Platone utilizzava il mito; e lo faceva, seguiamo qui la lezione di Enrico Berti, in almeno tre modi: uno filosofico, per raccontare in modo più efficace e comprensibile un concetto (che avrebbe potuto essere esposto però già logicamente, come il contenuto del mito della caverna); uno metafilosofico, per alludere a qualcosa che va al di là della filosofia (come il destino delle anime dopo la morte); un uso prefilosofico, che riguarda oggetti che non sono suscettibili di conoscenza rigorosa, e, sotto questo aspetto, il mito è ciò di cui ci si accontenta rimanendo al livello del mondo sensibile.
Oltre a questo e per concludere, ci sono i miti che vengono riportati, e cioè i miti di cui Platone si appropria e che usa nei suoi scritti, come quello dell’androgino raccontato da Aristofane nel Simposio.
Quanto precede ci permette di capire come, all’interno della vastissima produzione di uno dei più grandi filosofi dell’Occidente, il discorso non propriamente teoretico, e cioè il racconto (mythos=racconto) abbia gran parte e serva a diversi scopi. L’arte della narrazione è utile e giusta perché capace di mostrare ciò che si vuole spiegare, attraverso quindi una rappresentazione che possa alludere in qualche modo al vero.
In Platone. Una storia d’amore, recentemente pubblicato da Feltrinelli, Matteo Nucci si è dato il compito di parlarci del filosofo ateniese da una prospettiva di profonda e sentita vicinanza, come se soggetto e oggetto della narrazione fossero due che riescono a farsi uno, simili come fratelli o amanti, e come fratelli o amanti uniti oltre l’accadere del tempo.
Per far questo, per parlare di una vita e di Eros, Nucci segue la pratica di Platone che abbiamo visto sopra; e siccome di una vita non si dà scienza, ma esperienza, non c’è altro modo che fuggire da qualsivoglia concettualizzazione e ficcarsi dentro alle storie e ai racconti, e andare a perlustrare dove i corpi vibrano, i colori si succedono e si mescolano, le parole sono semi d’arte amorosa piantati nella mente e nel cuore dell’altro per far nascere, se non subito in un altro momento, qualcosa di buono. Qualcosa di bello.
Alcibiade mi sfugge. Vorrei descriverlo, raccontarlo, farne un personaggio, ma non ci riesco. Eppure so che è l’unico modo in cui potrei raccontare l’amore. Perché solo un corpo può permettermelo. Non esistono astrazioni, infatti. Ogni astrazione uccide ciò che voglio raccontare.
A parlare è proprio Platone, in un dialogo con lo Straniero[1], il personaggio del libro che fa da voce narrante onnisciente, istanza narrativa misteriosa e soggetta essa stessa alla forza di Eros. Matteo Nucci trova con questo artificio retorico la via per la sua biografia romanzata di Platone, consegnandoci un testo che segue cronologicamente le fasi della vita del filosofo ateniese dalla nascita all’incontro fortuito con Socrate; dai tentativi di diventare un lottatore a quelli per trovare la propria strada nella letteratura; dalla decisione di dedicare la propria opera al maestro appena giustiziato, alle esperienze di viaggio e a quelle politiche; dalla fondazione dell’Accademia, alla individuazione dei propri discepoli. Ne esce un ritratto di grande potenza e fascino, dove la perlustrazione dell’edificio teoretico, tra i più complessi e fecondi della nostra storia, cede il primo piano alla rappresentazione plastica e dinamica di un’anima nel suo farsi attraverso gli incontri e le relazioni, sotto l’egida del dio che più ci fa desiderare.
Socrate diceva che un’unica persona ne sapeva veramente tanto: la sua maestra. Era una donna e la conoscevano tutti per fama: Aspasia. […] Siamo tutti amanti, tutti lanciati alla rincorsa di ciò che desideriamo. E quel che desideriamo è un corpo e un’anima, sì, ma è anche una vittoria. Il nostro amore può portarci ovunque.
Proprio attraverso Socrate potremo allora comprendere il senso dell’erotica platonica e lo stesso senso del romanzo di Nucci; è grazie alla figura dello Straniero, a cui abbiamo già accennato, che la costruzione narrativa si fa chiara in tutta la sua sapiente complessità. L’inizio è di Socrate, il maestro che seduce e irretisce, l’uomo che, in quanto indagatore che pone domande stranianti, all’interno della comunità ateniese contemporanea è vissuto come lo straniero-nemico, cioè come colui che venendo da fuori punta a negare l’identità del ricevente, il quale non può che reagire dichiarandogli guerra e uccidendolo[2].
Viceversa, nella riflessione platonica che in parte muove e deriva dal dolore e dall’inaudita violenza della condanna di Socrate, e dopo che il discepolo si è del tutto svincolato dalla figura del maestro, lo straniero è un artificio retorico utilizzato per diverse finalità e che alla fine – si veda la usa declinazione nel Sofista – viene a rappresentare ciò che permette all’anima avvertita e attenta di definirsi proprio come soggettività che accoglie il ri-chiedente[3], e che dal richiedente riceve l’indicazione della strada da seguire, senza incorrere nel linguaggio soffocante dell’innamorato, di cui Barthes ci ha consegnato la migliore fenomenologia e che, in riferimento al Fedro, gli permette di dire:
Il discorso amoroso soffoca l’altro, il quale, schiacciato da questo dire massiccio, non trova spazio per esprimersi[4].
Proseguendo su questa linea, allora, possiamo concludere che il nostro vincolo di responsabilità nei confronti dell’Altro, una volta che siamo riusciti a fuggire all’inganno di riportarlo violentemente al nostro Io, è quello di farci custodi delle sue parole, come fossimo un suo interlocutore perpetuo, un suo demone che viene da fuori e che, come irrompe, così chiede ospitalità e così offre ascolto e così pone domande non per ottenere qualcosa, ma in vista del raggiungimento del vero.
Il romanzo di Matteo Nucci, mettendoci tutti nei panni di quella prima persona straniera che dice, ci riporta a Platone (e, necessariamente, a Socrate) per riscoprire la potenza del legame erotico che unisce, affratella, innamora, stordisce e arricchisce, ci apre la strada per la conoscenza e la sapienza, e permette di oltrepassare la nociva volontà del medesimo, abbracciando la traumatica incombenza dell’altro.
Intervista a Matteo Nucci
Inizio dall’inizio, e cioè dalla copertina. Al di là del titolo campeggia, diversa per alfabeto e colore, la parola eros, che è poi la chiave di lettura ultima dell’intero romanzo. Cos’è l’amore erotico di cui il romanzo parla e quali potrebbero essere le coordinate necessarie per situare queste parole e ciò a cui questa parola rimanda nella nostra contemporaneità, che vive probabilmente un momento di profondissima confusione circa l’amore nelle sue varie declinazioni.
Nell’antichità, due sono le divinità dell’amore. Una è Afrodite, divinità del letto, dei sensi. Ancora oggi diciamo “piaceri afrodisiaci” o “malattie veneree” (da Venere, l’Afrodite latina). Eros invece, prima di essere il Cupido con la freccetta, è una divinità primigenia, androgina, che domina ogni passione. È il più grande motore presente nell’anima umana, secondo Platone. Perché ci spinge a rincorrere e cercare continuamente di conquistare ciò che ci manca, ciò che amiamo, che sia un essere umano o un’idea. Eros potremmo tradurlo con Passione Totalizzante, oggi. Forse è vero che si vive un periodo di confusione, ma l’amore è sempre quello. C’è amore fra individui che si amano, dal corpo all’anima, e c’è amore per quel che facciamo. Direi che per gli antichi l’amore massimo è la filosofia, ossia il desiderio (philein, aver caro, amare, tendere verso) della sophia, la saggezza, la sapienza. Perché solo la saggezza ci permette di essere giusti e quindi felici.
Ho cercato di trovare una definizione valida per il tuo romanzo. Mi è venuto: biografia filosofica romanzata: c’è la figura maestosa di Platone; c’è un’epoca debordante per eventi e personaggi e cultura; c’è un impianto teorico tra i più complessi e che pure rimane nell’ombra; c’è una distensione poderosa. Cos’è che ti ha mosso inizialmente a un lavoro del genere e cosa, se c’è, è nel tempo cambiato?
Volevo scrivere il romanzo della vita di Platone già più di trent’anni fa. Non mi mancavano gli argomenti storici. Quelli si studiano. Mi mancavano gli strumenti letterari. E mi mancava la comprensione di certi dolori che ci arriva soltanto con l’esperienza. Quindi, negli anni, il desiderio di realizzare quest’opera è rimasto invariato, ma sono cambiato io e ho messo a punto una serie di registri stilistici per comporlo, il romanzo. Poi è venuto il momento, su un aereo vuoto fra Atene e Roma, il 29 febbraio 2020. Lì ho scritto la prima pagina del libro. E nei cinque anni di lavoro altro è cambiato. Tutto cambia sempre ma tutto resta sempre lo stesso. Anche su questi temi riflette Platone.
A un certo punto del libro racconta il processo che porta Platone al progetto e alla realizzazione del primo dialogo, quello noto come Apologia di Socrate. È il punto di inizio di una carriera folgorante. E dice:
«Non è possibile convincere nessuno di una verità se ci si attiene alla realtà raccontandola. Serve altro. Servono menzogne simili al vero».
Si può dire che questo precetto sia il lume guida del tuo stesso romanzo? E che rapporto si viene a instaurare tra la verità fattuale e quella narrativa?
Indubbiamente. Ma questo è il manifesto per qualsiasi tipo di creazione letteraria. Non solo il mio romanzo. Lo dice, prima ancora di Platone, Omero. È necessario mescolare menzogna e verità per far brillare la verità. Se uno registra e riproduce esattamente in pagina un dialogo reale, quel dialogo ci apparirà falso, a leggerlo. Dobbiamo alterarlo per farlo sentire vivo. È una dinamica che gli scrittori conoscono da sempre. Per questo lavorano tanto sulla parola, per distorcerla fino a farle prendere altri sensi, altre strade, pur di tornare sempre alla verità che vogliono illuminare.
In più parti un tema decisivo che emerge dalla narrazione tanto quanto dai dialoghi o dalle riflessioni, è quello della parola: sia quella orale, del continuo dialogare; sia quella scritta, di Platone, degli altri filosofi, dei tragici, degli storici. La scelta della parola, la forma del discorso, il ritmo dell’incedere, sono perni della conoscenza. Che cosa rimane oggi di questo? Che possibilità ha ancora la parola di farsi veicolo di conoscenza e di seduzione?
Di nuovo, per me non cambia mai nulla. L’essere umano è sempre quello e i suoi problemi restano invariati. Cambia la cornice. Una volta, mentre dicevo così, Annie Ernaux andò su tutte le furie. Ognuno la vede come vuole, ma io sono convinto che purtroppo, per molti aspetti, il progresso non sia che apparenza. Del resto, mi pare che il tempo del genocidio lo dimostri in maniera evidente. Quanto alla parola, che dire? Sappiamo ormai senza alcun ragionevole dubbio che noi pensiamo e parliamo e non possiamo fare una cosa senza fare l’altra. Parola e pensiero. Questo è il logos che ci distingue dagli animali. Ora, di questo logos noi possiamo fare un duplice uso. Possiamo, attraverso di esso, approssimarci al divino che è in noi. Ma possiamo anche usarlo per affondare nell’abisso. Cosa se non il logos rende l’essere umano capace di sterminare bambini? Nessun animale privo di logos ucciderebbe mai i cuccioli della propria specie senza soluzione di continuità per oltre due anni, festeggiando sulle loro spoglie, godendo di amputazioni senza anestesia, ribadendo la gioia nel vedere un popolo che si estingue. Mi dica dove, fra gli animali, è possibile trovare tanta crudeltà. La parola può spingerci a sfiorare l’immortalità. La parola che ambisce a toccare il vero e che si propaga di anima in anima, germogliando nel petto di chi ascolta, come dice Platone. Ma è la parola quella che io ascolto ogni giorno quando osservo esseri capaci delle più inarrivabili atrocità.
Chiudo con una sorta di call to action: mi indichi tre dialoghi di Platone da consigliare a un profano e mi spieghi il motivo della scelta?
Platone è stato anche soprattutto un sublime scrittore. Va letto a ogni costo da tutti coloro che abbiano natura di lettore e magari invece siano privi di ogni interesse filosofico in senso stretto (ché poi la filosofia vera appartiene a tutti coloro i quali aspirino a conoscere e cogliere qualche spiraglio di luce nel buio in cui siamo). Quindi ecco qui. Comincerei con l’Apologia di Socrate, la prima opera composta da Platone, ancora non un dialogo, ma il racconto del processo di Socrate. Poi leggerei il Simposio, l’opera letterariamente più riuscita, un capolavoro assoluto sull’amore. Infine sceglierei fra altri due pezzi di arte sublime: il Fedro, che unisce la riflessione sull’amore a quella sulla parola e sulla capacità di parlare alle anime; oppure il Fedone, racconto sulle ultime ore di Socrate, con molte divagazioni filosofiche un po’ complesse, ma pieno di una luce che infine ci schianta l’anima e ci fa sentire immortali.
[1] Nell’antichità classica così come nella cultura biblica, si parla di una credenza che va sotto il nome di theoxenia, secondo la quale la divinità usava assumere le sembianze di viandanti e andava a domandare atti di ospitalità agli uomini per metterli alla prova.
[2] Nella Repubblica, libri V e VI, più volte si afferma che il filosofo, caratterizzato per antonomasia da estraneità e alterità, è incompreso e diffamato dai più.
[3] Si ricorderà che Alcinoo accoglie ed ospita Ulisse senza chiedergli il nome. Sarà costui, lo Straniero, a raccontare di sé, a dare il via alla narrazione dell’eroe che egli stesso è dopo essersi sentito protagonista delle gesta cantata da Demodoco.
[4] Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso, Einaudi, Torino 199718, p. 134
Alberto Trentin è nato a Treviso. Ha pubblicato varie raccolte di poesia. L’ultima si intitola Gli attimi attigui (Digressioni, Udine 2022). Scrive per Minima&moralia e Finnegans. Dirige la scuola di scrittura ri-creativa Alba Pratalia con Paolo Malaguti. il suo blog Epicentri – Conversazioni sulla Letteratura è al seguente indirizzo: www.albertotrentin.it

Grazie a Matteo Nucci e Alberto Trentin.
Una parola sul progresso. Nucci scrive, “sono convinto che purtroppo, per molti aspetti, il progresso non sia che apparenza”. Ecco, non può fare a meno di aggiungere l’espressione “per molti aspetti”. Perché senza questa aggiunta la sua convinzione è insostenibile. È vero che “L’essere umano è sempre quello e i suoi problemi restano invariati” ma è altrettanto vero che un progresso si dà nella storia. Un solo esempio: oggi nel mondo nessun ordinamento giudiziario prevede la mutilazione fisica del reo, tranne due o tre eccezioni che confermano la regola. Una pratica che invece è stata in auge dappertutto per gran parte della storia umana.