Foto di Jr Korpa su Unsplash

Un poeta salta sulla balaustra di un terrazzo, non cade giù per un pelo.

Questa è la prima scena del godibilissimo e commovente romanzo di Nicola Bultrini che, per Fazi, scrive Vita e morte di un poeta. Beppe Salvia, un poeta nato nel cuore dell’Appennino lucano e vissuto a Roma. Quel giorno erano tutti a casa di Antonio Capaccio, a Monte Mario, un gruppo di scrittori e artisti visivi. Ci sono Mariano Rossano e Rocco Salvia, che sono pittori, e Marco Lodoli, scrittore.

Un apparente, improvviso salto nel vuoto, quello di Salvia: tutti pensano che Beppe si volesse buttare giù. Ma no, è solo uno scherzo, una goliardata, un guizzo, anch’esso estroso, una provocazione del poeta che, sfidando sé stesso e la sorte, rimane in equilibrio. Non cade, non muore Beppe Salvia, quel giorno. E non era nemmeno la prima, né l’unica volta, che giocasse così tanto con la sorte.

Attraverso 31 interviste, a partire dal 2015 che è stato il trentennale dalla morte di Salvia, Nicola Bultrini ricostruisce la vita di questo poeta “silenzioso, definitivo, assoluto”, con la meticolosità affettuosa e rispettosa di chi gli è stato, in qualche modo, sempre accanto, anche se in realtà non l’ha mai conosciuto.

La poesia, d’altronde, è un lascito inesorabile, perfino feroce, che attende il suo testimone con la pazienza accanita di un predatore pronto ad attaccare.

Un bambino vivace, dall’infanzia almeno apparentemente tranquilla, Beppe. Nicola Bultrini racconta quel periodo, a partire dagli anni Cinquanta: proprio quello del boom economico e della sensazione diffusa di spaesamento tra la gente. Lo racconta con una minuzia ariosa, senza le spigolosità granitiche delle biografie, con quel vago sapore di nostalgia di chi un determinato periodo non lo ha vissuto di persona, ma è come se lo ricordasse.

G.B. Salvia, già a tredici anni era un lettore accanito, esclusivo, solitario. Forse era un poeta da sempre?

Nicola Bultrini: Certamente era un bambino dotato di grande curiosità e attenzione verso tutte le cose. La natura, prima di tutto, ma poi anche la musica e la letteratura. Ecco, la capacità di osservare il mondo, ascoltarlo, prima di intervenire, sono sicuramente caratteristiche dell’artista. Beppe Salvia ha vissuto i primi anni in un contesto congeniale per questo atteggiamento verso il mondo. La provincia gli lasciava non solo libertà di movimento, ma anche quella spensieratezza che nella grande città è già più compromessa. Tuttavia, la metropoli esercita l’attrattiva delle mille occasioni. E per una persona curiosa e desiderosa di “fare”, è un magnete cui non è possibile resistere.

G.B.: Beppe, la madre e il fratello Rocco, infatti, si trasferirono a Roma, negli anni Settanta, una fuga verso una vita che avrebbe potuto essere diversa.

N.B.: Molte furono le esperienze a cui Salvia si affiancò per un poco, una volta insediatosi nella Capitale, prima di annoiarsi e di abbandonarle, come quelle universitarie e quella politica. Erano gli anni di piombo, l’Italia era attraversata da attentati, lotte armate, assassinii politici e droga.

La libertà dei giovani, però, non è condizionata solo alla trasgressione, agli atti di rottura, ai gesti estremi: anche nella pacificazione si può fare arte e si può fare arte in modo indipendente.

G.B.: Ci parli dei manifesti visivo-poetici di quegli stessi anni, di Claudio Damiani, Pino Salvatori e Felice Levini, del Laboratorio Pagliarani e di come uno stesso periodo possa dare frutti umani e artistici così diversi?

N.B.: In quegli anni era fortissima la spinta a “rompere gli schemi”, a livello politico, sociale e anche artistico. La tentazione era quindi, da un lato di “contaminare” le varie arti tra loro, dall’altro di realizzare opere che avessero una immediata fruibilità/visibilità. Loro, per esempio, facevano delle installazioni nei giardini pubblici di Piazza Sempione, senza nessun programma. Cioè, non allestivano una mostra o una rappresentazione. Ma realizzavano dei lavori che poi innestavano nel paesaggio urbano. Probabilmente era un modo non di annunciare l’opera, bensì di farla accadere spontaneamente. Altrettanto spontaneamente Pagliarani organizzava i suoi laboratori di poesia, cui parteciparono tanti giovani poeti o aspiranti poeti di quel periodo. D’altra parte, Pagliarani veniva dall’esperienza della neoavanguardia, la sua poesia è tutta protesa a uscire (anche graficamente) dagli schemi. I suoi incontri erano quindi in tutto coerenti con questa tensione. La libertà del singolo poi è il minimo comun denominatore. Perciò dagli stessi contesti possiamo notare emergere voci così differenti. Non c’era nessuna ideologia, nessun indottrinamento.

G.B.: Beppe Salvia fu scoperto da Dario Bellezza, che gli fece pubblicare degli inediti su Nuovi Argomenti, occasione per la quale iniziò a conoscere vari letterati dell’ambiente dei salotti romani di metà Novecento. Aveva una visione nitida di questo mondo, polemica, sarcastica.
Salvia, a volte, scriveva nella forma chiusa dei sonetti, che richiede rigore, precisione, orecchio, ma reinventava il linguaggio con accostamenti semantici arditi, formule linguistiche peculiari che, però, non sembravano aver nulla a che fare con le neoavanguardie.

Quasi inimmaginabile, oggi, il modo in cui si creò il gruppo, di cui Salvia fece parte assieme al fratello. Ci racconti come andarono le cose?
E l’esperienza dello spazio autogestito, “post-ideologico” (sempre che fosse possibile, tale concetto, soprattutto allora), la galleria di Sant’Agata dei Goti?

N.B.: Assolutamente in linea con quello che ho detto prima, le aggregazioni avvenivano del tutto spontaneamente. C’erano, come ci sono ora, tanti giovani che volevano dedicarsi all’arte, alla poesia, e cercavano i propri “simili”. Allora, bastava l’annuncio su un giornale (altro che i social!), o semplicemente il passaparola, incontrarsi per caso all’università e cominciare a chiacchierare. Ecco, il collante era semplicemente la comune passione e la voglia di condividere. Oggi temo che sia preponderante la spinta “funzionale”. Cioè, tento un approccio “finalizzato” a qualcosa di utile per quello che io, da solo e a prescindere, sto facendo. In questo i social sono lo strumento principe, perché più che per comunicare e incontrarsi, vengono utilizzati per individuali e unilaterali proclami, quindi sostanzialmente per l’autopromozione.

G.B.: Lungo il romanzo, ben costruito nella sua conseguenzialità storica ma senza appesantimenti descrittivi e senza pedanteria, è menzionato il grande evento di Castelporziano, il Festival-concerto del 1979 che radunò poeti da tutto il mondo e che molti vedono ancora come uno spartiacque, in particolare per l’Italia, nel modo di intendere la poesia, tra un prima un dopo da cui non si può più tornare indietro. Alfonso Berardinelli, curatore, assieme a Franco Cordelli, della celebre antologia Il Pubblico della Poesia[1], scrive che quell’evento, diretto e ideato dallo stesso Cordelli, da Simone Carella e Ulisse Benedetti, fu quell’espediente che lo fece allontanare dal suo amico/collega: Berardinelli continuò a fare lo scrittore, attentissimo alle derive vere e/o presunte della poesia e della scrittura italiana in generale, Cordelli si occupò “più dello spettacolo[2]”.

Che idea hai dell’impatto di questo evento nell’ambiente culturale italiano?

N.B.: Difficile dirlo con sicurezza. È stato un evento di cui si parla tanto ancora oggi, cercando di analizzarne la reale portata. Tutti più o meno convengono che si sia trattato di uno spartiacque. Io immagino che abbia sdoganato un po’ tutto. Certamente in maniera caotica e imprevedibile, ma è come se avesse reso possibile tutto e il contrario di tutto. Questo va detto ovviamente nel bene e nel male. Ma certamente, la frequentazione pubblica della poesia non è stato più un tabù o qualcosa di semiclandestino. Da quel momento, ad ogni esternazione doveva essere resa una sua dignità. Tuttavia, il festival di Castelporziano ha anche evidenziato la potenzialità dell’immagine “spettacolare” dello scrittore e questa è una cosa di cui vediamo gli effetti macroscopici soprattutto ora. Siamo assediati da eventi letterari, se ne fanno tantissimi. La mia sensazione però è che spesso hanno come effetto l’esaltazione della figura del singolo poeta/personaggio (la sua postura, la sua comunicabilità, finanche il suo abbigliamento). Ciò va a discapito dell’opera, che a quel punto diventa solo pretesto. Certo, poi c’è anche la componente della socialità e questo è un bene. Ma se agli eventi di poesia partecipano sempre le stesse persone, se il pubblico coincide esattamente con i poeti che si alternano sul palco, a che serve? A volte mi sembrano come dei club privati; va anche bene, ma allora non serve il palco, basta vedersi nel salotto di casa, senza tanto retorico clamore. 

G.B.: Erano gli anni Ottanta quando Gabriella Sica inaugurò la sua rivista Prato Pagano, da cui transitarono molti dei poeti oggi più affermati. Beppe Salvia, Gino Scartaghiande e Claudio Damiano furono tra i primi redattori. A quei tempi, le riviste non solo avevano una influenza di certo maggiore e diversa da quella di oggi, ma avevano anche, ciascuna, una propria idea di poetica da promuovere e da ricercare. Nomini anche Niebo, fondata da Milo De Angelis, e Braci, fondata anche da Salvia.

Come ti sembra, oggi, invece, la situazione delle riviste letterarie in Italia?

N.B.: Io personalmente, non avendo amici che si dedicassero alla poesia, alla fine degli anni ’80 mi sono formato in solitaria sulla rivista POESIA, di Nicola Crocetti, a cui sono molto affezionato e grato. Oggi di riviste ne esistono una moltitudine, soprattutto in rete. Ovviamente perché è più facile. Prima, quando esisteva solo il formato cartaceo, i costi non consentivano a tutti di realizzare un periodico. Eppure, pensiamo ancora alla spontaneità e naturalezza con cui quei ragazzi di cui racconto, all’inizio degli anni ’80, con poverissimi mezzi hanno realizzato le riviste PRATO PAGANO e BRACI. Luoghi di incontro che hanno ospitato e proposto la giovane poesia che si stava formando in quel momento. Ma quella esperienza aveva anche uno scopo propositivo più ampio, cioè di una prospettiva letteraria. Oggi invece, molte riviste sono una miscellanea di recensioni, quindi soprattutto di pura divulgazione. Il che va anche bene, ma forse la capacità di incisione sulle esperienze dei singoli rimane in secondo piano. 

G.B.: Un libro non ha solo valore in sé, per quello che dice, per come lo dice. È anche un trampolino di salto, un punto di partenza. Vorrei sapere che ruolo pensi che abbia la provocazione, la voglia, talvolta la necessità di stupire, nelle poetiche contemporanee. E come si può rimanere in equilibrio, tra arte e vita concreta?

N.B.: Per come la vedo io la poesia deve sempre aderire alla realtà; il che non vuol dire che debba essere marcatamente narrativa o strettamente autobiografica. Ma deve riferirsi all’esperienza umana, sennò si rischia di fare solo maniera se non ideologia. Mi interessa anche la messa in gioco dell’esperienza specifica del singolo (basti vedere il caso di Ungaretti che mette sul tavolo sempre la sua vita in assoluta concretezza). Ma come diceva Caproni, bisogna scavare nel proprio io, fino ad arrivare ad un io/noi, a qualcosa che appartiene alla vita di tutti. Sennò si fa solo esibizionismo sensazionalistico. È un rischio alto e se ne verificano tanti casi. La provocazione diventa ostentazione narcisistica. E torniamo a quello che dicevo prima, si predilige l’esibizione del sé/personaggio e quindi si tenta la strada solo “funzionale” delle relazioni. 

G.B.: La poesia di Beppe Salvia è un coacervo leggiadro, non pesante, di stili, stimoli e tensioni linguistici, di stridori segreti e atavici con un impianto ossuto eppure tondeggiante di slittamenti semantici tra parole del passato – combinate fra di loro in modo provocatorio – e la semplicità, l’apparente immediatezza della lingua quotidiana, confidenziale. Di una confidenzialità, però, che non è anche vicinanza, che è sempre un poco reticente, che non dice tutto e, forse, non lascia nemmeno intuire abbastanza. E qui risiede il senso vago di ermetismo della poesia di Salvia che sembra, più che una criptazione del senso, una fuga da esso, un modo per raggirare la lontananza tra la parola e le cose. Un compromesso impossibile, o quanto meno velleitario, tra la tradizione classica trascinata nel presente così come era (e non può più essere) e una linea romana che, pur rifuggendo le ideologie, forse ci ricadeva dentro con l’intenzione di recuperare il verso lirico contro la dissoluzione formale, lo squartamento del linguaggio (non solo poetico) post-strutturalista, post-moderno, contro la crudeltà del teatro-poesia di Artaud e la frammentazione dell’io letterario delle neoavanguardie. È l’esatto panorama contraddittorio e almeno parzialmente autoriferito che volevano suggerire Berardinelli e Cordelli, forse, però, un po’ troppo polemicamente, fino all’evento di Castelporziano in cui era chiaro che il poeta italiano, ormai, fosse anche e soprattutto un personaggio. Se fosse pure famoso o meno, era una questione di equilibri e di fortuna. Lo evidenzia bene Bultrini nelle precedenti risposte.

Andare poi a ricercare i prodromi della sventura nei singoli testi di un poeta, Salvia compreso, come se le poesie possano essere delle profezie autoavveranti o, nei casi più oscuri, degli avvertimenti o ancora delle richieste di aiuto, è un esercizio che può aumentare le sollecitazioni critiche sugli autori ma che non sempre rende loro giustizia e lascia ai critici libertà argomentativa. La verità risiede, forse, nel complesso delle cose, e continuerà ad essere sfuggente, forse irraggiungibile, eppure tutta subdolamente trattenuta nella grande poesia.

Interpretare, inoltre, il malessere di uno come un malessere generazionale è, a mio avviso, insieme una ipotesi verosimile ma anche pericolosa, e da questo libro, che è un romanzo con tratti saggistici e storici, si possono trarre in giusta misura tutti gli elementi che servono, sociali, culturali, umani, epocali, psicologici e anche fortuiti, per farsi un’idea senza preconcetti e ricomporre la composita scena in cui si è svolta la vita di Beppe Salvia, senza sentenze e senza inutili insegnamenti frontali.

Alla fine di questo libro ci si commuove insieme all’autore, Nicola Bultrini, per la vita e per la morte di Salvia, ripercorrendo le tappe di un iter impervio, in salita ma pieno di “lettere musive”.

Mi piace concludere con l’immagine di quel baule verde, pieno di sue poesie scritte a mano, che Salvia buttò sul Tevere, in una notte di tormento. Mi piace immaginarlo ancora in viaggio.

Ti chiedo, in conclusione di questo dialogo: perché leggere le poesie di Beppe Salvia, oggi?

N.B.: Semplicemente perché sono poesie belle, cioè importanti. Ci parlano direttamente, ci chiedono di metterci in gioco con un’esperienza profonda ma anche dolorosa che facilmente condividiamo. E poi perché sono poesie attualissime, come se fossero state scritte ieri, che recuperano la tradizione attualizzandola. E infine, quella di Salvia e dei suoi amici è la storia di un gruppo di ragazzi animati sinceramente da una stessa passione e dalla voglia di condividerla. Da quella esperienza sono uscite tra le voci più importanti della nostra letteratura di oggi. E questo accadeva a Roma, che stava diventando la metropoli italiana per eccellenza, in un momento difficile, di grandi cambiamenti epocali. Tutto ciò accadeva all’ombra della macro-editoria, ma ha lasciato un segno fortissimo nella storia della poesia italiana. Ed è giusto rileggere quella esperienza, di cui Beppe Salvia è stato un faro indiscusso.

_________________

[1] A. Berardinelli, F. Cordelli, Il pubblico della poesia, Castelvecchi 2015 (si tratta della terza edizione, la cui prima risale al 1975).

[2] A. Berardinelli, L’ultimo secolo di poesia italiana, Quodlibet, 2023.

 

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

gblanco@minima.it

Gisella Blanco vive a Roma. Collabora con Il Foglio. Scrive per la rivista Leggere Tutti cartacea e on line, per Atelier Poesia cartaceo e on line, per Liguria Day, per Poesia di Luigia Sorrentino, per Smerilliana. Ha seguito la comunicazione della Fiera del Libro di Iglesias, del Premio Nazionale Elio Pagliarani, Elba Book e del TeverEstate per il Cibaldone Culture Festival. È giurata nel Premio Internazionale Città di Sassari per la sezione Poesia.

Articoli correlati