In collaborazione con la Scuola del libro, vi proponiamo dodici interviste con gli scrittori e le scrittrici che hanno raggiunto la dozzina finale del Premio Strega edizione 2026. Le interviste sono state realizzate dalle allieve e dagli allievi del master Il lavoro editoriale, giunto alla sua XVIII edizione. I disegni sono opera di Annachiara Mezzanini, allieva del corso. A questo indirizzo le puntate precedenti.
a cura di Nora Pischedda e Alessandra Rafanelli
Lina e il sasso (Nave di Teseo), selezionato nella dozzina del Premio Strega 2026, racconta il mondo degli adulti attraverso gli occhi di Lina, una bambina di nove anni che vive nella periferia romana insieme alla madre Elena e al suo nuovo compagno Max, uno scrittore in crisi dall’aria enigmatica. Tra Lina e Max nasce un legame speciale, alimentato dalle favole che lui le racconta – prima fra tutte quella del lupo e della zuppa di sasso, la preferita di Lina – attraverso cui cerca di aiutarla a interpretare la realtà che la circonda. Una sorta di linguaggio segreto, comprensibile soltanto a loro due.
Il romanzo entra anche dentro il mondo di Carlotta, l’ex compagna di Max, giornalista di successo dalla vita privata frenetica e ancora legata in modo irrisolto a quella relazione. Sarà proprio l’incontro – e lo scontro – tra questi personaggi, sospesi tra bisogno d’amore e difficoltà a comprendersi davvero, a mettere in crisi gli equilibri delle loro vite.
N.P.: Lina ha nove anni e uno sguardo sul mondo diverso dai suoi coetanei, sguardo che le persone intorno a lei faticano a capire. Il romanzo, infatti, si snoda attraverso le vite della madre Elena, del suo nuovo compagno Max, e di Carlotta, la precedente partner di Max, restituendo un mondo adulto attraversato da silenzi e incomprensioni. In questo contesto, il rapporto tra Lina e Max sembra prendere una direzione diversa. Cosa rappresenta il loro legame? E che ruolo hanno, in tutto questo, le favole che Max le racconta?
M.C.: Non sono sicuro che Lina sia una bambina così diversa dalle altre. Premetto che, in fondo, i bambini non li conosco davvero perché non ne ho, mi limito a osservarli. Mi piacciono molto, ma non ho con loro un rapporto diretto e quotidiano. Però sono stato bambino anche io, quindi ho fatto lo sforzo – tutto sommato abbastanza facile – di tornare a quell’età.
In Lina convivono due elementi complementari, che appartengono a molti altri bambini: da una parte c’è una grande forza vitale, uno slancio continuo – lei ha sempre gli occhiali appannati, è sempre piena di ardore – dall’altra c’è un forte senso di responsabilità nei confronti del mondo. Da bambino lo sentivo molto, e non credo affatto di essere stato l’unico.
C’è un piccolo episodio all’inizio del romanzo: mentre Max accompagna Lina a scuola, lei si ferma a raccogliere dei cocci di vetro dal marciapiede perché teme che i cani possano ferirsi. Questo tipo di attenzione secondo me i bambini ce l’hanno ancora.
Non penso che Lina sia una bambina particolare, la sua peculiarità si rivela soprattutto per contrasto con il mondo degli adulti: lei va dritta sulle cose, fa domande, vuole capire davvero. Il mondo degli adulti, invece, è un mondo in cui, bene o male, ci si adatta continuamente. In questo senso il rapporto tra Lina e Max diventa privilegiato: Max è uno scrittore in crisi, passa molto tempo a casa senza riuscire a lavorare, e proprio per questo può stare con Lina molto più di quanto riesca a fare Elena, che invece è costantemente assorbita dal lavoro.
Elena ha nei confronti della figlia un atteggiamento protettivo: la corregge, la mette in guardia dal mondo, cerca di difenderla. Max invece la ascolta, non la giudica, ed è proprio questo che affascina Lina.
Tra l’altro, per Lina, Max è una figura indefinita, perché la madre non le ha mai spiegato davvero chi sia. Nonostante stiano insieme da anni, Elena lo tiene relegato in una zona ambigua: resta qualcosa a metà tra un amico, un aiutante, un “lui” senza un ruolo preciso. Eppure proprio questo adulto così strano e silenzioso diventa importante per Lina perché, quasi in modo maieutico, riesce a far emergere le sue domande e le sue curiosità, e a mostrarle attraverso i racconti un altro modo di guardare la realtà.
Non so nemmeno se Max si comporti davvero bene. Probabilmente, da un punto di vista educativo, non sarebbe considerato un adulto adatto. Lina però comincia ad affezionarsi proprio a quel dialogo così eccezionale, così diverso dagli altri.
N.P.: Tra queste favole, quella del lupo e della zuppa di sasso – la preferita di Lina – diventa il filo conduttore dell’intero romanzo, un elemento simbolico che torna nel corso della narrazione. Cosa rappresenta per lei il sasso? E perché ha scelto proprio questa favola?
La favola l’ho scelta quasi per caso, come spesso mi accade. Un mio amico, Sergio – che ringrazio alla fine del libro – diventato padre da poco, un giorno di molti anni fa mi disse: “Hai mai sentito la storia della zuppa di sasso?”. Me la fece leggere e ne rimasi subito molto colpito. Non sapevo ancora che uso ne avrei fatto, ma sentivo con certezza che prima o poi sarebbe entrata in un mio libro perché percepivo che mi riguardava profondamente. Poi, col tempo, ho iniziato a chiedermi perché quella storia mi avesse toccato così tanto, e credo che il romanzo sia anche un tentativo di rispondere a quella domanda.
Il sasso, per me, è ciò che abbiamo di più personale dentro di noi: qualcosa con cui siamo costretti a fare i conti e da cui non riusciamo mai davvero a liberarci. Può essere la nostra forza più pulsionale, la vita stessa, il corpo. Viviamo seguendo i principi di razionalità e le regole di convivenza civile, però poi arriva il sasso e ci porta fuori strada: ci fa telefonare alla persona sbagliata, scrivere un messaggio a chi non dovremmo, dire parole che non avremmo voluto pronunciare. Il sasso porta disordine, caos, errori. Eppure è anche ciò che porta vita. Se non ci fosse il sasso, saremmo tutti perfettamente ordinati, ma forse saremmo anche già morti.
Nella favola, credo che il sasso rappresenti l’istinto del lupo: prova a stare in mezzo agli altri animali e a cuocere la sua zuppa di sasso, ma in realtà non cuoce mai. E allora forse è meglio che torni nella foresta, altrimenti… povera gallina! Secondo me è questa la regola della vita: tentiamo di migliorarci, di addomesticare ciò che abbiamo dentro, ma resta sempre qualcosa di irriducibile, di indomabile. E tuttavia è proprio lì che si annida anche la nostra umanità. Sigmund Freud probabilmente parlerebbe di energia pulsionale.
Le favole, poi, hanno anche un’altra funzione nel romanzo. Max cerca continuamente di aprire un varco al mito dentro la realtà. Per Lina, invece, la realtà si presenta nella sua nudità più aspra: Elena le svela continuamente i trucchi nascosti dietro le cose e la mette in guardia. Max, al contrario, è come se aprisse un varco di luce attraverso il mito — mythos, in greco, significa sia “racconto” sia “favola” — tentando di spostare tutto su un piano meno crudele. Così, i ragazzi migranti che raccolgono le foglie diventano figure quasi leggendarie, nascono storie come quella dei “trovatelli” o il racconto della Mongolia. Per me questa dimensione è fondamentale nel romanzo, perché rappresenta il tentativo di introdurre nella realtà uno squarcio di luce mitica, nel senso etimologico del termine: rendere il mondo più sopportabile senza però falsificarlo.
N.P.: “L’amore è una cosa divina, se entra in un cuore umano lo spezza”: questa citazione di Simone Weil ricorre spesso nel corso del romanzo e sembra tenere insieme tutti i personaggi. Che ruolo ha l’amore nella vita dei suoi protagonisti?
M.C.: Quella è la frase dominante del libro. A differenza di sentimenti come l’orgoglio, la rabbia o l’invidia, che nascono dentro di noi, l’amore arriva da fuori: deve essere qualcun altro a donarcelo, che sia un uomo, una donna, un amico, un padre o una madre. È in questo senso che l’amore ha qualcosa di “divino”. Eppure porta con sé anche la rottura, perché ogni legame contiene già la possibilità della perdita. Le relazioni finiscono, e persino quelle che durano una vita intera vengono interrotte dalla morte. Il cuore umano si spezza proprio perché l’amore vi è entrato.
Ed è forse questa una delle esperienze più profonde, perché l’essere umano ama in modo diverso dagli animali: nell’amore entrano il desiderio dell’altro, la fantasia, l’immaginazione. Quando l’amore entra nel nostro cuore sono guai, perché insieme alla gioia porta inevitabilmente anche il dolore. Ma forse il bello sta proprio in questo.
A.R.: Il narratore, pur avendo accesso ai pensieri e alle emozioni di tutti i personaggi, in diversi passaggi sembra incapace di entrare nella mente di Max, e quasi si rivolge al lettore per esprimere i propri dubbi: “Max non mi è facile capirlo […]. Talvolta mi sembra l’incognita con cui si conclude il suo nome.” Qual è la funzione di questo sguardo metanarrativo, e come mai proprio Max non può essere “letto”?
M.C.: Prima di questo libro avevo scritto soprattutto romanzi autobiografici, in cui l’autore e l’io narrante quasi si sovrapponevano, al punto che diventava difficile distinguere la finzione dalla mia esperienza personale. Quando però mi è venuta l’ispirazione per questa storia e ho iniziato a costruire questi personaggi, sentivo il bisogno che il lettore percepisse chiaramente una distanza: non volevo apparire come un narratore onnisciente, né tradire chi aveva letto i miei libri precedenti. E in fondo è paradossale che proprio sul personaggio apparentemente più vicino a me io continuassi a indugiare. Max ha la mia età, è uno scrittore, vive a Roma, è un ex sportivo, perfino i nostri nomi iniziano con “Ma”. Perché allora era proprio lui il personaggio che non riuscivo davvero a leggere? Perché volevo dire ai lettori che erano tentati di identificarmi con Max: “Vi sbagliate. Io non so entrare nella sua testa. Non c’entro niente con lui”. E questa mia scelta è anche ideologica, perché ritengo che il narratore contemporaneo non possa essere onnisciente, come lo era quello ottocentesco. Io sono in mezzo ai miei personaggi perché ho sempre raccontato in prima persona. Alcune cose le vedo, altre le noto più profondamente, altre no. E mi piace dichiararlo a chi legge.
A.R.: Nel romanzo convivono personaggi con voci e registri molto differenti: come Lina, con un linguaggio ancora in formazione, o Carlotta, giornalista di successo dal tono provocatorio e spiazzante. Come ha gestito la scrittura di queste voci così diverse? Qual è stata la più complessa da riportare?
M.C.: Io copio dalla realtà: tengo sempre le orecchie aperte e raccolgo tutto quello che mi arriva. Elena per esempio è una persona che, anche se non esiste davvero, è simile alle donne di quarant’anni che conosco. Carlotta è una giornalista paragonabile a tante altre. In generale invento pochissimo, e non mi risulta difficile farlo. In questo somiglio molto a Max: vado su e giù per le strade di Roma con le antenne alzate e poi, quando torno a casa, da tutto questo affiorano i personaggi.
A.R.: Con una trama così ricca di eventi, quanto è stato complesso il lavoro di editing e quanto ha inciso sulla forma definitiva del testo?
M.C.: Non ho un editor, ma ho un rapporto di grande fiducia con la mia editrice, Elisabetta Sgarbi, che legge il libro anche durante la stesura. Di solito iniziamo a parlarne già dopo la prima metà: mi fa osservazioni, mi aiuta a vedere meglio alcune cose, ma sul montaggio – che per me è la parte più divertente – resto abbastanza autonomo.
Il mio processo di scrittura funziona così: all’inizio butto fuori il libro intero, lavorando anche dodici ore al giorno per tre o quattro mesi. È la fase più faticosa. Poi arriva il montaggio, una parte più cinematografica, che invece mi diverte moltissimo. A dire il vero mi piace anche la fatica, perché dopo tutti i libri che ho scritto un po’ il mestiere l’ho imparato. Ma la parte davvero decisiva non è nemmeno questa: è ciò che viene prima, l’innesco. Perché o ho un’idea, un tarlo che mi rode dentro, oppure non scrivo. Non decido di scrivere solo una bella storia, fin dall’inizio della mia carriera ho scritto per risolvere i miei problemi. E evidentemente non li ho mai risolti, visto che sono ancora qui a scrivere.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente
