(fotografie di Leonardo Parigi)
di Elisa Russo
A Nuuk non ci sono fast food, non c’è una pizzeria “da Mario”, non c’è nulla della globalizzazione commerciale che ormai trovi ovunque.
Eppure per strada ci sono rifiuti dappertutto, ossa e scarti di animali abbandonati. Nessuna raccolta differenziata: i volumi sono troppo piccoli perché il riciclo sia economicamente sostenibile.
Il centro storico sono cinque o sei edifici di legno e pietra, lo visiti in due ore. Poi giri l’angolo e trovi i casermoni che accolgono la forza-lavoro dell’immigrazione. Dietro ancora: vetro, acciaio, cantieri ovunque.
Tre epoche architettoniche una dietro l’altra.
È questa la Nuuk che hanno trovato Leonardo Parigi e Luca Sebastiani durante il viaggio che ha dato origine a Groenlandia Nuuk. Chi vuole rompere il ghiaccio. Viaggio ai confini del Grande Nord (Paesi Edizioni).
Leonardo Parigi è il fondatore e direttore di Osservatorio Artico, una piattaforma nata nel 2018 con l’obiettivo di portare l’Artico dentro il dibattito pubblico italiano. Per molto tempo, infatti, Artico e Polo Nord sono stati percepiti come luoghi lontani, quasi esclusivamente come questioni ambientali. “Negli ultimi tre anni Osservatorio Artico è cresciuto molto” racconta Leonardo Parigi ”L’idea del libro è nata perché le richieste di approfondimenti si sono moltiplicate, soprattutto da quando Trump ha riportato la Groenlandia al centro del dibattito.” La proposta arriva a marzo dello scorso anno: “mi chiama Luca Sebastiani, collega del Domani, e mi propone di scrivere un libro sulla Groenlandia. Non un instant book, qualcosa di più approfondito. Abbiamo costruito un metodo: interviste, modelli di analisi, una quantità enorme di riferimenti. E poi siamo andati fisicamente lì. Nuuk, la capitale della Groenlandia, è un’immensa distesa di gru e cantieri. Non c’è niente dell’idillio che immagini. Quando atterri vedi una distesa di ghiaccio infinita che toglie il fiato, ma poi scendi, e trovi una cittadina per certi versi anonima. Hai questa cornice di montagne intorno alla città, eppure ti rendi conto quasi subito che la Groenlandia è più complessa di qualsiasi immagine tu ti sia fatto”
Restituire questa complessità è stato l’obiettivo del libro. “Abbiamo raccolto dati e interviste: alla sindaca di Nuuk, a rappresentanti diplomatici europei, ma anche a persone comuni: gente incontrata nei bar, famiglie che ci hanno ospitato a casa. Quelle conversazioni restituiscono qualcosa che i dati non comunicano.” Il rischio, spiega Leonardo Parigi, è sempre quello di proiettare sull’Artico categorie che non gli appartengono: “Qui parlo più da essere umano che da giornalista: mi sembra che stiamo riproponendo la vecchia storia del colonialismo, oppure il suo rovescio entusiasta, quel ‘che figata, si apre un nuovo mondo’ invece di ragionare insieme su come gestire una delle ultime grandi risorse che abbiamo, ognuno corre lì per conto suo a piazzare i propri campioni industriali.”

Nuuk è uno dei luoghi dove questo cambiamento è più visibile. Nel 2017 lo studio Nordic Office of Architecture ha vinto il concorso internazionale per ridisegnare una vasta area della città. Il piano si chiama Siorarsiorfik e prevede nuovi quartieri residenziali affacciati sull’oceano, scuole, spazi commerciali e servizi pubblici. L’obiettivo dichiarato è fare di Nuuk la capitale artica del mondo. Non una città artica, la capitale artica del mondo. Il processo è già iniziato, spiega Leonardo Parigi “In Groenlandia è impressionante quello che sta succedendo sul piano delle infrastrutture. L’aeroporto internazionale di Nuuk è stato inaugurato a dicembre 2024 e per la prima volta collega direttamente Copenaghen in cinque ore. Nei prossimi due anni ne saranno inaugurati altri due nella parte sud del Paese.” L’obiettivo è chiaro: aprire il territorio. “È un investimento massiccio su un turismo che probabilmente non sarà sostenibile. Da maggio 2026 sono previsti cinque voli settimanali diretti da New York. Pensa a cosa significa: un posto dove oggi non esiste ancora un fast food travolto da centinaia di persone che arrivano solo per il gusto di esserci.” La città è ancora all’inizio di questo processo. “L’estate scorsa, cercando su Airbnb, in tutta Nuuk abbiamo trovato appena dieci annunci. La metà non aveva ancora recensioni perché aveva appena aperto. La Groenlandia sta cercando di attirare danesi e giovani da altre città per rafforzare la capitale e il suo posizionamento.” Il trend non riguarda solo Nuuk: “È una dinamica in corso in tutto l’Artico occidentale: si costruiscono porti, infrastrutture, si spinge sul turismo.”
Nel 1909 l’esploratore danese Ejnar Mikkelsen parte per la Groenlandia nord-orientale con una missione precisa: dimostrare che l’isola è un tutt’uno e non esiste il cosiddetto canale di Peary, che avrebbe permesso agli Stati Uniti di rivendicarne una porzione. Sopravvive 865 giorni nel ghiaccio, in compagnia di un meccanico. Più di un secolo dopo la domanda resta la stessa: di chi è questo territorio, cosa custodisce? “Le terre rare ci sono, e sono tante”, racconta Parigi citando una conversazione con un professore dell’università di Nuuk. “Ma estrarle è un’altra storia. La normativa è stringente: il governo precedente è caduto anche per l’opposizione popolare alle licenze minerarie, quello attuale al momento non ha segnato punti di forte discontinuità, nonostante ci siano importanti progetti operativi statunitensi, specie nel Sud.” C’è poi un problema demografico evidente. “Stiamo parlando di cinquantasettemila abitanti su un territorio grande come l’Europa. Non esiste la manodopera specializzata. Bisognerebbe importare migliaia di lavoratori, infrastrutture, macchinari. E poi restano le condizioni climatiche e i problemi logistici.” A questo si aggiunge un dato spesso dimenticato: l’Europa non possiede una vera filiera industriale per lavorare le terre rare. Oltre il novanta per cento della capacità di raffinazione è oggi concentrata in Cina.
E c’è un’ulteriore incertezza.
Nonostante satelliti e tecnologie avanzate, solo poco più del venti per cento del fondale marino artico è stato mappato con precisione e anche molte stime sulle risorse energetiche dell’Artico si basano su proiezioni.
Non conosciamo ancora nemmeno con esattezza la forma geologica della Groenlandia: il peso del ghiaccio accumulato nei millenni potrebbe aver deformato la crosta terrestre sottostante. Alcune ipotesi suggeriscono che non sia neppure un’isola in senso stretto, ma un arcipelago.
In pratica: stiamo discutendo di chi debba controllare un territorio di cui non conosciamo nemmeno la forma.
La Groenlandia è sempre stata una terra di proiezioni. Il nome stesso è un racconto. Quando Erik il Rosso approda qui nel X secolo, costretto all’esilio, la battezza Greenland, “terra verde”. Secondo la leggenda lo fa per attirare coloni con un nome più invitante di quanto il paesaggio suggerisca: una delle prime operazioni di marketing territoriale della storia. I vichinghi resistono per qualche secolo, poi scompaiono nel Quattrocento. Per lungo tempo il territorio rimane ai margini delle grandi rotte geopolitiche e la colonizzazione danese inizia nel Settecento. “Stiamo parlando di una popolazione che per sopravvivenza ha sempre vissuto in comunità piccolissime, sparse, distanti l’una dall’altra per non disturbare le foche, per non spaventare i banchi di pesce. Una cultura animista: tra i Sami, ad esempio, lo sciamano è ancora oggi una figura centrale e quando cacciano la balena, un animale che può sfamare un villaggio per un anno intero, la tradizione vuole che durante il trasporto notturno verso il villaggio tutti tacciano e preghino per l’anima dell’animale. Gli inuit non concepiscono l’idea di possedere la terra.”

Nonostante questo, la colonizzazione modifica profondamente il tessuto sociale: “In duecento anni i danesi hanno imposto il cristianesimo e trasformato la struttura culturale delle comunità locali. Ma la cosa più devastante arriva nel Novecento: decine di bambini inuit vengono portati in Danimarca per essere cresciuti ‘all’occidentale’. Un paternalismo che nella realtà è stato una distruzione sistematica dell’identità. Mentre migliaia di donne Inuit vennero sterilizzate a loro insaputa“ Le conseguenze sono visibili ancora oggi: i tassi di suicidio nelle comunità inuit restano tra i più alti del mondo. Negli ultimi decenni però qualcosa è cambiato. “C’è stata una vera renaissance culturale”, osserva Leonardo Parigi. “Lo vedi nei ragazzi, nei tatuaggi tradizionali inuit che stanno tornando. Stanno riscoprendo chi sono.”
Mentre questa identità si ricostruisce, cresce la pressione geopolitica: “Trump è riuscito a fare quello ciò in cui decenni di politica non erano riusciti: unire la Groenlandia alla Danimarca. Quando siamo andati a Nuuk ci aspettavamo molta ostilità verso i danesi. In realtà quasi tutti ragionavano in modo pragmatico: se ci sono più voli diretti per Copenaghen, posso portare i bambini dai nonni in meno tempo.”
La connessione con l’Europa è molto più forte di quanto il dibattito internazionale suggerisca e intanto la città continua a trasformarsi.
Il mercato ittico di Nuuk è minuscolo e all’ingresso un cartello avverte: “niente foto”. Al mattino arrivano balena, foca, pesce fresco. Capisci subito il senso del divieto: per chi vive qui è normalità quotidiana mangiare questi animali, per un visitatore europeo può essere un’immagine difficile.
Tutto intorno avanzano cantieri, aeroporti, nuove rotte.
Il risultato è una modernizzazione turbocapitalista, quasi brutale, che difficilmente lascerà intatta la cultura locale. Nelle comunità più piccole, lontane dai grandi progetti infrastrutturali, forse qualcosa sopravviverà.
La domanda che Leonardo Parigi e Luca Sebastiani lasciano aperta non riguarda soltanto la Groenlandia.
Riguarda il modo in cui il mondo contemporaneo entra nei territori che considera ancora disponibili: come risorsa, come rotta, come promessa.
Non sappiamo ancora con precisione cosa si nasconda sotto il ghiaccio, sappiamo però abbastanza bene cosa rischia di arrivare da fuori.
E la vera domanda non è soltanto chi controllerà la Groenlandia.
È se esista ancora il tempo per immaginare un futuro che non venga deciso altrove.
Studia architettura, lavora tra comunicazione e scrittura. Scrive di libri, mostre e cultura visiva e, per colpa di Philip Roth, continua a preferire la lettura a ogni altra cosa.
