprimere l’indicibile; altrove, la scrittura è la magia che esorcizza la paura, o ancora che la scrittura è desiderio. Mi interessa la questione da questo punto di vista: chi decide che qualcuno è scrittore? È sufficiente darsi il beneplacito oppure è sempre demandato al giudizio altrui?

Io non so se sono uno scrittore. Essere scrittore è un ruolo sociale, nel quale per certi versi mi riconosco, avendo dedicato per tanti decenni alla scrittura e avendo pubblicato diversi libri, ma che nello stesso tempo mi sta stretto. Scrittori sono anche tanti autori ai quali non mi sento vicino, come molti dilettanti ci tengono a essere definiti scrittori. Quel che è certo è che io fino dalla prima adolescenza sentivo che mi sarei dedicato alla scrittura. È stato però un percorso molto lungo e molto tormentato, perché non avevo abbastanza fiducia nelle mie capacità, mi sembrava che le mie doti intellettuali non fossero abbastanza sviluppate. Ritenevo insomma di non essere all’altezza. Poi però mi ci sono messo, non sono più riuscito a farne a meno, e ho capito che quelli che mi sembravano difetti e mancanze, e primi tra tutti una maniera non cerebrale e intuitiva di vedere le cose, erano anzi degli strumenti potenzialmente molto vantaggiosi, che a molti autori mancavano. La scrittura è diventata per me un modo per andare oltre me stesso, il me stesso della vita quotidiana, perché mi dava una marcia in più nella comprensione, e perché mi consentiva di avvicinarmi come dici tu all’indicibile. Quindi se devo scegliere una denominazione potrei prendere buona quella di “persona che si è dedicata alla scrittura”, o di narratore. Poi certo, qualsiasi testo scritto è destinato a essere letto, consciamente o inconsciamente. Ma viviamo in un’epoca che mitizza la celebrità, poco importa il valore delle opere, in genere medie, e dove un artista che non è celebre è tendenzialmente un poveretto, un perdente. Sono modi di vedere profondamente radicati e introiettati nello stesso mondo letterario, a cominciare dagli scrittori stessi, non parliamo poi di giornalisti e addetti culturali. E quindi non è sempre facile posizionarsi, senza più quel sostegno dei critici che erano gli angeli custodi degli autori più esigenti. In ogni caso se un mio testo piace a tante persone molto diverse mi fa piacere, e mi rassicura. Come mi fa molto bene incontrare persone che si sono addentrate con acume e spirito critico nei miei testi, come succede adesso.

In una scena del libro si legge:

Quando qualche anno prima ho pubblicato con una rinomata casa editrice una raccolta di racconti non si era complimentato in alcun modo. Ha letto quello riguardante il pranzo di famiglia con i suoi fratelli, lo stesso per il quale la moglie del Fratello minore s’è tanto offesa. E ha decretato che non diceva niente di falso. Non mi ha detto che è bello, s’è limitato a dirmi con una faccia molto seria che nel racconto che ha come protagonisti i suoi fratelli non ci sono menzogne: per lui l’unica cosa essenziale sembrava essere quella.

Com’è il suo rapporto con la verità, quali i rapporti tra realtà dei fatti e verità narrativa o letteraria?

Oddio, domanda molto difficile, che lascerei volentieri a chi se ne occupa con strumenti e bagagli ben più solidi dei miei. Quello che è certo è che tutti i testi che mi toccano, che siano di giganti della storia letteraria o di autori considerati minori, che invece io amo, hanno quell’effetto su di me perché li sento veri, seppure in maniere e tonalità diversissime. Vale a dire che tutti mi comunicano verità che non ho ritrovato altrove, o non nello stesso modo, con la stessa intensità, e che sono molto profonde. Riescono a forzare la lingua, tornando a quella, a uscire dalla sua inerzia a dire il già detto, a livellare le dissidenze, a ripetersi. Questo mi pare l’unico criterio che permette di rimettere al suo vero posto tanta narrativa mainstream, che è quasi sempre rimasticamento di cose già conosciute, vale a dire interessata o irresponsabile – non si sa cosa sia peggio – menzogna, somministrazione di banalità e piattezze, quando va bene di mezze verità, di abile manipolazione. Il giudizio del padre che nel testo del figlio non trova niente di falso non è un complimento, è anzi una implicita irredimibile condanna, sotto la maschera di una salomonica accettazione. Un testo vale nella misura che trasuda qualcosa – più o meno grande – di profondamente autentico e singolare. Se solo non dice il falso non vale nulla, anche la ricetta di un medico non dice il falso, e l’aderenza a una supposta realtà dei fatti non è di per sé una qualità.

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Autore

atrentin@minima.it

Alberto Trentin è nato a Treviso. Ha pubblicato varie raccolte di poesia. L'ultima si intitola Gli attimi attigui (Digressioni, Udine 2022). Scrive per Minima&moralia e Finnegans. Dirige la scuola di scrittura ri-creativa Alba Pratalia con Paolo Malaguti. il suo blog Epicentri - Conversazioni sulla Letteratura è al seguente indirizzo: www.albertotrentin.it

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