Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro L’odio dentro di Servando Rocha, uscito per Readerforblind nella traduzione di Alessandro Giannetti.
Tutti i commenti e le descrizioni cominciavano e finivano con un nome di cui all’inizio sapevo poco, ma che ben presto divenne sempre più ingombrante, fino a diventare una specie di elefante nella stanza: José Luis Pacheco Fernández, conosciuto con lo pseudonimo di Dum Dum Pacheco, pugile leggendario ed ex legionario, tra i primi delinquenti minorili di questo Paese. In carcere conobbe Eleuterio Sánchez, detto el Lute, trascorse periodi d’isolamento, subì torture e si arruolò nella Legione. Nella sua immagine più celebre lo vediamo dopo un incontro da cui esce vittorioso con il volto tumefatto. Guarda l’obbiettivo mentre l’arbitro gli alza il braccio.
Pacheco, tra il delirio della folla, indossa il suo berretto da combattente. Era la sua epoca d’oro: guadagnava montagne di soldi ed era molto famoso. La sua fulminea e spettacolare carriera di pugile professionista, quando pochi anni prima terrorizzava il sud di Madrid con la banda più famosa della Spagna franchista, lo portò a diventare campione dei pesi welter, superwelter e pesi medi, numero uno in Europa e decimo nella classifica mondiale. Era rispettato come un picchiatore nato, feroce, senza una grande tecnica ma con una forza prodigiosa. Il suo aspetto incuteva timore. Lo sguardo di ghiaccio, gli zigomi alti, i caratteristici baffoni e due braccia d’acciaio. Erano gli anni del pugilato. Tony Ortiz, Pedro Cárrasco, José Durán e Urtain, tra gli altri, si contendevano la celebrità. Le mie ricerche ingigantivano la sua figura, e quando sembrava che non potesse essere più famoso di quanto già non fosse, il regista Manuel Summers, appassionato di boxe, lo prese come attore feticcio in diversi suoi film, mentre Pacheco stringeva amicizia con uomini d’affari e futuri politici come Jesús Gil, che conobbe in carcere, Alain Delon e la baronessa Tita Cervera.
A quel tempo la boxe era molto popolare e i pugili erano gli idoli dei giovani. Molti ragazzi sognavano di essere come loro: guadagnavano fiumi di soldi, apparivano sulle riviste di cronaca rosa ed erano celebri. I pugili erano come i gladiatori, gli eroi per eccellenza. Lo stesso anno in cui nacque Pacheco, il pugile Luis Romero, un peso gallo dotato di un punch prodigioso, detronizzò l’italiano Guido Ferracin. Praticamente tutti erano nati nei bassifondi, raramente avevano origini diverse dal proletariato e le loro biografie erano spesso intercambiabili. Nel dopoguerra il ricordo del gigante Primo Carnera o del peso massimo Paulino Uzcudun, due tra i più grandi, che si affrontarono anche a Barcellona (Carnera, alla domanda di un giornalista se fosse fascista, rispose: «Sì, appartengo al cinquantacinquesimo reggimento della Milizia di Udine, e Mussolini mi sembra il più grande uomo che l’Italia abbia mai avuto»), era colossale. Il loro fascino sembrava far dimenticare le terribili conseguenze fisiche e mentali che dovevano sopportare. La maggior parte di quei pugili è finita in rovina: «Quando lasciai il pugilato andai a ricercare i miei amici» racconta l’uruguaiano Alfredo Evangelista, che arrivò a combattere contro Muhammad Ali, il più grande di tutti i tempi. «Le persone che mi volevano bene e quelle sane che intendevano restare al mio fianco. Quando sei in attivo vivi in una bolla. Tutto ti sembra facile. Vivi d’illusioni… Vai alle feste, fai la bella vita… Ma dura poco, capisci cosa intendo?». Molti di loro hanno il corpo a pezzi, parlano con lentezza e talvolta pensano ancora più lentamente. Il pugilato è senza dubbio terribile dal punto di vista fisico e mentale, e i pugili portano sul volto la sofferenza e i colpi ricevuti come uno stigma. La punizione è indelebile: alcuni hanno il volto sfregiato, livido, il mento frantumato, il setto nasale rotto.
L’infanzia di Pacheco trascorre mentre trionfano giovani come Young Martín, anch’egli di Madrid, o Fred Galiana, di Toledo, che conoscerà bene. Galiana è un uomo di spettacolo: recita in diversi film, si tinge i capelli di biondo, non abbandona mai il suo eterno sorriso e osa persino cantare. Ride di tutto e di tutti. L’intero Paese segue le sue avventure a Buenos Aires, da dove torna imbattuto dopo oltre venti incontri.
Pacheco è un personaggio eccessivo, estremo e quasi irreale, che ha persino una sua autobiografia pubblicata nel 1976 da una piccola casa editrice. Il titolo è memorabile: Mear sangre (Pisciare sangue). La tipografia di copertina, in rosso e nero, imita getti di sangue che cadono verso il basso. Ottenere una copia della prima edizione è estremamente difficile. I collezionisti la cercano ansiosi e attualmente le copie di seconda mano vengono vendute a trecento euro.
Sebbene ora ne possegga due copie, all’inizio dovetti recarmi alla Biblioteca Nacional per consultarla. L’atmosfera di silenzio e maestosità nell’immensa e bellissima sala di lettura generale, dotata di singoli banchi in legno numerati e con una piccola luce che, se accesa, ti avvisa che l’opera richiesta è disponibile nell’area di consegna, contrastava con il motivo per cui ci andavo. Tra le pagine si rincorreva un confuso miscuglio di nomi di criminali, poliziotti, pugili, torturatori e rocker. Ebbi la sensazione, e non mi sbagliavo, di trovarmi nel mezzo di un’esplorazione più ampia degli scantinati di una parte sconosciuta della storia recente della Spagna. Se intendevo conoscerla, dovevo attraversare corridoi terrificanti.
Non fu facile. Le lacune e le assenze erano evidenti. La purga era stata spietata. La maggior parte dei protagonisti di questa storia era morta per droga o in sparatorie; altri erano semplicemente scomparsi. Seguire le loro tracce era come entrare in una zona morta, piena di voci e notizie di arresti. Vivevano in baraccopoli che ora sono state smantellate; la prigione li aveva resi diffidenti. Non c’era nulla di allegro o gentile nei loro racconti, e le ambite memorie di Pacheco erano un susseguirsi di orrori, citazioni memorabili e dichiarazioni di spietata onestà: “Indosso sempre l’emblema della Legione. Per me è al di sopra di tutto”, ricorda con orgoglio. “Lì iniziai a leggere. La gente parlava sempre di Franco e io iniziai a identificarmi con lui. Avevo tre soli idoli: Hernán Cortés, Franco ed Elvis Presley”.
Dovevo incontrarlo.
La sua storia mi travolse. Avevo la sensazione che dietro la biografia violenta ed eccessiva di un pugile si nascondesse una storia molto più grande di quanto potesse sembrare. “La vita, per molti e scomodi versi, è come la boxe”, ha scritto Joyce Carol Oates in Sulla boxe, un breve saggio ricco di intuizioni, “ma la boxe somiglia soltanto alla boxe”. La mia impressione, all’inizio solo un sospetto, era piuttosto simile. A cosa somigliava la storia di quell’uomo? Come si svolse realmente la sua tragedia? Cosa nascondeva, e cosa mostrava? C’era una pulsione che aveva a che fare con il mio Paese, con la nostra relazione con la generazione del dopoguerra o con il tipo di narrativa che avevamo costruito su quegli anni, quando furono costruiti i giganteschi quartieri operai e la città assorbiva la manodopera a basso costo; con ciò che avevano deciso di fare i figli delle famiglie che avevano vissuto la guerra, i bombardamenti e gli assedi, le persone che avevano visto la morte in faccia e tutti gli aspetti disastrosi di un’esperienza del genere, con le ragioni che avevano portato fazioni giovanili di venditori di strada, ribelli e yé-yé armati nelle prigioni o nelle sinistre stanze della Direzione Generale della Sicurezza in Puerta del Sol. Per farla breve, una pulsione che aveva a che fare con ciò che eravamo e con ciò che siamo diventati: era come guardare in un abisso.
Tutto questo muoveva la vicenda di una persona che immaginavo in pieno combattimento, ferita e ferente, con il cuore in un pugno, ma anche impegnata ad allenarsi duramente, facendosi un nome nella palestra del Palacio de los Deportes, dove forgiò la propria leggenda. Ignacio Aldecoa, uno dei grandi scrittori del dopoguerra, in Neutral Corner, accanto a fotografie in bianco e nero di pugili sul ring che si allenano davanti al sacco o da soli negli spogliatoi, in un racconto intitolato El boxeador que perdió su sombra (Il pugile che perse la sua ombra) narra una scena i cui i protagonisti sono quindici giovani che si allenano e sognano di emulare i propri idoli: “Ogni ombra è una regione della speranza con il loro nemico e signore”, scrive. Puntualmente, ogni pomeriggio alle sei, dispiegano le rispettive ombre. Arrivano in silenzio, stanchi dei lori estenuanti lavori. Nello spogliatoio si denudano, si cambiano, e, quando sono pronti, escono per allenarsi, per obbedire alle istruzioni del loro allenatore. Vogliono sopravvivere. Una forza misteriosa li spinge ad accettare che il dolore fa parte di ciò che fanno e che, a volte, quel dolore può trasformarsi in qualcos’altro, in qualcosa di più serio. La morte è in agguato ed è possibile che sotto le spoglie del futuro avversario, del perfido matador, ci sia proprio l’ombra che ognuno di quei pugili vede e addirittura insegue, lanciando ganci e montanti contro un nemico invisibile. Danzando con le ombre si mettono in contatto con il mondo: “Le ombre sono messe al muro, scappano lungo il fregio, si difendono. A volte scompaiono sotto le piante dei piedi, evaporate dal riflettore centrale; a volte si confondono, si uniscono fugacemente; a volte scappano nell’angolo, dove c’è spazzatura e incuranza. Le ombre dei pugili sono le ombre di un vicolo cieco, di una spaventosa storia per bambini, di una soffitta piena di oggetti antichi e amputati nascosti nel dormiveglia, da parco solitario al tramonto, grottesche ombre divoratrici di uccelli”.
L’Ombra. Questa Ombra. La sua Ombra.
La luce entra debolmente attraverso la fessura. I contorni si confondono, il silenzio prende il sopravvento e minaccia di durare per sempre. È tempo di ombre, di ricordare Vicente Aleixandre. Ascoltiamo il poeta: “Noi mangiamo l’ombra, divoriamo il sogno o la sua ombra, e restiamo in silenzio”.
Proprio così: non stavo inseguendo l’uomo, bensì la sua ombra, quella cosa che si nasconde accovacciandosi negli angoli. Cosa mi stavano dicendo l’ombra di Pacheco e degli Ojos Negros? Sapevo che aveva a che fare con le linee storte della Spagna, con la sua parte maledetta, ma fino a che punto? Chi erano gli oppositori, i protagonisti, le comparse nascoste nell’ombra?
Questo era ciò che inseguivo e temevo. La prima cosa da fare era seguire le orme di Pacheco. Non sapevo dove fosse finito, come molti altri della sua generazione poteva essere morto. Per mesi tutte le mie ricerche furono infruttuose. Chiesi in giro, nelle palestre e nei forum sulla boxe. Qualche tempo prima, su Internet, era circolato uno strano video che ne faceva una parodia per niente spiritosa; alcuni ragazzi in macchina si fermavano accanto a un passante e gli chiedevano indicazioni. Poi ridevano. Nel video si affermava che si trattasse di Pacheco, ma le fotografie lo smentivano. Un’altra notizia, ancora più farneticante, pubblicata su “La Voz de Galicia”, affermava che un impostore si era spacciato per Pacheco a Viveiro: “Dice di essere l’ex campione e trasmette un’immagine totalmente falsa del vero José Luis Pacheco”, si leggeva. Alcuni dicevano addirittura che fosse morto.
Parlai con molte persone alle quali raccontai tutto quello che sapevo. Trascorsero diversi mesi senza alcun indizio, finché un pomeriggio squillò il telefono. Un conoscente, sapendo che lo stavo cercando, mi disse di avere qualcosa. «L’ho trovato» sentii dire dall’altro capo del telefono, non appena risposi. «Vive a Hortaleza. Ho il suo numero di telefono. Vuoi incontrarlo?».
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