Con doppia uscita settimanale, minima et moralia vi propone la pubblicazione a puntate del romanzo “Aosta City Blues” di Matteo Castello, accompagnato dalle illustrazioni di Edoardo Meda.
“Aosta City Blues”, originariamente pubblicato nel 2021 e ora profondamente rimaneggiato e rinnovato, racconta la storia di Luca che, dopo gli studi universitari, torna nella sua città natale affrontando le difficoltà e le frustrazioni della vita di provincia.
Tra lo sforzo di inserirsi in un contesto estraneo e la riscoperta di una nuova identità, il mondo locale offre un’improbabile e grottesca svolta fanta-politica: l’occupazione del palazzo della Regione da parte di un gruppo di indipendentisti di estrema destra.
15. IN TRAPPOLA
I tre militanti separatisti erano tesi e impacciati. Uno di loro – grassottello e silenzioso – sudava molto, mentre gli altri cercavano di mascherare l’agitazione tenendo le voci troppo alte e scuotendo le loro armi contro gli ostaggi atterriti. Luca non ne aveva mai visto impugnare una, se non dai carabinieri lungo le strade o davanti alle banche, e anche in quel caso aveva sempre trovato la cosa inopportuna. Luca sentiva che sarebbe finita male, che sarebbe sicuramente partito un colpo fatale dalle canne sottili puntate contro. Era raggelato, e sentiva fisso su di sé lo sguardo del tipo a cui aveva spaccato il labbro mesi prima. “Mi farà il culo, ne sono sicuro.”
Dopo interminabili istanti uno degli uomini armati si avvicinò ai tre a terra e afferrò Carola per un braccio costringendola ad alzarsi. Luca sussurrò un incerto “lasciatela stare”, e in tutta risposta ricevette un calcio secco in testa, poi un altro sulle costole. Si chiuse a riccio serrando gli arti al corpo, frastornato dall’adrenalina e dalla paura. Sentì il dolore solo al terzo colpo che si incastonò dritto al centro del volto, tra gli occhi e i denti. “Calmati!” strillò a mascelle strette il più basso e nervoso dei tre rivolgendosi al fascista, non a caso il più aggressivo del manipolo.
“Sapete questo qui chi è?” chiese sardonico ai due compari. “Questo è il giornalista che si diverte a scrivere stronzate su di noi, e adesso l’abbiamo intrappolato come un topo.” Un altro calcio sulle braccia strette a riparare la testa.
“Ti ho detto di finirla,” intimò seccamente il corto, “abbiamo cose più importanti da fare.”
Carola era visibilmente spaventata, i capelli arruffati e gli occhi arrossati di pianto. Cercava però di darsi un tono, e i suoi occhi scandagliavano lo spazio in cerca di un segno qualsiasi, di una speranza. Le armi, ne era certa, adesso erano impugnate meno minacciosamente di qualche istante prima, i movimenti dei sequestratori si stavano facendo più rilassati, con tutta evidenza meno inclini a ulteriori scatti di violenza. Appigli, scuse inventate, occasioni di conforto strappate alla circostanza impazzita.
La paura era un sentimento che Luca aveva provato pochissime volte, e di certo mai come ora. Sentiva il sangue pulsare nelle vene, il battito del cuore in gola, il respiro corto che solcava i denti incollati alla bocca impastata, le parti contuse che si irrigidivano, la pancia che gorgogliava e un senso di stordimento che gli appesantiva gli occhi.
Cosa volevano quegli uomini? Perché erano lì? Era una rappresaglia? Una punizione per le parole pubblicate quella mattina? I pensieri correvano veloce e si mischiavano tra loro, contorti e affannosi, opachi.
“Ora tu ci dai le password del sito, tutto quello che serve per pubblicare dal vostro portale”, fece uno rivolto a Carola.
“Dovete venire di là, nel mio ufficio. Poi però ci lasciate andare” rispose lei, subito spintonata verso la stanza indicata con un fucile puntato alla schiena.
“Questo lo vedremo”, ridacchiò il tizio del pub.
“Voi due tenete d’occhio questi qui e non fate stronzate. Capito Michel?”, fece il piccoletto che si stava occupando della direttrice, a quanto pare il capo banda, rivolgendosi spazientito al persecutore di Luca, che ora aveva un nome. Il contrasto tra i due poteva essere la loro salvezza, pensava Luca. Almeno ce n’è uno che non è del tutto pazzo. Nel frattempo, non bisognava fare innervosire nessuno, limitare i contatti visivi con quel Michel e attendere che il commando facesse ciò per cui era venuto. In fretta, possibilmente.
Prendere possesso dei principali giornali della città era parte del piano dei separatisti che, nella notte, non appena avevano saputo dell’arresto di Giacchin, si erano precipitati a recuperare le armi residue in soffitte e depositi sparsi qua e là, e si erano riversati in città per tentare un’impresa disperata. O la va o la spacca, in ogni caso erano fregati. Nella migliore delle ipotesi si sarebbero dati alla macchia prima dell’arrivo delle forze dell’ordine, in caso contrario avrebbero dovuto approfittare della durata dell’assedio per fare propaganda. Quella pazzia non sembrava nient’altro che un’improvvisata da sbandati, un colpo di testa di qualche scheggia impazzita. Quello che nessuno ancora si aspettava è che il piano non si limitava a quell’azione insensata.
Mentre i due accovacciati a terra fantasticavano di fughe rocambolesche, Carola stava dando istruzioni all’uomo nell’ufficio. Si sentiva il suo tono spezzato dall’agitazione che scandiva istruzioni, mentre l’altro annotava tutto come uno stagista alle prime armi.
“Fai in fretta, non abbiamo tutto il giorno”, sibilò Michel, mentre il cicciottello guardava oltre la finestra e dava l’impressione di non vedere l’ora di svignarsela. “Devo pisciare,” disse dopo qualche minuto, “dov’è il cesso?”
“Ti pare il momento? Cazzo!” fece Michel, mentre Garin da terra indicava l’ufficio di Carola, “devi andare di là.”
Rimase solo il fascista a sorvegliare gli ostaggi.
“Possiamo sederci?” trovò il coraggio di chiedere Garin.
“Falli sedere Michel!” si sentì ordinare dall’altra stanza.
“Avete sentito? Forza, contro quella parete!”
Il semplice sforzo di mettersi a sedere diede a Luca un irriducibile senso di nausea. Il colpo alla testa lo aveva lasciato stordito, e sentiva che avrebbe potuto rimettere da un momento all’altro. Era curioso come finora ogni contatto con quel Michel fosse finito con una vomitata. Dopo pochi istanti, tuttavia, il conforto della parete contro la schiena cambiò la prospettiva. Carola sbucò dall’ufficio incerta sul da farsi, dopo aver ricoperto per qualche momento un ruolo che le era sembrato ben più consono e familiare di quello dell’ostaggio. “Ora ci lasciate andare?”
Lo sciacquone risuonò nel silenzio. “Finalmente ce l’hai fatta”, disse Michel provocando l’altro, appena uscito dal bagno.
“Finiscila!” tornò a ordinare, incattivito, il piccoletto.
“Abbiamo il controllo? Possiamo pubblicare?” chiese Michel al capo.
“Sì, leviamoci questi qui dai coglioni.”
I tre tirarono un sospiro di sollievo.
“Avete sentito? Forza, fuori!” strillò il cicciottello, probabilmente sollevato dall’essersi scaricato le budella. Carola fu la prima a uscire, dietro la minaccia vuota delle armi puntate, ormai un mero formalismo. Poi fu il turno di Garin, che porse un braccio a Luca per aiutarlo ad alzarsi. Quel gesto di solidarietà fu però interrotto bruscamente da Michel che, spintonando violentemente Garin, gli intimò di farsi i fatti suoi.
“Tu ce la fai da solo ad alzarti, vero campione?” sibilò quindi guardando Luca con ferocia, il quale questa volta non se la sentiva proprio di fare il duro. Non gli rimaneva che stare al gioco. Lo fece piano, appoggiando il braccio che non gli doleva a terra, in modo da mettersi su un ginocchio (lo stomaco era in tempesta, la testa una fitta continua), fino ad accennare un primo sollevamento di entrambe le gambe. Si ritrovò catapultato nuovamente contro il muro. Michel gli aveva sferrato uno schiaffone in pieno volto, colpendo il naso che subito iniziò a zampillare.
“Alzati!” urlò l’energumeno con tutta l’intenzione di voler ripetere il giochino.
“Pezzo di merda”, si fece scappare Luca, ora fuori controllo dalla rabbia, ricevendo con tutta risposta un calcio sulle gambe.
“Finiscila Michel, perdio! Non è il momento, fai uscire questo verme!” Il comando fu perentorio, ma non tolse a Michel la piega diabolica dello sguardo. Luca si sforzò di sollevarsi il più velocemente possibile, ora l’adrenalina era tornata in circolo. Dovette trattenersi per non lanciarsi contro il suo aggressore, tentativo che subito si rivelò del tutto campato per aria: barcollava e avrebbe presto vomitato. Si diresse verso l’uscio dove Garin era rimasto ad aspettarlo. Poco prima di raggiungere l’uscio Michel lo raggiunse e lo afferrò per i capelli, tirandogli indietro la testa.
“Non è finita qui, prima o poi ti ammazzo.” Poi lo spinse fuori con vigore. “Levatevi di torno, subito!” urlò.
I due non se lo fecero ripetere due volte.
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