di Andrea Cardoni
“La parte inventata che non è, mai, la parte disonesta anzi è la parte che trasforma davvero qualcosa che è semplicemente accaduto in qualcosa così come doveva accadere”.
Quando, recentemente, Gianni Montieri mi ha ricordato questa frase di Rodrigo Fresán, mi è tornata in mente un’intervista sui funerali di Berlinguer a Roma. Stavo per finire di scrivere quello che sarebbe diventato “Tutto quello che non doveva succedere” e chiedevo, a ex militanti PCI, il loro ricordo del 13 giugno 1984.
Oltre quarant’anni dopo, c’è chi ricorda nitidamente la camera ardente, chi ancora racconta la sezione dell’Alberone che distribuiva i quartini di latte e gli yogurt al corteo che dalla Tuscolana andava a San Giovanni, chi ricorda il mare di bandiere rosse per tutta Roma. Ma la frase di Fresán è quella che ha acceso una luce sul ricordo di un militante che mi ha raccontato che quel giorno a Roma pioveva. E ne era sicuro: al funerale di Berlinguer pioveva.
Quel giorno a Roma c’è caldo e sole. In cielo c’è solo l’elicottero della Rai che riprende i funerali. Piazza San Giovanni è piena. Il palco è allestito ai piedi della madre di tutte le chiese di Roma e del mondo (anche se per il popolo vale il proverbio “Chiesa Granne, divozione poca”). Sopra, in alto, le quindici statue monumentali che rappresentano Cristo, i Santi Giovanni Battista, l’evangelista e i dottori della Chiesa. Sotto c’è una foto altrettanto monumentale in bianco e nero di Berlinguer. “Secoli e secoli, e solo nel presente accadono i fatti”, scriveva Borges.
C’è gente nella piazza e nelle strade che portano alla piazza. A Botteghe Oscure c’è la fila dal giorno prima. Il servizio d’ordine del PCI è composto da diecimila militanti, milleduecento vigili urbani (molti dei quali da volontari fuori servizio, fanno notare con orgoglio le cronache dell’Unità), cinquemila tra carabinieri e poliziotti, sei ambulanze, un centro mobile di rianimazione, sei autobotti Acea.
La bara passa attraverso la folla. E dalla folla escono pugni chiusi e fiori rossi. Sulla bara è posato un casco giallo dei minatori del Sulcis. Rivedere la folla che accalcata al cospetto dei marmi di San Giovanni, fa venire in mente quel verso di Chandra Livia Candiani quando dice che “La pietra è la giuntura tra furore e stasi”.
Quel giorno l’Unità ha solo una parola nel titolo “Addio” scritta in rosso e costa 500 lire. Quel giornale oggi è in vendita a più di 150 euro su ebay. In piazza ce l’hanno tutti. In pochi lo hanno conservato. Quasi tutti lo usano per ripararsi dal sole: chi ne fa un cappellino “alla muratora”, chi semplicemente tenendolo piegato sopra la testa.
Il ricordo di quel giorno è ancora nitido e fa emozionare chi lo racconta. A ogni presentazione di quel libro, c’è sempre un’aggiunta di qualcuno che racconta quei funerali con nuovi particolari. C’è stata Paola, ad esempio, che mi ha descritto il suo ricordo come se fosse in presa diretta: “ho voglia di piangere e non mi vergogno a farlo in mezzo a tutta questa gente, colpa di questo giornale che vorrei buttare via, invece tengo stretto e con questo caldo le mani sudate sono diventate grigie per l’inchiostro, “che poi se mi tocco mi sporco anche la faccia” penso, “me le voglio lavare, la fontana c’è una fontana in questa piazza sono sicura”, ma tanto non riesco a muovermi, e mi prende la rabbia e lo sconforto, allora guardo di nuovo la prima pagina perché non ci credo mica ancora io, invece è proprio così, ciao Enrico”.
In qualche modo ricorre l’elemento acquatico del racconto di quel militante che ricorda che quel giorno pioveva. Ricorre anche nel racconto che mi ha fatto Barbara e del suo ghiacciolo che le si era sciolto in mano per il caldo.
Quando ne parlo con chi c’era, mi dicono che forse qualcuno lo confonde con i funerali di Togliatti. Però anche li non pioveva. Forse con i funerali di Petroselli. Forse è stato il sudore che nel ricordo è diventata pioggia.
O forse per via delle lacrime di chi era in piazza perché tutti mi dicono che tutti piangevano. O forse per le lacrime pronunciate da Gian Carlo Pajetta che, dal palco, al culmine del suo discorso dice “I comunisti non hanno gli occhi solo per piangere! Se asciughiamo una lacrima è anche per guardare meglio e rifiutare le meschinità e le miserabilità di certa politica”.
Ecco perché quel giorno ha piovuto. Ecco la trasformazione di qualcosa, un giorno di pioggia, che è accaduto nel ricordo di chi ha vissuto quel 13 giugno in piazza. E questo può accadere forse solo, o soprattutto, quando si interrogano le fonti orali proprio perché (con loro il dialetto, gli inciampi e le divagazioni) ci informano non solo sui fatti, ma su quello che certi eventi hanno voluto dire per chi li ha vissuti e li racconta.
Nessuno e nessuna ricorda che quel giorno muoiono un uomo di 40 anni e una donna anziana. Che sessanta persone finiscono al pronto soccorso e una decina vengono ricoverate all’ospedale. Tutti e tutte ricordano questa cosa dell’acqua, del bagnato dagli occhi, dell’umido misto a piombo tra le mani. E tutti e tutte lo raccontano, insieme ai singhiozzi e alla commozione, come qualcosa che ha a che fare con la propria leggenda privata. Perché, ancora, dopo più di quarant’anni, a parlare di certe cose, come del funerale di Berlinguer, c’è ancora quell’urgenza in cui “il patema testimoniale, appiccato il fuoco alle anime, deflagrava ad epos”,come scrive Gadda nel Pasticciaccio.
E la parte inventata non è la parte falsa di quel ricordo. Ecco perché il 13 giugno 1984 a Roma pioveva.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente
