di Fosca Navarra
Sono ancora nel mondo quando scrivo: “Volevo
essere la parte di Dio
che non si sporca le mani.”
Poi mi metto a gridare.
La chiave gira.
Il cielo rimane fuori.
*
Sulla pelle
sono incise le grate prima di un mattino
che non posso toccare.
…l’illusione remota di appartenere al suono
di queste campane, solo l’illusione
*
la città è svanita
è crollata sotto il mio peso sotto lo strato
di cemento armato del tempo
*
Per sette anni la porta è rimasta socchiusa.
Sono tornata come l’onda lascia la sabbia
per il buio del mare.
*
La città mi scaccia:
sono un lungo estenuante aborto.
*
un palazzo di sette piani
lo vedo crollare quando porto alla bocca
il mio cognome segnato sul bicchiere
(ancora, di nuovo)
dorsi di libri, contenitori di pillole…
firmare con la mano che trema,
un giorno con orgoglio
e un altro per disperazione
*
È una legge del contrappasso. Qui siamo
piante senza luce.
Mi dicono di guarire
mi dicono di stare bene di prendere farmaci
al posto della luce
al posto della gioia
al posto della quiete
farmaci al posto di tutto
*
Una panchina mi fissa.
Non posso raggiungere niente.
I miei confini
ridotti all’osso (ho la claustrofobia di me stessa):
io con io,
io nell’angolo della mia mente.
Da qualche parte, versi di uccelli
invidiabili versi di uccelli
*
Prendere in prestito la mia penna, chiedere: “Posso?”
*
Analisi del tempo: un giorno è composto da
ventiquattro ore e ogni ora
è un giorno.
*
Analisi degli oggetti: hanno tutti una nuova
importanza. Sono appigli prima d’ora
mai concepiti.
*
Niente è più scontato.
Sono in un quasi confessionale e io ho quasi
peccato.
Questa però non è una quasi penitenza;
questa è una penitenza.
*
…una panchina al sole:
niente di più proibito
*
Rivalutare senza risolvere: non si può perdonare
la realtà, si può soltanto pensare che sia appena
migliore di questa.
*
(alle parole l’ardua salvezza)
*
Sono sulla terrazza; ed è un proiettile di pace
la bellezza appena sfiorata
di questo mondo di fuori.
*
rinnegare la vita
non conoscendo altro e amarla da qui
come non mai
*
è un azzurro che mi sfonda la fronte
*
sono un figliol prodigo
piango di irriconoscenza
*
Si ritorna dentro, in questo luogo
— una bianchissima violenza
*
Sto cercando una poesia
di privazione.
*
Per non annegare devo
ingurgitare mari di inferno, appigliarmi
alle rade eco di fuori.
*
sulla sponda di prima sono rimasta a pezzi
(ci vorrebbe un nome nuovo per ogni
frattura)
*
ho deposto il mio volto
ho messo in tasca gli occhi eppure continuano
assurdamente a funzionare
come strumenti di tortura
*
mi si atrofizza l’anima tra queste mura
*
a poco a poco
dimentico dio
perché è qui che lui non si sporca le mani
è proprio qui
che cade la sua ombra
*
La chiave gira.
La casa è rimasta ferma.
A letto piango senza fare rumore.
Sono tornata al mondo, ma adesso
ho le grate sulla pelle
e il cielo è più lontano.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente
