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(foto di di Laila Pozzo)

Il teatro continua a essere un posto speciale. Non chiede al pubblico di limitarsi a guardare uno spettacolo, di subire, di prendere e non dare mai, ma lo invita a partecipare attivamente, a capire quello che sta vedendo e a fare da controparte – talvolta letteralmente – agli attori. Un silenzio prolungato quando, in realtà, è prevista una risata o una risata quando invece ci dovrebbe essere una certa tensione riescono ad avere un effetto potente sulla messa in scena. Segno che il teatro è vita, è politica, è dinamismo. Con “Il berretto a sonagli” di Luigi Pirandello, Andrea Baracco rimette al centro l’essere umano come individuo e come parte della società; racconta una situazione semplice, per quanto paradossale, di una donna che sospetta di essere stata tradita dal marito e che perciò decide di denunciarlo alla polizia, e ne approfitta per parlare di tutt’altro. Per esempio, per parlare di noi. E questo avviene principalmente per un motivo: per il personaggio di Silvio Orlando, Ciampa, il marito della presunta amante.

È un uomo apparentemente tranquillo, preciso, attento. Mette le mani avanti, perché – dice – non vuole ritrovarsi con la fronte spaccata come suo padre; lancia mille avvisi alla moglie del suo datore di lavoro, Beatrice, interpretata da Stefania Medri. E parla di corde, di pazzia, di razionalità e di buon senso. È un personaggio estremamente complesso, Ciampa. E Orlando è bravissimo nel restituire al pubblico ogni cosa: la sua titubanza, la sua paura, la sua rabbia e anche la sua consapevolezza. Non è la voce del popolo, è la sua pancia. Ciampa si muove tra persone ricche e potenti, che possono vantare l’amicizia del commissario di polizia, che pensano di avere il controllo del mondo intero e che invece, poi, devono fare i conti con le loro azioni. Si può dire tutto, ci ricorda “Il berretto a sonagli”: tutto tranne la verità. Perché chi dice la verità rischia di aprire il Vaso di Pandora, di puntare il dito contro il re nudo, di sottolineare l’ovvio e di stravolgere, per questo motivo, la vita delle persone. E allora chi è onesto è pazzo, e chi è pazzo va portato via, rinchiuso, allontanato dalla società civile.

“Il berretto a sonagli” segue l’andamento a spirale di un thriller. C’è un crescendo evidente sia della tensione che del tono del racconto. Eppure non è un thriller, e più o meno sappiamo già come andrà a finire. La cosa interessante è il ribaltamento totale della prospettiva: conosciamo questa donna stanca, esasperata, che non vede l’ora di vendicarsi del marito, che idea un piano per allontanare Ciampa e per far intervenire il commissario di polizia, interpretato da Davide Lorino. Chiede a suo fratello, interpretato da Michele Eburnea, di restituirle i soldi che gli ha prestato, e ne approfitta per mandare Ciampa in città, per riscattare certi gioielli che aveva pignorato. La sua governante, interpretata da Francesca Botti, si oppone, le dice di smetterla, di lasciar perdere, che lei è trattata come una regina: e lo sappiamo, signora mia, come sono fatti questi uomini. La Saracena, al contrario, le dice di continuare. E la Saracena è lo spirito della vendetta, della rabbia fatta persona, una fiamma rossa in un ambiente grigio e spento, che si regge sul precarissimo equilibrio della buona convivenza. Occhio che non vede, eccetera eccetera. Francesca Farcomeni, che la interpreta, si tiene sempre leggermente indietro, pronta a gustarsi la scena, a dare la spinta necessaria perché tutto vada a rotoli. La sua non è cattiveria. È qualcosa di diverso. È la voglia di riscattarsi dopo anni di soprusi e insulti. È il desiderio violento, viscerale, di colpire gli uomini dove pensano di essere più al sicuro: nella loro casa, con la loro famiglia, nella tranquillità domestica.

La madre di Beatrice, interpretata da Marta Nuti, interviene solo a cose fatte, e se la prende con la figlia, le dice che ha rovinato per sempre lei e il buon nome della sua famiglia: che cosa penseranno gli altri adesso, eh? La moglie di Ciampa, la presunta amante del marito di Beatrice, compare solo brevemente, interpretata da Annabella Marotta, ed è come una presenza, un fantasma: ringrazia quando Ciampa le dice di ringraziare, s’inchina quando Ciampa le dice di inchinarsi; saluta quando Ciampa le dice di salutare. Interpreta un ruolo, come tutti gli altri personaggi. E qui viene avanti un altro degli elementi caratteristici del teatro di Pirandello: questa continua sovrapposizione tra piani, tra ciò che è e ciò che crediamo che sia, tra le necessità narrative e le necessità dei singoli personaggi. C’è un legame molto più profondo, quasi subdolo, con la nostra quotidianità: perché i personaggi non sono solo personaggi, sono archetipi, simboli, incarnano qualcosa e qualcuno, e ci parlano di noi, di quello che siamo, di quello che – anzi – crediamo di essere. E ci mettono con le spalle al muro. Il teatro, il buon teatro, fa questo. A volte è tranquillo, come una passeggiata in riva al mare. Altre, invece, prende a schiaffi il pubblico, lo scuote, e gli ricorda tutte le sue responsabilità e le sue mancanze.

E il marito? Il sospettato? L’uomo che tradisce e che pensa di passarla liscia? Non c’è, non si vede, e non ce n’è nemmeno il bisogno. Viene evocato: è un’idea, non un uomo. È qualcosa che ritorna, come un tormento, e che con buone probabilità non andrà mai via. Perché ci sarà sempre “il marito” di turno. Più di tutti, è il personaggio di Ciampa che offre allo spettatore una lettura più sottile e attuale: questo omino piccolo, che non la smette mai di parlare, con due baffi neri e una zazzera argentata, che fa discorsi profondissimi e che si presenta quasi come un campione del “maniavantismo”. Avvisa, mette sul chi va là gli altri, e poi aspetta. La corda della pazzia, la corda civile e la corda della serietà. Pirandello, di fatto, costruisce un trattato sociologico con “Il berretto a sonagli”, e lo fa in un momento difficile, con lo scoppio della guerra, la paura e l’ansia di quello che sarà.

Un affare di cuori, uno scandalo, è in realtà un’ottima metafora per la politica. Chi dice la verità è pazzo, e quindi va portato via, escluso, riformato. La guerra è sbagliata? Sì, è vero. Ma non si può dire, e quindi via. Gli uomini approfittano delle donne, le tradiscono, e ciò nonostante vengono accettati dalla società mentre la stessa cosa non succede al contrario? Vero, verissimo. E però non si può dire, suvvia. Il Ciampa di Silvio Orlando è un personaggio enorme, potentissimo, che ha bisogno di poco per riuscire e imporsi sugli altri. Il tono di voce, per esempio: questa rincorsa di vocali e consolanti, questi picchi che sembrano salire sempre. E poi il modo in cui prende le pause. Perché i silenzi sono più feroci dei lunghi discorsi, e i lunghi discorsi, a volte, sembrano solo un altro modo per prendere tempo. Insieme a Ciampa, è la Beatrice di Stefania Medri che fa da contrappeso al racconto: si tende, quasi si spezza, e alla fine si ripiega su sé stessa. E in qualche modo anche lei si convince: forse è pazza, forse quello che ha detto non andava detto; e la verità è una faccenda fin troppo grande e ingombrante per poter essere presa sul serio.

Con un solo atto di un’ora e mezza, “Il berretto a sonagli” riesce a insinuarsi a fondo tra i pensieri e la carne, tra le pieghe della testa e quelle della pancia, e a ribadire l’ovvio. E, proprio per questo, ha la forza di una rivoluzione. Basta guardarlo. Basta ascoltare questi personaggi. Basta seguire la visione di Baracco. Si alza il sipario, e inizia la vita vera. Fuori, invece, ci sono pazzi e meno pazzi, attori che non sanno di esserlo ma che comunque recitano la loro parte. Da una parte quelli che vedono la verità, che la indicano, che dicono che il Re è nudo, e dall’altra quelli che si voltano dall’altra parte, che si proteggono la fronte con le mani e che non s’azzardano nemmeno a farsi venire il dubbio. Perché, come diceva Eduardo De Filippo scimmiottando il qualunquismo dei suoi tempi, «è cosa ‘e niente».

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“Il berretto a sonagli” è in replica al Mercadante di Napoli fino al 29 marzo. Scena di Roberto Crea, costumi di Marta Crisolini Malatesta. Luci di Simone De Angelis, sound design di Giacomo Vezzani. Revisione linguistica di Letizia Russo e Andrea Baracco. Aiuto regia: Andrea Lucchetta. Direttore tecnico: Luigi Flammia. Datore luci: Christian Pizzingrilli. Fonici: Alberto Luciani e Gianrocco Bruno. Sarta: Piera Mura. Macchinista: Filippo Canfori. Segretaria di compagnia: Chiara Pazzini. Amministrazione di produzione: Mary Salvatore. Management: Federico Corona. Direzione generale: Maria Laura Rondanini. Produzione: Cardellino SRL, con Teatro Stabile dell’Umbria e Teatro Stabile di Bolzano.

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Autore

giant@minima.it

Scrive di cinema, tv e fumetti. Collabora con La Stampa, Esquire e Vanity Fair. Su La Repubblica cura lo speciale "Italia di domani"; su Best Movie firma la rubrica "Dentro le nuvole". Ha diretto la prima edizione del SeriesCon di QMI.

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