Non ho letto tutti i suoi libri; non ho firmato tutte le sue petizioni; non sono andato a tutti gli incontri cui ha partecipato (ma che c’entra: nemmeno lui); non sono sempre stato d’accordo su tutte le posizioni che ha preso; non l’ho incoraggiato/compatito/consolato/cazziato per ogni volta che è stato lasciato da una fidanzata (ma per una discreta percentuale); non ho seguito con trasporto tutte le sue difficili vicende giudiziarie, né ho potuto contare tutte le minacce di morte che ha accumulato in coda ai suoi post negli anni.

Eppure di Christian Raimo ricordo sempre il compleanno: il 9 giugno. Lo ricordo per un motivo particolare: perché il 9 giugno del 2001, quando compì ventisei anni, gli organizzai una festa a sorpresa nella libreria Fahrenheit di Campo de’ Fiori a Roma. Gli avevo detto che ci saremmo visti lì per poi andare a bere una birra e forse chissà si sarebbe aggiunto qualcun altro. In realtà con un gruppo di amiche e amici, a partire da Martina Testa (con cui lo avevo conosciuto a una riunione di redazione della rivista Elliot), eravamo riuniti a sorpresa nella libreria, nella cui vetrina troneggiava come unico titolo esposto Latte, il suo libro d’esordio, che ero riuscito a far stampare appena in tempo, in un’unica copia artigianale, alla tipografia – la gloriosa Graffiti di via Diomede Marvasi sull’Aurelia, della famiglia di tipografi-editori Iacobelli, complici di questa e altre mille avventure libresche.

Sono passati venticinque anni. Auguri dunque a Christian e auguri al suo esordio letterario.

Non so se a Christian l’idea venne quella sera o se già l’aveva partorita: sta di fatto che mi propose che l’intera tiratura di quella sua raccolta di racconti d’esordio avrebbe avuto uno sfragis (parola che io non avevo mai sentito e che Christian mi spiegò essere una specie di ex libris o di sigillo) fatto a mano nella pagina di apertura di ogni esemplare. Sorprendentemente, lo presi sul serio.

E così organizzammo una trasferta in tipografia, o meglio nella sede distaccata della tipografia dove i libri venivano allestiti, dove cioè prima di essere libri erano ancora tanti fascicoletti separati (i trentaduesimi), cuciti uno per uno ma non ancora incollati fra loro, ancora senza copertina. Con altre persone dalla casa editrice andammo in quel capannone in periferia a primissima mattina, e creammo una piccola catena di montaggio, parallela a quella che pochi metri più in là si occupava di realizzare i libri: appena una copia veniva assemblata e aveva tutti i pezzi giusti al posto giusto, ce la sistemavano su un bancale; noi ci passavamo da un bancale all’altro queste copie appena venute alla luce, in mezzo al rumore infernale che producevano quelle macchine molto meccaniche, molto poco digitali, che si usavano all’epoca per tagliare, cucire, incollare. Uno la prendeva, l’altra apriva il libro alla pagina giusta e lo porgeva a Christian, che ci apponeva questa specie di fiorellino, prima di passarlo a un altro di noi che lo risistemava sul bancale delle copie già «personalizzate».

L’impresa era divertente ma improba: diversamente dal personale tipografico non avevamo cuffie o tappi per le orecchie, e il rumore ci stava stordendo; dopo qualche ora non si capiva più se l’alienazione tayloristica si stava incarnando più tra le persone che allestivano i libri o noi che ci occupavamo di personalizzarli; e quando – fatti due rapidi calcoli matematici – ci rendemmo conto che a quel ritmo avremmo passato forse un’intera settimana a sigillare tutta la tiratura, Christian mi insegnò a fare il suo disegnino: non mi veniva perfettamente, ma con l’esercizio il mio sfragis migliorava, e al tempo stesso per un incipiente tunnel carpale i suoi peggioravano a vista d’occhio per cui ci stavamo incontrando nel punto dell’aurea mediocritas che deve aver contraddistinto la maggior parte degli ex libris che illustrarono quella prima edizione. Se ne trovate a peso d’oro una rarissima prima edizione, fate fare prima una perizia calligrafica. Se l’avete già pagata a peso d’oro, e volete chiedere un risarcimento, affronteremo a testa alta e a cuor leggero l’eventuale rimessa economica: non sarà stata certo l’impresa meno redditizia, né per me né per Christian, in questi venticinque anni di editoria.

Latte, con la sua bellissima illustrazione di Marina Sagona in copertina, era il sesto volume della collana Nichel, quella con cui minimum fax aveva da poco iniziato a pubblicare narrativa italiana. Il simbolo del Nichel, NI, era l’acronimo che indicava questa nuova direzione; ma ancor più che questa coincidenza, nei giorni in cui in redazione sfogliavamo il dizionario in cerca di una parola che ci piacesse per darle il nome, ci eravamo imbattuti in questa etimologia:

Nìchel s. m. [dallo sved. nickel, tratto dal ted. Kupfernickel (comp. di Kupfer «rame» e Nickel «genietto maligno», quasi a dire «folletto del rame», quindi «falso rame»), nome dato dai minatori alla niccolite (di colore spesso simile a quello del rame) dalla quale il nichel fu dapprima isolato]

E ci piacque subito l’idea di questo folletto dispettoso la cui funzione è del tutto simile a quella dell’editore o del talent scout, che spesso si imbatte in qualcosa mentre sta cercando tutt’altro.

Fino a quel momento, infatti, minimum fax, che era nata sei o sette anni prima, aveva pubblicato principalmente libri sulla scrittura – fra cui l’esordio di Francesco Piccolo Scrivere è un tic e le gloriose interviste della Paris Review – e letteratura americana: Ferlinghetti, Bukowski e Carver tra le riscoperte; David Foster Wallace, Thom Jones, Jonathan Lethem tra le nuove voci. Avevamo fatto qualche libro intorno alla musica (l’autobiografia di Miles Davis, le poesie di Suzanne Vega, i racconti di Pete Townshend) ma solo da poco ci eravamo affacciati alla narrativa italiana.

Nella collana avevamo pubblicato un solo vero esordio, quello di Alessandro Fabbri; poi avevamo dato spazio a voci di chi aveva già esordito altrove, anche in altre discipline: Vespa, Drago, Del Giudice, De Torrebruna.

Nel volgere di pochi mesi, il doppio esordio di Christian e quello di Nicola Lagioia (che sarebbe arrivato tre mesi dopo, l’11 settembre 2001: non proprio la notizia principale su tutte le testate, quel giorno…) avrebbero impresso alla nostra ricerca una svolta. Sarebbero arrivati nel giro di pochi anni Riccardo Falcinelli e Marta Poggi, Valeria Parrella, Francesco Pacifico, Ernesto Aloia, Veronica Raimo, Carola Susani, Paolo Cognetti, Alessio Torino, Carlo D’Amicis…

Sarei stato felice di festeggiare questo 25° anniversario dell’esordio letterario di Christian Raimo con un suo ingresso nella sestina del Premio Strega 2026. Ma d’altro canto temo di aver gettato un’ombra lunga sulla carriera di Christian.

In un recente trasloco ho ritrovato le bozze di Latte con i miei appunti ai testi, le mie famose quanto fastidiose «righette ondulate» (cit. Martina Testa) e anche una frase rivolta a me, che Christian avrebbe voluto inserire nella dedica iniziale. Gli dissi che non era elegante dedicare il libro all’editore, lui insistette e gli proposi un compromesso: «Puoi dedicarlo a me a condizione che sia una frase dispregiativa». Nella pagina dei ringraziamenti credo che ancora oggi appaia questa frase: «A Marco, senza il quale questo libro sarebbe stato un best-seller».

È una delle cose di cui sono più fiero dei miei tre decenni da editore. Mi dispiace solo che questo marchio di infamia ancora insozzi la sua, altrimenti fulgida, carriera letteraria. Auguri!

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Autore

marcocassini@minimaetmoralia.it

Marco Cassini (1970) ha fondato le case editrici minimum fax (1994) e SUR (2011). Dirige la Scuola del libro e, con Gianmario Pilo, il festival La grande invasione. Collabora con Il Post e Lucy sulla cultura. Ha scritto Refusi. Diario di un editore incorreggibile (Laterza 2008); ha curato Fascette oneste. Se gli editori potessero dire la verità (Italo Svevo 2020), ha tradotto Salvo il crepuscolo (SUR 2022) di Julio Cortázar e Fotografie dal mondo perduto di Lawrence Ferlinghetti (SUR 2025).

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