In occasione dell’uscita, il 12 maggio, del doppio Meridiano che Mondadori dedica alle sue opere, David Grossman è stato tra gli ospiti più attesi del Salone Internazionale del Libro di Torino 2026, dove lo abbiamo incontrato. I due volumi (4060 pagine, 140 euro), curati da Wlodek Goldkorn e Gabriel Zoran, raccolgono romanzi, reportage letterari, racconti per bambini e ragazzi, interventi civili e politici.
(fotografia di Claudio Sforza)
David Grossman nasce a Gerusalemme nel 1954. Romanziere, saggista, giornalista, autore per ragazzi, oggi è considerato una delle voci più importanti della letteratura contemporanea. Nei suoi libri ha raccontato la guerra, il conflitto israelo-palestinese, la Shoah, l’infanzia, il lutto, la memoria, il linguaggio.
Dopo gli studi in filosofia e teatro all’Università Ebraica di Gerusalemme, lavora alla radio israeliana. Negli anni Ottanta si impone con Il sorriso dell’agnello e soprattutto con Vedi alla voce: amore, romanzo sulla Shoah e sulla trasmissione del trauma. Da allora pubblica, tra gli altri, Che tu sia per me il coltello, Qualcuno con cui correre, A un cerbiatto somiglia il mio amore, Caduto fuori dal tempo, Applausi a scena vuota — vincitore del Man Booker International Prize — e La vita gioca con me.
La sua opera è inseparabile dal suo impegno pubblico. Da decenni Grossman sostiene la necessità di una convivenza tra israeliani e palestinesi e denuncia il rischio che paura, guerra e occupazione producano una disumanizzazione reciproca. Nel 2006, durante la guerra in Libano, suo figlio Uri, carrista dell’esercito israeliano, muore in combattimento pochi giorni dopo un appello per il cessate il fuoco firmato insieme a Amos Oz e Abraham Yehoshua. Da quel momento il lutto entra nella sua opera, vastissima, con una forza ancora più radicale.
David Grossman, che effetto le fa vedere più di quarant’anni di scrittura raccolti nei Meridiani Mondadori?
Sono due volumi bellissimi e raccolgono racconti di diversi periodi della mia scrittura. L’unica cosa che mi dà un po’ di dolore è che i miei genitori non siano vissuti abbastanza a lungo da poterli vedere, toccare. So che ne sarebbero stati molto felici.
Qual è la cosa più importante che c’è in questi due volumi?
Spero che dentro questi Meridiani ci siano molte cose capaci di parlare al lettore italiano. Penso che il filo più importante, presente in tutte le storie — siano esse racconti per bambini o scritti di natura più politica — sia la storia di vita di un uomo che crede nelle parole, nella capacità dell’umanità di cambiare, e che è disposto a ascoltare. Un uomo che non resta congelato nelle proprie opinioni, ma affronta quell’atto, spesso spaventoso, che è esporsi all’altro.
Lei ha iniziato a scrivere molto giovane, in un Israele molto diverso da quello di oggi. Quanto la realtà del Paese in cui è cresciuto ha formato il suo immaginario letterario?
Sicuramente sono stato cambiato dalle circostanze esterne, ma anche Israele — e il mondo intero — sono cambiati. Oggi siamo diversi. Forse il cambiamento più evidente è che siamo diventati tutti molto più cinici e non crediamo più nella possibilità di raggiungere la pace nella mia regione. Questo ci porta a assumere comportamenti belligeranti, violenti, razzisti. Tutte cose che ci impediscono di costruire quella relazione di pace e di dialogo con i nostri vicini di cui avremmo invece estremo bisogno.
In Vedi alla voce: amore la Shoah entra nella letteratura in una forma narrativa radicale, lontana dal realismo tradizionale e attraversata da immaginazione, allegoria e frammentazione. Sentiva che un trauma come quello non potesse più essere raccontato con gli strumenti classici del romanzo?
È proprio così. In questo libro ho presentato quattro diversi modi di fallire nel tentativo di capire la Shoah. In realtà ne avevo immaginato anche un altro, un ulteriore modo di non riuscire a comprendere questo terribile avvenimento, ma mi è sembrato che quattro fallimenti fossero sufficienti. Ho pensato di non esagerare, di non lasciarmi sommergere dalla tragedia della Shoah, e di parlare piuttosto di come essa abbia cambiato profondamente la mia vita, quella della generazione dei miei genitori e quella della generazione dei loro genitori.
Qual era l’altro modo di fallire?
Grossman sorride. L’ho raccontato soltanto a mia moglie e ai miei figli. Chissà, magari un giorno riuscirò a raccontarlo in pubblico.
Nei suoi libri l’infanzia ritorna continuamente. I bambini sembrano vedere cose che gli adulti non riescono più a vedere. Che cosa continua a interessarla dello sguardo dell’infanzia?
I bambini hanno uno sguardo fresco, non sono ancora bloccati in formulazioni ormai statiche e radicate, non sono intrappolati dagli stereotipi, non sono cinici. Essere diventati così cinici è il grande problema della nostra epoca. E per cinismo intendo quei meccanismi che abbiamo creato per proteggerci, per non esporci a atrocità insopportabili. Ma se cediamo al cinismo, significa che abbiamo perso la guerra, che abbiamo perso la possibilità di conservare quello sguardo fresco e naturale capace di farci comprendere atrocità come la Shoah.

In libri come Che tu sia per me il coltelloo A un cerbiatto somiglia il mio amore si ha la sensazione che la scrittura cerchi continuamente di avvicinarsi a qualcosa che sfugge. La letteratura nasce soprattutto da ciò che non riusciamo a dire nella vita reale?
Mi piace molto questa domanda, la trovo molto profonda. Credo che nei buoni libri ci sia sempre il tentativo, lo sforzo, di toccare ciò che è intoccabile, di raggiungere ciò che è irraggiungibile. Però deve esserci anche la sensazione di arrivare molto vicini senza riuscirci davvero. Penso che, di fronte a eventi orribili come la Shoah, tutti diventiamo un po’ bambini: davanti a ciò che è stato fatto non riusciamo a comprendere. Non riusciamo davvero a comprendere ciò che è stato fatto a noi ebrei. Per questo dovremmo porci due domande: come reagiremmo se fossimo noi gli assassini? E come ci comporteremmo se fossimo noi le vittime? Dovremmo farlo senza proteggerci dalle conclusioni a cui potremmo arrivare, magari nella solitudine della nostra stanza. Credo che questo sia un dovere morale di tutti, non soltanto degli ebrei, degli israeliani o delle persone che hanno vissuto quell’epoca.
Lei ha raccontato spesso il conflitto israelo-palestinese. Dopo il 7 ottobre ha condannato l’attacco di Hamas e, allo stesso tempo, ha criticato con parole sempre più dure la risposta israeliana a Gaza. Com’è possibile raccontare questa complessità senza essere immediatamente trascinati nella polarizzazione?
Questa è la tragedia della nostra situazione, perché non possiamo ridurne la complessità e le contraddizioni. Abbiamo anche la sensazione di essere destinati a vivere in una realtà fatta di odio e di violenza. Eppure, se vogliamo un futuro, dobbiamo agire in modo molto diverso da come abbiamo reagito dopo il 7 ottobre. È l’unico modo per poter avere una vita in Medio Oriente. Noi ebrei israeliani viviamo in un luogo dove non siamo amati. Viviamo in un mondo che forse si sentirebbe meglio se noi non ci fossimo, ma dobbiamo convincere il mondo che l’esito migliore è consentire la vita, una vita basata sul dialogo e non su comportamenti polarizzati da una sola parte. È tutto molto complesso e, per i cittadini che vivono in questa regione del mondo, servono una grandissima flessibilità e la capacità di trovare fiducia nel nemico, per arrivare un giorno a non percepirlo più come tale. Credo che si debba arrivare a una situazione in cui ebrei e arabi possano raccontare la propria storia in modo diverso, una storia in cui entrambe le parti ricordino ciò che hanno subito, ciò che è stato fatto loro, ma senza restare vittime della storia ufficiale che viene raccontata e narrata.
Lei ha spesso parlato dell’empatia come di una forma di resistenza alla disumanizzazione. Oggi sente che questa capacità di immaginare l’altro stia diventando più difficile?
È molto più difficile per tutto quello che abbiamo vissuto, non soltanto dopo il 7 ottobre, ma nei diversi periodi della nostra vita come persone e come società. È per questo che dobbiamo trovare un modo per riuscire a conversare nonostante l’antagonismo che proviamo reciprocamente: i palestinesi nei confronti degli ebrei e gli ebrei nei confronti dei palestinesi. È un compito psicologico molto difficile e probabilmente non tutti riusciranno a abbattere i meccanismi di difesa che abbiamo messo in atto. Però è l’unica scelta che abbiamo, l’unica possibilità per riuscire a avere una vita normale, per avere un futuro, per avere dei figli. Dobbiamo adottare questo approccio, che non è soltanto dialogo, ma richiede anche di capire che cosa significhi essere l’altro, che cosa significhi vivere in una società occupata. Perché questo cambia tutto, a partire da ciò che insegniamo ai nostri figli, fino alla propria intimità interrotta e spezzata nel cuore della notte dall’occupante.
Quando lei ha iniziato a scrivere la letteratura aveva una presenza pubblica diversa. Oggi, in un mondo saturo di immagini, opinioni e reazioni immediate, che cosa può ancora fare un buon romanzo che altri linguaggi non riescono a fare?
Credo che la letteratura debba offrire opinioni diverse, punti di vista diversi. E il coraggio di metterci nei panni dei nostri nemici. La letteratura consente di essere flessibili, coraggiosi. È consapevole della necessità della diversità, del fatto che non possa esistere un unico punto di vista e che non si debba cedere alle nostre paure, né collaborare con esse. Questo è molto importante soprattutto oggi, in un tempo in cui il futuro appare fragile e il presente molto debole. Abbiamo bisogno della letteratura per riconoscere ciò che rischiamo di perdere se cediamo agli stereotipi e al razzismo. Naturalmente uno scrittore non è consapevole di questa missione mentre scrive. In quel momento la sua unica responsabilità è scrivere un buon libro. Però credo che nell’arte ci sia anche questo ruolo importante, continuare a ricreare mondi diversi e nuovi, costantemente, altrimenti rischiamo di pagare un prezzo molto caro. E questo è il problema del giornalismo di oggi, che invece ha ceduto a un’unica voce, a un’uniformità di opinione, alla tentazione di soggiogare le menti, di collaborare con la paura. E questo ci impedisce di essere liberi e indipendenti come esseri umani.
Come si può oggi avere un giornalismo libero?
Ecco, quello che ho detto della letteratura — e cioè che l’unica responsabilità dello scrittore è scrivere un buon libro — non vale necessariamente per i giornalisti. Per loro è un po’ diverso, perché credo che abbiano invece un ruolo educativo, un impegno, una responsabilità nei confronti della realtà. I giornalisti devono raccontare la situazione nel modo più accurato possibile e con quante più sfumature possibile. Ho grandi aspettative nei loro confronti, mi aspetto molto dai giornalisti, soprattutto oggi che il giornalismo è diventato una professione molto diversa da quella che era in passato. Ritengo fondamentale, importantissimo, che i giornalisti riescano a essere liberi, flessibili, privi della paura di esprimere il proprio pensiero per timore del prezzo che rischiano di pagare. Ma effettivamente fare il giornalista, oggi, è diventato un mestiere molto delicato, molto sensibile.
Scrittori e giornalisti lavorano con le parole ogni giorno. Quali sono oggi, secondo lei, le parole più pericolose?
Le parole possono essere tutte pericolose. Dipende da che cosa se ne fa: se si cede al loro potere, se si è in grado di neutralizzarle, se si cerca di combatterne l’uso manipolatorio anche attraverso l’istruzione. Non parlo soltanto di Israele. Ormai tutto il mondo è esposto alle catastrofi. E in tempi così fragili molte parole vengono manipolate.
E le parole che dovremmo provare a salvare?
Le parole da salvare, soprattutto per noi israeliani e palestinesi, sono le parole che oggi più nessuno osa dire, cioè “pace”, “dialogo”, “fiducia”, “speranza”. Nell’epoca di Trump c’è una parola che non viene usata o viene usata male. È la parola “dialogo”. E anche “credibilità”.
Cosa significa, realmente, essere un uomo libero?
Significa essere indipendenti, non cedere alle paure che ci circondano e usare il nostro vocabolario, le nostre parole, non quelle che ci vengono imposte dagli altri.
Oggi si scrivono ancora grandi romanzi? O la crisi del romanzo ha una parte nella crisi dell’editoria?
Sempre meno. È vero che dietro le quinte della nostra professione ci sono molte esitazioni, molte discussioni, e la sensazione che non possano più essere scritte grandi storie. Devo dire però che non sono del tutto d’accordo. Forse non nell’immediato, non subito, ma credo che in futuro vedremo tornare scrittori capaci di creare romanzi di grande densità e ampiezza, scrittori che ritroveranno il piacere di raccontare molti personaggi, di descriverli uno a uno, facendo scaturire dalla propria penna mondi diversi e godendosi la creazione di queste realtà multiple. Certo, lo si può fare anche con il racconto breve, ma nulla regge il confronto con la stratificazione e la complessità di un romanzo.
Dopo una vita passata a scrivere per capire se stesso e gli altri che cosa le resta ancora da capire?
Secondo me è un po’ come nello sport, o nella corsa. A un certo punto si pensa che un essere umano abbia raggiunto un record imbattibile, che non si possa correre più veloce di così. E invece arriva qualcuno che dimostra di avere la capacità di correre ancora più veloce. È una questione di allenamento, ma anche di atteggiamento psicologico. Credo che nella scrittura accada qualcosa di simile e che si possa andare sempre più in profondità, sempre più in profondità. Non so se si arriverà mai a un limite. Quello che resta, però, è la sete, il desiderio di raggiungere la profondità dell’essere umano.
Grossman si sofferma un attimo e poi riprende a parlare.
Aggiungo solo un’ultima cosa: quando i giovani scrittori mi chiedono consigli — cosa che trovo peraltro abbastanza strana — dico loro di insistere sulle sfumature, perché è proprio insistendo sulle sfumature che si ha la possibilità di entrare nel grande mistero che è l’essere umano.
Stefano Magi, classe 1996, vive e lavora a Radicofani, in Val d’Orcia. Scrive per Il Fatto Quotidiano, Minima et Moralia e Vanity Fair Italia.
