In collaborazione con la Scuola del libro, vi proponiamo dodici interviste con gli scrittori e le scrittrici che hanno raggiunto la dozzina finale del Premio Strega edizione 2026. Le interviste sono state realizzate dalle allieve e dagli allievi del master Il lavoro editoriale, giunto alla sua XVIII edizione. I disegni sono opera di Annachiara Mezzanini, allieva del corso. A questo indirizzo le puntate precedenti.
a cura di Alessandro Dinale e Christian D’Ambrosio
La Sonnambula di Bianca Pitzorno segue le vicende di Ofelia, una giovane donna che, in fuga da un passato che vuole lasciarsi alle spalle, approda in un piccolo paese della Sardegna reinventandosi come veggente. Costretta a celare la propria identità, fatica inizialmente a trovare il suo posto in una comunità che non conosce.
Con il tempo, grazie alla solidarietà di poche persone fidate, Ofelia riesce a costruirsi una nuova vita, fatta di quiete e di un senso di appartenenza che credeva di non meritare. Ma quando nella sua esistenza entra Corrado Laudati, un ingegnere vedovo, quell’equilibrio tanto faticosamente conquistato comincia a vacillare.
Nelle note conclusive del libro scrive: “Tutti i personaggi di questo romanzo sono la trasfigurazione narrativa di persone e vicende reali e storicamente attestate.” Com’è stato poter immaginare e ricostruire liberamente certi snodi narrativi, come l’incontro tra le sue bisnonne innescato dalle enigmatiche risposte della veggente?
Scrivo quasi sempre storie vere, perché sono convinta che la realtà sia più romanzesca di qualsiasi invenzione. Quando si fanno ricerche d’archivio si scoprono storie che nessuno riuscirebbe a immaginare. In questo caso, la sonnambula è esistita davvero: l’ho scoperta su una pubblicità di un giornale di fine Ottocento che mia nonna aveva conservato. Anche le storie delle mie quattro bisnonne sono tutte vere. A quel punto mi sono chiesta: chi andava a consultare questa rinomata sonnambula? E cosa le chiedeva? Sono andata a cercare altri ritagli di giornale e mi sono imbattuta nei tre volumi dedicati alla storia di Sassari scritti dall’archivista Enrico Costa, a cui dedico il libro. Dentro c’è un’infinità di storie curiose: storie pubbliche della città ma anche personali, e tra tutte mi ha conquistata la storia dell’associazione benefica “Cuore e Follia”, che per dieci anni ha veramente sfamato i poveri di Sassari, fondata proprio dallo stesso Costa. È tutto lì, dentro quel grande libro. Più romanzesco di così non si può. Ho ritrovato tutti gli stereotipi del romanzo popolare e li ho cuciti insieme, naturalmente con una certa dose di ironia.
La Sonnambula segue Ofelia dall’infanzia all’età adulta, ritraendola come una donna dotata di un dono ambiguo e ingovernabile: riesce a percepire eventi futuri, ma senza alcun controllo su quando si manifestano né su chi riguardano. Non può scegliere di usare questa facoltà a piacimento – non le servirebbe, ad esempio, per pronosticare l’esito di una corsa di cavalli – eppure in altri momenti le visioni la travolgono con tale intensità da farla svenire. È proprio questa imprevedibilità a renderla un personaggio credibile e profondamente umano, nonostante l’elemento soprannaturale che la abita. Come ha lavorato alla costruzione di questo dono “imperfetto”, e quanto era importante per lei che restasse qualcosa di incontrollabile?
Premetto che non credo alle veggenti, avevo due possibilità: trasformare questa sonnambula reale in un’imbrogliona, come ce ne sono tante, oppure attribuirle dei poteri autentici. Però una truffatrice pura difficilmente avrebbe costruito la propria fama così apertamente, senza che nessuno prima o poi la smascherasse; mentre raccontare una vera veggente, sinceramente, non mi interessava. La soluzione è stata una via di mezzo: ho immaginato una sonnambula che ha avuto pochissimi episodi di chiaroveggenza, anche su cose di cui non poteva sapere nulla, come il disastro ferroviario avvenuto in Inghilterra.
Nella prima parte del libro è costretta a scappare: il marito, un giocatore d’azzardo ossessionato dalle corse dei cavalli, è convinto che lei possa garantirgli la vittoria ogni volta. Quando capisce che non è così (o meglio è convinto che lei non ne abbia voglia), e avendo trovato nel frattempo un’altra donna più ricca, decide di ucciderla. A salvarla è la domestica, che scopre il veleno nascosto in un cassetto. La sonnambula fugge e si sposta continuamente, cambia nome e si procura documenti falsi ogni volta che teme di essere rintracciata, finché non approda in Sardegna. Lì inizia a improvvisarsi sonnambula e scopre i problemi di tante persone, soprattutto delle donne che si rivolgono a lei. La sua vera dote, però, non è la preveggenza, ma l’empatia. Chiunque vada da lei finisce inevitabilmente per raccontarle la propria vita e lei ascolta, dà consigli e aiuta a rilassarsi. Tranne nei casi in cui si arrabbia: allora finge di essere posseduta da uno spirito guida che pronuncia verità terribili.
I personaggi sono quasi tutti reali. Per esempio, Efisio Marini, soprannominato Il Pietrificatore, è una figura che ha affascinato intere generazioni di sardi: aveva trovato una formula per imbalsamare i cadaveri lasciandoli morbidi, con il colorito delle persone ancora vive, e poteva renderli nuovamente morbidi anche dopo un po’ di tempo per sistemarli in pose diverse. Non solo è esistito davvero, ma aveva regalato all’istituto dove lavorava il mio bisnonno, anche lui anatomopatologo, una mano mummificata di fanciulla, che ancora oggi viene conservata al museo anatomico di Sassari. Anche la bambina rapita dai pirati è una storia reale: era la sorella del bisnonno di mio cognato. Storie che sembrano incredibili eppure sono tutte reali. Per me il divertimento più grande è stato proprio questo: raccoglierle e cucirle insieme dentro il romanzo.
Nel romanzo, lei stessa compare nella narrazione sotto forma di una bambina che appare in una visione di Ofelia, svelando l’origine della storia. Cosa l’ha spinta a entrare così dichiaratamente nella storia?
Mi piace molto quando l’autore si rivolge direttamente al lettore. C’erano una volta gli almanacchi che Bompiani ogni anno pubblicava sotto la direzione di Umberto Eco, in particolare me ne ricordo uno dedicato al romanzo d’appendice che iniziava così: “Lettor mio, hai mai spasimato? Se no, questo libro non fa per te.” Questo modo di rivolgersi al lettore nei momenti più tipici del racconto mi ha sempre affascinata e piace farlo anche a me quando scrivo.
Volevo anche giocare con la metaletteratura: c’è una bambina che sono io anche se non sono ancora nata. Alla fine del libro mi rivolgo alle mie quattro bisnonne, che in quel momento ancora non si conoscono, e le esorto a sbrigarsi a far conoscere i loro figli altrimenti io non potrò nascere. Compaio in sogno a Ofelia e mando anche un messaggio sempre alle mie bisnonne, un messaggio che verrà compreso solo alla fine del romanzo e a cui, naturalmente, loro non credono. Questa bambina, che deve ancora nascere, non scrive con la penna d’oca, come si faceva allora, ma con le penne variopinte della coda di un gallo. Per me è una metafora della letteratura, che si impadronisce della realtà e, con i colori diversi di quelle penne, la trasfigura.
Nel romanzo Ofelia vive con disagio il divario sociale che la separa dalle sue clienti: pur ricorrendo al suo aiuto, queste ultime non le riconoscono alcun merito, condizionate dal pregiudizio legato alla sua origine non nobile. Quanto è importante, per lei, il tema della distanza tra identità reale e identità percepita?
In realtà non è così. Fino agli anni Cinquanta, soprattutto nelle città di provincia le stratificazioni sociali erano diffusissime: era considerato normale che esistessero categorie superiori e inferiori. Se Ofelia avesse offerto i suoi responsi a prezzi bassi rivolgendosi alle donne dei vicoli e alle mogli di piccoli impiegati o alle commesse dei negozi, si sarebbe trovata alla pari con le sue clienti, però con un compenso insufficiente per vivere. Scegliendo invece di limitare la clientela alle classi sociali più elevate, inevitabilmente viene considerata di categoria sociale inferiore. Per lei però è normale, non ne soffre.
È un tema che avevo già affrontato in un romanzo precedente, Il sogno della macchina da cucire (Bompiani, 2018), tradotto poi in diciotto paesi: racconta la storia di una sartina in una città che io non nomino (che è chiaramente Sassari) che lavora cucendo nelle case delle famiglie borghesi e viene considerata di ceto sociale inferiore. A un certo punto una delle signore la invita a mangiare a tavola con lei: un gesto eccezionale, perché normalmente queste sartine mangiavano in cucina insieme alle domestiche. Del resto, quando ero bambina, anche nelle nostre case funzionava così: le domestiche non sedevano a tavola con noi, mangiavano per conto loro in cucina. Potevano accompagnare i bambini a passeggio, ma mia madre non sarebbe mai andata al cinema o al bar con una di loro. Erano stratificazioni sociali considerate normali, un dato sociologico radicato all’epoca.
Quindi Ofelia non soffre di questo isolamento, anzi le torna utile: più è distante dalle clienti, meno rischia che il marito la rintracci.
Il soprannaturale e l’onirico sembrano attraversare la sua carriera come un filo sotterraneo: ritornano in La Sonnambula, ma anche ne I Sortilegi – la raccolta di tre racconti pubblicata da Bompiani nel 2021 – e persino nelle opere altrui su cui ha lavorato, come la traduzione de Le Avventure di Tom Bombadil di J.R.R. Tolkien per Rusconi Libri nel 1978. Da dove nasce questo interesse ricorrente per ciò che sfugge alla realtà ordinaria?
La traduzione di Tom Bombadil non è un problema che sento davvero mio: mi è stato chiesto di tradurre un componimento poetico, e ciò che mi interessava era la lingua di Tolkien – un inglese medievale che si è inventato lui, che non coincide con l’inglese medievale vero. Per il resto, non ho un particolare interesse per il fantastico. Sono una persona molto razionale, non credo alle cose magiche.
È vero che nei miei libri parlo molto dei sogni, ma sempre nel senso freudiano del termine, come proiezioni del nostro inconscio. Ancora oggi faccio sogni dalla trama assurda che però, una volta sveglia, riesco quasi sempre a collegare con facilità a episodi o emozioni reali. Raccontare un sogno mi permette di scrivere le cose più stravaganti – e mi diverto a farlo – ma senza sostenere che ciò che racconto nei sogni sia vero: lo presento sempre come proiezione dell’inconscio del personaggio.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente
