Pubblichiamo un pezzo uscito in forma ridotta sul Manifesto, che ringraziamo.

Il male è un virus e se lo ignori, se non lo combatti e non lo curi, si allarga, si espande, si prende tutto. Non ci pensavo per via dell’Anticristo tristemente tornato di moda nei deliri di un miliardario che scimmiotta filosofi, ma leggendo le ultime notizie sul bombardamento della scuola di Minab. Non le trovi in giro, notizie così. Non interessa già più a nessuno, quella strage immonda, figuriamoci le analisi circa la sua natura. È stata una scrittrice a mostrarmi la via, una delle pochissime, fra gli intellettuali italiani, che fin dall’inizio dell’orrore a Gaza si dedicano anima e corpo a cercare le parole: Silvia Ballestra. Ricordiamo le coordinate dell’eccidio: Minab, Iran meridionale, 28 febbraio, primo giorno di bombardamenti israelo-americani. Fra le 10 e le 10:45, dunque nell’orario di piena attività, la scuola femminile viene distrutta, provocando 168 morti fra le bambine (7-12 anni) e il personale scolastico.

Ebbene, dopo varie testimonianze che lasciavano intenderlo, ora anche i cosiddetti “fact checker”, confermano che si è trattato di quello che in gergo militare si chiama “double tap”, ossia un doppio colpo, una prima bomba che stermina e semina terrore e una seconda che uccide anche chi arriva a portare aiuto. Si tratterebbe dunque della conferma definitiva che a Minab non si è trattato affatto di un errore, ma di una strage ben meditata e orchestrata, al punto da organizzarla nei tempi adatti alla carneficina. Del resto, che non si trattasse di un errore lo dimostravano molte altre prove, la più semplice e autoevidente è quella ripetuta ovunque: come fai a uccidere “chirurgicamente” e con precisione “scientifica” di cui ti vanti con enfasi, obiettivi umani che consideri tuoi nemici giurati e che si nascondono in rifugi sotterranei, teoricamente ignoti, super protetti, e al tempo stesso però sbagli mira e colpisci una scuola dove crescono decine e decine di bambine? Lasciamo perdere. Il disgusto tracima. E tuttavia una riflessione è necessaria.

Dunque, la scuola. Un bombardamento mirato, parte di una strategia terroristica di marca americana. Come si è arrivati a tanto? Perché certo non è che i massacri di civili da parte statunitense siano mancati in questi decenni, ma una roba così è unica. Ora, la risposta non la trovi solo se non la cerchi. Perché in questo caso i fatti sono sotto gli occhi di chiunque abbia il coraggio di sporgersi sull’abisso del Male Assoluto. Ovvero di ciò che è stato coltivato per oltre due anni da Israele a Gaza, dove fra l’altro il double tap è diventato la norma. Non c’è altro modo di definire la furia con cui l’essere umano si getta nella realizzazione oscena di ciò che lo distingue dagli altri animali mortali. E fra gli animali, notoriamente, non esiste chi perseguirebbe con disciplina, tenacia e capacità pianificatrice, lo sterminio dei propri cuccioli.

Uccidere in media trenta bambini al giorno per oltre settecento giorni è un dato di fatto numerico su cui non si è ancora ragionato abbastanza. Cerchiamo di fare uno sforzo di immaginazione e figuriamoci l’eventualità che qui da noi, per oltre due anni, ogni giorno, sulle pagine dei nostri giornali, apparissero fotografie di bambini uccisi in quantità tale da svuotare due classi scolastiche. Non parlo di Italia complessivamente, peraltro. Parlo di una realtà analoga a quella che va fra Milano e la Grande Milano, due milioni abbondanti di cittadini, dove ogni giorno vengono uccisi trenta bambini. Ecco, facciamo uno sforzo e concentriamoci su questo. Altro che famiglie del bosco e retorica grottesca. Qui siamo di fronte al Male Assoluto e alla necessità di chiedersi come mai solo l’essere umano sia capace di un Male che non è relativo a nulla e non ha spiegazioni di sorta, un Male che però è razionalmente pianificato per eliminare gli innocenti per definizione, ossia bambine e bambini, parte dei quali addirittura ancora privi di logos.

L’orrore però non si esaurisce nei fatti stessi e nella nostra mancata empatia, ma include un aspetto decisivo della nostra partecipazione. Perché noi tutti – noi italiani, noi europei, noi occidentali – con rarissime eccezioni abbiamo avallato il genocidio di Gaza, lo abbiamo appoggiato con il nostro silenzio, lo abbiamo approvato politicamente, economicamente, militarmente e infine culturalmente e moralmente. Certo che una parte immensa della nostra società civile si è ribellata, ha manifestato, ha gridato, ma i fatti restano chiari: i governi dei nostri Paesi hanno appoggiato il genocidio, hanno sconfessato la Corte Penale Internazionale che ha emesso mandati di cattura, hanno lasciato che quei criminali volassero nei loro cieli, li hanno appoggiati e ancora continuano a farlo, sostenuti da quella parte di stampa che vergognosamente ha accompagnato le impossibili ragioni dello sterminio. E insomma, non c’è molto altro da dire, se non che il Male Assoluto noi non abbiamo fatto nulla per fermarlo, per bloccarlo, per curarlo. E il Male è un virus di immensa potenza infettiva. Un Male non curato si espande, si allarga, prende ogni spazio e si diffonde.

Oggi il Male Assoluto che Israele ha coltivato nell’impunità assoluta, di impunità si alimenta e si diffonde. E la strage di Minab è una orribile conferma. È stata ribattezzata “dottrina Gaza”. È la conseguenza di quel che spesso con un certo orgoglio ripetono i politici israeliani e i più alti gradi dell’esercito di cosiddetta difesa. “Faremo come a Gaza”. Non è una minaccia, ma una promessa. Fare come a Gaza perché quello è il paradigma realizzato. Distruggere tutto, radere al suolo un mondo, uccidere indiscriminatamente chiunque possa rappresentare un futuro. Dunque in primo luogo i bambini e chi s’impegna ogni giorno per salvarli: medici e paramedici.

Che si tratti di una promessa che non ha nulla di fantasioso lo ha mostrato immediatamente l’invasione del Libano di cui in questi giorni Israele si è fatta carico nel completo silenzio della comunità internazionale. Parlo di “invasione” di un Paese sovrano, sia chiaro. Dove è iniziata la carneficina che abbiamo già conosciuto, con medici e paramedici presi di mira, assieme ai bambini. Le vittime si contano in numeri orrendi, mentre oltre un milione di persone sono state sfollate. Il Male si espande, insomma, si allarga a macchia d’olio, nulla e nessuno può resistergli. E faticheremo parecchio a cercare di arginarlo quando monterà su di noi.

Cosa potremo dire, nel momento in cui avverrà? Forse ricorreremo alla risposta di Israele, dove si è pronti a gridare alla vergogna morale se si subiscono gli stessi crimini perpetrati? Ribadiremo anche noi, dunque, quell’assunto evidente negli anni del genocidio, ossia che i morti di una parte hanno valore non eguagliabile dai morti altrui neppure moltiplicandone il numero per cifre a doppio zero? In quel caso, non ci sarà da sorprendersi. Del resto dov’è che alligna il progetto genocida del Male Assoluto, se non nella certezza che gli altri non siano umani come chi li stermina, ma siano semplici bestie? Animali – lo dicono quasi tutti in Israele, dal Presidente al Premier e giù fra i milioni che compongono quell’ottanta per cento di consenso all’orrore. Dimenticando una cosa, in effetti. Ossia che gli animali il Male Assoluto non lo conoscono affatto. Perché solo noi umani possediamo il logos. E solo noi possiamo utilizzarlo nel senso contrario, ossia per ambire al divino che abbiamo dentro. Solo noi, in effetti, possiamo combattere il Male Assoluto. È un virus prodotto dal nostro delirio. Solo noi possiamo evitare che si faccia pandemia.

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Autore

matteonucci@minimaetmoralia.it

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha pubblicato con Ponte alle Grazie i romanzi Sono comuni le cose degli amici (2009, finalista al Premio Strega), Il toro non sbaglia mai (2011), È giusto obbedire alla notte (2017, finalista al Premio Strega), e il saggio narrativo L'abisso di Eros (2018). Con Einaudi ha pubblicato traduzione e commento del Simposio di Platone (2009) e i saggi narrativi Le lacrime degli eroi (2013), Achille e Odisseo (2020), Il grido di Pan (2023). Per HarperCollins sono usciti il romanzo Sono difficili le cose belle (2022) e il saggio narrativo Sognava i leoni. L'eroismo fragile di Ernest Hemingway (2024). I suoi racconti sono apparsi in riviste, antologie e ebook (come Mai, Ponte alle Grazie 2014), mentre i reportage di viaggio e le cronache letterarie escono su La Stampa e L'Espresso. Cura un sito di cultura taurina: www.uominietori.it

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