Pubblichiamo, ringraziando l’autore Michele Farina e l’editore Mimesis, un estratto dal saggio Un narratore anfibio. Luigi Malerba e le forme brevi.
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Malerba e il Novecento: una presenza anfibia
In apertura a un saggio dedicato a Luigi Malerba (Berceto 1927- Roma 2008), Guido Almansi, prendendosi gioco di quei “modelli di sviluppo” nei quali i critici amano incastrare le parabole creative degli autori, si chiedeva: “Per esempio, che cosa vorrà il lettore di questo capitolo dedicato alla narrativa di Luigi Malerba? Uno sviluppo di tipo alpinistico, salita + discesa? Oppure uno sviluppo di tipo speleologico, discesa + salita?”. Se l’insofferenza di Almansi verso questo tipo di schematismi è condivisibile almeno in parte, è pur vero che egli scriveva nel 1986: entrato nel suo quarto finale, il Novecento seguiva il suo corso, Malerba era ancora nel pieno della sua attività e viveva un momento di grande riconoscimento critico.
Oggi la situazione è molto diversa. Luigi Malerba (all’anagrafe Luigi Bonardi) è mancato ormai da oltre un quindicennio: se, almeno fino al 1986, egli era considerato uno dei maggiori narratori italiani in attività, oggi il responso non è più così univoco. A posteriori, e al netto dei numerosi e spesso validi contributi dedicati all’autore negli ultimi decenni, ciò che è più mancato alla critica su Malerba è una convincente lettura sintetica del suo percorso, capace di dar conto della particolarità della sua opera senza per questo relegarla nel ghetto, affollatissimo in Italia, della cosiddetta letteratura irregolare, etichetta che presuppone l’esistenza di un’egemone e non meglio specificata letteratura regolare.
È anche a causa di questa lacuna che ho voluto far precedere i capitoli analitici di questo libro da uno più introduttivo, composto di cinque paragrafi nei quali ho cercato rispettivamente di: §1.1) rendere conto in modo succinto dell’attuale situazione editoriale dell’opera di Malerba; §1.2) osservare quale spazio è riservato all’autore in alcune recenti sintesi storico-letterarie del Novecento italiano; §1.3) proporre a mia volta la bozza di un modello di sviluppo della parabola letteraria di Malerba; §1.4) giustificare il mio interesse verso la sua produzione breve; §1.5) descrivere per sommi capi il contenuto e la struttura di questo lavoro.
Ricorrendo a uno degli aggettivi più cari all’autore, si potrebbe definire la presenza di Malerba all’interno della storia letteraria del nostro secondo Novecento come anfibia. All’altezza in cui scrivo, il piano di riedizione della sua opera maggiore negli “Oscar” Mondadori è stato completato, fatto che rende accessibili i suoi libri in edizione economica nella collana tascabile di maggior diffusione sul territorio nazionale. Oltre alla pubblicazione nel 2016 di un Meridiano curato da Giovanni Ronchini, che raccoglie un’ampia selezione delle sue opere più importanti, Mondadori, principale editore di Malerba a partire dalla fine degli anni Ottanta, ha riunito in un “Oscar Baobab” la produzione complessiva dei suoi racconti per le cure di Gino Ruozzi.
L’uscita nell’agosto del 2022 di un lungometraggio tratto dal Pataffio per la regia di Francesco Lagi ha rappresentato una nuova occasione di visibilità per Malerba, autore la cui precoce gavetta cinematografica – prima come critico, poi come sceneggiatore – ha avuto un forte impatto sull’avvio e sul consolidamento del suo percorso di narratore letterario. Fra le numerose opere di Malerba, che fin dai suoi esordi ha dimostrato di ragionare sui suoi libri anche in termini di potenziale trasposizione filmica o televisiva, non è un caso che proprio Il pataffio sia stato selezionato per una riproposizione sul grande schermo. Malerba, infatti, è stato uno degli interpreti più credibili della riscoperta della cultura materiale e cavalleresco-medievale che ha investito la cultura italiana negli anni Settanta. È emblematica in questo senso la fortuna del ciclo delle Storie dell’anno Mille, scritto a quattro mani con Tonino Guerra. In una lucida recensione al Pataffio, già Giovanni Raboni aveva sottolineato l’originalità del contributo di Malerba in questo revival e la crucialità del rapporto fra scrittura per le scene e scrittura letteraria nella sua opera:
Forse trascinato dalla sua esperienza di sceneggiatore cinematografico (il libro, oltretutto, sembra – e forse è – il progetto scritto di un film più che la scrittura di un progetto narrativo), Malerba ha premuto un po’ troppo il pedale della facilità e continuità degli effetti e un po’ troppo poco, per esempio, quello della compenetrazione tra il piano dei dialoghi, dove si concentra tutto il sapore dell’inventiva lessicale e timbrica, e il piano della descrizione narrativa, che ha la simpatica secchezza, ma anche la poco stimolante neutralità di una semplice didascalia.
Anche la produzione di letteratura per l’infanzia, i cosiddetti libri anfibi di Malerba, gode ancora di ottima salute da un punto di vista editoriale, essendo stata riproposta in anni recenti da col- lane attente alla tradizione del comico come “Compagnia Extra” di Quodlibet e la “Biblioteca di Letteratura Inutile” delle edizioni Italo Svevo. Converrà esplicitare fin d’ora qual è la definizione malerbiana di libro anfibio – che darò per scontata da qui in poi –, chiarita in un’intervista del 1996 in risposta a una domanda sulle Galline pensierose:
Libro anfibio nel senso che va letto dai ragazzi insieme ai genitori. Per i ragazzi sono favolette, mentre per gli adulti sono, come dice Calvino, apologhi zen o aforismi. Due livelli di lettura confermati anche dalla traduzione francese, tedesca e da quella russa, pubblicate in edizioni per adulti. Devo dire che la prima edizione Einaudi delle Galline pensierose è stata pubblicata negli “Struzzi Ragazzi”, ma le successive edizioni sono state pubblicate negli “Struzzi” per adulti. L’errore che facciamo spesso è di considerare i ragazzi un “prodotto finito” mentre in ognuno di loro già si nasconde un uomo, così come negli adulti (quelli migliori) si nasconde il ragazzo, il Fanciullino pascoliano.
La tendenza per cui questi libri, inseriti alla loro uscita in contenitori editoriali destinati ai giovani lettori, vengono riproposti in un secondo momento all’interno di collane rivolte a un pubblico adulto continua ancora oggi. Questa oscillazione sul versante editoriale è una riprova del carattere ibrido della fantasia narrativa di Malerba. Mi è bastato scrivere poche righe, infatti, per far scattare una prima tagliola terminologica, quella che oppone letteratura per l’infanzia e letteratura per lettori adulti, a dimidiare l’opera di questo autore, che testimonia come la categoria di letteratura per l’infanzia abbia i confini sfumati.
La naturale doppiezza dell’opera di Malerba è stato uno dei fat- tori che ne ha reso più difficile la ricezione da parte della critica, in particolare da quella specialistica, scettica nei confronti della letteratura per l’infanzia come oggetto di studio serio, spesso ap- paltato a dipartimenti di più marcati interessi pedagogici, quando non del tutto rimosso dal dominio degli oggetti ritenuti degni di una verifica. Per richiamare due titoli che ho già menzionato, mi pare che libri come Storie dell’anno Mille e Il pataffio provengano dalla stessa vena narrativa, al netto della diversa calibrazione im- posta, nel primo caso, dal rivolgersi a lettori più giovani. Eppure, la capacità di un autore di affermarsi presso il pubblico in formazione e, magari, di entrare nel canone delle letture scolastiche, è una delle poche garanzie di sopravvivenza in un sistema letterario modernamente impostato: basti pensare, per fare solo due nomi di grosso calibro, a quanto questo fattore sia stato decisivo per autori come Dino Buzzati e Italo Calvino.
Al momento la forte presenza di Malerba sul mercato editoriale non è stata contrappesata da una riconsiderazione di questo autore da parte della critica. In questo lavoro ho cercato di fornire una ridescrizione della parabola di Malerba a partire dal suo rapporto con le forme brevi, sforzandomi di intendere questo termine, ridescrizione, nell’accezione che gli ha dato Claudio Giunta:
La riformulazione e la ridescrizione non sono una parte accessoria della ricerca umanistica ma la sua essenza. L’elemento della novità non ha l’importanza che ha nelle scienze dure: non ci si dedica a questo tipo di studi perché si vuole “scoprire qualcosa” (questa è di solito la malattia dei filologi immaturi) ma perché si vuole vedere più chiaro dei propri predecessori, o meglio perché si vogliono vedere le cose in maniera diversa rispetto a loro.
Beninteso, la volontà di concentrarmi sulla produzione breve di Malerba è nata anche grazie alle intuizioni di alcuni fra i critici più attenti della sua opera; detto ciò, resta mia la convinzione che mancasse una disamina unitaria di questa attività, affrontata negli anni in interventi occasionali, recensioni e scritti sparsi, ma mai, finora, in uno studio più organico.
Tornare al “Malerba breve” mi ha permesso di riattraversare gli anni del suo esordio e della sua affermazione, costeggiando e a vol- te incrociando alcuni dei libri ai quali ancora oggi è più legata la sua memoria, su tutti Il serpente e Salto mortale. L’utilizzare le forme brevi come punto di riferimento mi ha permesso di restituire un’altra immagine di Malerba rispetto a quella più invalsa. Ma qual è, oggi, l’immagine più canonica di Malerba? Non si può procedere oltre senza rispondere a questa domanda.
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