«I monti ghiacciati crollano su sé stessi e cadono. Forse li accoglierà il / mare. Forse c’è un mare dove cadono i corpi ghiacciati. / Magari Zurita è questo il mare […]».
La dittatura lascia segni e ferite che non potranno mai essere cancellate. Le lascia addosso ai sopravvissuti, e sono cicatrici sulla pelle e altre che prendono residenza più in profondità. Lacerazioni che hanno a che vedere con la perdita, con la memoria, con la resistenza, col dolore più profondo, con torture, con lunghe notti passate in celle strette e buie. Privazioni e morte, dolori e odori acri, fetori nauseabondi, diritti cancellati, umiliazioni, donne e uomini in ginocchio. Donne e uomini fatti sparire, lanciati nel vuoto, massacrati e buttati nelle fosse comuni. Impiccagioni, fucilazioni.
Chi non c’è più, morto o sparito che sia, o entrambe le cose, non si stacca mai da chi è sopravvissuto. Ecco una cosa che la dittatura non può fare, non può spezzare un legame, sbiadire un ricordo. Non può evitare a chi sopravvive di ricordare. E il ricordo sarà tremendo, ma sarà anche d’amore verso chi è morto, e ci era sorella, marito, padre, figlia, sarà frammento di memoria da custodire, da tenere in vita, da tramandare. Che tutti sappiano cosa è stato, che nessuno dimentichi. Una altra cosa che la dittatura non può fare – ed è altro aspetto della sopravvivenza – è far sparire la letteratura. La scrittrice e lo scrittore, anche prima di morire, scriveranno un ultimo verso che andrà a scuotere tutti quelli che verranno dopo. Oppure, come il grande poeta cileno Raúl Zurita, resisteranno alla deportazione, alle torture e alla successiva malattia, e scriveranno, nel modo più alto possibile, della dittatura, di chi è morto oppure no, trasformando ogni vittima in un canto di speranza, ogni nome d’amico perduto in nuovo significato, ogni bagno di sangue in una distesa di luce.
C’è una nave in mezzo al deserto. Una nave inclinata sulle pietre / del deserto e sopra la lastra a picco del cielo. L’oceano capovolto / del cielo cade sopra le pietre e queste gridano […].
Edicola edizioni ha da poco pubblicato Inri, per la traduzione di Amaranta Sbardella, uno splendido libro di poesie di Raúl Zurita, un canto, un poema che si eleva al di sopra della dittatura di Pinochet e sulle torture, annienta gli omicidi, mantenendo (e riportando) in vita, tra le pagine, nome per nome, volto per volto, e – appunto – ferita per ferita, ogni cadavere. Zurita è capace di scrivere una poesia e riagganciarla a un’altra venti pagine più avanti. Compone un ciclo di testi che tessono una storia e che alternano i paesaggi bellissimi del Cile alle atrocità. L’umano interessa al poeta, e l’umano cade nella barbarie ma risorge nella tenerezza. L’umano è capace di morte e di scrivere poesie.
Mauricio, Odette, María, Rubén. Sono i loro nomi, ma sono pure / molti di più i loro nomi […].
Zurita disegna un mondo immaginario fatto di corpi, di volti senza nome, ragazze e ragazzi che hanno perso ogni cosa, molto prima che la morte li prendesse, cui è stato negato tutto, dalla sepoltura, a un’ultima carezza, a un abbraccio. Come in un sogno, il poeta, prende i desaparecidos e li scioglie in fiocchi di neve, li mostra ora come pasture per i pesci, animali feriti, fantasmi che si muovono nel mondo onirico di una nave abbandonata nel deserto di Atacama. Questi resti senza speranza sono come Cristo, sono il corpo di Cristo, sono il nostro corpo. Naturalmente, se c’è morte c’è pure resurrezione. E poi ci sono i nomi che tornano e suonano, sono le note degli scomparsi: Bruno, María, Odette, Rubén. Sono la voce di Viviana che si muove con dolcezza verso i pesci perché sa che nelle loro pance c’è suo figlio, deve esserci suo figlio. La poesia riscatta in qualche modo chi è destinato all’oblio, a essere scordato, che è peggio del morire, è peggio di tutto.
Le piccole città bianche attendono Bruno, le piccole / città illuminate nella notte attendono Susana. Si / ricorda che è già giorno, si ricorda il mare.
La poesia di Zurita, considerato uno dei maggiori poeti sudamericani, è luminosa, somiglia al canto, è lirica anche quando tende alla prosa, è molto diversa – ad esempio – da quella beffarda e cattiva e diversamente meravigliosa di Nicanor Parra, colpisce come schiaffo e arriva come un coro, e sembra scritta da un coro. Sì, perché Zurita pare abbia fatto convergere su di sé il peso di tutte le assenze, nella sua penna tutto il dolore delle donne e degli uomini del Cile. Inri suona come una liturgia, una cantilena sacra, un’invocazione, una commovente preghiera laica. Perciò leggiamo una poesia d’amore e una poesia politica, che quando sono buone diventano – per forza – la stessa cosa.
Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia.
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Caro Montieri, ti ringrazio di aver dedicato attenzione al quale abbiamo conferito nel 2018 il Premio Internazionale Alberto Dubito (Venezia, Ca’ Foscari). Segnalo in proposito il volume Raúl Zurita. Ni pena ni miedo, Agenzia X.