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di Simone Bachechi

Torna anche quest’anno, di nuovo presso la Casa del Cinema di Roma, Irish film festa, il festival dedicato al cinema irlandese in programma dal 26 al 30 marzo prossimi (qui il programma completo), con ingresso gratuito fino a esaurimento posti, possibilità di posti riservati vincolata a piccola donazione a sostegno del Festival. Un’occasione per divulgare e conoscere la cinematografia “dissidente” rispetto a quella “ufficiale” e mainstream che passa nei grandi circuiti, e che parla di una terra magnifica quanto lacerata come è stata nel passato e come in parte lo è anche oggi da odi, divisioni e settarismo, orgogliosa, sofferente ma continuamente resistente.

Quando si parla d’Irlanda, senza doverla in questo contesto dividere in Irlanda del Nord e la Repubblica, la cui indipendenza dal Regno Unito risale ormai a più di un secolo fa, non si può fare meno di riferirsi alle vicende politiche e sociali che l’hanno attraversata soprattutto nel secolo scorso a partire dalla fine degli anni Sessanta fino agli Accordi del Venerdì Santo del 1998, con l’inizio di quel percorso di pace che pur consolidato ufficialmente mostra a tempi alterni le proprie crepe, debolezze, incompiutezze e speranze tradite. Gli anni tragici dei Troubles che hanno insanguinato l’Irlanda del Nord facendo 3500 vittime delle quali il 52% civili sono relativamente lontani ma fanno parte a vario titolo del gravoso bagaglio di un popolo e di tutto ciò che riguarda la società, la politica, l’economia e le singole esistenze dei territori dell’Irlanda tutta, senza distinzioni tra nord e sud.

Il Festival giunto quest’anno alla sedicesima edizione nasce nel 2007 per opera di Susanna Pellis che ne  è anche la direttrice artistica ed è prodotto dall’Associazione culturale Archimedia in collaborazione con l’Irish Film Institute è centrato per quanto riguarda il concorso ai cortometraggi, 13 quelli in gara che si alterneranno nelle cinque giornate di proiezioni e incontri con in programma 24 film, di cui 21 in anteprima italiana, lungometraggi e documentari fra i quali vale la pena ricordare e si raccomanda la visione di The Flats di Alessandra Celesia, italiana che vive a Belfast dal ’97,  la quale con la sua opera pluripremiata ha ricevuto tra i vari riconoscimenti anche quello come Miglior Documentario 2025  dell’IFTA, il premio irlandese più importante ed è in corsa ai David di Donatello 2025 le cui votazioni si svolgeranno a inizio aprile.

Si tratta del racconto corale e potente della durata di quasi due ore della vita nelle torri del quartiere cattolico e working class New Lodge di Belfast, in cui emerge quanto i Troubles ancora segnino le esistenze delle persone. Joe, il personaggio principale è un tipo incredibile: repubblicano, ex carcerato, innamorato folle di Bobby Sands che cita in continuazione, anche quando sente gli uccellini alla finestra, di un’umanità dirompente, sia la sua che quella degli altri protagonisti che fanno la comparsa nel documentario. Dalla viva voce di Joe si snoda il racconto di un bambino  che perderà suo zio di soli 17 anni, quando lui ne aveva solo 9, un’esecuzione che avviene davanti ai suoi occhi da parte delle squadracce paramilitari lealiste, ucciso perché cattolico come avveniva spesso in quei torbidi anni. L’orrore è visto e rivissuto con gli occhi di un bambino anche se ora Joe è adulto ma è come se fosse ancora inchiodato a quegli anni e ai più orribili ricordi, alle speranze tradite della pace, come traspare dal documentario nel momento in cui i cancelli presenti nelle strade di Belfast vengono chiusi per impedire il passaggio degli abitanti in zone della città e quartieri protestanti dove si stanno appiccando i falò per celebrare la vittoria degli orangisti nella battaglia del Boyne del 1690 che sancirà il dominio britannico sull’Irlanda.

Da ricordare che a Belfast si possono tutt’oggi osservare i cosiddetti muri della pace (un evidente ossimoro) a dividere i quartieri cattolici da quelli protestanti. In quello nel quale abita Joe, il New Lodge, le cosiddette Torri di Belfast si spacciano crack e eroina sotto le sue finestre e lui inizia uno sciopero della fame, proprio come ha fatto Bobby Sands nel 1981 per la causa del repubblicanesimo irlandese e contro l’internamento senza processo dei prigionieri politici che lo porterà alla morte nel maggio di quell’anno. Le immagini di repertorio di quegli eventi e di quanto a essi connesso fanno da contrappunto al racconto e ai ricordi di Joe, un personaggio che non è di fiction ma una persona reale e eccezionale nella sua umanissima rabbia e sofferenza che la regista ha il merito di farci sentire sulla pelle con una potenza emotiva devastante come se fossimo lì davanti a lui, un uomo come lui e come anche le donne che compaiono nella narrazione, spesso maltrattate da quelli che dovevano essere i loro uomini, che tuttavia non manca di lanciare un messaggio di speranza, pur da parte di chi come lui e molti altri in Irlanda del Nord porti sulla pelle, nel cuore e nella psiche le ferite di un conflitto sanguinoso, che riverbera ancora oggi con i molti casi certificati di sindrome da shock post-traumatico, come testimoniato in quelle terre dall’alto tasso di suicidi, alcolismo e  tossicodipendenza, cose che non appaiono in evidenza nelle cronache ma che mostrano come guerre, violenza emarginazione e sopraffazione influiscano nel profondo degli esseri umani.

Tra le altre opere non-fiction da ricordare da ricordare North Circular, documentario musicale del 2022 di Luke McManus, che percorre la North Circular Road di Dublino, strada che unisce alcuni dei luoghi più amati e malfamati del Paese. Il film tocca molti temi della storia della città e dell’isola, dal colonialismo alla salute mentale, fino alla lotta per l’emancipazione femminile, affrontando questioni di stringente attualità, con l’accompagnamento delle performance musicali degli artisti del posto. Sempre nei corti e sui Troubles da citare (e vedere) il documentario di Pauline Vermare e Marc Lesser dal titolo The Memories of Others (Stati Uniti 2024), centrato sullo straordinario lavoro del fotografo giapponese Akihiro Okamura, testimonianza di un’epoca da parte di un fotografo di guerra giapponese che dopo aver pubblicato sulla rivista americana Life le sue foto sulla guerra in Vietnam, in quanto socialista e desideroso di vivere vicino agli oppressi si è trasferito in Irlanda. Da ricordare ancora fra i cortometraggi in concorso Lecanvey Lakers  (Irlanda 2024) di Ben McDonald e Rob de Boer che narra la vita di un compositore d’opera che vive sulla costa occidentale dell’Irlanda rurale e il quale per combattere la rigidità dell’inverno e l’isolamento mette su una squadra di basket che diventa un’occasione di allegria e socializzazione.

All’interno del festival vi saranno anche occasioni di incontri con registi e attori sui quali come spiega la direttrice artistica Susanna Pellis l’edizione di quest’anno è incentrata. Ci sarà la presenza di Pat Shortt, già conosciuto dal pubblico italiano per una sua interpretazione in Gli Spiriti dell’Isola del 2022 di Martin Mc Donagh. L’attore e comico irlandese ora anche alla prova della regia sarà protagonista nella serata di apertura con il  Warts & All, e partecipa al Festival anche come interprete del dramma nordirlandese Dead Man’s Money.

Fra le presenze da segnalare anche quella di Eva Birthistle, la quale propone all’interno delle opere di finzione presenti il suo lungometraggio Kathleen is Here, esordio registico anche per lei che è già stata protagonista della serie Bad Sisters,  in questo caso alla direzione  di un toccante dramma con al centro la condizione di molti giovani irlandesi di oggi, alla ricerca dell’amore di una famiglia.

Nutrita all’interno dei titoli della rassegna la presenza di attrici e protagoniste della serie relativamente più mainstream Derry Girls (prodotta da Netflix), ambientata negli anni anni Novanta dei Troubles nella città nordirlandese tristemente nota per la Bloody Sunday del 1972.

Da segnalare anche la ‘Proiezione speciale’ di Vanya, lo spettacolo teatrale tratto da “Zio Vanya” (radicale reinterpretazione del classico di Anton Cechov) filmato durante le perfomance da tutto esaurito del West End, con la regia di Sam Yates. L’opera segue un gruppo di personaggi che vivono in una tenuta nella campagna russa, immobilizzati in una rete di amore e desiderio non corrisposti. Lo zio Vanya, al centro delle dinamiche familiari, sente di aver sprecato la vita al servizio dell’ex marito della madre defunta. L’attore irlandese Andrew Scott dà vita alla galleria di personaggi esplorando il caleidoscopio delle emozioni umane, sfruttando il potere del legame tra attore e pubblico per addentrarsi nella psiche e nell’immaginario collettivo.

Un insieme di opere e contenuti eterogenei all’insegna dell’“irlandesità” da non perdere, per una cinque giorni  per amanti di un cinema che come per molti festival non troverà le vetrine più in vista e all’insegna dell’amore per una terra e un popolo tanto afflitto da una dolorosa storia, quanto orgoglioso e magnifico.

 

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