Ricordiamo Enzo Siciliano con un pezzo di Luca Alvino apparso su Nuovi Argomenti nel 2014.
C’è un’opera di Matisse che ho sempre avuto specialmente cara. Rappresenta un vaso di anemoni colorati i cui steli, ricoperti di una soffice peluria, fluttuano nello spazio in maniera anarchica ma allo stesso tempo aggraziata. Sullo sfondo c’è uno specchio nero, incastonato in una pesante cornice che ne delimita i contorni. Le tinte accese dei fiori e della parete retrostante risaltano contro la superficie oscura dello specchio, e segnano un discrimine netto tra ciò che dovrebbe essere la realtà e ciò che dovrebbe costituirne il riflesso. Le scelte stilistiche di Matisse lasciano trapelare i trascorsi fauvisti dell’artista nei suoi anni parigini: l’impiego dei colori primari, la mancanza di una visione prospettica, l’impostazione decisamente antinaturalista. Ciò che l’autore intende rappresentare non è la realtà, ma la percezione soggettiva che ne ha maturato. E lo fa svelando apertamente i propri strumenti pittorici, denunciandone l’artificio, ostentandone l’efficacia. L’arte ha rubato la scena al mondo reale, è fuoriuscita dallo specchio che la teneva imprigionata e l’ha oscurato con la propria felicità espressiva.
È a quest’opera che si riferisce Enzo Siciliano nelle pagine finali di Campo de’ Fiori. Sta parlando della generazione di Pasolini, l’ultima che – a suo giudizio – ancora nutriva una concezione profondamente etica della poesia; erano uomini che investirono nella politica il meglio delle loro energie arrivando a provare un «accanito disamore per l’arte»; rifiutavano di riconoscere all’esperienza estetica una statura che attribuivano solamente alla giustizia sociale, al conseguimento dell’equità tra gli individui: «Ammiravano gli anemoni dipinti nello specchio nero da Matisse. Forse ne amarono in silenzio la sensualità e la morbidezza degli steli, la carnale trasparenza dei petali corallo, rosa, bianchi. Ma cercarono di negarne la necessità poetica, ciò che quei fiori offrono, proprio con la loro flessuosità, di insostituibile alla nostra realtà di uomini». Ecco cosa rappresentano per Siciliano gli anemoni di Matisse: l’emblema della fulgida inessenzialità dell’arte – questa leziosa combinazione di forme, suoni, immagini e colori, che la generazione di Pasolini amava con riserbo, quasi provandone pudore, e alla quale egli riconosce tuttavia una irrinunciabile necessità poetica.
Mi sembra un buon punto di partenza per approcciare la lettura di quella che è, a mio giudizio, una delle opere più belle di Enzo Siciliano, ovvero proprio Campo de’ Fiori. A metà strada tra il romanzo e la prosa memorialistica, fu composto nel 1993, in occasione di un viaggio a Casarsa per la presentazione di Petrolio. Il libro è un prezioso repertorio di testimonianze personali e descrive uno dei sodalizi tra i più fecondi della cultura italiana novecentesca, che riunì – assieme agli stessi Siciliano e Pasolini – personaggi come Alberto Moravia, Elsa Morante, Dacia Maraini, Sandro Penna e Dario Bellezza. L’autore racconta gustosi aneddoti privati, come la contesa culinaria che sostenne con Moravia, giudice Pasolini; o ancora di Moravia che lava i piatti «con l’acqua bollente a mani nude nel lavello di casa Antonelli a Sabaudia canticchiando Zanzazero Zanzazà»; o di quando in Africa dovette fuggire insieme a Dacia Maraini di fronte a un gruppo di cavernicoli armati di bastone lanciati al loro inseguimento. E narra poi episodi di carattere meno aneddotico, molti dei quali legati alla storia di questa rivista. Si parla del cambio di rotta avvenuto in seno a «Nuovi Argomenti» con la seconda serie (quella iniziata nel ’66), quando si abbandonò l’impostazione ideologica precedente per privilegiare la ricerca di testi di qualità, con un orecchio sempre attento alle nuove voci letterarie; si raccontano le dispute dei redattori sulla poesia, sul rapporto del cinema e della letteratura con la realtà; di quando Siciliano rifiutò i primi racconti di Cordelli e litigò con lui all’incrocio tra via Ripetta e via del Vantaggio; della gioia contagiosa di Pasolini nel momento in cui scopriva un nuovo talento.
Ma l’aspetto più sorprendente del libro sono le rappresentazioni dello spazio, le relazioni tra paesaggi esterni e stati d’animo, la stratigrafia dei ricordi che si dipana in distese prospettive orizzontali; e soprattutto le improvvise irradiazioni luminose che, come su una tela di Hopper o Caravaggio, rischiarano violentemente la narrazione irrorandola di senso: «La stazione di Casarsa sotto il velo trasparente delle nuvole era invasa da una luce d’argento. Il freddo della mattina fasciava il lungo convoglio che veniva da Roma: l’umido rendeva stillanti le vetture»; o ancora: «Appena fuori paese, contro l’orizzonte piano e illimitato si disegnano gli aghi dei campanili lontani, le cime spelate dei pioppi che fanno nebbia contro il pallore della luce. Sembra che il mutamento sia solo nei dettagli, nascosto dietro le siepi, riparato dalla collina dei tronchi e delle vigne fiaccate dal freddo».
Già, i dettagli. Se in altre opere di Enzo Siciliano i dettagli rischiano di sembrare vagamente artificiosi, in Campo de’ Fiori sono proprio i dettagli a dare consistenza alla storia. L’atmosfera mattutina di Casarsa, il freddo pungente, la descrizione rapida e misurata della casa dei Colussi, l’altèra nitidezza della luce: tutto è funzionale alla ricostruzione esatta del ricordo, che in alcuni passaggi raggiunge vette di magistrale acutezza sinestetica. Ecco come viene descritta la luce invernale di Casarsa, «una luce di cristallo che sulla retina ha gli stessi effetti che sull’udito lo staccato musicale»:
È una luce che si sottrae all’essere vissuta o a viversi nelle cose: – lo staccato musicale fa sì che tu avverti il modo in cui il tempo viene sezionato o agito dal suono. Quella luce invernale scandiva una viva differenza fra visione e rappresentazione – gli oggetti possedevano l’oggettività fenomenica di una irrimediabile tonalità. Quei pioppi in lontananza, riga scura disegnata oltre le case, limite di un orizzonte perduto oltre se stesso, avevano una materialità specifica nella mia visione che non si perdeva o non si confondeva nella rappresentazione che ne avevo.
La luce, in Siciliano, è sempre postuma, legata alla rielaborazione del ricordo. Nel tempo presente, la realtà è velata da una patina di opacità che raramente ne consente una comprensione immediata. Nel saggio introduttivo al «Meridiano» a lui dedicato, Raffaele Manica afferma: «Quando rievoca il passato, la narrativa di Siciliano scopre che il filo degli eventi, per essere intero, va visto da una distanza che, lasciando al loro posto i segni del destino, sappia entrare nel corso delle cose con quella luce che non sempre i fatti sembrano possedere nel momento del loro accadere».
Nel ricordo la nitidezza della luce rifrange la realtà come un prisma e la riduce a superficie esplorabile. Utilizzando un meccanismo analogo a quello dello staccato musicale, Siciliano agisce sul tempo scardinandone la continuità e riducendolo a unità misurabili. Come nel paradosso di Zenone, in cui la tartaruga sconfigge Achille nella corsa esasperando il concetto stesso di distanza in una misurazione ossessiva, la prosa di Siciliano incanta la realtà descrivendola con meticolosa accuratezza, asciugandone l’immanenza, e facendo risalire alla superficie i procedimenti di astrazione che le abitano all’interno. Afferma Siciliano: «la realtà è un’esperienza anzitutto interiore, ma insieme fisica – un’ipostasi dell’interiorità che chiede il vissuto come nutrimento».
La realtà è ciò che permane oltre la dimensione irrisolta dell’esperienza, al di là del fluire inarrestabile della storia. Essa non coincide né con il passato – oramai sporco di ermeneutica, compromesso dall’ideologia – né tanto meno col presente – troppo magmatico per essere ridotto a una categoria ordinata e comprensibile. La creazione artistica si innesta sul sostrato esperienziale e lo rende materia viva; raffredda il magma incandescente del vissuto e ne distilla cristalli luminosi. Ciò che nella storia rimane torbido, opaco, si circonfonde di un chiarore suggestivo, irradiato dalla potenza dell’atto creativo che lo traspone nella forma esperibile. Come in un percorso inverso rispetto a quello di Alice, gli anemoni di Matisse fuoriescono dallo specchio e invadono con prepotenza la dimensione della realtà, ne conquistano la ribalta, ne occupano gli spazi. Ma solo per donarle quella pienezza di cui la precarietà dell’esistenza l’aveva defraudata. Una pienezza trasfigurata dall’opera faticosa dell’artista. Ma certo commovente, e forse l’unica possibile.
La notte di Campo de’ Fiori si dilata appunto come un vuoto, pure nella struttura di case cinquecentesche e popolari. Oltre le luci aranciate, in alto, le idee si dissipano. Rimangono gli spettri, le verità di ciò che si è vissuto e sofferto, i furori condivisi, gli oblii imprevedibili. Rimane il tempo, trasfigurato nella memoria e nelle sue incarnazioni, la strada che tutti abbiamo da percorrere. Il chiarore errante della luna si schiude fra gli scogli delle nuvole, fra i tetti, le antenne e le terrazze, e la notte sembra sul punto di traboccare.
Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2025 ha pubblicato per Il Convivio la raccolta poetica Sono il poeta. Nel 2023 ha tradotto e curato per Interno Poesia un’ampia antologia delle poesie di John Keats, intitolata Mio cuore. Nel 2021 ha pubblicato, ancora per Interno Poesia, la raccolta poetica Cento sonetti indie. Nel 2018 è uscita per Castelvecchi la sua raccolta di saggi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza.
