di Luca Todarello

La curva saltava come un’unica entità, produceva un suono pieno e al tempo stesso sordo, il passo di un gigante che trasmette la vibrazione dell’assalto.

La partita per noi era cominciata subito in discesa. Gli avversari, nella persona del loro difensore centrale – un brasiliano reduce dal trionfo ai Mondiali dell’anno precedente – si resero protagonisti di uno splendido autogol di testa. Era bastato un cross d’esterno di uno dei nostri: la traiettoria del pallone aveva incrociato gli occhi del povero ragazzo di São Paulo che aveva regalato al pubblico pagante un inatteso pallonetto. Ma nella porta sbagliata.

Enzo aveva esultato come un matto. Ci eravamo abbracciati, increduli. A volte attendi con tale fiducia il miracolo di uno dei tuoi che finisci per riceverlo, inatteso, dalla squadra avversaria. Conducevamo uno a zero, il sole ruggiva e il terreno di gioco era disseminato di foglietti di carta che la marea umana assiepata sulle gradinate aveva lanciato durante l’ingresso in campo. Ci eravamo illusi per pochi attimi di essere alla Bombonera di Buenos Aires, uno degli stadi più accesi del mondo. Invece eravamo a una manciata di chilometri dall’Adriatico ma l’illusione ci rendeva audaci e capaci di sognare, se si tiene presente che sognare è il modo più economico di stare al mondo.

Le squadre avevano intanto ripreso a sfidarsi a centrocampo. Il nostro allenatore prediligeva il gioco esterno, per cui le ali continuavano a insistere su quella strada indirizzando fendenti tagliati verso il centro dell’area di rigore. Il nostro attaccante, il più forte degli ultimi anni, attendeva il pallone giusto. Lo svedese, che avrebbe fatto reparto con lui nella stagione successiva, era ancora di là da venire.

Nelle pause tra un’azione e l’altra Enzo apriva il suo quaderno e si lanciava nell’esecuzione di uno schizzo. A partita appena iniziata aveva tracciato la linea di fondo del campo e poi aveva tratteggiato alla bell’e meglio le sagome dei giocatori. Una volta passati in vantaggio, aveva gettato le fondamenta delle gradinate e del cielo che sembrava abbracciarle con un unico movimento.

Nel frattempo avevamo subìto una pericolosa sortita offensiva. Il nostro portiere si era disteso sulla destra spalancando il braccio di richiamo verso un pallone calciato all’incrocio. La sua mano aveva impattato la sfera lasciando che finisse in calcio d’angolo. Eravamo scattati in piedi, esultando come se avessimo raddoppiato.

«Troppo forte, meno male che sta in porta a noi e non a loro!» mi urlò nell’orecchio Enzo per superare il fragore che tutto lo stadio aveva dedicato al nostro salvatore.

Annuii distrattamente perché il gioco era già ripartito ed eravamo tornati in possesso del pallone. Pensavo a quanto il calcio potesse essere rapido e transitorio come tutte le cose di questo mondo. Ma continuavo a sognare che ci avrebbe anche permesso di essere migliori, prima con gli altri e poi, forse, con noi stessi.

Enzo non era sintonizzato sulle mie trasmissioni mentali, vagava con lo sguardo tra il campo e i ritratti che andavano riempiendo sempre di più il suo taccuino. Eravamo tornati ad attaccare con insistenza dall’esterno verso il centro. La nostra difesa sembrava approfittare dello scoramento avversario per la rete mancata.

Vedemmo partire dalla nostra trequarti un lancio verso la fascia destra, proprio quella più vicina ai nostri posti. La nostra ala di riferimento, che occupava quella porzione di campo attenendosi a uno stretto piano di sorveglianza e senza arrischiare mai uno sconfinamento, raccolse il pallone e lo sistemò con cura sul suo piede preferito.

«Non ci credo» mi parve di sentire mentre seguivo lo sviluppo dell’azione.

Mi girai verso Enzo. Pensavo di trovare ancora il suo sguardo a metà tra campo e quaderno, invece si era alzato in piedi. La sua battuta mi aveva rubato l’attimo in cui la nostra ala aveva apparecchiato tutto per l’ennesimo cross. Quando il pallone si trovò a mezz’aria, Enzo era già balzato oltre il suo seggiolino, mosso da un’attrazione fulminea verso il vuoto che occupa lo spazio e il tempo prima di un capolavoro.

Era stato calamitato da una luce e se ne era lasciato attrarre molto più facilmente di me, mostrandomi che la sua vocazione per la speranza aveva radici più robuste delle mie. Anzi, gli permetteva di vedere oltre, di sentire quello che sarebbe successo. Quello che accadde, infatti, aveva del sublime, riempiva gli occhi di noi tifosi con il nitore dell’eternità.

Il nostro centravanti si era coordinato in aria con un movimento all’indietro, poiché quando il pallone lo raggiunse, lui si trovava in anticipo rispetto alla traiettoria. Gli era bastato fare due passi indietro per incontrare la corsa della sfera nel pieno della sua discesa. La rovesciata ci inondò di una gioia indescrivibile. Non capimmo subito se fosse andata a segno o meno, ma era stata bellissima. Il boato che seguì, stavolta, fu ancora più forte di quello di qualche minuto prima. Erano già abbracci, già pianti. Ciascuno di noi raccoglieva in se stesso l’importanza di aver visto un gol come quello e la certezza di portarselo per sempre nel cuore.

«Ma come ha segnato, in rovesciata?» mi chiese Enzo.

Non capivo.

«Non ti ho visto più, dov’eri finito?» gli urlai.

«Non ho capito più niente, non ho visto niente!» mi rispose ridendo come mai l’avevo visto fare. Era finito nella baraonda di tutti quegli altri corpi composti di atomi di felicità pura.

Gli raccontai tutta l’azione e gli dissi che era incredibile che non avesse visto quella giocata.

«Non fa niente! Non fa niente!» ripeteva sorridendo.

Non era più accanto a me, ma su un altro pianeta. Per il resto della partita se ne stette chino sul taccuino, lanciando qua e là un’occhiata al gioco che si svolgeva sotto i suoi occhi. Purtroppo non riuscimmo a portare a casa il risultato, gli avversari ci infilarono due volte nel secondo tempo e rispedirono al mittente la figuraccia dell’autogol.

Nonostante tutto era primavera. Fu un pomeriggio bellissimo, una partita indimenticabile. Una rovesciata che era valsa, forse, tutta un’età.

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