In Sono il poeta, la seconda raccolta poetica di Luca Alvino pubblicata da Il Convivio, l’autore continua a percorrere la forma classica del sonetto, virando verso un tono leggermente più solenne, ma certamente non meno accessibile. «Cosa incanta la mente fertile di Luca Alvino della poesia classica? Il ritmo, la musicalità, la perfezione matematica, il calzante gioco metrico, la meticolosità artigianale? Difficile dirlo. Ma una cosa risulta evidente: la capacità di fare combaciare il rigore metrico con un pensiero fluido, asimmetrico, gioioso e privo di qualsiasi rigidità» (dalla prefazione di Dacia Maraini). Pubblichiamo qui un breve estratto del libro, ringraziando l’autore e l’editore.

Sono il poeta

Sono il poeta al quale chiedi aiuto,
l’ignoto che t’afferra con un salto,
io sono il cielo quando è blu cobalto,
il giubilo che non hai mai avuto.

Sono il lampo che giunge impreveduto,
io sono il sogno che di soprassalto
ti fa guardare dritto verso l’alto,
l’oracolo io son che resta muto.

Son l’angelo più bello del creato,
il mare che al tramonto si colora,
il vento che ti parla in un sussurro.

Il caso non voluto, sono il fato,
la luce che tracima dall’aurora,
son delle fiabe tue il principe azzurro.

***

Alla primavera

T’aspetto sempre, pur se sei lontana,
perché tu sola allieti la mia vita,
mi piaci se, febbrile ed imbizzita,
soffi il tuo vento caldo, o mia sovrana.

Arriverai tra qualche settimana,
e infine sanerai la mia ferita.
Come ogni volta sembrerai infinita,
perché sei bella, ma anche ciarlatana.

Però mi basterà la tua presenza
– anche se durerà per pochi mesi –
per far la mia esistenza più leggera.

La scambierò per accondiscendenza,
giacché i pensieri tuoi non son palesi.
Ti prego, vieni presto, o primavera.

***

Io re della tristezza

Nato di notte, al buio più profondo
– la vita è solo un fatto di fortuna –,
io sono il figlio stolto della luna
e i versi miei fanno più cupo il mondo.

Poeta senza patria e vagabondo,
la mia poesia è funesta e inopportuna,
a tutti gli altri nulla mi accomuna,
io così triste, tetro e gemebondo.

Eppure sono pieno di dolcezza,
adoro il cielo azzurro e il bianco mare
e mi commuovo quando guardo un fiore.

Ricolmo di candore e di vaghezza
d’essere amato e di voler amare,
io re della tristezza e del dolore.

***

Il fratello della leggerezza

Io sono il vento che accarezza il mare,
la schiuma che s’increspa sopra l’onda,
sono la lingua rapida e rotonda
che scocca in un sorriso quando appare.

Io sono la risacca che traspare
sopra la sabbia quando l’acqua esonda,
sono la nube bianca che asseconda
il vento svelto nelle sere chiare.

Sono l’ape che vola sopra un fiore
e che golosamente il cuor ne sugge;
io sono il refrigerio della brezza.

L’amico silenzioso dell’amore
che non afferri, ahi lasso, e che ti sfugge.
Sono il fratello della leggerezza.

***

O forse il vento

C’è troppa luce in cielo questa sera
e tiene desto e inquieto il cuore mio,
vorrei calmare un po’ lo sfolgorio
di stelle in questa tarda primavera.

Ché, se c’è troppa luce, si dispera
la mente mia stordita dal brillio.
Ho chiesto ad un poeta, e infine a Dio,
di rendere la luce più leggera.

Ma non c’è dio, poeti né poetesse
che possano schermarlo con un velo,
e troppo ormai mi abbaglia il firmamento.

Salisse mai qualcuno fino al cielo,
soffiasse su le stelle e le spegnesse,
un angelo pietoso, o forse il vento.

 

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