La storia ha il suo proprio linguaggio, così come ogni disciplina dello scibile umano, ma quello della storia è un linguaggio che, nel momento in cui incontra l’arte – e l’arte la incontra sempre, indipendentemente dalla sua qualità e dalla consapevolezza dei suoi autori la storia, finanche indirettamente – diventa una vera e propria funzione semantica, sintattica, logica. Nel caso del poema di Davide Toffoli, Oltre le spoglie distese… Sui sentieri del Grande Male (Progetto Cultura edizioni), la relazione tra la poesia e la storia – non una storia generica ma quella specifica del genocidio degli Armeni da parte dell’Impero Ottomano, il primo genocidio del Novecento – non è solo trattata in modo frontale e diretto ma sostanzia ancora un’altra funzione, quella traslativo-ermeneutica.
Toffoli si prende la responsabilità di decodificare uno fra i più infausti fenomeni umani, il genocidio, teorizzato concettualmente solo a metà Novecento e, oggi, ritenuto il più grave crimine contro l’umanità nel diritto internazionale, seppure ancora soggetto a contrasti interpretativi di ordine ideologico e filosofico. Decifrando un genocidio attraverso un’opera in forma di poema in cui compare l’endecasillabo, seppur non sempre canonico, e che non lesina assonanze, consonanze e cantilene interne (nonché qualche rima al centro o nelle chiuse), Toffoli sembra proporre una lettura ampia e generale (ma affatto generalista) non solo del Secolo Breve e dei nostri tempi – nostro malgrado funestati ancora da esecrabili eventi bellici, gravi come genocidi o di dimensioni almeno apparentemente più ridotte ma non meno funesti a livello etico, diffusi in molte parti del mondo e di cui, per altro, non sempre si parla adeguatamente – ma anche di come guerre e scempi di violenza etnica e politica contengano un nucleo di dolore condiviso che diventa, a sua volta, un linguaggio autonomo e traducibile.
Una catabasi di un popolo al centro del suo petto, alla ricerca di una terra da abitare che risulta introvabile, impossibile, inospitale, forse inesistente, come il nemico ne Il deserto dei Tartari, come la Terra desolata di Eliot, come l’Inferno Dantesco, come la luna per il pastore errante leopardiano (“La verità di una luna scarlatta/ci prese alle spalle”).
La terra, patria o “Matria” (come scrive l’autore alla fine, estremizzando e sfrangiando quel concetto di terra legato non solo all’oggettivizzazione ma anche all’identità geopolitica e rendendolo più vicino a un non luogo d’accoglienza e inclusione interculturale), è l’organo in agonia, vittima di devastazione, erosione, scompenso, sconquasso, deterioramento, svisceramento ma anche prova da sforzo di un congedo – prima eteroimposto ma poi interiorizzato e percepito come necessario – da imposizioni, violenze, preconcetti: “Saremo anarchici e apocalittici”. Un organo importante, questa terra impraticabile, ma non unico, forse addirittura non vitale. E in questa presa di distanza da un amore originario eppure non sempre attualizzabile, come quello per la propria terra d’origine, germina una grande conquista: l’abbandono dell’appartenenza. Il decentramento psicologico dell’esilio che costringe e insegna ad abitare sé stessi, riappropriandosi di un concetto di democrazia spesso incompatibile con assiomi e pre-concetti finanche linguistici (la differance, pensando a Derrida).
Questa raccolta, al di là dei suoi macro-temi, presenta innumerevoli spunti di riflessione, annidati nei singoli versi, che da soli ne varrebbero la lettura sia per la forma ricercata non priva di accensioni liriche e perennemente volta alla ricerca di un’eleganza sobria, mai autoproclamativa, sia per la densità di significati secondari che si aggrumano attorno a quelli principali, rendendola un’opera stratificata benché omogenea nell’estetica come nel contenuto. Notevoli molte chiuse di strofa, come quella che recita “nel silenzio c’indossammo a vicenda”: dal movimento psicologico più che meccanicistico di questo curioso slittamento semantico tra soggetto e azione emerge tutto il mistero talvolta aggregante del dolore condiviso.
“Oltre le spoglie”, proprie e del nemico (ideologicamente separate ma biologicamente confuse o confondibili), risiede in qualche modo la speranza della continuità: un testamento del passaggio del soggetto dalla storia collettiva, la resistenza alle molte minacce di annullamento etico e culturale a cui l’uomo sottopone sé stesso (“Il grande Male”).
Il poema di Toffoli, in esplicito dialogo con la Leggenda dantesca di Eghishe Çharents, si presenta come un controcanto corale attraverso cui si esprime una moltitudine indefinita che, però, in alcune precise parti dell’opera sembra contrarsi in funzione di un io singolare, manifestando tutta l’urgenza di una coesione che può estremizzarsi perfino nella personificazione: “soffocammo nel vino il mio dolore”, ma anche “ti immaginavo viva oltre la notte”: la ricerca di una dimora e di una identità non è forse il senso più profondo del bisogno di amore e di relazione? E l’abbandono dell’attaccamento a chi si ama non è forse la manifestazione più grande dell’amore, un amore che finalmente ama senza fare e farsi del male?
Gisella Blanco vive a Roma. Collabora con Il Foglio. Scrive per la rivista Leggere Tutti cartacea e on line, per Atelier Poesia cartaceo e on line, per Liguria Day, per Poesia di Luigia Sorrentino, per Smerilliana. Ha seguito la comunicazione della Fiera del Libro di Iglesias, del Premio Nazionale Elio Pagliarani, Elba Book e del TeverEstate per il Cibaldone Culture Festival. È giurata nel Premio Internazionale Città di Sassari per la sezione Poesia.
