di Federico Della Sala
Recentemente Einaudi ha pubblicato un libro metafisico e mediterraneo, o, se si preferisce, metafisico in quanto superbamente mediterraneo. È il nuovo saggio di Federico Campagna, studioso di filosofia e teologia e ricercatore al Warburg Institute di Londra. Altrimondi. Lezioni dal passato per sopravvivere alla storia prosegue apertamente lungo la traiettoria del precedente Cultura profetica. Messaggi per i mondi a venire. Se nel precedente saggio Campagna approfondiva il ruolo della profezia nella generazione di nuovi immaginari, in Altrimondi è il Mediterraneo a rivestire il ruolo utopico e politico di generatore di cosmi – soprattutto nel momento in cui è necessario sopravvivere alle rovine del presente, all’esaurirsi della Storia, a quel “divenire-esausti” che ci inchioda al tempo della decadenza.
La novità rispetto al libro precedente non risiede dunque nelle atmosfere soffuse della magia e della profezia, né nel lessico mitico e simbolico dell’autore, e nemmeno nella politica errante, peregrina, berbera che per Campagna annuncia la venuta dei nuovi mondi. L’autentica novità riposa nell’architettura coerentemente barocca dello stile narrativo che fa di Altrimondi un inebriante esperimento di geofilosofia.
Un saggio progettato in tempi lunghi, forse piacevolmente indolenti, tipicamente meridionali – un po’ come è immaginabile si progettassero le cattedrali di Noto, Modica e Scicli. L’eccesso barocco, sincretico, oziosamente raffinato di quei templi serviva a rallentare, a perdere tempo, a guadagnare svago e riflessione, diluendo le frenesie della vita e della sua edificazione. Come le cattedrali, anche Altrimondi è un testo indolente e decorativo, la cui architettura si misura con stili e intrecci narrativi fra i più vari: il piano cronologico – scandito da indici che ricordano dossier warburghiani – si intesse con scorci biografici tra orizzonti isolani; la storia geologica del mare nostrum dialoga con papiri egizi e miti mesopotamici, mentre Alessandro Magno si trasforma nella figura di uno straniero a sé stesso, attirato da Gimnosofisti ed elisir di vita eterna.
Forse Altrimondi non è una cattedrale. Forse è un labirinto, come quello di Minosse, o uno di quei mercati di Tunisi o Istanbul: frenetico e rumoroso nelle voci e nei colori, flemmatico nei movimenti, quasi i corpi dei visitatori fossero inebriati da tanto stupendo eccesso. Il saggio porta nella Spagna musulmana tra traduttori della lingua greca e sapienti della càbbala, poi tra i colli della Toscana con Pico della Mirandola, e poi ancora più lontano, nei cieli elicoidali dello gnosticismo, nelle ombre dell’esoterismo di Ermete Trismegisto, fino alle avventure amerinde di Cabeza de Vaca e alla malinconica scrittura di Joseph Roth. C’è da perdersi in questo saggio. E, in effetti, ci si perde – come sospinti dal mare, cullati dallo scirocco in una mite odissea del pensiero.
Ma a quale scopo questa Wunderkammer molto poco tedesca?
Proprio nei giorni in cui Altrimondi usciva in libreria, Peter Thiel atterrava a Roma per replicare le sue celebri lezioni sull’Anticristo e sull’apocalisse. Il fondatore di Palantir Technologies, amico intermittente di Musk e nuovo vate delle politiche reazionarie statunitensi, lascia in eredità un solo insegnamento: quello che chiamiamo Occidente è un mondo in rovina, le sue strutture politiche e sociali sono a un più che spengleriano tramonto, le sue potenze intellettuali, culturali e giuridiche versano in una crisi senza precedenti. È schmittianamente il crollo del nomos occidentale – la fine dell’ordine e, soprattutto, l’inizio dell’apocalisse.
Ogni apocalisse ha i suoi cavalieri. Per Thiel il primo è lo “scontro di civiltà”: il nemico esterno, incarnato ora dalla Cina tecnocratica, ora dal mondo islamico teocratico. C’è poi il nemico interno: la nuova massa informe del popolo dell’automazione e del digitale, senza futuro né disciplina, con sempre meno rappresentanza politica e sempre meno peso sociale. C’è poi il migrante – ospite inquietante che abita le nostre città confondendo il fuori e il dentro, l’alterità e l’identità. Infine c’è lo Stato democratico e di diritto, che agli occhi di Thiel non appare affatto il gelido mostro di nietzscheana memoria, ma un alleato fragile, inefficiente, ricattabile: un alleato troppo debole per la guerra di mondi e degli spiriti che l’apocalisse porta con sé.
Insomma, a suo modo anche Thiel è un utopista. Anche lui ama le profezie e la magia della tecnica, mentre osserva un mondo di rovine. Ma davanti a questo tramonto, Thiel indica la strada della secessione dei più ricchi di cui ha scritto anche Douglas Rushkoff. L’idea è quella di compattarsi come santi e crociati assumendo il ruolo frenante del Katechon. È un concetto teologico-politico – quello di una forza che trattiene l’apocalisse – al quale pensatori come Agamben e Cacciari avevano già dedicato, ben più acutamente, ampia attenzione critica. In Thiel il Katechonsi riduce solamente invece a una crociata high-tech contro il tramonto dell’Occidente.
È a questo tramonto e alle sue politiche che Altrimondi intende rispondere – ma non in modo innocente. La risposta di Campagna è berbera e piratesca, più offensiva che difensiva, anche quando sembra soltanto contemplativa. Ed è proprio il Mediterraneo lo spazio metafisico che segna l’alternativa al Katechondi Thiel.Il Mediterraneo è, infatti, sin dalla sua origine un cumulo di rovine e detriti. La sua storia è costellata di apocalissi e catastrofi: le sue acque hanno lambito i capezzali di innumerevoli poteri, le sue campane e i suoi minareti hanno cantato la fine di re e teocrati, le sue onde hanno portato via, oltre l’orizzonte, la memoria di grandi città, lasciando sulla sabbia giusto qualche anfora. Del resto, il mare è da sempre una potenza che erode, un simbolo del disfacimento dei mondi. E la geofilosofia del Mediterraneo conserva, secondo Campagna, questa malinconica potenza, questa distruttiva nostalgia.
Il Mediterraneo è però gioiosamente apocalittico, caldamente fantasmico, eroticamente in rovina. Per questo la geofilosofia di Campagna è anche una rovinologia – una scienza appassionata delle rovine, simile a quella che Mike Davis usava per indagare apocalissi ben più settentrionali, britanniche, industriali. Del resto, solo chi sa davvero indagare le rovine sa che ogni fine, ogni tramonto, è l’ombra necessaria a nuove albe. Altrimondi è perciò una grandiosa opera di resurrezioni: ogni apocalisse è sempre anche l’inizio di nuovi incandescenti immaginari, di nuovi sogni e desideri. La Wunderkammer è lo scrigno di queste nuove albe, dei passaggi epocali dalle ombre alla luce. Il barocco è il suo stile necessario, alchemicamente indispensabile. Ogni rovina, ogni scarto, ogni rottame della Storia, non è fantasmagoria di un mondo sconfitto ma materiale prezioso per il collage di un nuovo inizio.
Era certamente una cosa del genere che doveva avere in mente Manganelli quando, in una delle sue trasferte a Francoforte, si imbatté nel quadro di Tischbein al museo di Goethe. Il sommo poeta è rappresentato in un mantello greco, con un cappello agreste da contadino del Sud Italia, seduto su un rudere con intorno «un paesaggio di stratificate rovine». Il fatto che il quadro si trovi nella casa ricostruita dopo i bombardamenti che rasero al suolo Francoforte – come nei peggiori racconti di Sebald – aggiunge un’inquietudine ulteriore. Ma il quadro, come osserva Manganelli, ha una funzione simbolica, forse araldica e dunque politica: «il Goethe di questo quadro non è solo il poeta, non è nemmeno l’uomo del viaggio psicologico ed effettuale nel Sud classico; quest’uomo è un potente, un signore, un re: ed il suo trono è una enorme rovina. […] Goethe è il Signore delle rovine. […] Sono resti di un mondo distrutto, o sono piuttosto l’avanguardia frammentata della distruzione? Forse, più del quadro goethiano, sono simboli, segnacoli, bandiere; o, più acremente, indizi profetici?»
Se Thiel avesse letto Manganelli, direbbe senz’altro che si tratta di resti di un mondo distrutto — quello latino e mediterraneo – e che il sovrano Goethe veglia affinché la cultura tedesca non finisca anch’essa in un cumulo di macerie. Per Manganelli, come per Altrimondi, le rovine sono invece simboli vivi, indizi profetici, materiali indispensabili proprio quando l’apocalisse è già compiuta. È attraverso le rovine che Francoforte rinasce nel segno di nuovi paesaggi onirici: «Come è lontano il tempo demente della Germania “pura” […]. Sdraiato sul suo trono latino ed orientale, Goethe governa una città impura, abitata da vivi e da frammenti di morti, dove segreta perdura la rovina, amarezza, acredine e splendore». Non è un dunque un caso che nel cuore spirituale di Francoforte, nella casa di Goethe distrutta e poi ricostruita, sia conficcata questa scheggia mediterranea che ne ha profetizzato la rinascita.
La posta in gioco, nell’arte come sotto le bombe, rimane teologico-politica. Così, se per Thiel l’apocalisse sta per giungere con il suo carico di orrori e paure, in Altrimondi le apocalissi sono già da sempre compiute, eventi naturali che tutti abbiamo vissuto innumerevoli volte. Se per Thiel si tratta di assumere la postura del Katechon, in Altrimondi si tratta di prendere il largo, di disertare, sdraiandosi compiaciuti e sognanti come Goethe. Se per Thiel le rovine preannunciano la catastrofe imminente, la venuta dell’anticristo, in Altrimondi le rovine diventano frammenti messianici, poesia e letteratura. È proprio il loro uso a riparare, nel gesto ebraico del tiqqun, la catastrofe.
Di fronte ad ogni apocalisse, il Mediterraneo ha dunque sempre saputo rigenerare nuovi ordini senza abbracciare il nichilismo. Così, nel pieno della cruenta guerra tra greci e persiani, Campagna ci mostra come lo stesso Alessandro sia mito di un’identità instabile, meticcia, macedone e non greca, pronta ad accogliere le bizzarrie dei popoli orientali che incontra: un’immagine sincretica, multietnica, straniera a se stessa, al di là di tutti i confini e di tutte le lingue. Alla stessa maniera, davanti al crollo di Roma, gnostici, neoplatonici e maghi orientali trasformano le rovine in un cosmo immaginifico per sopravvivere e resistere allo smarrimento e al caos. Nel Medioevo sanguinoso delle guerre sante, nella Spagna araba e andalusa, magrebina e marrana, rabbi, filosofi e amanuensi tradussero i classici greci e latini: un crogiolo di lingue e culture che è all’origine del Rinascimento e della stagione dell’umanesimo.
A vegliare su Altrimondi, benché mai citati nel testo, ci sono due numi tutelari: Ernesto De Martino e Alexandre Kojève. Per De Martino, l’essere umano non abita il mondo passivamente come una pietra: deve esserci, mantenendo la capacità di agire e dare senso alla realtà. Quando questa capacità vacilla – sotto il peso di una storia che non riesce a finire – l’individuo sperimenta una vera catastrofe interiore, e il mondo diventa un luogo apocalittico. Contro questo rischio, Campagna segue De Martino nell’individuare nel mito e nel rito non dei residui di superstizione, ma strumenti raffinati di «destorificazione». Detto differentemente, quando la storia opprime e non riesce a finire, occorre sottrarsi al tempo lineare rifugiandosi in un tempo metastorico, dove il dramma della fine è già stato vissuto e superato da un modello mitico. È la tecnica del “come se”: agire nelle rovine della Storia come se non ci si fossimo immersi. Sta in questo incantesimo la capacità di generare mondi nuovi.
Ma il nuovo cosmo di Campagna ha più di qualcosa in comune anche con l’impero latino immaginato da Kojève. Nel 1945, il filosofo hegeliano traccia una strategia geopolitica per il dopoguerra: un “Impero” latino che raggruppi Spagna, Portogallo, Italia e Francia, opposto tanto all’individualismo angloamericano quanto al collettivismo sovietico. Ma più che la geopolitica, conta la filosofia che anima questo progetto: un impero di paesi coperti di rovine storiche, fondato sull’arte, sulla «dolcezza di vivere», su quel «dolce far niente» che non è pigrizia ma otium. Sarà nell’arte, nella leziosità e nello svago che il Mediterraneo ritroverà il suo pensiero e, con esso, la sua politica?
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