di Clarissa Greta Gibella
L’atto perfetto, compiuto, è quello che riceve dall’anima che lo include l’unità propria di un movimento che si compie.
Gilles Deleuze
Tutti conosciamo la celebre espressione “senza porte né finestre” con cui Leibniz definisce la monade: una sostanza cieca all’esterno che pure si insinua, come principio di forza vivente, tra le molteplici pieghe del reale. È Gilles Deleuze, tuttavia, a scorgere nella “piega” il corrispettivo metafisico ideale per interpretare e attualizzare l’affascinante filosofia leibniziana. Nel pensiero deleuziano, il mondo è attraversato da un flusso continuo di forze che, a seconda della loro intensità, generano pieghe materiali e immateriali. In questo tessuto emergono le “singolarità”, punti di attrito generati dall’incontro, o scontro, tra ciò che sta fuori e ciò che sta dentro (l’interiorità profonda delle monadi). Da queste intuizioni prende forma anche la metafora deleuziana della “casa barocca”, un’architettura concettuale strutturata su due livelli. Il piano superiore, cieco e privo di aperture, è il luogo delle anime: monadi chiuse che includono ed esprimono l’intero universo pur non comunicando con l’esterno. Il piano inferiore è invece il regno della materia porosa, dove i corpi si piegano, oscillano e cercano faticosamente un accordo con il mondo. La relazione tra questi due piani è interamente dettata dal movimento, dalla possibilità di espressione e dal principio di inclusione.
In questo contesto, noi esseri umani non siamo altro che eventi irriducibili, nodi di forze apparentemente contrastanti che Leibniz ha voluto preventivamente accordare da una benefica legge universale. Culla di un’armonia prestabilita, l’Occidente si è sempre sentito, in fondo, predestinato a una certa fortuna, a un ordine biologico e sociale già scritto. Ma cosa succede quando questo accordo originario viene a mancare? Cosa accade quando l’anima non ha il tempo né lo spazio per accordarsi con la materia, perché continuamente stropicciata, calpestata e frammentata da forze brutalmente nemiche?
È esattamente in questa frattura identitaria e sociale che si colloca il disagio di Ayesha, una delle protagoniste di Acqua sporca di Nadeesha Uyangoda. In lei, il conflitto metafisico si fa carne traducendosi in sintomi psicosomatici invalidanti. Le sue dolorose e continue emicranie sono la sanzione fisica della monade leibniziana: un’interiorità sigillata che urla senza trovare alcuna fessura di sfogo verso l’esterno. La sua ricerca ossessiva di risposte su Google la condanna a perdersi in un “labirinto di terminologia scientifica” – tra emicranie con aura, instabilità emotiva e disturbi della personalità – nel disperato tentativo di dare un codice razionale al proprio caos. Di notte, il corpo si fa carico del non-detto attraverso il bruxismo: Ayesha digrigna i denti con una violenza tale da spezzarne uno, un lascito distruttivo che ha il sapore di un destino biologico ereditato. Al mattino, infine, la paralisi si estende dalla carne allo spirito: l’ansia la inchioda a letto, nell’impossibilità assoluta di muoversi, di reagire, di trovare il proprio posto in un universo che non le somiglia.
“Quella stanza buia, quella posizione fetale mi parevano il preludio di una tomba, eppure non mi angosciavano – erano un cocoon. Lí mi ritiravo come la bassa marea dalle coste del mondo reale, che franava, e immaginavo dietro le palpebre calate la vita che avrei potuto vivere se solo. La realtà era un luogo inospitale e io esistevo davvero soltanto in un altro spazio.”
Da dove trae origine questa profonda paralisi? La risposta affonda le radici in una crepa primaria, ovvero nel rapporto complesso e doloroso con la madre, Neela, che l’ha lasciata in Sri Lanka ancora neonata per tentare la via dell’emigrazione. Quando Ayesha la raggiunge, anni dopo, nella provincia calcificata del Nord Italia (Monza), il ricongiungimento non sana la ferita dell’abbandono, ma la trasforma in un debito insolubile. Ayesha percepisce la propria stessa esistenza e il proprio relativo benessere come un furto perpetrato ai danni della giovinezza materna; un cortocircuito emotivo in cui la colpevolizzazione della madre si ribalta continuamente in un senso di colpa divorante.
In cuor suo, tuttavia, la protagonista sa che la vera colpa non è biologica, ma strutturale-sociale: è una questione di povertà. Ayesha demistifica con lucidità l’illusione occidentale e borghese secondo cui l’indigenza sarebbe una condizione transitoria, un semplice ostacolo temporaneo. Al contrario, nel romanzo la povertà assume i tratti di un’“erbaccia infestante” che “si attacca alle caviglie, attanaglia la mente e cresce nell’utero” tramandandosi di generazione in generazione come un corredo genetico ineludibile. Il terrore profondo di Ayesha è che sua madre rimarrà per sempre prigioniera dello stigma di “Neela la badante”, irrimediabilmente definita dal senso di inferiorità o privazione imposto dagli altri.
Da questa colonizzazione dell’immaginario deriva il paradosso del suo sguardo, inflessibile e asimmetrico: capace di scorgere il meglio in chiunque, ma spietato verso Neela. In questo andirivieni di rabbia, rancore e sofferenza, Ayesha si rivela “senza porte né finestre” non per una privilegiata scelta metafisica, ma per un radicale isolamento identitario. Il suo microcosmo – un groviglio informe di debiti morali, bruxismo notturno e frammenti sbiaditi di uno Sri Lanka mai davvero posseduto – non trova alcuna “simpatia”, alcun accordo armonico nell’universo dell’Italia borghese. Persino quando tenta di forzare quella chiusura attraverso l’arte, il mondo esterno si rifiuta di risuonare con lei; le impone, piuttosto, una forma di “posa estetico-culturale” pretendendo che lei si limiti a “esibire la sua ferita”, per offrirla come feticcio o reperto esotico al mercato dei privilegiati.
Il dramma insuperabile di Ayesha risiede nel fatto che la sua anima è costretta a riflettere due universi paralleli che non si sovrappongono mai ed entrambi incapaci di accoglierla, generando quello che nel capitolo “Acqua sporca” viene battezzato come uno “strazio topografico”. Ayesha soffre di una radicale mancanza di significante, è la diagnosi dello psicanalista: forclusione. Privata di un solido ancoraggio simbolico, la protagonista non possiede un “altrove” a cui fare ritorno: per lei lo Sri Lanka è un’isola popolata da fantasmi e l’Italia un luogo di sistematica esclusione. Inoltre, quando la madre decide di rientrare definitivamente nell’isola per tornare a sentirsi finalmente a casa, Ayesha si sente condannata a una erranza perpetua, troppo “italiana” per lo Sri Lanka e troppo “figlia di immigrati” per l’Italia borghese.
Se nell’ottimismo leibniziano l’universo partecipa di un’armonia prestabilita, qui assistiamo a una disarmonia violenta in cui la casa interiore collassa su sé stessa. L’“acqua sporca” è la “materia” porosa che anziché connettere le anime, le soffoca. Il desiderio di ritorno nella terra natale di Neela è l’atto traumatico che scoperchia il seminterrato della casa, permettendo al fango di invadere il piano superiore dello spirito.
“La decisione di mia madre di tornare a vivere sull’isola aveva risvegliato vecchie ansie, si erano arrotolate sul collo dello stomaco e mi facevano le fusa. Chissà se lo sapeva, che non sarei mai riuscita ad andarla a trovare laggiú, che avrebbe richiesto un sacrificio a cui non ero sicura di poter sopravvivere. Saremmo state separate come lo eravamo state all’inizio di tutto. La sua scelta mi ricordava che questo dolore che provavo andava avanti da cosí tanto tempo che mi sembrava di averlo ingerito col primo latte, che si fosse indurito come un callo in qualche angolo del mio corpo. Ero cosí stanca di questo soffrire, era cosí faticoso restare aggrappata a questa realtà, convincersi di aver fatto la scelta giusta.”
Ayesha è la prova che la “casa barocca” è crollata. Non c’è più un Dio leibniziano a garantire l’ordine tra le monadi; rimane solo l’esondazione della depressione, della povertà e dello sradicamento entro cui la protagonista tenta faticosamente di forgiare da sé quelle porte e quelle finestre che la società e la storia le hanno negato. Questa densità tematica trova il suo perfetto compimento in uno stile imbevuto di simbolismo che rifiuta con sdegno la falsa retorica del “migrante resiliente” o l’idillio consolatorio del ritorno esotico. La prosa di Uyangoda compie un’alienazione della parola nella materia: una scrittura densa che non teme di indugiare sulla muffa delle pareti, sul sudore, sulle mani che odorano di candeggina. È la traduzione letteraria delle “pieghe della materia” deleuziane, laddove la superficie del reale si rivela tutt’altro che liscia, bensì granulosa, sporca, densa di attriti. In questo orizzonte, il richiamo ciclico ai “monsoni” è una metafora magistrale di una profezia che si autoavvera, il ritmo ineluttabile delle disgrazie che colpiscono chi non ha avuto la fortuna di nascere protetto, con la camicia, o la pelle, bianca. È una lingua che evoca la vergogna senza nominarla direttamente, ma facendola trasudare dagli oggetti: la borsa pesante di Neela, i mobili scelti male, il tentativo doloroso e goffo di Ayesha di imitare l’estetica borghese. La vergogna si fa così stile trasformandosi in una barriera metafisica che impedisce l’accordo tra l’anima e il mondo esterno.
“In quella nebbia, che l’umidità acquosa aveva appoggiato sugli occhi, i suoni scivolavano nell’aria con piú facilità, e a Himali sembrava di voler parlare con qualcuno per poter arrivare alle sue orecchie, quasi che la volontà si muovesse su gambe proprie anche quando le corde vocali restavano tese e immobili. Eppure, dopo le prime settimane in cui avevano sopportato il tempo lento rammendando vestiti e preparando la casa a sopravvivere alla rabbia del monsone, una solitudine spossante era scivolata oltre la soglia.”
Il destino di solitudine di Ayesha si compie nel momento esatto in cui la madre, per salvarsi, è costretta ad abbandonare la figlia una seconda volta, riavvolgendo il nastro là dove tutto era cominciato. In questo cortocircuito emerge il nucleo più squisitamente politico del romanzo: guardare è un atto politico. Nella nostra società, il peso dell’occhio esterno finisce per colonizzare l’interiorità del soggetto marginalizzato. Chi cresce nella privazione impara a guardare il mondo dal basso, con circospezione. Ayesha filtra la realtà attraverso la lente distorta del debito: insanabile conflitto di sguardi. Da un lato, lo sguardo bianco e borghese esige da Ayesha un’“autenticità” puramente performativa: l’obbligo di esibire il proprio trauma per ottenere un briciolo di riconoscimento. È una forma di estrattivismo culturale che consuma la sofferenza dell’altro come mero prodotto estetico per il mercato intellettuale. Dall’altro lato si staglia lo sguardo di Neela, che è l’occhio assoluto della sopravvivenza. La madre non contempla le cose per la loro essenza, ma per la loro utilità immediata o per il quantum di fatica necessario a conquistarle. È uno sguardo pragmatico, che non concede alcuno spazio all’“ozio creativo” della figlia e che sigilla, definitivamente, la disarmonia tragica tra loro due. Ma questa moltiplicazione degli sguardi non si esaurisce nella dialettica tra madre e figlia.
È proprio la scelta di una struttura corale a elevare il romanzo da singola “storia di migrazione” a un affresco universale sulla complessa condizione umana. Neela, Ayesha, Himali, Pavitra e Hirunika. Donne, madri, sorelle, zie o cugine, a seconda dei punti vista, che condividono il peso della “famiglia”. In questa cornice, il loro corpo è una superficie esposta e sacrificabile, carne vulnerabile che assorbe e riverbera le asimmetrie del lavoro e i traumi dello sradicamento. Attraverso questo filtro la realtà penetra, logora e non sempre risana. Ciascuna donna diventa così una piega differente di un medesimo universo, una specifica configurazione del proprio perenne (dis)accordo con il reale.
Lungi dal soffermarsi su singoli dettagli biografici, questa polifonia di voci manifesta monadi diverse e conchiuse che reagiscono, ciascuna a suo modo, al ritorno di Neela. La casa interiore è l’anello mancante – per richiamare la lezione lacaniana – di una fitta rete di segni e significati. E se è su questa rete che siamo chiamati a costruire la nostra idea di famiglia, l’opera di Uyangoda interviene proprio per mostrarci come essa dipenda da tutto ciò che solitamente non consideriamo “famiglia”.
La coralità spezza la pretesa capitalistica di una storia lineare e codificata o, peggio ancora, “spendibile”. Lo stile stesso della scrittrice si salvaguarda da ogni tentazione retorica o pietistica proprio grazie a questo gioco di specchi in cui ogni voce corregge e ridimensiona l’altra: laddove Neela proietta nel ritorno l’illusione della pace, lo sguardo ferito di Ayesha interviene a ricordarci che quella stessa pace è edificata sulle macerie del loro legame biologico.
Acqua sporca si configura così come l’architettura necessaria a ospitare una disarmonia troppo vasta per essere risolta da un’unica voce. È il tentativo, profondamente politico, di restituire dignità allo sguardo di chi è sempre stato soltanto guardato: queste donne non sono più i soggetti passivi di una narrazione esotica o sociologica altrui, ma monadi sovrane che, pur nel loro isolamento e nella loro sofferenza, rivendicano il diritto inalienabile di esprimere il proprio microcosmo, per quanto deformato esso sia. Non è la salvezza bianca, pulita e consolatoria che il mercato culturale occidentale si aspetterebbe, ma è un atto radicale di riconoscimento. Se l’armonia del mondo dipende, in ultima istanza, dalla possibilità di espressione, allora la scrittura di Uyangoda – così materica, amara e chirurgica – non fa che tentare un accordo inedito: una sintonia che non poggia sulla fittizia “simpatia” di ceto o di censo, ma sulla nuda, scandalosa e condivisa verità del dolore.
Acqua sporca – acclamato esordio letterario di Nadeesha Uyangoda, già vincitore del Premio Campiello Opera Prima e candidato al Premio Strega – è un’opera coerente e potente. Un viaggio letterario in cui la geografia e la materia trasformano i paesaggi nell’eco di una ricerca interiore tesa a scorgere lo “sbaglio di Natura, il punto morto del mondo, l’anello che non tiene, il filo da disbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità” (Eugenio Montale).
Ad aprire il romanzo c’è l’epigrafe pavesiana: “Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via”; da qui partirà anche “Lontano da casa, vicino al cuore”, l’atteso appuntamento con l’autrice all’interno di Seminare Idee Festival Città di Prato, quest’anno interamente dedicato al tema del Desiderio. L’evento – previsto per domenica 7 giugno alle ore 9:30 presso la suggestiva cornice del Giardino di Palazzo Buonamici – esplorerà l’idea di casa a latitudini diverse, tutte cariche di quella tensione irrisolta che muove storie di fughe, smarrimenti e ritorni. Movimenti dettati proprio dal desiderio di un altrove o, al contrario, dal richiamo magnetico di un’appartenenza che ci insegue anche quando siamo costretti a vivere lontano.
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