Marco Renzi, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/marcorenzi/ un blog di approfondimento culturale Thu, 19 Dec 2024 10:05:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Marco Renzi, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/marcorenzi/ 32 32 Tra malinconia e grottesco, il “Gruppo di leprecauni in un interno” di Alessandro Gori https://minimaetmoralia.it/libri/tra-malinconia-e-grottesco-il-gruppo-di-leprecauni-in-un-interno-di-alessandro-gori/ https://minimaetmoralia.it/libri/tra-malinconia-e-grottesco-il-gruppo-di-leprecauni-in-un-interno-di-alessandro-gori/#respond Thu, 19 Dec 2024 10:05:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54615 Prima di parlare del libro, vorrei fare una premessa; una premessa che di fatto racconta una premessa. In uno degli ultimi spettacoli di Alessandro Gori/Lo Sgargabonzi ai quali ho assistito, sono rimasto sorpreso, come può rimanerlo chi segue un artista da oltre un decennio, da un incipit nel quale  sottolineava la fastidiosa, non certo da […]

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Prima di parlare del libro, vorrei fare una premessa; una premessa che di fatto racconta una premessa.

In uno degli ultimi spettacoli di Alessandro Gori/Lo Sgargabonzi ai quali ho assistito, sono rimasto sorpreso, come può rimanerlo chi segue un artista da oltre un decennio, da un incipit nel quale  sottolineava la fastidiosa, non certo da ora, proliferazione di battutine, freddure e frasi sedicenti ficcanti: il riferimento era chiaramente ai social, i quali danno immediata visibilità e riscontro, e magari la fanno pure circolare, quella battuta.

Ovvio: l’intento del comico e scrittore – forse meglio «scrittore comico» – chianino non era tanto tappar la bocca a chi, in piena libertà, vorrebbe far dell’ironia suscitando il nulla, quanto mettere in guardia da un tipo di umorismo spremuto a ogni costo dalle meningi per raccattare qualche like o condivisione: perché più ce n’è, di umorismo, e forse meno fa effetto; soprattutto, più se ne produce, più la qualità scema, e il rischio è di trasformare una tale benedizione propria dei soli esseri umani in qualcosa di nato già stantio, buttato in mezzo a innumerevoli altre scemenze, nel maremagnum della Rete.

Insomma, una premessa necessaria, specie da parte di chi, come comico, nasce in rete nell’ormai lontano 2005 e che nello stesso luogo virtuale trova tuttora una parte della sua forza. Una parte, appunto: fuori dall’internet ci sono i libri e gli spettacoli, e non si può leggere l’artista Alessandro Gori senza tener conto di uno dei tre. È però chiaro che la scrittura giochi un ruolo chiave: la poetica dello Sgargabonzi nasce anzitutto scritta all’interno dell’omonimo blog, sostituito poi dai profili social, e il passaggio al libro con l’ottimo Le avventure di Gunther Brodolini (Fuori Onda, 2013) fu naturale.

La parola era ed è d’altronde la chiave del tutto: sia delle risate – una risata «verde», come Gori ama definirla –, sia delle incomprensioni che le continue frizioni tra mondi all’apparenza inconciliabili hanno suscitato, portando a bollare troppo in fretta tale comicità come cinica, scorretta fino all’eccesso. Addirittura Daniele Luttazzi la definì «sfottò fascista»: errore imperdonabile da parte di uno chi la materia dovrebbe, in teoria, masticarla a dovere.

Eppure, sin dal principio, ho sempre visto Lo Sgargabonzi come il contrario delle accuse, se così vogliamo chiamarle, rivoltegli: Alessandro Gori, come dimostra anche nel suo ultimo libro, Gruppo di leprecauni in un interno (Rizzoli Lizard, 2024), è di fatti un’idealista che malgrado tutto crede nell’uomo e nelle sue debolezze.

Se a una prima lettura i suoi testi possano apparire, a chi frequenta certi territori, una sorta di rimasticatura del miglior Gene Gnocchi (quello dei libri: Il mondo senza un filo di grasso, Stati di famiglia, tra i tanti), di Paolo Villaggio, del quale è innegabile l’influenza, del Nino Frassica degli esordi e del Renato Pozzetto più nonsense, a una seconda e più attenta lettura ci si rende conto di essere dinanzi a qualcosa di più.

In primis, Gori scrive meglio; non solo meglio dei suddetti autori comici che hanno pubblicato libri, ma pure di molti scrittori tout-court in circolazione; in più, il carico di sfumature e di livelli di lettura è nel suo caso notevole. Chi si ferma alla superficie rischia di non capire perché Bordanculo69, per dirne uno, brano non recente eppure ben amalgamato nella raccolta, nella sua veste da tragicommedia intrisa di allusioni sessuali volutamente volgari fino al parossismo, è più tragedia che commedia, nonostante le risate siano al massimo.

E qui tocca scomodare nuovamente Villaggio. Troppo facile, vien da dire, ridere dei suoi primissimi, intoccabili Fantozzi – quelli di Salce, per capirsi. Meno facile capire quando non si deve ridere.

Per esempio: «Al trentottesimo coglionazzo, e a 49 a 2 di punteggio, Fantozzi incontrò di nuovo lo sguardo di sua moglie».

Sfido chiunque anche solo a sorridere durante i pochi secondi seguenti. Magari c’è chi lo fa, ma potrebbe non aver capito nemmeno il significato del verbo ridere, o quantomeno della scena.

Ecco, con Lo Sgargabonzi accade grossomodo lo stesso: ci sono dei momenti in cui si ride e dei momenti di calma, per non dire di commozione.

Letti, uno dei suoi scritti migliori, un capolavoro di poesia vergato in prosa, in coda alla raccolta Confessioni di una coppia scambista al figlio morente (Rizzoli Lizard, 2022), trasposto in una indimenticabile canzone da Avincola con la partecipazione dello stesso Gori, ne è la più eccellente incarnazione:

Furono letti di rivoluzione, col cuore in gola, bagnati di scoperta, dove perdemmo l’innocenza per un’innocenza nuova. Letti che conquistammo o a cui ci consegnammo, letti dove amammo e fummo quasi amati. Letti dove leccammo buchi del culo giocando ad afferrare un’anima. Poi li leccammo tentandolo disperatamente.

Avendola sia ascoltata dal vivo, sia letta sulla pagina, nel primo caso mi è successo in più di un’occasione di sentire delle persone ridere su «dove leccammo buchi del culo», un punto in realtà molto simile allo sguardo della moglie di Fantozzi, benché declinato in modo differente: e nulla mi toglierà dal capo che quelle poche parole siano nientemeno che un modo per mettere alla prova il pubblico – che può ridere di qualsiasi cosa, è pacifico – in tal senso.

Se Letti è il lato più introspettivo, sebbene non sia pure lui un testo recente, è però da lì che bisogna ripartire per affrontare Leprecauni, un libro che segna uno scarto importante nella produzione del Nostro, che qui continua ad alimentare questo suo lato: da sempre presente, ma ora, basti ripensare anche ai versi di Canzoniere dei parchi acquatici (2023), senz’altro in modo più marcato.

Nessuna rivoluzione, ovvio: Lo Sgargabonzi più classico resiste, ancorato al suo immaginario dove l’infanzia e l’adolescenza sembrano non essersi fermate mai. Il collage in apparenza sconnesso, composto di giochi da tavolo, fatti di cronaca, figure pubbliche ripescate dal dimenticatoio, fumetti (non solo) Bonelli, cinema (italiano e commedie in particolare), musica – meglio se Britpop –, marche e sotto-marche di prodotti spariti dagli scaffali delle botteghe e dei supermercati che ricompaiono in qualità di simulacri, è lo stesso: ed è indispensabile per porre in atto la scrittura di gioielli quali I film di paura, dove la reminiscenza autobiografica si unisce a una elencazione di titoli dalla quale inevitabilmente traspare la passione per il genere horror, confluendo infine dentro una finzionalità grottesca dove non manca il retrogusto malinconico.

Troviamo poi delle narrazioni a puntate, delle collazioni di scene madri: Romanzo di formazione e Casa Coma Cose, sviluppate rispettivamente in sei e tre parti. La prima, oltreché sull’evidente destrutturazione, è incentrata sull’usura stessa subita dall’uso e dall’abuso del termine «romanzo di formazione», qui riletto in chiave sgargabonziana, in equilibrio tra il farsesco, l’indicibile, il comico e il tragico più quintessenziali. La seconda, invece, inscena i dialoghi tra i Coma_Cose, duo pop milanese, coppia nella musica e nella vita: il gioco, poiché qui di puro gioco si tratta, fa leva sui testi del gruppo, sui loro calembour (già il titolo lo è), ma anche sul loro essere milanesi all’ennesima potenza; il tutto senza cadere nella presa in giro gratuita e nella facile parodia, così da far risultare divertenti gli scambi pure agli occhi di chi fino a quel momento non conosceva la band.

Arriva poi un episodio determinante, anzi ne arrivano due, entrambi a testimonianza della maturazione artistica di Alessandro Gori.

Partirei da La lunga notte di Pietro Pacciani, anch’esso non freschissimo; eppure, per via di certe peculiarità, non è casuale la sua presenza in questo nuovo volume, anzitutto per l’empatia che, al netto di tutto, l’autore dimostra nei confronti di Pacciani, che all’epoca del processo ai compagni di merende era per l’opinione pubblica il mostro per eccellenza, vuoi per il suo passato e per le violenze fatte subire alle figlie, vuoi per il suo quasi surreale, o quantomeno così oggi ci sembra, coinvolgimento nella vicenda.

Non uno stinco di santo, vien da dire, ma pure un capro espiatorio fin troppo scontato, un modello sbagliato per tutti, da guardare solo per sentirsi migliori; al tempo stesso, dietro la patina del mostro, c’è un uomo debole, dal volto perennemente paonazzo, ignorante e però con delle inclinazioni artistiche, segnato da una vita all’insegna della violenza, subita e inferta.

È una persona disperata e irascibile, Pietro Pacciani; non si sa bene quanto la sua lacrima facile sia frutto di una maschera costruita dalla vicenda giudiziaria nella quale era coinvolto o se della sua vera personalità. È un uomo ormai fisicamente debilitato, così ce lo descrive Gori quando immagina le sue parole scritte la notte prima della sua scomparsa; e a suo modo, per mezzo di questa reinvenzione, Pacciani fa i conti con sé stesso e rievoca il suo passato – in maniera parziale, s’intende: la focalizzazione è tutta sua. Ma non è questo a colpire: piuttosto, la capacità mimetica della prosa nel restituire al lettore un’umanità fragile e disperata, con tutta probabilità inconsapevole delle violenze fatte patire alla moglie e alle figlie. Il mostro viene spogliato dalle sue vesti più banali e rivestito come un personaggio con tutti i crismi dell’universo goriano, senza però perdere di vista l’originale di partenza.

Perché alla fine cosa basta per stare bene? Un album di ricordi con la carta velina perché non si sciupino, una bottiglia di vino sfuso della cantina sociale in offerta, un bottone ritrovato, il pigiama sul termosifone, una lampada di plastica con un diavolo che la tiene stretta.

E anche qui, pare scontato dirlo, non si ride; non troppo, non completamente. Magari si ghigna un po’ durante la lettura del pezzo, portato anche in scena in uno spettacolo dedicato proprio a Pacciani, memori degli spezzoni più involontariamente comici del processo, divenuti, come ahimè troppe altre cose, dei meme nell’Internet 2.0. Però, ricordiamolo, siamo sempre più vicini alla lacrima che alla risata.

 

Vorrei poi concludere con un pezzo che è a oggi uno dei più rappresentativi del suo autore. Si intitola Trattatello definitivo sulla Riviera romagnola: quattro paginette né comiche e né tragiche; forse nostalgiche, perché no. Nulla che abbia la volontà di essere esaustivo, anche se nessuno ha saputo mai esserlo così tanto sul tema; al limite, una dichiarazione d’amore incondizionato a un luogo dell’anima e nel contempo tra i più tangibili al mondo, e che come tale, sia nell’uno sia nell’altro senso, non ha bisogno di essere spiegato troppo da chi lo crea, figuriamoci da chi prova (invano) a farne un’analisi.

 

E la Riviera nemmeno ti stordisce coi discorsi sulle radici e sullo sbarattolare, maa parla soltanto con chi ne comprende la verità più autentica, oltre i cliché e la banalità. Arrivo io e trovo un mare stupendo, limpidissimo, caraibico. Gli chiedo di restare così, perché l’indomani arriverà a rompere i coglioni un mio amico che va al mare in Sardegna. Poi quel mio amico arriva e gli tira fuori sotto al naso mucillagini, cicche, flaconi di sciampo Campus e meduse morte. Se ne va e torna cristallino.

 

Va bene, di tanto in tanto si sorride, con il Gori non ci si può sottrarre. Ma non è questo il punto. Il punto è che Gruppo di leprecauni in un interno, a parte confermare un talento cristallino come solo il mare della Riviera sa essere, ci pone di fronte a un autore in evoluzione.

Benché, come già detto, ci si muova su stilemi collaudati, c’è quel qualcosa in più che continua a differenziare Alessandro Gori dai suoi colleghi. Al di là del livello della prosa già lodato tempo addietro da altri, Claudio Giunta su tutti, dunque assai meglio di come farebbe ora il sottoscritto, troviamo in lui una scrittura comica che a oggi non somiglia a nessun’altra: si ride tantissimo e di gusto, ma a contare veramente sono le pause, i momenti in cui per un attimo il cuore ci torna in gola mentre ripensiamo ai bambini che vorremmo ancora essere, alla nostra personale Riviera.

Dopodiché, tutto si scioglie in una risata.

 

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Litio https://minimaetmoralia.it/altro/litio/ https://minimaetmoralia.it/altro/litio/#comments Tue, 21 Sep 2021 13:08:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49255 No, amico, non ci avevo capito niente. Niente. Ridevo come tutti gli altri: del resto anche tu assecondavi la parte più ridanciana di noi, nascondendo quanto di peggio c’era dietro. Lo sapevamo solo a metà, e a nessuno sarebbe venuto in mente di domandarti cosa ti stesse accadendo, cosa ti portasse a ridurti in certe […]

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No, amico, non ci avevo capito niente. Niente. Ridevo come tutti gli altri: del resto anche tu assecondavi la parte più ridanciana di noi, nascondendo quanto di peggio c’era dietro. Lo sapevamo solo a metà, e a nessuno sarebbe venuto in mente di domandarti cosa ti stesse accadendo, cosa ti portasse a ridurti in certe condizioni.

Io l’ho capito solo ora: sono passati più di dieci anni e mi vergogno di quelle risate, anche se tu me le avrai perdonate, o forse non te ne sarà mai fregato nulla, perché t’importava poco di te stesso e del mondo, anche se da un certo punto della tua vita cominciasti a girarlo sregolatamente, armato solo del tuo desiderio di fuga.

Ricordo quando mi raccontasti che a Granada cadesti da un battello senza farti nulla, o quando a Liverpool ti facevi quattro chilometri a piedi solo per andare a farti la doccia in palestra; quando lavorasti a Dusseldorf per quella compagnia aerea low-cost, dalla quale venisti licenziato: tu dicesti di esser stato accusato di aver mangiato delle merendine a bordo, ma forse ti era solo scaduto il contratto. Nessuno poi aveva capito il tuo trasferimento a Berlino; il giorno in cui tornasti ci dicesti: Ho passato parecchio tempo a vedere film in tedesco per esercitarmi con la lingua, ma di film tedeschi ne avrò visti un paio, ho guardato quasi tutti film americani con Al Pacino, e infatti ora non riesco più ad ascoltare la sua vera voce, per me ormai parla tedesco.

Delle serate passate assieme potremmo parlare per giorni e non esaurire mai gli aneddoti. Quando se ne parlava con gli altri, tu avevi ricordi vaghi: eri quasi sempre ubriaco, e quando ci fermavano a casa di qualcuno spesso ti addormentavi, russavi come un trattore e svegliarti era impossibile.

È perché mischia l’alcol con le medicine, disse una sera Michele, e iniziai a intuire qualcosa. Al tempo ero già preda della mia malattia: nel mio corpo viaggiavano già antidepressivi e benzodiazepine; ogni tanto buttavo giù qualche bicchiere, e tuttavia ne uscivo sempre pulito. Tu bevevi di più, ma l’effetto su di te era devastante: una volta per Capodanno collassasti sul divano dopo aver mangiato e bevuto come uno stronzo, e d’improvviso prendesti a vomitare tipo la bambina dell’Esorcista, imbrattando mezza stanza e i capelli della ragazza del Trincia. Ti pigliasti la tua buona dose d’infamate – e te le meritavi. Io ancora non mi facevo troppe domande sulle tue miscele di birra doppio malto, vino scandente e farmaci; non sapevo quali farmaci fossero e non avevo il coraggio di chiedertelo.

Tuo padre faceva il medico e ti faceva i prelievi del sangue nel sonno per vedere quanti troiai avevi in corpo, e spesso ti lasciava con pochi soldi in tasca per non farti comprare da bere. Ciononostante, riuscivi sempre in qualche modo a sbronzarti.

Una sera in cui andammo a prendere un kebab dopo le prove col gruppo, parlasti a me, a Michele e al Trincia delle tue teorie sull’esistenza degli alieni, sui rettiliani, su Paul McCartney morto e sostituito da un sosia, sulla morte mai avvenuta di Michael Jackson, cose così. Uscimmo a prendere un caffè, dopo il quale tu ordinasti un amaro. Dovrei stare più attento col bere, facesti, con tutto il litio che prendo non mi fa bene, vado subito di fuori.

Per la prima volta ti sentii pronunciare il nome del farmaco, ma anche lì non ebbi la forza di chiederti come mai lo prendessi. Non l’avevo mai sentito nominare prima d’ora, e appena rincasai andai subito a cercare su internet di che si trattasse: lessi che il litio serviva per curare disturbi maniaco-depressivi, ma soprattutto il disturbo bipolare. Io soffrivo di depressione, e nessuno specialista mi aveva mai dato il litio. Pensai allora che il tuo problema dovesse essere per forza il bipolarismo.

Non sapevo quanto fosse grave il bipolarismo, se fosse peggio o meglio della depressione. Lessi soltanto che il bipolare tende ad alternare momenti ottimi, ai limiti dell’iperattività, ad altri nei quali si ritrova a terra, privo di stimoli, con la sola voglia di dormire. C’erano infatti giornate, ora che mi sovviene, dove rimanevi tutto il giorno a letto e non ti facevi vedere, e altre in cui eri eri incontenibile, quasi insopportabile: il comportamento corrispondeva alla descrizione, ma non capivo se il tuo malessere fosse causato dalla malattia o dalla tua sregolatezza, o se al contrario la malattia discendesse dalla sregolatezza.

Una sera lo chiesi a Michele: Ma lo sapevi che C. soffre di bipolarismo?

Perché, non lo sapevi?, mi rispose.

No, nessuno me lo ha mai detto.

Ci sta. Io lo conosco da prima di te e conosco anche i suoi genitori. Me lo hanno detto loro.

Ma quanto è grave?

Pare abbastanza, solo che pure lui ci mette del suo.

Ho capito.

Ero sulla buona strada, cominciavo a capirti meglio; ma ciò non mi distoglieva dalle risate, giacché ci fu un periodo in cui ne combinasti una dietro l’altra.

I casini più grossi succedevano quanto ti invaghivi di una ragazza: volevi conoscerla a fondo e avvicinarti a lei. Il guaio è che ti comportavi da stalker: in qualche maniera ottenevi il numero di telefono e i contatti sui social; dopodiché iniziavi a bombardare di messaggi la malcapitata, tentavi di carpire più informazioni possibili e facevi ricorso alla tua cultura astrologica; pretendevi di sapere la data, il giorno e l’ora di nascita per poterle fare la mappa astrale. Andò così anche con la Vale, che per sua e tua fortuna mise immediatamente le cose in chiaro: era fidanzata e non se ne parlava proprio. Della Simona, invece, conoscevi pure gli spostamenti e la seguivi dappertutto; avrebbe potuto denunciarti avendo dalla sua tutte le ragioni del mondo, ma anche lì la facesti pulita: lei fu comprensiva, e almeno quella volta ascoltasti i nostri consigli e lasciasti perdere prima di fare altri danni.

Ecco, se conosco una persona con un culo grosso come una capanna quello sei tu. Se io avessi fatto un quarto delle tue azioni, a quest’ora sarei morto, in galera, in sedia a rotelle o in terapia intensiva.

Tornando a casa in macchina, una notte trovasti un albero caduto a intralciarti la via; ci andasti a sbattere contro e poi finisti con la macchina giù nel burrone senza farti mezzo graffio. Non ti premurasti manco di chiamare i soccorsi e il carro attrezzi: lasciasti la macchina dov’era e proseguisti a piedi.

Per non parlare di quando un carabiniere ti trovò alla guida ubriaco come una tegola. Una persona qualunque si sarebbe beccata l’alcol test, la multa e il ritiro della patente; ma tu, anziché uno delle forze dell’ordine, incontrasti un angelo custode. L’uomo in divisa ti fece scendere di macchina e si mise alla guida; ti accompagnò in un ampio parcheggio lì vicino e ti disse: Adesso dormi e ripigliati, la prossima volta però ti faccio un mazzo così. E una prossima volta non c’è più stata.

L’apice credo lo raggiungesti quando decidesti di andare a prendere due cartoni di vino dai bengalesi e berteli entrambi nel giro di mezzora alle due e mezza del pomeriggio. Eravamo fuori dalla biblioteca dell’università, e tutti noi, rientrati dal pranzo in mensa, avevamo osservato da vicino il tuo gesto atletico a stomaco vuoto, dopo il quale ti sedesti su una panchina lì nei pressi e piombasti nel sonno dopo una decina di minuti.

Noi entrammo dentro a studiare, tu rimanesti lì; uscimmo un’ora e mezza dopo per una pausa caffè e sigaretta e ti ritrovammo sulla panchina, stavolta disteso. Il Trincia si avvicinò: Ragazzi, qui c’è un puzzo che si dà di stomaco, disse. Anche noi altri ci approssimammo verso di te, e sentimmo l’imbarazzante fetore di merda. Mi sa che si è cacato addosso, disse il Montagni. Naturalmente nessuno ebbe il coraggio di andare a verificare alla fonte, ma era inequivocabile. Non avevamo idea di come fare a svegliarti: ci pensasti tu dopo qualche secondo, forse a causa del nostro vociare e ridacchiare. Ehi, che succede?, dicesti appena apristi gli occhi, oh… me la sono fatta addosso, porco dio. Va be’, dopo si va a giocare a calcetto, no?

Sì, un paio d’ore dopo avesti il coraggio di presentarti a una partita di calcetto senza manco passare da casa a cambiarti le mutande: le gettasti nella borsa, ti lavasti e indossasti solo i calzoncini. Riuscisti anche a giocare come se nulla fosse successo nel tuo stomaco e nel tuo intestino; facesti pure diversi gol, mi pare.

Adesso sono tanti anni che non ti vedo; non so neanche in quale parte dell’Europa o del mondo ti trovi.

Ricordo il periodo in cui abitasti a Pisa perché la tua ragazza faceva la hostess per la stessa compagnia low-cost per la quale avevi lavorato anche tu. In quei mesi pisani eri disoccupato; io invece venivo a Pisa per il dottorato, e una volta, ti trovai a sorpresa davanti alla stazione: fumavi, gironzolavi nel piazzale lì di fronte. Ci riconoscemmo da lontano e scambiammo due parole sulle nostre reciproche situazioni; poi tu volesti andare a prendere un hot dog in una panineria poco più in là. Accompagnami, dicesti. Il mio treno sarebbe arrivato entro pochi minuti, ma non me la sentii di dirti di no. Sicché venni con te, e ciononostante ce la feci a prendere il treno, che nel frattempo aveva accumulato una ventina di minuti di ritardo.

Quella fu una delle ultimissime volte in cui ti vidi. Mentre ripenso al giorno della tua laurea, quando prima della discussione divorasti un piatto di spaghetti all’amatriciana, uno stinco con le patate e uno yogurt riuscendo nell’impresa di non insozzarti la camicia bianca, penso anche al me di adesso, e mi garberebbe condividere con te quanto non ho potuto condividere allora, perché da un po’ di tempo ho scoperto di essere bipolare anch’io. E anche se non ho mai avuto nessuna della tue rocambolesche avventure, la prima persona a cui ho pensato quando lo psichiatra mi ha spiattellato la diagnosi, sei stato tu. Quando mi ha prescritto il litio mi sono sentito ancor più vicino a te, e dopo il mio ricovero in ospedale ho continuato a ricordarti e a ridere delle tue cazzate, ancora ignaro se fossero frutto del tuo bipolarismo, del litio o del tuo essere una specie di pazzo scatenato. Lo saresti stato pure in assenza di tutta questa roba? Chi lo sa.

Io so solo che continuo a raccontare gli episodi con te protagonista, e spesso c’è chi non ci crede. Di solito siamo io e il Trincia a scoperchiare il vaso dei ricordi davanti a persone che non ti hanno mai conosciuto, e probabilmente lo facciamo perché quelli sono stati gli anni più importanti e belli della nostra vita, quelli che non torneranno, dove ci innamoravamo e ci disamoravamo cento volte al giorno e bastava la tua presenza per dar vita a fatti inusuali e irripetibili.

Non so se il litio ti abbia migliorato o peggiorato la vita, se abbia tenuto a freno i tuoi demoni o se quei demoni fossero altrove e non nella tua bipolarità; non so neanche quale effetto avrà su di me: ho letto però che il litio è uno dei pochi – se non il solo – psicofarmaci a scongiurare del tutto l’atto suicida. Quindi, amico mio, almeno questa la potremo cancellare dalle nostre possibili cazzate future.

 

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Dentro la Pianura con Marco Belpoliti https://minimaetmoralia.it/libri/dentro-la-pianura-con-marco-belpoliti/ https://minimaetmoralia.it/libri/dentro-la-pianura-con-marco-belpoliti/#comments Wed, 14 Apr 2021 12:00:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48363 di Marco Renzi «Eccetera» è la parola con la quale si conclude Pianura, e sta a significare che tanto ancora ci sarebbe stato da dire su un argomento sconfinato come la Pianura Padana: sconfinato non tanto per la sua superficie, quanto per la ricchezza di spunti, di riflessioni, di immagini e reminiscenze letterarie – e […]

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di Marco Renzi

«Eccetera» è la parola con la quale si conclude Pianura, e sta a significare che tanto ancora ci sarebbe stato da dire su un argomento sconfinato come la Pianura Padana: sconfinato non tanto per la sua superficie, quanto per la ricchezza di spunti, di riflessioni, di immagini e reminiscenze letterarie – e non – che questo territorio può suscitare.

Col suo ultimo libro, Marco Belpoliti decide anzitutto di omaggiare il luogo dov’è nato, e lo fa mediante una lunga lettera indirizzata a un amico sul quale pian piano scopriamo qualche dettaglio: per esempio, sappiamo della sua formazione scientifica e che è stato un compagno di liceo dell’autore.

La scelta della lettera permette quindi allo scrittore di eliminare qualsiasi gerarchia tra i temi trattati, procedendo su un filo intimistico-emotivo e seguendo la mappa della Pianura posta in apertura che, come le altre illustrazioni a corredo del testo, è opera dello stesso Belpoliti.

Se è difficile definire uno spazio come quello che va dall’Emilia fino alla Lombardia, è al tempo stesso arduo decidere cosa sia Pianura: un romanzo? Un saggio? Una confessione? Non c’è una risposta corretta; ma è pur vero che l’autore riesce ad amalgamare bene vari elementi presi in prestito dalle forme di cui sopra e a restituire, pur nella apparentemente ristretta selezione di rimandi e suggestioni, la molteplicità di sfumature incarnata da una porzione d’Italia che tanto ha dato alla storia culturale del paese.

Ed è proprio in questi anfratti, non necessariamente i più importanti o rivoluzionari, che si addentra la prosa asciutta e avvolgente di Belpoliti, tipica della scuola emiliana.

Il libro, da un lato, è in primis un manuale per chi è a digiuno riguardo alla fenomenologia della Pianura padana; dall’altro lato, è un prezioso regalo a chi quei luoghi li ha visitati – poco importa se fisicamente o per mezzo di quadri, libri, film eccetera.

Sono tante le figure e le storie che popolano Pianura: se il tutto comincia con la «romanizzazione» dell’Emilia, nel capitolo successivo ci si sofferma sul fotografo Luigi Ghirri – autore peraltro del brumoso scatto di copertina –, appoggiandosi al grande Gianni Celati, uno dei nomi più ricorrenti in queste pagine e del quale Belpoliti ha curato il Meridiano.

Dalla vicenda di Ghirri si comincia a delineare lo spirito del libro, o meglio il suo filo conduttore; ossia: cosa vuol dire abitare nella Pianura? Cosa significa essere padani?

Lo sai che qui da noi nella pianura tutto sembra annodato, tutto si rimanda, ed è una strana sensazione d’appartenenza a qualcosa che c’era prima di noi e ci sarà dopo di noi, qualcosa che ci rende sereni, anche se a volte ho l’impressione che sono dovuto uscire da quell’incanto, andarmene via, lontano, per vedere meglio.

Ecco, qui si comincia a delineare uno degli argomenti-chiave dell’opera, dove lo scrittore racconta di aver vissuto prima in Emilia, poi in Brianza e a Milano – Milano della quale qui si parla in relazione a Manzoni e alla sua Storia della colonna infame –, dunque senza mai davvero staccarsi dal cordone che lo legava alla Pianura. Eppure è come se il trasferimento dall’Emilia alla Lombardia lo abbia aiutato a perfezionare il suo sguardo, a renderlo più sensibile, potendo così dilungarsi in un testo tanto peculiare permeato dal profumo del ricordo e della memoria.

Sono molti gli scrittori che hanno abitato e celebrato tali posti; pensiamo a Cesare Zavattini, a Gianni Celati e al suo infinito camminare, a Daniele Benati; o a Ermanno Cavazzoni e al suo Poema dei lunatici, portato al cinema da Fellini (e chi altri avrebbe potuto farlo?) con La voce della luna, dove si estremizza in qualche maniera la tesi di fondo di Pianura, secondo la quale il padano, ma anche il John Berger che passeggia sugli argini del Po e descrive il fiume nel suo Sacche di resistenza, è appunto un po’ umorale e un po’ lunatico, per riprendere Cavazzoni.

Se non proprio dei lunatici, molti dei personaggi qui raccontati rappresentano dei tipi umani singolari, come lo sono a loro modo le città in cui vivono.

Se andiamo a Modena, per dire, «una città misteriosa come una vecchia signora adagiata sul fondo della pianura che ti attende da secoli», ci imbattiamo nel pittore Giuliano Della Casa, che lì ha sempre abitato e che possiede gli occhi per vedere l’ora blu, «quella particolare condizione di luce che accade all’alba, oppure al tramonto, quando il sole è scomparso dietro l’orizzonte e tutto si tinge di questo medesimo colore».

Modena è sì la città di Giuliano Della Casa, ma è anche la patria dell’aceto balsamico; ed è naturalmente la città di Antonio Delfini, scrittore eretico, se vogliamo marginale, autodidatta, nato benestante e poi finito in povertà, autore di splendidi racconti e poesie, nonché del Manifesto per un partito conservatore e comunista, amato tra i tanti da Montale e soprattutto da Cesare Garboli, il quale scrisse memorabili introduzioni a Il ricordo della Basca e ai suoi Diari.

È grazie a un antico incontro con Garboli che Belpoliti ricostruisce il ritratto di Delfini, andando a toccare anche alcune corde della personalità del celebre critico rifugiatosi a Vado di Camaiore dopo il delitto Moro. Ma è Antonio Delfini a rimanere l’assoluto protagonista.

Era, disse Garboli, uno strapaesano e un ribelle. E con queste parole quel giorno sanzionò in modo definitivo il carattere di chi vive in questo pezzo della pianura: puerile, strapaesano e ribelle. Delfini era un modenese; meglio, un emiliano allo stato puro. […] Con quella definizione, per quanto oscura e tortuosa, aveva spiegato […] gli aspetti salienti del carattere di noi emiliani. Forse non proprio di tutti, ma almeno quelli che avevano cercato di essere artisti e scrittori, contravvenendo in questo modo alla natura pratica e edonistica di chi vive dalle nostre parti. E c’era un altro paradosso che mi si illuminò allora: proprio perché sono puerili, paesani e ribelli, gli emiliani appaiono così goderecci e pratici. Antonio Delfini aveva compiuto un capolavoro: fallire in modo perfetto scrivendo dei capolavori.

Come non citare, a questo punto, il magòn, il magone in dialetto reggiano? Se già Delfini ne fu immenso cantore, un altro campione indiscusso fu Pier Vittorio Tondelli. Originario di Correggio, umorale come ogni padano che si rispetti, nel suo folgorante esordio Altri libertini e nei romanzi successivi, descrisse come pochi altri il paese natio e i posti limitrofi, sempre accompagnato da quel magone che lo portò a viaggiare incessantemente, con gli occhi però sempre rivolti all’Emilia, alle sue strade, alla sua gente, specie i tossici e gli emarginati come i protagonisti di Postoristoro, il racconto che apre meravigliosamente Altri libertini.

Si potrebbe scrivere a lungo di Pianura e delle storie che lo popolano: per esempio, quella della folle avventura teatrale di Giuliano Scabia coi Giganti del Po; o quella di Angela Ricci Lucchi e Yervant Gianikian, «due amanuensi dell’immagine, dei copisti che hanno trascritto un intero continente d’immagini composto, invece che di parole, di segni e di figure».

Belpoliti racconta poi l’esplosione, da lui vissuta in prima persona, dei CCCP, e qui dedica bellissime pagine sia a Giovanni Lindo Ferretti, sia ad Annarella Giudici: una compagine punk possibile solo nel perimetro dell’Emilia paranoica.

Non mancano poi altre incursioni nella letteratura, come il capitolo dedicato alle strade boscose e selvatiche che ispirarono Boiardo e Ariosto per L’innamorato e il Furioso, o Il padano Petrarca firmato dal professor Camporesi; per non parlare di nuovo del più volte menzionato Gianni Celati e dei suoi Narratori delle pianure, di Pinocchio, di Primo Levi – che non poteva essere assente in un libro di Belpoliti. Le anguille di Comacchio divengono infine un espediente per discorrere sull’Anguilla montaliana.

Le riflessioni si spostano infine anche sull’archeologia, la geografia e la geologia della Pianura: dalla «godena» al Delta del Po passando per la Romagna e i suoi confini, fino alla forma «a losanga» di Reggio Emilia.

Ciò detto, malgrado tutto, resta complicato definire un libro stratificato come Pianura, la cui complessità risiede nei dettagli e nei più improbabili e rilucenti interstizi, senza tuttavia cedere a nulla di cervellotico; anzi, il testo scivola via leggero, come se il lettore fosse l’amico-destinatario al quale Belpoliti ha indirizzato questa lunga e sentita missiva; un’epistola che i migliori lettori, umorali o meno che siano, non dovranno lasciarsi sfuggire, poiché si tratta di merce rarissima nel panorama letterario odierno.

 

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Il ritorno della psichedelia https://minimaetmoralia.it/libri/il-ritorno-della-psichedelia/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-ritorno-della-psichedelia/#respond Tue, 12 Jan 2021 09:59:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47549   di Marco Renzi Le sostanze psichedeliche sono tornate da diversi anni al centro di un dibattito ad oggi difficile da ignorare. Come cambiare la tua mente (Penguin Press, 2018; in Italia: Adelphi, 2019, trad. di Isabella C. Blum) di Michael Pollan ha rappresentato uno dei punti di svolta in questo discorso tanto intricato; è […]

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di Marco Renzi

Le sostanze psichedeliche sono tornate da diversi anni al centro di un dibattito ad oggi difficile da ignorare. Come cambiare la tua mente (Penguin Press, 2018; in Italia: Adelphi, 2019, trad. di Isabella C. Blum) di Michael Pollan ha rappresentato uno dei punti di svolta in questo discorso tanto intricato; è stato un fondamentale viatico per i profani e una conferma non di poco conto per chi da tempo è addentro alla materia.

Anche l’Italia, che rispetto ad altri paesi deve ancora assimilare la portata del Rinascimento psichedelico, ha fatto la sua parte: si pensi per esempio alle ricerche di Giorgio Samorini o al saggio LSD. Storia di una sostanza stupefacente (UTET, 2018) di Agnese Codignola.

È significativo notare che case editrici di spicco come Adelphi e UTET, e ancor più di recente Marsilio con L’ordine nascosto. La vita segreta dei funghi (Random House 2020, trad. di Anita Taroni e Stefano Travagli) di Merlin Sheldrake, abbiano pubblicato certi titoli: è il sintomo che il tema è ormai uscito dai circuiti più carbonari.

Già, perché la psichedelia riguarda tutti, non solo gli psiconauti più navigati; ed è quanto prova a dirci, riuscendo bene nell’intento, La scommessa psichedelica, dappoco uscito per Quodlibet, dove vengono descritte le innumerevoli facce del prima psichedelico.

Il volume è curato da Federico di Vita e ospita quattordici saggi firmati da scrittori, giornalisti e intellettuali la cui voce è da anni presente e viva in tale contesto: il tutto è suddiviso per branche tematiche, il che rende la lettura un viaggio a tutto tondo nel mondo delle sostanze psicotrope.

È subito il curatore a prendere la parola con la Premessa, dove racconta il momento che ha fatto sorgere in lui l’idea del libro; nello specifico, un viaggio a Gerusalemme dove gli è capitato di sentire della musica psytrance proveniente da un banchino del mercato di Mahane Yehuda.

Poi, con Breve storia universale della psichedelia, di Vita ripercorre le tappe principali degli stati alterati della coscienza da 7000 anni fa fino a oggi: una cronistoria che può esser letta come un efficace compendio del libro di Pollan, al quale però si aggiungono ulteriori informazioni sui popoli che sin dall’antichità hanno fatto uso di sostanze trovate in natura.

In Il trip report come sottogenere della letteratura di viaggio, Peppe Fiore descrive la struttura e le peculiarità delle narrazioni derivanti da un trip; attinge alla sua esperienza rimarcando l’impatto degli psichedelici sulla sua vita e si sofferma sullo stretto rapporto con la natura e la musica. A suo modo, scrive lui stesso una sorta di trip report, come accade anche in Piante sacre: ayahuasca, sciamanesimo e coscienza ecologica, dove il vissuto di Francesca Matteoni, scrittrice e poetessa ma anche studiosa di religioni, tarocchi e folklore, si lega a una dissertazione sulle suddette piante, sui loro poteri curativi e implicazioni spirituali, nonché sulla figura dello sciamano, sulla quale nel mondo occidentale sappiamo davvero poco.

La coppia di saggi Rompere gli schemi: la cura psichedelica alla depressione e L’antidepressivo di Donald Trump prendono di petto l’aspetto medico-farmacologico.

Nel primo, Ilaria Giannini riporta gli studi concernenti i benefici della psilocibina sulle depressioni resistenti ai farmaci tradizionali. E anch’io, che da anni soffro di depressione maggiore, mi rispecchio nelle sue parole quando scrive: «L’idea di avere a disposizione un altro strumento per curarmi, che si sta dimostrando molto efficace e privo degli effetti collaterali degli psicofarmaci, mi entusiasma».

Nel secondo, Agnese Codignola parla dell’esketamina, un farmaco derivato dalla ketamina al quale la Comunità Europea ha dato il via libera il 5 marzo 2019. È una notizia apparentemente positiva, ma Codignola sviscera i controversi retroscena dietro la commercializzazione del medicinale da parte della Johnson & Johnson, azienda finanziatrice di Donald Trump, lo stesso Presidente che ha fatto pressioni affinché l’esketamina venisse messa in vendita.

E qui ci affacciamo su un tema determinante, peraltro toccato da molti degli autori della Scommessa psichedelica: il pericolo che il capitalismo fagociti la controcultura.

Marco Cappato – qui dentro l’unico politico, in un libro tuttavia come non mai politico – in Psichedelici e politica, espone la idea antiproibizionista e dice: «si lascino lavorare gli scienziati». Ed è in fondo ciò per cui si batte da anni con i Radicali e soprattutto con l’Associazione Luca Coscioni.

Vanni Santoni, invece, in Medicina per il mondo… o per i mercati? pone l’accento su «quel capitalismo che sta cominciando a fiutare l’affare» e che porterebbe a una potenziale disgregazione dei principi cardini della psichedelia, rafforzando l’ondata individualista permeante il nostro tempo. L’uso delle sostanze psicotrope, al contrario, favorirebbe una visione del mondo olistica e una maggiore interconnessione con la natura, e potrebbe di conseguenza diventare utile per il contrasto dell’emergenza climatica.

Altro tassello da non sottovalutare è il rapporto tra la psichedelia e la tecnologia; o, meglio ancora, tra la psichedelia e internet. Come affermano Silvia del Dosso e Noel Nicolaus in Oltre la realtà, si tratta in entrambi i casi di strumenti per espandere la nostra mente, tutti e due col medesimo slancio utopico di partenza. Andando a toccare argomenti come la memetica, la controinformazione, nonché il ricorso al microdosing da parte dei cervelli della Silicon Valley (senza contare l’uso di LSD da parte di Steve Jobs), i due saggisti compiono un excursus che ci fa capire come il Rinascimento psichedelico sia stato incentivato anche dal digitale.

I dodici punti messi in fila da Edoardo Camurri in Gnosticismo acido rappresentano uno dei testi più densi all’interno della raccolta: l’autore si confronta con i legami tra internet, gli psichedelici e la magia. Vengono fuori, come in altre occasioni, gli scritti di Mark Fisher, nonché gli studi Joan Petru Culianu sullo gnosticismo, funzionali alla comprensione del ritorno degli psichedelici all’interno del dibattito pubblico; e si parla infine anche di Philip Dick e del Finnegan’s Wake, con il libro joyciano posto come una sorta di equivalente letterario dell’LSD.

Su «Esquire», recensendo Come cambiare la tua mente, Carlo Mazza Galanti aveva mosso una critica «da sinistra» al Rinascimento psichedelico. Lo ritroviamo qui con Fantadroghe e pseudorealtà, il saggio probabilmente più scettico tra quelli contenuti nel volume, dove attraverso l’analisi di svariati testi letterari (Huxley, Norman Spinrad, Guido Morselli, Henry Michaux, Saunders, Dick, Ballard, Burroughs, H. S. Thompson e altri), e appoggiandosi, tra i tanti, anche agli studi di Francesco Ghelli per quanto riguarda la connessione tra droghe e letteratura, viene messo in discussione il paradigma terapeutico, indubbiamente centrale nel discorso odierno.

Mazza Galanti fa un parallelo tra l’oggi e la controcultura degli anni Sessanta, dove alla base c’era un rovesciamento del sistema, elemento del quale oggi si parla assai meno; e chiude scrivendo: «Se davvero è in corso un Rinascimento psichedelico, sarà sul piano degli immaginari, prima che nei laboratori o nei parlamenti, che se ne deciderà il destino».

Ai Goa Party, alla musica psytrance e alla «comunanza di anime e corpi» è dedicato Tramonto al tempio di Chiara Baldini dove, al di là dei trascorsi dell’autrice in questi grandi raduni, ne troviamo elencate le caratteristiche; il tutto fa il paio con una breve storia dei culti misterici che prende le mosse da secoli e secoli fa.

Anche Federico di Vita torna si muove sullo stesso binario in La sindrome di Stendhal nell’epoca della sua riproducibilità tecnica: si riallaccia alla sua Premessa e anche lui attinge dalla sua esperienza di frequentatore dei party, ricollegandola ovviamente al concetto di Sindrome di Stendhal.

Nel saggio di Andrea Betti c’è una ripresa parziale delle tesi di Mazza Galanti: in Perché un Rinascimento non si faccia Restaurazione, oltre a mettere in piedi un piccolo trip report, l’autore muove una critica a Pollan e ad altri divulgatori della psichedelia, ovverosia l’aver «rimosso» Antonin Artaud, uno dei primi psiconauti del Novecento. Altro nume tutelare, assieme al solito Mark Fisher, è poi quello di Timothy Leary, personaggio ambiguo, talvolta visto come vittima e altre volte quale causa della repressione, che secondo Betti meriterebbe una riabilitazione.

Come ogni glossario che si rispetti, anche lo Pseudoglossario di Gregorio Magini è posto in coda al libro; e in quanto «pseudo» è molto più di un semplice elenco di parole e spiegazioni. Le espressioni prese in esame sono Sottoterra, Rinascimento psichedelico, Psiconauta, Droga, Tecnologia, Morte dell’ego, Energia, Strano, Visione, Illuminazione, Spiritualità e Coscienza, e incarnano una specie di sunto di quanto si è letto in precedenza: un modo per chiarirsi le idee e anche per porsi nuove domande; per esempio: sono uno psiconauta concavo o convesso?

La scommessa psichedelica è ricchissimo di spunti, e ogni saggio è corredato da un’ampia bibliografia: è il classico libro che ti porta a leggerne altre decine, e questo non può esser che un bene. Ma è soprattutto una pubblicazione – in questo caso l’aggettivo ci sta tutto – importante, luminosa e illuminante, specie per il periodo buio che stiamo vivendo.

Verrebbe da dire: «psiconauti di tutto il mondo, unitevi; ma non fatelo senza un libretto di istruzioni». Ecco, se proprio dovete sceglierne uno, prendete questo.

 

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Prima del male oscuro: Giuseppe Berto e la guerra in camicia nera https://minimaetmoralia.it/libri/prima-del-male-oscuro-giuseppe-berto-e-la-guerra-in-camicia-nera/ https://minimaetmoralia.it/libri/prima-del-male-oscuro-giuseppe-berto-e-la-guerra-in-camicia-nera/#respond Fri, 11 Dec 2020 09:04:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47339 di Marco Renzi

A metà degli anni Cinquanta, Giuseppe Berto era per il suo tempo un soggetto assai singolare: benché fosse già uno scrittore noto, era una figura marginale nel mondo culturale, estraneo all'egemonia culturale del Partito Comunista e fuori dalla cerchia dei salotti intellettuali romani. Inoltre, aver pubblicato sia per Longanesi (Il cielo è rosso, sul finire del 1946), sia per Einaudi (Il brigante, 1951), due editori dalla linea politico-culturale pressoché opposta, aumentava la sua ambiguità; e per quanto Leo Longanesi e Giulio Einaudi avessero apprezzato il suo lavoro, Berto non ebbe buoni rapporti né col primo né col secondo.

In seguito all’insuccesso in patria del Brigante, lodato e ben venduto all’estero, soprattutto in Unione Sovietica, a Berto occorreranno altri quattro anni prima di pubblicare un nuovo libro.

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di Marco Renzi

A metà degli anni Cinquanta, Giuseppe Berto era per il suo tempo un soggetto assai singolare: benché fosse già uno scrittore noto, era una figura marginale nel mondo culturale, estraneo all’egemonia culturale del Partito Comunista e fuori dalla cerchia dei salotti intellettuali romani. Inoltre, aver pubblicato sia per Longanesi (Il cielo è rosso, sul finire del 1946), sia per Einaudi (Il brigante, 1951), due editori dalla linea politico-culturale pressoché opposta, aumentava la sua ambiguità; e per quanto Leo Longanesi e Giulio Einaudi avessero apprezzato il suo lavoro, Berto non ebbe buoni rapporti né col primo né col secondo.

In seguito all’insuccesso in patria del Brigante, lodato e ben venduto all’estero, soprattutto in Unione Sovietica, a Berto occorreranno altri quattro anni prima di pubblicare un nuovo libro. Continuò a lavorare per il cinema, un mestiere che portava avanti per meri motivi economici; nel mentre, dovette rimettersi in gioco dopo l’abbandono di Einaudi, che a suo dire non lo aveva difeso dalle critiche negative piovutegli addosso tanto da sinistra quanto da destra, coi primi ad accusarlo di essere un destrorso prestato per convenienza al socialismo e i secondi a dargli del comunista-populista.

Tuttavia, il manoscritto di Guerra in camicia nera, come scrive Domenico Scarpa nel prezioso saggio Guerra, Africa e bidoni di pastasciutta che apre questa ristampa a opera di Neri Pozza (che sta lodevolmente riportando in libreria la produzione dello scrittore di Mogliano Veneto), fu dapprincipio ben valutato da due lettori einaudiani d’eccezione: Natalia Ginzburg e Italo Calvino. Ciononostante, non riuscì a trovare spazio nel catalogo dell’editore torinese; e Berto, stando a quanto riportato da Dario Biagi in Vita scandalosa di Giuseppe Berto (Bollati Boringhieri, 1999), tornò a bussare da Longanesi, che però rifiutò. Il libro alla fine uscì nel 1955  per Garzanti, la quale  contava tra i suoi autori Parise, Fenoglio, Soldati e Pasolini – quest’ultimo, nello stesso anno, pubblicò Ragazzi di vita, uno dei maggiori successi dell’editore.

Fare uscire un libro intitolato Guerra in camicia nera a soli dieci anni dalla fine del conflitto, in pieno periodo antifascista, fu una scelta azzardata che di certo non aiutò la fortuna editoriale e critica del testo, recepito impropriamente come una sorta di apologia del fascismo, come il residuo di un’epoca che l’Italia voleva lasciarsi alle spalle.

È vero, come molti della sua generazione (era nato nel 1914) Berto fu fascista in gioventù, e anche se cambiò idea non rinnegò mai il suo passato; come in seguito spiegherà in varie interviste, nel suo saggio autobiografico e autocritico L’inconsapevole approccio (1965) e in parte nel pamphlet Modesta proposta per prevenire (1971) e in alcuni scritti giornalistici, non cancellò i suoi trascorsi e le sue colpe di fascista.

Guerra in camicia nera nacque da una serie di appunti presi durante l’esperienza militare in Africa dal settembre 1942 al 13 maggio 1943, giorno in cui le milizie italiane furono prese dagli alleati. Berto scrisse anche altro durante il conflitto, ma perse la macchina da scrivere; gli restò solo un  taccuino, che riportò in Italia assieme a quanto aveva scritto nel campo di prigionia (dove stette dal luglio 1943 al gennaio 1946) di Hereford, in Texas, ossia Le opere di Dio (1948), Il cielo è rosso e vari racconti.

Il libro fu innanzitutto un’operazione di recupero di quelle scarne pagine di diario, rappresentative di una ferita e di un senso di colpa per aver preso parte alla guerra che Berto si portava dentro da più di dieci anni.

Come poi sottolinea Scarpa, anche qui lo scrittore «reinventa» la guerra, come già aveva fatto in modo diverso nel Cielo è rosso, dove narrò le vicende di quattro ragazzi tra le macerie di una città senza nome dietro la quale si riconosceva Treviso: un’esperienza che Berto, essendo stato prigioniero degli americani, non poteva aver vissuto. Aveva invece vissuto quanto è finito dentro Guerra in camicia nera che, malgrado l’apparente impostazione da memoir, è un romanzo dove l’invenzione gioca un ruolo fondamentale, come l’autore precisa nella premessa.

Non pretendo né desidero che questo diario abbia valore di documento storico. Mi accorgo benissimo che «io», la prima persona del diario, è un personaggio come di romanzo, e personaggi sono pure gli altri intorno a lui, perché tutti, pur condizionati di avvenimenti che io conosco assolutamente veri, si muovono in un’area di fantasia. Tuttavia spero che il mio lavoro conservi sufficiente sapore di realtà da testimoniare in me, e in tanti altri che come me servirono il fascismo con la convinzione di servire l’Italia, una essenza morale valida anche oggi.

È quindi un romanzo sotto forma di diario, una testimonianza che non vuol passare per documento,  in parte un residuo dell’ormai archiviata esperienza neorealista, da lui «inconsapevolmente» cominciata con Il cielo è rosso. Se si eccettuano i racconti (per citarne alcuni: La colonna Feletti, Economia di candele, È passata la guerra), è la prima volta che Berto racconta in un testo finzionale qualcosa da lui esperito in prima persona: e con questo libro pose l’accento su un momento che molti italiani avrebbero voluto seppellire ma del quale era necessario parlare.

Guerra in camicia nera è un testo con al centro l’io-narrante e le sue disavventure; non c’è nulla di epico o eroico: il racconto è dimesso, la narrazione è episodica e la prosa è ancor più sobria di quella vista nei romanzi precedenti. La Storia è ovunque, poiché tutto è scandito dalle date; eppure nel contempo la si dà per scontata, facendola rivivere solo attraverso lo sguardo del narratore, per mezzo del quale il lettore carpisce il contesto e le condizioni dei miliziani nel conflitto, comprendenti anche la nullafacenza e le interminabili attese del nemico; un nemico, come tipico della poetica bertiana, mai davvero considerato tale, verso cui non si spendono parole d’odio: «Noi non odiamo né gli inglesi né gli americani, anche se qui non fanno che predicare che bisogna odiarli».

Il soldato-Berto del testo è un militare sui generis; già dalle prime righe rimarca la sua inadeguatezza, la sua irregolarità. Dopo aver brevemente descritto il viaggio dalla Sicilia alle coste tunisine, si sofferma sul suo abbigliamento, che lo connota in modo goffo: non avendo premura d’indossare la divisa d’ordinanza, rispolvera quella della guerra di Etiopia.

Sono un volontario di guerra abbastanza ostinato e, devo confessarlo, sono capitato nella milizia per puro caso. Vesto una bella divisa di panno cachi, coi pantaloni lunghi, che risalente al tempo dell’Africa orientale, quand’ero sottotenente nel 25o battaglione coloniale. […] Sul bavero, alle stellette dell’esercito ho sostituito i fascetti della milizia. Benché non lo voglia, me ne esce una specie di complesso d’inferiorità.

Dettagli analoghi saranno ricorrenti nel romanzo, dove il narratore pare prendersi gioco di se stesso e del suo ruolo di militare volontario: «Sono fiero di essere un volontario, anche se alla fierezza si aggiunge quel che di ridicolo, dal quale sembra non possa andar disgiunta». È da passaggi come questo che s’intuisce un cambiamento importante nella narrativa di Berto: non sono solo i temi a dare rilevanza a Guerra in camicia nera, bensì la comparsa di un’ironia – prima assente nelle sue prose – che segnerà tutta la produzione successiva dell’autore.

In questo caso, la natura intimistica del libro va di pari passo con una cronaca oggettiva, a tratti fredda e distaccata, di quanto il narratore vive: c’è spazio solo per le sue considerazioni, e l’umorismo elimina la retorica che il lettore s’immaginerebbe d’incontrare in un racconto simile, ma non solo: l’ironia cela il senso di colpa individuale e collettivo. E qui risiede la continuità coi romanzi precedenti: nella presa di coscienza da parte dell’autore d’aver partecipato a un’azione sbagliata e di essere parte integrante del Male. Il libro è quindi un modo per far sì che la guerra venga davvero perdonata, un modo per farla rivivere a tutti gli italiani che fecero le stesse scelte di Berto, affinché non dimentichino e facciano i conti col loro passato.

Di questa guerra, io mi sento responsabile nella misura giusta, cioè quanto ne spetta a ciascun italiano che abbia capacità di intendere e di volere. Se non si volevano il fascismo e la guerra, bisognava pensarci prima. Ora ne siamo tutti più o meno responsabili, e starsene inerti a guardare gli avvenimenti è la cosa più vile che si possa fare. Da quando è scoppiata la guerra, e fin che durerà, l’identificazione del fascismo con l’Italia non è da discutersi.

Oltre ai pregiudizi che, a partire dal titolo, poteva portarsi con sé, Guerra in camicia nera era forse un racconto che nessuno voleva sentire. Come spiega Paola Culicelli in La coscienza di Berto (Le Lettere, 2012) si tratta di «una versione dei fatti non solo scomoda ma anche impopolare e anacronistica», e perciò fu stroncato – o ignorato – quasi all’unanimità dalla critica coeva.

Al romanzo, riletto oggi, si può imputare giusto una certa monotonia, ma complessivamente contiene pagine interessanti e degne di essere riscoperte, anche alla luce del testo posto in appendice, sempre firmato da Domenico Scarpa, L’officina di Guerra in camicia nera, dove il libro viene ricostruito e commentato attraverso le sue varie stesure, che furono almeno tre.

Per Berto, all’epoca della sua uscita, Guerra in camicia nera fu comunque un passo falso. Dario Biagi lo definisce come «il suo tracollo, la sua definitiva messa all’indice da parte dell’establishment letterario»; in più, lo portò nuovamente a polemizzare col suo editore. Così scrisse all’amico Gaetano Tumiati in una lettera del  19 giugno 1955: «Quel cretino di Garzanti mi ha messo insieme all’Aga Khan: Vita vissuta! Non so come andrà il libro. Per ora almeno qui a Roma, è fermo nelle librerie e i critici non ne parlano. Solo i miei tre amici personali hanno fatto delle recensioni, naturalmente buone».

Gli amici ai quali si riferiva erano senz’altro Giancarlo Vigorelli, Ornella Sobrero e Alcide Paolini, i quali spesero buone parole per il libro rispettivamente su «La fiera letteraria», «Il Ponte» e «Il caffè». Furono più o meno le sole critiche positive che ricevette: con un romanzo del genere Berto pareva aver fatto un’auto-dichiarazione di fascismo, quando invece, come illustrò Vigorelli, il testo si configurava come «il più patetico ma inesorabile atto d’accusa, d’ordine morale più che politico, contro il fascismo e la sua ottusa corruzione dell’uomo».

Ma interpretazioni come questa non furono sufficienti a salvare l’autore dalle accuse di fascismo, che erano toccate pure a Il deserto della libia di Mario Tobino, che uscì per Einaudi nel 1952 e fu criticato anche all’interno della casa editrice, nonostante contenesse un’esplicita condanna del fascismo. Il messaggio di Berto, per quanto simile, fu recepito in modo ancor più ambiguo: in particolare, destarono parecchie perplessità alcune pagine conclusive, dove una ragazza tunisina fa il saluto romano ai soldati italiani sull’autocarro, ormai fatti prigionieri dagli alleati.

Era una giovane ragazza dall’aspetto di contadina, con un vestito di cotone celeste. Probabilmente nessuno di noi l’avrebbe notata, se non fossimo stati prigionieri, e se il suo comportamento non fosse stato così diverso da quello dell’altra gente. […] Passato qualche minuto, l’autista ingranò la marcia e partì, e dietro a lui gli altri. Allora la ragazza vestita di celeste salì sul gradino della fontana, s’irrigidì sull’attenti e alzò il braccio nel saluto romano, come le avevano insegnato a casa, o alla scuola italiana. La nostra era una colonna lunga, più di settanta autocarri, e anche quelli dell’ultimo autocarro videro la ragazza rigida nel saluto, senza paura degli altri, di quelli che ci insultavano, e che erano diventati i suoi padroni.

Anche in questo brano non c’è alcuna apologia o nostalgia del fascismo, così come in tutto il testo: ma il suo punto di vista non fu compreso, e sarà anche per questo che tornerà qualche anno più tardi sull’argomento, provando a rimettere in discussione le categorie di fascismo e antifascismo e andando a creare la categoria del non-fascismo, o più precisamente dell’«a-fascismo».

Alla fine Guerra in camicia nera ebbe un successo di pubblico insufficiente sia per l’editore sia per l’autore, che da quel momento in poi vide acuirsi la sua nevrosi, dovuta parzialmente anche al suo isolamento dal campo letterario e alla sua marginalità politica.

Il libro rimane tuttavia importante per comprendere al meglio l’opera di Berto: per la sua vena ironica poi meglio sviluppata in seguito, per il racconto anti-epico e anti-retotico della vita militare, qui svelata nel lato nascosto dell’inazione e dell’attesa del nemico. Soprattutto, per quanto Berto abbia voluto insistere nella reinvenzione della sua esperienza, rimane una testimonianza di una guerra sbagliata, colonialista e fascista, com’è bene che ancora oggi venga ricordata.

Sempre nel 1955, Berto prese parte al progetto iniziale del film tratto da Il brigante, ma alla fine la cosa sfumò per delle incomprensioni col produttore Peppino Amato e il regista messicano Emilio Fernandez, che nei giorni in cui fu a Roma non diede alcun contributo alla sceneggiatura e non propose alcuna idea. Berto pensò addirittura di dirigere lui stesso il film, che poi fu girato da Renato Castellani nel 1960.

Fu proprio in quel lustro che Berto si prese una pausa dal cinema, che durò dal 1955 fino alla realizzazione del film Morte di un amico (1959) di Franco Rossi. Nello stesso periodo, per via delle delusioni professionali e a causa del peggioramento delle condizioni di salute, prese in affitto una casetta a Castelgandolfo: volle allontanarsi da Roma e dal caos cittadino.

Per lo scrittore fu l’occasione per avviare la seconda parte della sua formazione culturale e artistica; continuò a mantenersi con collaborazioni giornalistiche, intensificò gli studi e le letture riscoprendo i classici latini, su tutti Orazio con le sue riflessioni sulla tranquillità della vita bucolica.

Furono anche anni segnati dalla precarietà economica, nonché quelli del graduale innamoramento per il Sud Italia: grazie a un reportage che gli fu commissionato nel 1956 da «Il Giornale d’Italia», scoprì Capo Vaticano, vi trovò un terreno e un contadino glielo vendette a un prezzo di favore. Divenutone proprietario, vi edificò la casa che fu la principale abitazione della sua famiglia (lui, la moglie Manuela, la figlia Antonia): lì scrisse il suo capolavoro, Il Male oscuro (1964), che consacrerà Giuseppe Berto come una delle voci più aliene e significative del nostro secondo Novecento.

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Il Vecchio lottatore, l’omaggio emingueiano di Antonio Franchini https://minimaetmoralia.it/libri/vecchio-lottatore-lomaggio-emingueiano-antonio-franchini/ https://minimaetmoralia.it/libri/vecchio-lottatore-lomaggio-emingueiano-antonio-franchini/#comments Wed, 11 Nov 2020 13:30:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44577 di Marco Renzi

Antonio Franchini non ha mai nascosto la passione per la lotta e le arti marziali, le quali trovano ampio spazio anche nei suoi libri.

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di Marco Renzi

Antonio Franchini non ha mai nascosto la passione per la lotta e le arti marziali, le quali trovano ampio spazio anche nei suoi libri. Anche quando non ha parlato di combattimento in modo diretto, lo scrittore e editor napoletano (ormai milanese d’adozione) ha portato alla luce nella sua narrativa un corpo a corpo con la vita e col mondo intero: nell’Abusivo (2001) e in Cronaca della fine (2003), per esempio, si è confrontato rispettivamente con Giancarlo Siani, giornalista ucciso dalle mafie a soli ventisei anni nonché suo conoscente, e con Dante Virgili, controverso e misterioso autore della Distruzione (1970), una persona col quale lui ebbe a che fare nelle vesti di curatore editoriale – e non solo. Tutti e due, in modo se vogliamo opposto, contribuiscono a popolare l’universo franchiniano, fatto di personaggi solitari e ostinati, sempre e comunque combattenti, spesso perdenti.

Per quanto riguarda il ring, il tatami, i pugni e i calci, il pensiero va ai lottatori ritratti in Gladiatori (2005) in collaborazione col fotografo Piero Pompili e a quelli di Quando vi ucciderete, maestro? (1996), dove fanno la loro comparsa anche Mishima e, appunto, Ernest Hemingway.

Non stupisce dunque l’uscita del Vecchio lottatore (NN, 2020), dove la dichiarazione d’intenti risiede nel sottotitolo: e altri racconti postemingueiani.

C’è in effetti molto del vecchio Papa in queste narrazioni brevi: come vedremo, non mancano gli omaggi; soprattutto, sono presenti una ricorsività e un’insistenza quasi ossessive su temi cari tanto a Hemingway quanto a Franchini, che con quel «post» piega tutto alla sua collaudata poetica, a uno stile levigato ma non del tutto minimale, a tratti distante e alle volte prossimo a quello di un autore il cui spettro si aggira costantemente per le duecentocinquanta pagine del libro.

Si comincia con un racconto all’apparenza poco emingueiano, Le Leonardiadi, dove un padre è alle prese con le gare sportive dei figli: ciò lo porta a rievocare la sua infanzia e a rapportarla a quella dei bambini di oggi, super-impegnati e incapaci di annoiarsi, fino a mettere a nudo la stanchezza mentale del genitore dinanzi all’energia fisica della figlia; la stessa figlia che nelle ultime righe gli domanda perché non abbia partecipato pure lui alla corsa campestre. La voce narrante mette in atto un’autopsia della propria sconfitta, e col suo inevitabile accenno alla fisicità, alle sfide con se stessi e con gli altri, fa delle Leonardiadi l’incipit ideale di una raccolta che riprenderà il tutto in chiave man mano sempre più esplosiva.

Pesca alla trota in Carnia ci riporta all’uomo a tu per tu con la natura; qui, il personaggio di Gualtiero Zanon è un misto tra Francis McComber e Santiago: il narratore in prima persona ne riporta le vicende, con la morte ad assisterlo sottotraccia fino alla fine. In Un marlin imbalsamato si replicano i medesimi scenari e s’incontra per la prima volta Francesco Esente, (assai probabile) alter-ego dell’autore, in una delle tranche più emingueiane del lotto.

Un marlin che non aveva pescato lui, ma proveniva dal momento più importante del passato di ogni uomo, quello che meno di ogni altra epoca gli appartiene, il momento della sua nascita, e un osservatore poco attento poteva scambiarlo per un esemplare appena catturato e inalberato con la fierezza che fino a un certo momento della storia gli uomini amavano ostentare mettendosi in posa accanto ad animali ammazzati.

Addio alle armi si affaccia invece prepotentemente su Gli ultimi italiani di Caporetto, un racconto sulla guerra scritto da uno nato e vissuto in tempo di pace: e non è un caso che il conflitto sia spesso raccontato tramite i libri – non solo solo Hemingway, ma anche Gadda e Ungaretti, nonché «l’immensità del cielo vuoto nello sguardo del principe Andrej». Caporetto/Kobarid diviene una meta di viaggi in luoghi al principio solo letterari, a poco a poco sempre più coincidenti con la Storia grazie agli incontri con gli autoctoni. La leggenda, tuttavia, pare prevalere sempre sulla realtà; e la solita sensazione la si prova nel leggere A un aficionado, intrinsecamente legato a Fiesta: all’inizio tende a una scrittura saggistica che viene poi fagocitata dalla figura di Ermanno Doris, esperto di tori e di corride, «il più grande aficionado d’Italia»; infine, si trascina in una disamina con al centro il parallelo tra scrittura e tauromachia, oltre ad affrontare gli squilibri senili di Hemingway, che in tarda età tornò sull’argomento con scarsi risultati.

Grande fiume dai due cuori è il commovente ricordo di due amici scomparsi, i cui nomi reali non vengono celati sotto altri fittizi: Sergio Altieri, editor, traduttore e scrittore con lo pseudonimo Alan D. Altieri, e l’arrampicatore Roberto Bonelli; entrambi avevano amato sfidare i propri limiti. Nel loro racconto torna Francesco Esente, così come in Non ho scopato con Hemingway, prima una conversazione al bar dove si cita La trilogia di New York di Paul Auster, e dopo un’altra fitta serie di dialoghi scaturita da un appuntamento del narratore – che qui come altrove non è mai il vero protagonista delle sue storie – con una vecchia scrittrice e il suo ex-marito.

Nel Suicidio dell’indiano si abbraccia uno dei racconti più indimenticabili e rappresentativi di Hemingway, Le nevi del Kilimangiaro. Le riminiscenze infantili – l’innamoramento per la valletta televisiva Margaret Lee – si fondono con la fascinazione per il leopardo, animale dall’abbacinante bellezza, anch’essa oggetto del suddetto racconto. Enigmatico il finale con i cervi nel parcheggio di un supermercato statunitense, a testimonianza dell’imprevedibilità dell’America profonda.

Chiude la raccolta il testo che le dà il titolo, un testo attraversato dagli episodi della travagliata esistenza del lottatore Evan Tanner, ma in prevalenza incentrato sui personaggi di Aurelio Silva, Sacramento Diaz e il Vecchio: riduttivo chiamarli solo lottatori; meglio definirli filosofi o maestri di vita. La loro quotidianità è un perenne rimettersi in gioco: coi loro muscoli segnati dagli anni, sfidano i più giovani e di conseguenza la morte.

Impossibile per un amante dei precedenti lavori di Antonio Franchini non apprezzare la sua ultima fatica, invero un ottimo viatico anche per chi non avesse mai letto nulla di uno scrittore forse più noto per il suo lavoro editoriale – per anni con la narrativa di Mondadori, oggi in forza a Giunti.

Il vecchio lottatore brilla per la sua forza espressiva, per una prosa sempre all’altezza di un narrato che non rinuncia a ibridare il saggio con l’autobiografia, con l’inchiesta e il reportage, che svuota il racconto avventuroso dalla retorica e parzialmente dal suo furore epico: risiede qui, con tutta probabilità, il sostrato emingueiano, al di là dei richiami extra-testuali qua e là disseminati, che non disturbano ma intensificano la forza di questi nove, ottimi racconti.

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I misteri secondo Vince Corso: “Uccido chi voglio” di Fabio Stassi https://minimaetmoralia.it/letteratura/misteri-secondo-vince-corso-uccido-voglio-fabio-stassi/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/misteri-secondo-vince-corso-uccido-voglio-fabio-stassi/#respond Fri, 02 Oct 2020 12:15:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44270 di Marco Renzi

Il giallo, da noi come altrove, è da decenni uno dei generi più popolari: non per questo, se da un lato ne escono a centinaia fatti quasi con lo stampino, dall’altro c’è chi continua a plasmare a suo piacimento il sistema solo all’apparenza chiuso del racconto poliziesco, andando oltre la molteplicità di trame a cui si presterebbe.

Inoltre, già Chesterton, per nominare uno degli esponenti più illustri, ci suggeriva che il protagonista non deve per forza essere un investigatore privato o un membro delle forze dell’ordine; anzi, quando il gioco si fa più intrigante, diventa più facile incontrare un Philip Marlowe privo di licenza come Vince Corso, più somigliante a quello che ne busca da John Wayne in Triste, solitario y final di Soriano che non a quello di Chandler.

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di Marco Renzi

Il giallo, da noi come altrove, è da decenni uno dei generi più popolari: non per questo, se da un lato ne escono a centinaia fatti quasi con lo stampino, dall’altro c’è chi continua a plasmare a suo piacimento il sistema solo all’apparenza chiuso del racconto poliziesco, andando oltre la molteplicità di trame a cui si presterebbe.

Inoltre, già Chesterton, per nominare uno degli esponenti più illustri, ci suggeriva che il protagonista non deve per forza essere un investigatore privato o un membro delle forze dell’ordine; anzi, quando il gioco si fa più intrigante, diventa più facile incontrare un Philip Marlowe privo di licenza come Vince Corso, più somigliante a quello che ne busca da John Wayne in Triste, solitario y final di Soriano che non a quello di Chandler.

Ma cosa fa di preciso Vince Corso? Un lavoro bizzarro: cura le persone con i libri; prova a guarirne i turbamenti con i romanzi e con la poesia, ma anche coi saggi e le biografie. Sarebbe lo psicologo ideale di ogni innamorato della letteratura e della parola scritta, un indagatore dell’animo umano che in maniera quasi socratica aiuta il prossimo a partorire qualcosa che si avvicini alla verità. Nel contempo, come un personaggio uscito da un hard-boiled, si ritrova spesso invischiato in situazioni più grosse di lui, misteri dei quali comprende poco o nulla. Chi legge dovrà quindi accompagnarlo per le strade di Roma alla ricerca del bandolo della matassa.

Uccido chi voglio, ultimo libro di Fabio Stassi e terza (dis)avventura di Vince Corso dopo La lettrice scomparsa (2016) e Ogni coincidenza ha un’anima (2018), inizia con un episodio datato 1959: l’accecamento di un bambino fino a poco prima intento a leggere Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde. Dopodiché, siamo nella Capitale contemporanea, per l’esattezza alla fine di giugno del 2016: la porta dell’appartamento-soffitta di Vince in via Merulana è stata forzata. Qualcuno è entrato, gli ha spezzato i 33 giri e buttato all’aria i libri, mentre il suo cane Django è stato avvelenato: per fortuna, Vince fa in tempo a portarlo in una clinica veterinaria, dove nei giorni successivi trascorrerà parecchio tempo per stare vicino al suo povero amico incapace di abbaiare.

Nel frattempo, si domanda chi possa esser stato l’autore di tutto ciò; e soprattutto: perché lo ha fatto? Non gli sovvengono inimicizie pericolose né conti in sospeso con qualcuno, né tanto meno clienti insoddisfatti e particolarmente vendicativi: ma quando diventa il principale sospettato di una serie di omicidi, il biblioterapeuta comincia pian piano a unire i puntini.

E nonostante la sua vita sia sempre più in pericolo, un commissario dai capelli crespi che di tanto in tanto sproloquia in molisano di nome Francesco Ingravallo (via Merulana ce l’abbiamo, e se due più due fa quattro…) continua a metterlo in cima alla lista degli indiziati, anche perché Corso è sempre presente sulla scena del delitto: se per caso o meno, sarà compito del lettore scoprirlo.

Non si può andare più in là nel riassumere la trama: ci sarebbe il rischio di svelare troppo su un racconto fatto di piccoli colpi di scena mai telefonati, costruito attraverso una serie d’incastri nei quali il rimando letterario rappresenta il filo conduttore di capitoli ordinati dalla Z alla A.

Affidandosi a un periodare meno articolato rispetto ad altre sue prove, dunque più al servizio della storia e della scorrevolezza, Stassi dà ai dialoghi un peso fondamentale e fa sì che in ogni pagina si  respiri letteratura. Basti pensare ai nomi dei personaggi, a partire dall’ormai noto Vince Corso, che porta il cognome dello scrittore beat ma anche quello dello storico piede mancino dell’Inter Mario Corso: scelta di certo non casuale per chi ha scritto È finito il nostro carnevale (2007) ed è un dichiarato discepolo del già menzionato cantore del fútbol Osvaldo Soriano – per non parlare della commovente dedica a Gianni Mura con la quale si apre il libro.

Oltre a un’eterna lotta con un padre mai conosciuto, con tanto di lettera scritta e mai spedita, agli amori spezzati, alle malinconie causate dai rimpianti e da donne amate ma troppo lontane, in Uccido chi voglio c’è un gioco ben congegnato figlio della tradizione ispano-americana assai cara all’autore, dove ogni pedina si muove grazie alla spinta di altri testi; ma non manca neppure la musica, centrale anche in un altro ottimo romanzo di Stassi, Come un respiro interrotto (2014).

Proprio come in un gioco, lo scrittore qui si premura di porre in coda al libro le soluzioni – o meglio i «rimedi letterari» –, così da permettere a chi non avesse colto tutti i riferimenti di andare a vederli una volta finito. È divertente, talvolta gioioso, scovarli per conto proprio; al tempo stesso, è stimolante avere nuove letture da appuntarsi e da affrontare in futuro.

Con questo libro, per quanto più di mestiere rispetto ad altri suoi lavori, Fabio Stassi dimostra di nuovo il suo indubbio talento; in più, riconferma il potere del romanzo giallo di porre il lettore dinanzi al male, al tragico e alla sconfitta senza tuttavia rinunciare all’intrattenimento, all’idea di una letteratura tanto giocosa quanto intelligente, nonché imprescindibile veicolo di conoscenza di sé e degli altri.

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“I colpevoli”, il nuovo libro di Andrea Pomella https://minimaetmoralia.it/libri/colpevoli-libro-andrea-pomella/ https://minimaetmoralia.it/libri/colpevoli-libro-andrea-pomella/#comments Wed, 01 Jul 2020 12:55:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43661 di Marco Renzi

Nell’Uomo che trema (Einaudi, 2018), Andrea Pomella aveva raccontato la depressione maggiore e affrontato la «lotta col padre» da un punto di vista che poneva il narratore in una duplice posizione: quella di abbandonato e di abbandonante.

Suo padre lasciò la moglie e il figlio per andare a vivere con un’altra donna, e allo stesso modo Andrea, ancora bambino, scelse di non rivedere mai più il genitore, quantomeno fino a un certo punto della sua vita. Divenuto a sua volta padre di Mario, spinto anche dal desiderio del figlio di conoscere il nonno, deciderà di ricongiungersi alla persona che per più trent’anni aveva cancellato dalla sua vita, come narrato nei capitoli finali del suddetto libro.

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colp

di Marco Renzi

Nell’Uomo che trema (Einaudi, 2018), Andrea Pomella aveva raccontato la depressione maggiore e affrontato la «lotta col padre» da un punto di vista che poneva il narratore in una duplice posizione: quella di abbandonato e di abbandonante.

Suo padre lasciò la moglie e il figlio per andare a vivere con un’altra donna, e allo stesso modo Andrea, ancora bambino, scelse di non rivedere mai più il genitore, quantomeno fino a un certo punto della sua vita. Divenuto a sua volta padre di Mario, spinto anche dal desiderio del figlio di conoscere il nonno, deciderà di ricongiungersi alla persona che per più trent’anni aveva cancellato dalla sua vita, come narrato nei capitoli finali del suddetto libro.

Lo scrittore romano, con I colpevoli (Einaudi, 2020), torna a sfruttare la forma del memoir, della non-fiction, per scrivere del suo riavvicinamento al padre: un legame non certo assimilabile a un consueto rapporto padre-figlio, giacché i due sono sconosciuti l’uno all’altro.

La loro conoscenza è una lenta costruzione per mezzo di piccoli gesti quotidiani, all’apparenza banali ma per loro significativi: telefonate, visite, scambi reciproci di parole, talvolta di doni, conversazioni nelle quali emergono vedute e passioni comuni, su tutte quella per la musica, da sempre il sogno nel cassetto del padre; o il giardinaggio, la cura delle piante, a cui il nostro narratore si è avvicinato con risultati altalenanti, mentre suo babbo ne ha fatto un mestiere, uno dei tanti da lui svolti fin dalla gioventù.

Ma I colpevoli non si sofferma solo su questa storia: alla ritrovata tregua col padre si uniscono altri racconti e spunti di riflessione collaterali che rafforzano il nucleo centrale del testo e giustificano il tema già insito nel titolo.

Nella sua autobiografia quasi interamente al presente, l’autore non può sottrarsi dallo scavare nel suo passato: ricorda gli anni trascorsi a S., quartiere popolare della Capitale, e oltreché sulla descrizione della borgata e dei rapporti con i coetanei, l’accento è posto sulla solitudine e le inquietudini già insite nell’Andrea-bambino e preadolescente. Anche qui non mancano gli agganci con la figura paterna; per esempio, la vacanza fatta assieme al padre sulla quale si trova costretto a mentire, poiché la loro meta sarà diversa da quella stabilita al principio.

Altra sotto-trama importante riguarda la storia con Pris, una donna conosciuta per via telematica, dappoco separatasi dal marito. I loro incontri, essendo l’io narrante già legato alla sua futura moglie, non avverranno alla luce del sole, e il tradimento rischia di mandare a monte la  relazione già esistente.

È in episodi simili che Andrea confessa la sua colpa di traditore, così da unirsi alla schiera dei «colpevoli» del titolo.

Io che telefono a una sconosciuta alle undici di sera, che parlo a bassa voce per non farmi sentire, che non nego di avere voglia d’incontrarla, di toccarla, di amarla, che gioca a immaginare di condurre con lei una vita diversa dalla mia vita attuale, una vita che credo in ogni senso migliore, più soddisfacente, più conforme alla mia vera natura, io che faccio tutto questo sono già, compiutamente, un traditore.

Pomella, come nel suo lavoro precedente, si appoggia in modo intelligente alle parole degli altri, a un corpus letterario assai eterogeneo: tra i tanti, Sant’Agostino, Pasolini, Tolstoj, Thomas Bernhard, Dante, Omero, Leopardi e il poeta americano William Pitt Root.

Nei Colpevoli, il narratore parla ovviamente in prima persona, ma dall’inizio alla fine si rivolge a un «tu» indicante il padre; e diventa quindi un passaggio obbligato quello sulla Lettera al padre di Kafka, epistola mai giunta nelle mani del destinatario e divenuta punto di riferimento di ogni successivo discorso sui padri: una «infinita battaglia» che «si ripete […] ogni volta che qualcuno compie l’atto di calarsi attraverso il gorgo limaccioso delle sue pagine».

Lo stesso era avvenuto nell’Uomo che trema nelle pagine dedicate a Giuseppe Berto e a David Foster Wallace, autori differenti per epoca, nazionalità e poetica ma uniti dalla depressione e dal ricorso all’ironia nelle loro opere: la chiave del tutto è poi la «paura di scrivere» di cui parlava sempre Berto, che col Male oscuro scrisse un romanzo imprescindibile su ciò che lui chiamava «nevrosi da angoscia», con una «lotta col padre» a fare da fil-rouge.

Tra i tanti rimandi, non manca poi la musica: se Elliott Smith e il suo disco Either/Or (1997) erano prima stati scelti come ideale colonna sonora della malattia depressiva, qui troviamo la commovente storia di Tim e Jeff Buckley in un capitolo intitolato con la traduzione di una splendida canzone di Tim, I Never Asked To Be Your Mountain (1967, dall’album Goodbye And Hello), poi reinterpretata anche dal figlio. Jeff, nonostante lo avesse incontrato solo una volta, ereditò dal padre la voce, il talento e purtroppo anche il tragico destino di una morte prematura.

Se fosse un’opera di pura fiction, I colpevoli potrebbe facilmente dirsi il seguito dell’Uomo che trema; trattandosi però di un lavoro autobiografico, più prossimo all’Anno del pensiero magico di Joan Didion o a Questo buio feroce di Harold Brodkey piuttosto che a romanzi di autofiction (termine spesso usato a caso, di solito in presenza di una qualsivoglia traccia di autobiografia), sarebbe più opportuno definirlo una costola del suo predecessore o il suo ideale completamento.

Lo stile asciutto e quasi invisibile di Andrea Pomella resta qui invariato, così come la struttura del racconto che alterna, come si è visto, parti narrate a digressioni, con il ricorso a citazioni sempre al servizio della narrazione.

I colpevoli paga forse lo scotto d’esser venuto dopo un libro in parte più compiuto e riuscito; tuttavia, ciò non lo rende meno interessante e meritevole di lettura: oltre a contenere questioni private che possono farsi universali, è anche segnato da una forte urgenza espressiva e dalla necessità, più psicologica che estetica, di proseguire nella chiusura di un cerchio aperto anni fa e che potrebbe ancora esser rimasto tale.

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“La scrittura non si insegna”, il manuale atipico di Vanni Santoni https://minimaetmoralia.it/libri/la-scrittura-non-si-insegna-manuale-atipico-vanni-santoni/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-scrittura-non-si-insegna-manuale-atipico-vanni-santoni/#respond Tue, 26 May 2020 07:54:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43418 di Marco Renzi

Quante volte ci sarà capitato di pensare «ci sono più scrittori che lettori»? A me molte, per esempio. Del resto, pare quasi un dato oggettivo, specie in un paese in cui le uscite si moltiplicano e il numero di italiani disposto a leggerle – e a comprarle – rimane fermo. Consideriamo poi che una fetta dei lettori cosiddetti «forti» è costituito dagli stessi scrittori, e in dei casi pure questi ultimi preferiscono di gran lunga la scrittura alla lettura, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

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di Marco Renzi

Quante volte ci sarà capitato di pensare «ci sono più scrittori che lettori»? A me molte, per esempio. Del resto, pare quasi un dato oggettivo, specie in un paese in cui le uscite si moltiplicano e il numero di italiani disposto a leggerle – e a comprarle – rimane fermo. Consideriamo poi che una fetta dei lettori cosiddetti «forti» è costituito dagli stessi scrittori, e in dei casi pure questi ultimi preferiscono di gran lunga la scrittura alla lettura, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Non si tratta però di una tendenza tutta contemporanea. Leopardi, per dire, già lo denunciava circa due secoli fa: «Oramai si può dire con verità, massime in Italia, che sono più di numero gli scrittori che i lettori (giacché gran parte degli scrittori non legge, o legge men che non iscrive). Quindi ancora si vegga che gloria si possa oggi sperare in letteratura. In Italia si può dir che chi legge, non legge che per iscrivere; quindi non pensa che a se, ecc».

Lo stesso passo dello Zibaldone viene riportato da Vanni Santoni nel suo La scrittura non si insegna, uscito per minimum fax: titolo provocatorio, dirà qualcuno, essendo l’autore un insegnante di scrittura, al quale però non manca l’onestà intellettuale di far notare a chi legge il proliferare di scuole e corsi di scrittura creativa, divenuti una prassi negli Stati Uniti, dove gran parte delle nuove leve esce proprio dalle suddette scuole, portando di conseguenza a una standardizzazione stilistica degli autori e al rarefarsi dell’egemonia americana nel campo letterario in favore di un ritorno della centralità europea.

In Italia, secondo Santoni, la nascita delle scuole di scrittura è invece dovuta anche a motivi strettamente economici: con i libri non ci si campa, e soprattutto una volta i giornali pagavano meglio gli articoli. Al momento poi non ci troviamo nella situazione degli USA – e per fortuna, vien da dire –, ma non è dato sapere come si evolveranno le cose negli anni a venire.

Lasciando da parte questi dati, torniamo al titolo La scrittura non si insegna: non si tratta di una vera provocazione. O meglio lo è a metà, diciamo pure per tre quarti, poiché l’affermazione sintetizza con efficacia il contenuto di un libro che si legge in un’oretta e che al contempo ti dice: «Questi sono gli strumenti per pensare come uno scrittore: lavoraci per qualche anno e poi ne riparliamo». Perché innanzitutto, per poter muovere i primi passi nell’intricato universo della prosa, scrive Santoni, è necessario mettersi in capo che la strada non sarà facile ma, se armati di buona volontà, nemmeno impossibile. Il percorso sarà formato da elementi tanto semplici quanto fondamentali, e che tuttavia lo scrittore in erba tende spesso a ignorare.

Vediamoli un po’.

La scrittura non si insegna è in primis un ottimo compendio del corso di scrittura da anni tenuto dall’autore degli Interessi in comune e dei Fratelli Michelangelo in giro per l’Italia appoggiandosi a differenti scuole: posso confermarlo, essendo stato allievo di uno di questi corsi. Malgrado il mio scetticismo verso la scrittura creativa in sé, nel mio piccolo ne ho tratto beneficio, specie perché si è trattato di tutto men che di un corso di scrittura scrittura creativa – e lo stesso naturalmente lo si può dire del libro.

Il metodo-Santoni ricorda piuttosto il «dare la cera, levare la cera» del Maestro Miyagi, qui tradotto in due parole imprescindibili che si scolpiranno in modo indelebile nella testa dello studente: «Dieta» e «Disciplina».

Ora, cosa rappresentano queste due «D»?

La Dieta non è altro che la lettura.

Dai, allora basterà leggere il più possibile, penserà l’aspirante scrittore, così mi farò le ossa. Al che il Maestro lo smonterà subito illustrandogli la vera Dieta, ossia l’immersione in testi difficili, densi, di solito considerati ostici e inavvicinabili, letture più millantate che realmente affrontate da cima a fondo. Tra queste, Alla ricerca del tempo perduto di Proust, espressione massima quanto a stile e struttura, detiene il marchio di inamovibilità da ogni tipo di dieta letteraria. A Proust si aggiungerà Joyce con il suo Ulisse; dopodiché faremo un salto negli anni a noi più vicini e incontreremo altri meravigliosi mostri contemporanei: tra i tanti, Infinite Jest di Wallace, Abbacinante di Mircea Cartarescu, 2666 di Bolaño e Europe Central di Vollmann.

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(illustrazione di Marco Renzi, elaborazione grafica di Barbara Marunti)

A questo punto sorgerà la domanda: perché questi e non altri? Perché così tanti stranieri e manco un italiano?

Fermi, dirà il Maestro, non è mia intenzione farvi diventare dei letterati: se vorrete esserlo, tanto meglio; se lo siete già, ben per voi. L’obiettivo sarà più che altro confrontarsi con i picchi raggiunti dalla letteratura coeva, con quei romanzi-mondo dove la complessità dell’architettura narrativa e il livello di sfida che questi pongono saranno direttamente proporzionali agli effetti positivi sulla mente dello scrittore-lettore.

Inutile quindi inserire nella Dieta, per esempio, Il grande Gatsby o Lo straniero: vanno letti perché sono dei capolavori assoluti, ma sono troppo perfetti, quindi quasi frustranti, per essere delle buone palestre di scrittura.

La dieta naturalmente non si fermerà qui, e non potrà lasciar fuori i classici: I demoni e I fratelli Karamazov? Obbligatori. Anna Karenina e Guerra e pace? Idem. Dickens? Sarà anche semplice, ma quando saprai far entrare in scena un personaggio come fa lui, sarai a cavallo. E George Eliot assieme a Jane Austen, ancora vi aiuteranno entrambe, coi loro Middlemarch, Orgoglio e pregiudizio, Emma.

La dieta, come si può evincere da questo breve ma ricco manualetto, non si limiterà certo ai titoli sopraelencati; anche perché, sempre dopo esser passati dal primo blocco obbligatorio, la si potrà plasmare a seconda di ogni esigenza, e qui il riferimento è ai fortunati che già hanno trovato una loro strada: non il «come», bensì «cosa» scrivere.

Chi vorrà misurarsi col fantastico, il fantasy e la fantascienza dovrà per forza passare, per citarne alcuni, dall’Orlando Furioso, da Tolkien, da Tito di Gormenghast di Mervyn Peake, da Dune di Frank Herbert, da Ubik di Dick, nonché dai racconti di Lovecraft e Poe; mentre per la distopia, almeno Noi di Zamjatin, 1984 di Orwell, Il mondo nuovo di Huxley e Fahrenheit 451 di Bradbury, assieme a diversi altri segnalati nel libro, dovranno far parte del bagaglio di letture.

Arricchiscono la Dieta pure gli scrittori italiani, poiché l’italiano sarà la lingua usata nel nostro caso dal novello scrittore: e allora via con Le operette morali, I Viceré, Uno, nessuno e centomila, il Pasticciaccio gaddiano, La vita agra di Bianciardi, passando per Landolfi, Bufalino e Cristina Campo, fino a Altri libertini di Tondelli e allo splendido Pompeo di Andrea Pazienza – un fumetto, sì: chi lo ha letto capirà perché è presente; chi ancora deve farlo, beato lui.

Non mancheranno neppure gli italiani viventi, tra i quali troviamo Danubio di Magris, Scuola di nudo di Siti, Gli esordi di Moresco, Leggenda privata di Mari e Geologia di un padre di Magrelli. E si potrebbe continuare a lungo, tante sono le indicazioni fornite da Vanni Santoni, che non trascurano ovviamente la narrativa breve: per chi scrive racconti, Cechov, Borges, Salinger e Munro dovranno essere Vangelo.

Una volta data la cera, toglieremo la cera, ed eccoci giunti alla Disciplina, ovvero la scrittura, attività che giocoforza dovrà divenire giornaliera, meglio se dopo una Dieta equilibrata. Per imparare a scrivere dignitosamente non c’è altro modo che farlo il più possibile e tutti i giorni, scordando quella sciocchezza chiamata ispirazione, la quale arriverà spontaneamente con una ferrea Disciplina: il cervello del semplice scrivente pian piano si tramuterà in quello di uno scrittore, ormai imbrigliato in un flusso di pensieri che lo verranno a cercare sotto la doccia o nel bel mezzo del reparto surgelati.

Spiegato ciò, dice Santoni a metà libro, ci si potrebbe fermare: l’importante è già stato detto. Vanno però aggiunti dei consigli, e anche qui non ci saranno tanto istruzioni su come scrivere un incipit o su come cesellare una descrizione perfetta, quanto una serie di errori da evitare.

Il primo: l’uso di espressioni usurate e inflazionate, nel libro ribattezzate «banality» (qualche esempio dal listone: acre odore, a folle velocità, ampio salone, rapido declino, lunghissimi secondi, fiumana di gente, con la morte nel cuore).

Il secondo: scrivere cose noiose, non interessanti per il lettore; nello specifico tutto ciò che non prevede un conflitto o una frizione.

Il terzo riguarda la spinosa questione della revisione: quante volte farla, quando farla e a chi affidare il nostro testo nel caso lo volessimo dare in lettura a terzi. Dunque, perché non placcare a un festival o a un firma-copie uno scrittore affermato dandogli il nostro manoscritto? Meglio di no: è gente che ha ben altri grattacapi, e il rischio è solo di essere odiati pur essendo dei nuovi Faulkner. Alla fidanzata che ti dice solo quanto sei bravo? Giammai. Ad amici e conoscenti che come noi scrivono e hanno strumenti teorici sufficienti per dirci cosa non va nei nostri scritti? Risposta esatta. Poi va da sé che in seguito dovremmo esser disposti a leggere i loro romanzi o racconti con la massima trasparenza e dedizione.

Dulcis in fundo, ci si trova al cospetto del Mostro finale, nella Dieta incarnato dall’Arcobaleno della gravità di Pynchon, come ebbe a dire una discepola di Vanni Santoni. Qui parliamo però della pubblicazione, agognata dagli scrittori inediti di qualsivoglia livello, ragione per la quale spuntano dalle fottute pareti un sacco di editori a pagamento pronti a dare alle stampe romanzi, raccolte di racconti o sillogi poetiche senza un lavoro editoriale serio – un passaggio irrinunciabile per i nomi già noti, figuriamoci per i novizi.

Esistono poi gli editori-truffa dai cataloghi infiniti: fanno uscire di tutto, consapevoli che l’autore avrà almeno un paio di centinaia tra amici e parenti a cui appioppare il libro; così l’editore incasserà, l’autore si terrà due spiccioli di diritti d’autore e la sua pubblicazione, nata e morta nel volgere di poco tempo, priva di distribuzione e di visibilità, sia all’interno del mercato del libro sia nel circuito letterario tradizionale.

L’auto-pubblicazione è forse meno dannosa: ma anche questa, a meno che non si tratti di poesia, purtroppo ormai ridotta a una risicata porzione di mercato, è sconsigliata. Il suggerimento di Santoni è quello di passare dalle riviste; lui ne elenca un buon numero, sia online che cartacee, tra cui il blog che state leggendo. Le riviste sono, nei casi più virtuosi, un buon punto di partenza per chi vuol far circolare i propri testi, oltreché un’occasione per confrontarsi tra pari; e da lì, racconto dopo racconto, articolo dopo articolo, potrebbe farsi avanti un editore interessato al nostro lavoro. Sempre meglio agire così che intasare di manoscritti le già straripanti caselle di posta delle case editrici.

Insomma, la prima nemica dello scrittore è la fretta, su tutte quella di pubblicare; e non c’è da averne: con un po’ di fatica e molte incazzature, seguendo queste regole si potrebbero ottenere dei risultati soddisfacenti.

Parlando a titolo personale, credo di averli ottenuti, nonostante al corso mi sentissi ringalluzzito per esser già stato un buon nutrizionista di me stesso: la Dieta ce l’avevo, ma la Disciplina? A Napoli la chiamerebbero «cazzimma», e a suo modo Vanni te la sa infondere anche attraverso le pagine di questo libro, utile magari per mettere una spunta di tanto in tanto di fianco ai libri della dieta e per ricordare a noi stessi di scrivere ogni giorno col massimo dell’impegno, rosicchiando tempo alla nostra vita sociale e ad altre passioni collaterali.

Leggere La scrittura non si insegna non sarà come ascoltare Vanni per un paio d’ore alla Cité di Firenze davanti a una birra media, riempiendo il quaderno di titoli, suggerimenti estemporanei e piccoli grandi consigli, il tutto intervallato da divertenti aneddoti; tuttavia, rappresenterà una rapida lettura per chi avesse voglia di dare il via a un’avventura che non sarà certo veloce e indolore. E una volta chiuso il libro, sarà tutto un dare e levare la cera per un bel po’ di tempo, ripetendo dentro di noi a mo’ di mantra: «Dieta e Disciplina, Dieta e Disciplina, Dieta e Disciplina…».

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Tropicario italiano, in viaggio con Fabrizio Patriarca https://minimaetmoralia.it/libri/tropicario-italiano-viaggio-fabrizio-patriarca/ https://minimaetmoralia.it/libri/tropicario-italiano-viaggio-fabrizio-patriarca/#respond Mon, 27 Apr 2020 12:00:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43124 di Marco Renzi

Hanno ancora senso, oggi, i libri di viaggio? Questo è il quesito che Tropicario italiano, l'ultimo libro di Fabrizio Patriarca uscito per 66thand2nd, sembra porre al lettore. E la risposta potrebbe essere incerta: forse che sì, forse che no.

Se ci limitiamo al solo Novecento italiano, tornano alla mente, tra i tanti che hanno raccontato il proprio girovagare, autori quali Pasolini, Moravia, Manganelli, Parise, Soldati – alcuni di questi troveranno menzione all’interno del libro, quest’ultimo in particolare.

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di Marco Renzi

Hanno ancora senso, oggi, i libri di viaggio? Questo è il quesito che Tropicario italiano, l’ultimo libro di Fabrizio Patriarca uscito per 66thand2nd, sembra porre al lettore. E la risposta potrebbe essere incerta: forse che sì, forse che no.

Se ci limitiamo al solo Novecento italiano, tornano alla mente, tra i tanti che hanno raccontato il proprio girovagare, autori quali Pasolini, Moravia, Manganelli, Parise, Soldati – alcuni di questi troveranno menzione all’interno del libro, quest’ultimo in particolare.

Il loro viaggiare, e di conseguenza le narrazioni che ne scaturivano, era innanzitutto una parentesi dal lavoro culturale e dall’occidente, un rifugio in luoghi incontaminati, del tutto differenti dalla loro Italia: impossibile, per il viaggiatore odierno, eguagliare l’esotismo di quei reportage, nei quali spiccava la distanza tra l’osservatore e la materia osservata, dove il concetto di «meta turistica» di certo già esisteva ma non si era ancora massificato.

Già Aldo Busi – uno dei nostri prosatori migliori, ogni tanto è bene ricordarlo –, tra la seconda metà degli anni Ottanta e il finire dei Novanta, si occupò dell’ormai svanita possibilità di un certo tipo di approccio al viaggio nella contemporaneità: all’intero di un mondo globalizzato, diviene arduo percepire la distanza tra casa propria e il più sperduto dei luoghi del pianeta.

Con Tropicario italiano Fabrizio Patriarca prosegue in parte il discorso già iniziato dallo scrittore di Montichiari, del quale si dà pressoché per scontato abbia letto alcuni dei testi sopracitati. Tuttavia, i paralleli con Busi si fermano alla scelta del tema centrale, poiché la prospettiva di Patriarca è naturalmente tutta personale, e la sua storia di viaggiatore inizia già negli anni della preadolescenza: non per chissà quali fortune economiche, bensì grazie al lavoro del padre, dipendente di Alitalia.

Il libro si apre infatti con Sala d’attesa: una sorta di premessa, nonché un’affettuosa apologia della Compagnia; una dichiarazione d’amore dove i ricordi e qualche lieve sentore di nostalgia si alternano al presente dell’autore, nemico del low-cost. La pensa invece in maniera opposta sua moglie che poi, assieme alle due figlie, diverrà una delle protagoniste dei nove episodi (con annessa chiusa finale) a seguire.

Già il solo l’incipit ci indica quindi la direzione intrapresa da Patriarca in Tropicario italiano: brevi ma efficacissimi squarci di viaggi tropicali narrati in seconda persona con tono ironico e appena strafottente, col tanto raffinato quanto estremo pastiche linguistico al quale lo scrittore ci aveva abituati nei suoi precedenti lavori.

Si parte con Maldive senza rimpianti, dove il vecchio adagio «quanto è piccolo il mondo» si fa quanto mai concreto, giacché il narratore si ritrova, in seguito alla ressa dell’aeroporto e al volo, in un paradiso guastato dagli italiani in viaggio, poco mutati rispetto a quelli descritti dai celeberrimi viaggiatori già citati poco sopra.

Ma forse è proprio la pedanteria che ti salverà da questo tropico impazzito di italiani addobbati di roba di Gucci e Cavalli, che discettano di luoghi planetari come fosse sempre solo casa loro (… è un po’ che manco da Dubai, tipo: sono due giorni che non vado bene di corpo), e si sento chic, up-to-date, ready-to-go, e sono sempre gli stessi, gli stessi di Arbasino, gli stessi di Manganelli, quelli che ti fanno venir voglia di tuffarti dentro il Voyage au tour de ma chambre di Xavier De Maistre e non uscirne mai più. Gli italiani di Mario Soldati. Solo che questi qui l’aragosta, invece di lasciarla intera nel piatto per non turbare la perfezione estetica se la divorano costi-quel-che-costi, così il giorno dopo non hanno rimpianti.

In Randagi a Bora-Bora il viaggiatore confessa il suo non-essere viaggiatore: al contrario, si sente «una creatura aviotrasportata, a brain in a vat. […] un turista, il cui destino è soccombere a tutto quello che incontra, in fondo è un personaggio invincibile».

Sono passaggi come questo a rappresentare il nucleo del testo: Patriarca, maestro della farsa e della riscrittura (a tal proposito, mi permetto di consigliare, come da tempo sto facendo in privato, il suo bellissimo L’amore per nessuno), avido lettore e discepolo di Roland Barthes, dunque abile raccontatore e distruttore di miti d’oggi, evidenzia la sostituzione del viaggiatore col turista; un turista che in Still life in Bangkok non si fa problemi a constatare la bruttezza della capitale tailandese, senza per questo privarsi del lusso di adorarla, tra una visita a un tempio interrotta da una telefonata di un direttore di dipartimento universitario e un assaggio di croccanti cavallette.

Inoltre, sottolinea il turista, se uno pensa di recarsi ad Abu Dhabi per «staccare» e disconnettersi dal mondo, ha sbagliato destinazione, perché lì tutto è sovrastato da loghi, marchi, da non-luoghi come il Ferrari World.

Troviamo poi la Dubai già visitata e raccontata da Walter Siti – non a caso indirettamente nominato nel capitolo – nel Canto del Diavolo, che anche qui suscita molteplici riflessioni socio-politiche.

Ci sarebbe una seconda possibilità: che Dubai sia l’incarnazione ultracontemporanea della polis greca, dove la partecipazione del cittadino è riassunta dal modello di un sovranismo realizzato, nel tempo beffardo in cui le società avanzate di mezzo mondo sguazzano tra gli entusiasmi pre-dittatoriali della cosiddetta «democrazia diretta» e aspirano al conforto di «pieni poteri» delegati a chi sappia vincere la guerra mimetica del rappresentarsi il più possibile uguale alla massa, ferma restando la declinazione paternalista di quella medesima messinscena. […] Anni fa uno scrittore italiano venne qui e notò la stonatura dei cartelloni pubblicitari che mantenevano il glamour ma lo svuotavano del richiamo sessuale: tu sai che quella stonatura era la prima nota di una possibile esplorazione non dell’immaginario arabo, del quale capisci più o meno un dattero secco, ma di una conversione in corso – era una prefigurazione.

Scorrendo le pagine, troviamo il turista-viaggiatore-genitore-amorevole nel bel mezzo di un Safari in Tanzania, tra leoni, zebre ed elefanti, intento a raccogliere un peluche smarrito dalla figlia; e appunto, anche in Zanzibar in villaggio, Tanzania fai da te si assiste nuovamente all’assenza della Storia, del quale l’europeo o l’occidentale in genere sembra farsi portatore sano in determinate zone del globo, per poi rendersi conto subito dopo che l’Hakuna Matata ripetuto dagli africani è un marchio registrato della Disney sin dal 1994, anno dell’uscita del Re Leone.

Il gioiello nel gioiello sopraggiunge però con In India con Dibba. Una fantasia: in un libro per brevità ascrivibile alla non-fiction, il grande autore di fiction non può fare a meno d’infilarci l’invenzione, la fantasia.

Dagli scambi immaginari tra Dibba e il nostro narratore fuoriesce l’archetipo del viaggiatore-fricchettone, agitatore politico pentastellato e al tempo stesso desideroso di legarsi alla schiera dei reporter e, perché no, degli scrittori. Lettore di Shantaram di Gregory David Roberts (se ci fossimo trovati in Alaska, avrebbe avuto in tasca Nelle terre estreme), freddo dinanzi agli echi gozzaniani del suo compagno d’avventura, l’Alessandro Di Battista finzionale sciorina le solite frasette da Smemoranda, pari pari a quelle che ci aspetteremmo da lui: non mancano le sue «spremute di umanità», il morigerato complottismo terzomondista, con l’aggiunta della confusione tra Gianroberto Caseleggio e Marshall McLuhan; soprattutto, abbiamo il calzante esempio di un viaggiatore che si crede ancora ingenuamente tale, e il suo sguardo sull’India convive con quello più scafato e disilluso del narratore, definito da Dibba, come da copione, «un angelo con un’ala sola».

Nel brano conclusivo Turista sul mare di nebbia, infine, Patriarca tira le sue consapevoli somme sulla sua vita in viaggio, cominciata nel momento di transizione tra un fuggire ancora novecentesco e il boom del turismo di massa a venire, chiamato non a caso «distopia contemporanea». Si rivolge di nuovo alla figura del turista-italiano-medio, colui che i luoghi «li fa».

Il termine su cui si deposita l’anima di queste urgenze, nel lessico del turista italiano, è il verbo «fare». L’estate scorsa abbiamo fatto Turks e Caicos. A febbraio faccio Maldive-Abu Dhabi. L’anno prossimo vorremmo fare Vietnam e Cambogia (le urgenze più urgenti sembrano attestarsi sulla dicotomia: ansia del fare sempre questo e qualcos’altro). Il turista italiano, dal punto di vista del lessico medio, i luoghi «li fa».

Fabrizio Patriarca, nel «fare» i suoi luoghi tropicali, non ha solo messo nel suo libro dei contenuti di non poco conto che a breve torneranno con tutta probabilità a essere messi in discussione: come tutti coloro che ancora provano a percorrere la strada della letteratura, lui fa convivere una copiosa dose di sostanza con altrettanta forma.

Leggendo Patriarca, leggiamo un autore, quindi uno stile: e il suo è senz’altro uno tra i migliori e riconoscibili in circolazione. Si tratta di una prosa talvolta impegnativa, che magari potrebbe farci ricorrere al vocabolario, mentre in altri casi risulta più facilmente leggibile: non è tuttavia da intendersi come un ruffiano alternarsi tra alto e basso, anche perché Fabrizio Patriarca vola alto anche nei suoi risvolti più terra-terra; possiede una voce esplosiva, dove la commistione di reminiscenze anni Ottanta e sconfinata cultura letteraria appare del tutto naturale, visto l’immenso bagaglio lessicale che lo scrittore porta con sé. Sicché non ci si stupisce di fronte a un Ovidio affiancato a Don Johnson, a sfumature pascoliane poste assieme a Mazinga, a Catullo e Baudelaire a fare il paio con Big Wendsday e il Commodore 64.

Il suo bello risiede poi nel rifiuto di ogni sfoggio pedantesco o erudizione fine a se stessa, perché ogni elemento è collocato nel giusto contesto; e anche Emily Ratajkowski (sulla quale l’autore, nei Ringraziamenti, ci promette un libro) che fa rima Klossowski non è solo divertente, ma è altresì rappresentativa della scrittura «dopata» – rubo il termine a Gianluigi Simonetti, che così definì la prosa dell’Amore per nessuno durante una presentazione al Salone del Libro – di Patriarca, che non si vergogna dell’immaginario popolare della sua infanzia e adolescenza e nel contempo non rinuncia ai suoi anni di studio matto e disperatissimo, corredando il suo lavoro con rimandi che vanno dagli autori della classicità fino ai coevi.

Allora, per replicare alla domanda iniziale: hanno ancora senso, oggi, i libri di viaggio? Se sono come Tropicario Italiano, la risposta è indubbiamente Sì.

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Alprazolam nel sottosuolo https://minimaetmoralia.it/racconti/alprazolam-nel-sottosuolo/ https://minimaetmoralia.it/racconti/alprazolam-nel-sottosuolo/#comments Mon, 17 Feb 2020 13:00:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42408 Photo by Kendal on Unsplash

di Marco Renzi

Ginevra è l’unica persona di cui mi posso fidare. È anche l’unico medico che conosco oltre al mio, il dottor Brentani, che al telefono non risponde mai alla prima. Stavolta non faccio neppure il secondo tentativo, tanto già m’immagino il suo consiglio: Va’ al pronto soccorso. Oppure: Mettiti un dito in gola e vomita.

Dio bono, ci provo ma non esce nulla, e non posso telefonare a mia madre, a mio padre o a mia sorella: andrebbero nel panico, non sarebbero d’aiuto. Non posso dir loro d’aver ingoiato dodici pastiglie di alprazolam senza farmi dare della testa di cazzo, e ora di certo non ho bisogno di rimproveri; non  servono mai quando senti di poter crepare.

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di Marco Renzi

Ginevra è l’unica persona di cui mi posso fidare. È anche l’unico medico che conosco oltre al mio, il dottor Brentani, che al telefono non risponde mai alla prima. Stavolta non faccio neppure il secondo tentativo, tanto già m’immagino il suo consiglio: Va’ al pronto soccorso. Oppure: Mettiti un dito in gola e vomita.

Dio bono, ci provo ma non esce nulla, e non posso telefonare a mia madre, a mio padre o a mia sorella: andrebbero nel panico, non sarebbero d’aiuto. Non posso dir loro d’aver ingoiato dodici pastiglie di alprazolam senza farmi dare della testa di cazzo, e ora di certo non ho bisogno di rimproveri; non  servono mai quando senti di poter crepare.

Con Ginevra tutto ciò non può succedere. Ho fatto una cazzata, le dico appena risponde alla chiamata.

La sua voce è preoccupata, un po’ scossa, ma non perde la calma. Scandendo bene ogni parola, mi chiede se ho vomitato, bevuto alcolici, mangiato qualcosa, se c’è qualcuno in casa, se ho già telefonato ad altre persone.

Ho provato a vomitare, dico, ma non ci sono riuscito, non ho bevuto niente, giusto un bicchiere di vino a pranzo… ho mangiato parecchio e in casa non c’è nessuno.

Va bene, mi fa Ginevra, quante pasticche hai preso?

Dieci, quindici, dodici, oddio, non me lo ricordo.

Non importa, adesso siediti un attimo e poi rialzati in piedi, cammina per la stanza, non ti distendere e bevi più che puoi, mi raccomando, poi riprova a vomitare, sta’ tranquillo ché vengo io.

Occhei.

Non so dire altro prima di riattaccare.

Ginevra arriva nel giro di un quarto d’ora. Non le chiedo nulla su che strada abbia fatto e a quale velocità. Mentre mi accompagna in macchina noto il suo sguardo contrito e nel contempo sereno; mi fa delle domande alle quali rispondo a monosillabi.

Poco dopo siamo davanti all’ospedale. Ginevra sa che direzione prendere in quell’intrecciarsi di stradine attorno all’immenso edificio bianco-grigio, e troviamo parcheggio lì nei paraggi.

Scendiamo di macchina diretti verso l’entrata del pronto soccorso, una porzione minuscola rispetto all’intero plesso. Barcollo senza percepire lo stordimento; non sono investito da sentori di morte, né vedo luci bianche in fondo al tunnel. In compenso, sebbene il sole penetri dalle finestre, la luce abbagliante dei neon della sala d’attesa è sparata a grossa intensità.

Ci sono alcune sedie vuote; altre sono occupate da una vecchia che si lamenta e invoca la sua fine mentre un uomo la consola rassegnato, da una signora musulmana con un bambino in braccio e da un ragazzo con la maglia bianca coperta di sangue che si tiene una benda stretta sull’avambraccio sinistro. Prendo posto accanto a lui.

Aspettami qui, mi dice Ginevra. Non faccio in tempo ad annuire che varca il portone e si dirige verso l’accettazione: ha deciso di andare a parlare con chi di dovere, mentre io resto lì a guardarmi attorno pensando al rimestarsi dell’alprazolam coi succhi gastrici, già incontratisi con la pasta al pesto, le tre fette di groviera, il bicchierino di sangiovese e il kiwi acerbo.

Chissà cosa starà dicendo Ginevra agli infermieri, a colui che sta al computer ad assegnarmi un codice bianco, rosso o di colori intermedi. Lei sa meglio di me cosa dire, si capisce, e io seguito a lambiccarmi la testa, a figurarmi quel che potrebbe accadere se mi sentissi male in questo momento. Meglio qui che altrove, penso, del resto sono in un pronto soccorso. Quindi mi rilasso come uno che ha preso una superdose di ansiolitici, circondato da gente che sta peggio di lui, come il tizio grondante sangue di fianco a me, che diocaneggia tamponandosi la ferita col suo maxi-assorbente.

Mi metto le mani in faccia e mi stropiccio gli occhi: così, per dare a vedere quanto soffro. Ho una gran voglia di pisciare, ma mi riguardo a chiedere dov’è il bagno; prendo allora a girellare per la stanza, dove a fare angolo c’è un tavolinetto con sopra una miscellanea di riviste: Quattro zampe, Focus, Novella 2000, vecchi inserti di Repubblica e varie pubblicazioni locali. Ma dove siamo, dal medico di base? Dal dentista? Avete mai visto qualcuno leggere al pronto soccorso? Ebbene sì: una signora entra di volata e, dopo aver fatto sapere al mondo del suo dito rimasto schiacciato nel cancello rugginoso di casa, afferra dal mucchio una copia di Dieci piccoli indiani, perché a frugar meglio ci sono anche dei libri: come mai non me ne sono accorto prima?

Scoppio a ridere dal nulla nell’istante in cui il mio sguardo cade su quello del bambino in braccio alla madre velata: lui ricambia la risata, io ne sfodero un’altra in risposta. Oddio, non è che lo stronzetto ride perché ho tirato una scoreggia senza rendermene conto? Non saprei, sono troppo preso dai volumi della biblioteca ospedaliera e rintronato dai farmaci. Almeno il bambino è felice, gli altri molto meno.

Che ci vuol fare, quando scappa, scappa, così se ne esce la lettrice mingherlina di Agatha Christie. Son tentato di dirle: È stato il *******!, ma mi cheto in tempo. In fondo sono io il meteorista e, per quanto poco me ne freghi, non è bello sentire gli altri lamentarsi per colpa mia.

Col peto ormai caduto in prescrizione, principio a scartabellare tra i libri: L’amore borghese di Giorgio Montefoschi, Così parlò Bellavista di Luciano De Crescenzo, Il viaggio misterioso di Alberto Bevilacqua, i volumetti storici rizzoliani di Indro Montanelli e Roberto Gervaso, una biografia in arabo di Steve Jobs, Le migliori ricette del Valdarno Superiore e La sinistra possibile di Vannino Chiti. Nulla che m’ispiri: non sono dell’umore per rileggere Così parlò Bellavista, e neanche lo consiglierei al ragazzo ferito. Neppure le avventure del Bevilacqua mi titillano, così do un’ultima scorsa ai titoli buttati a casaccio insieme all’immancabile e incartapecorito Piccolo Mondo Antico – no, Fogazzaro no!

E poi lo vedo: Memorie dal sottosuolo. Cristo, l’ho già letto, penso, l’ho letto che saranno tre mesi e mezzo. È una vecchia edizione tascabile con scritta la collocazione DOS sulla fascetta bianca, proprietà di un sistema sanitario nazionale che comincia a tirar fuori qualità insospettabili.

Mi rigiro il volume tra le mani, sorrido come un bischero; penso a un infartato giunto al pronto soccorso col codice rosso con l’improvvisa voglia d’un libro, al quale capitano tra le mani le Memorie di Dostoevskij, e mentre i suoi ventricoli sono lì per implodere legge: Sono un uomo malato, un uomo malato, sono. Dopodiché una botta di defibrillatore gli interrompe la lettura, e la voglia di proseguire, di chiudere almeno il paragrafo, lo tiene per miracolo in vita. Potere della Letteratura, mi dico sedendomi col libro in mano a fissare il viso barbuto di Fjodor in copertina, con l’espressione contrariata tipica di chi non vuol essere fotografato. Ma quello è un ritratto fatto a mano da non so quale pittore russo che non aveva trovato un modo per far ridere il Dosto, che pure dipinto su tela si mostra in tutta la sua inquietudine, come a volermi dire: Rimembra che hai diversi milligrammi di alprazolam in corpo. È vero, a momenti me ne scordo: forse l’appuntamento col tristo mietitore è rimandato.

Ginevra intanto non esce dall’accettazione. Gli infermieri e i medici la staranno bombardando di domande, alle quali lei replicherà con prontezza. La aspetto: ci mette tanto, eppure la cosa non mi tange, né sono ansioso per le nuove che porterà con sé; cerco invece di dissimulare la voglia di andare al cesso attraverso l’instaurazione di un dialogo con l’uomo del sottosuolo, sempre lì a scrutarmi dalla copertina recante la scritta Lire 350, quella degli Oscar Mondadori da edicola di una volta, col titolo bello in evidenza e sotto, più piccino, Romanzo di Fjodor Dostoevskij; e, poco più giù, Traduzione di Tommaso Landolfi. Che bomba, rifletto tra me e me, il Landolfi lo conosco, scrive robe metafisiche da paura. Siamo tra uomini del sottosuolo: si è aggiunto anche il Landolfi, uno col vizio del gioco come il Dosto. Mi chiedo se avrà tradotto a suo tempo anche Il giocatore, cosa potenzialmente esplosiva; o catartica, a seconda dei casi.

Insomma, d’improvviso, mentre penso al Landolfi alle prese con Cancroregina, col Racconto d’autunno e col cirillico del Dosto, chiamano dentro il ragazzo a rischio dissanguamento seduto alla mia destra.

Buona fortuna, mi vien da dirgli, ma non mi risponde: mi sarei accontentato di un grazie, o al limite di un vaffanculo.

Non so perché Ginevra si faccia attendere così tanto. Pazienza, ho ancora cose da dire alla mia accolita di scrittori. Per dire, io la traduzione del Landolfi non l’ho mai letta, sapevo solo della sua esistenza, mentre ne ho letta una più nuova fatta da un signore di Parma in fissa con la letteratura russa che scrive anche dei libri dove parla spesso dei russi, del russo, della Russia, e quando non scrive romanzi traduce in italiano le poesie e le prose dal russo, poi va in giro a tener discorsi su tutto ‘sto ambaradan: una volta a sentirlo ci son pure andato, e per causa sua ho comprato un libro di racconti di Pushkin sempre tradotto da lui. Ecco, cosa penserà il ragazzo di Parma del Landolfi?, mi domando nella speranza ne dica tutto il bene possibile, anche se l’incipit delle Memorie, nella versione parmense diventate i Ricordi, l’ha tradotto diverso da lui. Sono tuttavia convinto che sia il Dostoevskij sia il Landolfi, e anche lo scrittore di Parma, approverebbero l’idea di uno che, al pronto soccorso, con dieci, quindici o dodici ansiolitici in circolo, sfoglia un Memorie dal sottosuolo messo a disposizione dall’ospedale medesimo, e non avrebbero nulla in contrario nel caso me lo portassi via con me, giacché nessuno se ne rammaricherebbe, nemmeno il primo degli habitué delle emergenze sanitarie, figuriamoci poi quelli intorno a me.

Giro le pagine ingiallite di quel libro vetusto, passato da troppe mani e da innumerevoli scaffali, in cerca di un posto stabile, desideroso di riemergere dal sottosuolo, così come anch’io vorrei farla finita un giorno o l’altro con la nevrosi, coi colloqui dagli specialisti e le ricette bianco-rosse degli stimolatori dei ricettori della serotonina. Ma sono un uomo malato, e posso solo aspettare che Ginevra esca da quell’uscio con una buona parola.

La sala intanto si affolla, ed è meglio tener gli occhi sul Dosto anziché seguire l’orda di ammalati, contusi e congestionati. Paio il più sano, ma da qui a esserlo ce ne corre: perché leggere un romanzo russo dell’Ottocento al pronto soccorso non ti fa passare inosservato, e ogni volta che alzo il capo dal libro mi sembra di vedere uno che mi fissa, o magari sono soltanto volti persi nel vuoto, di quelli che guardano ma non guardano. Come il vero malato che si rispetti, il depresso del sottosuolo crede che gli altri stiano costantemente a giudicarlo: la verità, al contrario, è che il mondo circostante se ne sbatte del suo prossimo, quando non se ne fa beffe. Bisogna aver dentro una discreta dose di egotismo, oltre che di psicofarmaci, penso capitando su paragrafi a caso delle Memorie del Dostoevskij tradotte dal Landolfi, per scrivere un romanzo, o per scrivere in sé. E ce ne vuole altrettanta, mi dico, per levare una a una le pasticche dalla loro scatolina, metterle in fila sul lavandino del bagno e poi ingoiarle una per volta sapendo di commettere un atto pericoloso e imperdonabile.

È peggio sottrarre un libro alla sezione narrativa del pronto soccorso o tentare di ammazzarsi? Avendo provato a uccidermi, e resomi conto del mio fallimento, intascarmi un libro di qualche decennio addietro mi sembra una sciocchezza.

Lo stringo ancora tra le mani quando Ginevra sorte dalla porta con un’aria più distesa di prima. Mi si avvicina e mi dice: Tutto apposto, possiamo andare.

Come possiamo andare?, le domando, non mi vogliono vedere?

No, è come sospettavo anch’io, mi fa lei, ma ho voluto esser sicura… per danneggiarti con quei medicinali avresti dovuto prenderne il doppio, e alla peggio ti avrebbero fatto una lavanda gastrica, diciamo che te la sei risparmiata.

E sicché ora cosa che bisogna fare?

Nulla, ora andiamo in un bar a prendere qualche bottiglietta d’acqua, hanno detto che devi bere molto, è l’unico modo per eliminare quella roba.

D’accordo, d’accordo, dico, ma prima di ricominciare a bere vorrei andare in bagno, la vescica mi sta per cedere.

Ce la fai a resistere finché non arriviamo al bar?

Sì, allora vediamo di far veloce ché me la fo addosso.

Abbandoniamo il pronto soccorso. La sala d’attesa nel frattempo s’è colmata di visi smorti, polsi rotti, stomaci guasti e chissà quali altre disgrazie. Usciamo da dove siamo entrati. Mi pare siano trascorse dieci ore, quando non sono passati che venti minuti. Anche Ginevra ha un aspetto differente: più rilassato, sorridente, come di chi sì è tolto un peso. Per una volta non sono così egomaniaco da collegare il suo benessere al fatto che io fossi ancora lì, in piedi, con un mattone in meno addosso, giusto con quella dozzina di alprazolam a galleggiarmi nello stomaco o in altre zone a me ignote del corpo, pronte da espellere per via uretrale.

Il sole picchia forse più forte di prima, è una bella giornata.

Che libro è quello?, mi domanda Ginevra mentre stiamo per montare in macchina.

Ah, questo? l’ho trovato in sala d’attesa: lo so che non si dovrebbe fare, ma hai mai visto qualcuno leggere Dostoevskij in ospedale?

No, non mi è mai capitato, risponde lei.

Ecco, allora ho fatto bene a prenderlo, anche se l’ho già letto, ma insomma, questa è la traduzione di Landolfi.

Be’, se lo dici tu io mi fido…  a proposito, come ti senti?

Bene dai, abbastanza tranquillo.

Ci credo, con tutti gli ansiolitici che hai preso.

Già, a momenti nemmeno ci ripensavo.

Meglio così… poi mi racconterai meglio del perché hai fatto questa cazzata.

Certo, però aspetta, non resisto più, scusami.

Mi allontano dalla macchina e corro a perdifiato dietro il cespuglio in fondo al parcheggio dell’ospedale. Ho ancora il libro in mano, così lo appoggio sopra le foglie; mi sbottono i calzoni liberandomi di un ettolitro abbondante di piscio sano, trasparente e inodore, con lo sguardo in avanti, incurante dei passanti dietro di me. Gli occhi mi cadono sul libro che riposa sul cespuglio tra mosche e zanzare: lo sguardo di Dosto è immutato, ma è come se lì si trovasse più a suo agio; oppure no, mi sta solo sfidando, o piuttosto sono io a mettermi in competizione con lui, come a dirgli: Caro Fjodor, un giorno scriverò di tutta ‘sta roba, e potrebbe uscirmi fuori un romanzo bello come il tuo.

Mi pare allora d’intravedere una mezza risata nell’ispida bocca di Dosto, e non posso biasimarlo, perché in fondo solo un uomo malato, uno a cui a furia di pensare e fare cose del genere prima o poi gli verrà male al cervello, può essere ambizioso in modo così sconsiderato da voler eguagliare il Re degli scrittori.

Certo, penso durante l’accorto sgrullamento, pure lui da qualche parte avrà cominciato, a suo tempo. E nel raggiungere Ginevra ho l’intuizione che forse dovrei partire proprio da qui: dalla mia incapacità di togliermi la vita, quella che un giorno mi darà modo di raccontarla.

____________________

Marco Renzi è nato nel 1989 a Figline Valdarno (FI), dove vive. Laureato in lettere, è dottore di ricerca in Italianistica.
Ha scritto di musica per «Audiodrome», «TheNewNoise» e «IndieForBunnies»; ha collaborato per quattro anni alla sezione letteraria (Re: books) della rivista «Il Mucchio Selvaggio».
Suoi articoli e racconti sono comparsi su «L’Eco del Nulla», «Minima et Moralia», «PULPLibri», «CrapulaClub», «Nazione Indiana», «In fuga dalla bocciofila» e «Spore».

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Storie di fragilità da un mondo estinto: “Materia” di Jacopo La Forgia https://minimaetmoralia.it/altro/storie-fragilita-un-mondo-estinto-materia-jacopo-la-forgia/ https://minimaetmoralia.it/altro/storie-fragilita-un-mondo-estinto-materia-jacopo-la-forgia/#respond Thu, 05 Dec 2019 13:27:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41809 di Marco Renzi

Negli ultimi anni siamo stati sommersi dalle distopie: forse perché il pessimismo e il senso della fine non sono mai stati diffusi come adesso, o perché siamo giunti a un punto di totale saturazione per quanto riguarda le tecnologie, delle quali la fantascienza ha sempre posto in evidenza i risvolti più catastrofici.

Insomma, dando una scorsa veloce a libri, fumetti, film e serie tv, notiamo quanto questo tipo di narrazione abbia oggi attecchito e proliferato, e vien da pensare che un eccesso di distopia nel nostro presente possa alla lunga inflazionarsi agli occhi del lettore (o spettatore, negli altri casi).

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di Marco Renzi

Negli ultimi anni siamo stati sommersi dalle distopie: forse perché il pessimismo e il senso della fine non sono mai stati diffusi come adesso, o perché siamo giunti a un punto di totale saturazione per quanto riguarda le tecnologie, delle quali la fantascienza ha sempre posto in evidenza i risvolti più catastrofici.

Insomma, dando una scorsa veloce a libri, fumetti, film e serie tv, notiamo quanto questo tipo di narrazione abbia oggi attecchito e proliferato, e vien da pensare che un eccesso di distopia nel nostro presente possa alla lunga inflazionarsi agli occhi del lettore (o spettatore, negli altri casi).

Ci sono però delle eccezioni, dei risvolti meno battuti all’interno di questo sotto-genere della science-fiction, e ogni tanto capita che qualcuno riesca a intravedere tali spiragli meglio di altri.

A mio avviso, è quanto è capitato a Jacopo La Forgia; il ventinovenne, con già alle spalle un’attività da fotografo e autore di reportage, ha piegato la distopia al suo volere e alla sua poetica, creando una storia poco somigliante ad altre a cui siamo abituati.

Materia, il suo esordio, racconta la storia di Elena, ragazza che si muove in un mondo rimasto quasi interamente sommerso dalle acque, dove la maggior parte delle specie viventi si sono estinte, mentre le  poche rimaste hanno nell’economia della trama la stessa voce e la stessa dignità degli esseri umani sopravvissuti.

Attorno alla ragazza protagonista, invece, pare ruotare il destino del pianeta e di una sua eventuale futura rinascita, anche alla luce della catastrofe.

In quell’anno accaddero molte cose. Si estinse il cinquanta per cento delle specie animali, una parte del continente finì sott’acqua e molti dei quadri salvati dalle inondazioni vennero sfregiati dai vandali. Secondo molti era l’inizio della fine e nei primi tempi quello che accadeva gettò la gente nella confusione e nello spaesamento. Alcuni smisero di parlare, altri compirono stragi, altri ancora si diedero fuoco.

A Elena si legano le vicende di Andrea e Gabriele, persone di certo più fragili: lei è una viaggiatrice, una donna combattiva che incendia fabbriche; i ragazzi, al contrario, sono alla vana ricerca di una speranza e di un posto nel mondo. Le loro storie, fatte di incontri, brevi dialoghi e dissertazioni sull’apocalisse che ha coinvolto la Terra, s’intrecciano e si alternano tra loro, anche perché il testo stesso è una concatenazione di racconti i quali dovranno poi confluire in un unico punto.

Se dovessimo infatti trovare un difetto al libro di La Forgia, forse sarebbe proprio la troppa frammentarietà, la difficoltà che il lettore potrebbe riscontrare nell’unire tutti i pezzi del puzzle. A tratti, si avverte un lieve senso d’incompiutezza, ripagata però dall’originalità dell’immaginario creato dallo scrittore, fatto di colori, immagini alle volte nitide e realistiche e in altri momenti fantastiche, tendenti all’onirico.

Un ulteriore punto di forza sta poi nella pulizia e nel rigore di una prosa al servizio della storia, nella quale lo sforzo sta nel ricercare il lessico più semplice e non quello più forbito, il periodo più scarno e non quello eccessivamente articolato: attraverso questo stile, il romanzo riesce ad assumere il ritmo della fiaba e del racconto mitologico, facilmente leggibile anche da un ragazzo delle scuole medie più avvezzo alla lettura – un pregio non da poco.

Materia evita inoltre la storiella didascalica con tanto di finale ambientalista moraleggiante, e questo è un altro piccolo miracolo. Il rischio di sfociare nella retorica, specie di questi tempi in cui – giustamente – tanto si parla di riscaldamento globale e di scioglimento dei ghiacciai, c’era eccome: ma Jacopo La Forgia è stato intelligente nel dosare gli elementi e a mescolarli con sapienza, dando più spazio alle brevi descrizioni, ai paesaggi e allo sviluppo dei personaggi; soprattutto, lasciando al lettore che vorrà farle le riflessioni sui cambiamenti climatici.

Del resto, l’intento dell’autore non doveva essere il romanzo a tesi, bensì quello di sfruttare la propria esperienza di viaggiatore e narratore per costruire la sua personale distopia, se proprio così vogliamo definirla. E in questo caso, al netto delle sbavature nella struttura narrativa, il bersaglio è stato del tutto centrato.

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Tra fantastico e videogame: le avventure di Talib https://minimaetmoralia.it/libri/fantastico-videogame-le-avventure-talib/ https://minimaetmoralia.it/libri/fantastico-videogame-le-avventure-talib/#respond Fri, 08 Nov 2019 13:30:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41557 di Marco Renzi

Siamo più o meno nel 5000 avanti Cristo. Talib è un lucidatore di pomelli alla corte di Babilonia ed è innamorato della principessa: siccome il Re darà in sposa la figlia a chi le regalerà un diamante grande quanto la testa di un toro, si mette subito in viaggio alla ricerca della pietra.

Ma la trama di Talib, o la curiosità (Tunué, 2019), scritto da Bruno Tosatti, non si esaurisce qui, giacché l’avventura picaresca del protagonista è un pretesto per immettere nella storia una serie di personaggi e di sotto-trame: Talib incontrerà Azad, in cerca del suo Golem; il burocrate Miralem, che vuol far pagare le tasse ai Peruani; la tribù dei Frugoli, Erza il raccoglitore di schiuma di nuvole; s’imbatterà poi in draghi, giganti e nelle creature più disparate.

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di Marco Renzi

Siamo più o meno nel 5000 avanti Cristo. Talib è un lucidatore di pomelli alla corte di Babilonia ed è innamorato della principessa: siccome il Re darà in sposa la figlia a chi le regalerà un diamante grande quanto la testa di un toro, si mette subito in viaggio alla ricerca della pietra.

Ma la trama di Talib, o la curiosità (Tunué, 2019), scritto da Bruno Tosatti, non si esaurisce qui, giacché l’avventura picaresca del protagonista è un pretesto per immettere nella storia una serie di personaggi e di sotto-trame: Talib incontrerà Azad, in cerca del suo Golem; il burocrate Miralem, che vuol far pagare le tasse ai Peruani; la tribù dei Frugoli, Erza il raccoglitore di schiuma di nuvole; s’imbatterà poi in draghi, giganti e nelle creature più disparate.

La narrazione perde talvolta di vista il personaggio principale e si focalizza sugli altri; lascia però che sia la curiosità a far da filo conduttore, come l’ottimismo lo fu per il Candido di Voltaire. Il libro è infatti debitore del conte philosophique settecentesco, ma non solo: senza la volontà di scagliarsi contro il Leibniz di turno, dentro Talib ritroviamo Le mille e una notte e il Calvino del Castello dei destini incrociati.

Gli edifici del distretto dei musei contengono solo saloni, con scale che portano ad altri saloni e ad altre scale ancora. Non ci sono corridoi né stanze. I saloni, poi, sono per metà al chiuso e per metà all’aperto, e da saloni diventano terrazze senza neanche una porta che li separi. «A Tagaste non c’è limite alle forme che può prendere l’interno dei palazzi» dice Talib, mentre entrano da una terrazza «le stanze sono come bolle d’aria che fanno crescere gli edifici alti e sottili».

Il testo è presentato da un anonimo curatore come la quarta delle Sette sere di Babilonia, un racconto orale con cui «l’Autore animò […] le sette sere di festa che anticiparono il matrimonio della principessa di Babilonia». La vicenda di Talib s’inserisce quindi in un’ampia cornice; è già di per sé un racconto nel racconto, avendo Le Sette sere di Babilonia una struttura a spirale dove gli episodi tendono a sovrapporsi.

Siamo dunque in un universo composto di testi filosofici, teologici e scientifici ricorrenti nel ricco apparato di note, dal quale apprendiamo l’esistenza di Atlantide, la cavità della Terra e la solidità delle nuvole: ogni cosa è reinventata, e alcuni gloriosi nomi del passato (Newton, ad esempio) convivono con altri fittizi. Sono questi i particolari che più di altri fanno pensare all’opera di Borges, alla letteratura come invenzione di un mondo altro, in cui le storie possono potenzialmente moltiplicarsi all’infinito; un meccanismo proprio anche dei giochi di ruolo: lo stesso autore ha dichiarato che il suo libro nasce da una campagna di Dungeons & Dragons.

La scrittura è facilmente riassumibile nel concetto di leggerezza illustrato dal già citato Calvino nelle sue Lezioni americane: una prosa limpida, semplice eppure curata, fatta di pochi tratti essenziali, che mette la storia davanti a tutto senza tuttavia trascurare lo stile.

Tosatti adotta differenti registri a seconda del personaggio e della situazione descritta; non tralascia i dettagli, e malgrado l’andamento poco lineare dell’intreccio, riesce sempre a riavvolgere riprendere il filo, facendo di quest’alternanza di paesaggi, voci e caratteri uno dei punti di forza del testo.

Pur nella sua natura derivativa, il romanzo di Bruno Tosatti ben si colloca all’interno degli esordi di qualità di Tunué: in questo caso, c’è una netta presa di distanze dal realismo, e lo sconfinamento è totale.
Lo scrittore non manca comunque di personalità, e la sua idea di letteratura è chiara. Il lettore si trova dinanzi a una nuova e interessante voce, che ci si augura avrà la possibilità di consacrarsi con una maggiore consapevolezza dei propri mezzi espressivi.
Attendiamo – con curiosità, naturalmente.

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Lungo «Lo stradone», l’ultimo romanzo di Francesco Pecoraro https://minimaetmoralia.it/libri/lungo-lo-stradone-lultimo-romanzo-francesco-pecoraro/ https://minimaetmoralia.it/libri/lungo-lo-stradone-lultimo-romanzo-francesco-pecoraro/#comments Mon, 10 Jun 2019 12:04:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40471 di Marco Renzi

È vero: la scrittura oggi è alla portata di tutti, ma fare letteratura resta ancora un lavoro per pochi. Il compito del critico e del lettore più attento è dunque quello di individuare questi pochi scrittori, segnalarli e restituire loro lo spazio che meritano.

Francesco Pecoraro, tuttavia, non necessita di molte presentazioni, essendo uno degli autori più interessanti apparsi nel panorama editoriale italiano negli ultimi quindici-vent’anni. Già La vita in tempo di pace (2013) aveva messo in luce una scrittura notevole e una capacità davvero rara di leggere sia la contemporaneità sia i settant’anni del dopoguerra, il più lungo periodo di pace ininterrotta che la Storia ricordi. Tali peculiarità restano inalterate nello Stradone, dove di nuovo riemergono nodi cruciali del nostro tempo, pur con una struttura abbastanza diversa, sicuramente più prossima al saggio.

Pecoraro si affida qui a un narratore senza nome: un uomo sopra la sessantina, un abitante della Città di Dio, più precisamente della Sacca (Valle Aurelia), un tempo popolata da fornaciai e ora luogo assai rappresentativo dell’odierno «ristagno».

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di Marco Renzi

È vero: la scrittura oggi è alla portata di tutti, ma fare letteratura resta ancora un lavoro per pochi. Il compito del critico e del lettore più attento è dunque quello di individuare questi pochi scrittori, segnalarli e restituire loro lo spazio che meritano.

Francesco Pecoraro, tuttavia, non necessita di molte presentazioni, essendo uno degli autori più interessanti apparsi nel panorama editoriale italiano negli ultimi quindici-vent’anni. Già La vita in tempo di pace (2013) aveva messo in luce una scrittura notevole e una capacità davvero rara di leggere sia la contemporaneità sia i settant’anni del dopoguerra, il più lungo periodo di pace ininterrotta che la Storia ricordi. Tali peculiarità restano inalterate nello Stradone (uscito per Ponte alle Grazie), dove di nuovo riemergono nodi cruciali del nostro tempo, pur con una struttura abbastanza diversa, sicuramente più prossima al saggio.

Pecoraro si affida qui a un narratore senza nome: un uomo sopra la sessantina, un abitante della Città di Dio, più precisamente della Sacca (Valle Aurelia), un tempo popolata da fornaciai e ora luogo assai rappresentativo dell’odierno «ristagno».

Anni addietro, tutto era in mano al Partito; vigeva un ordine per il quale ognuno sembrava avere il suo posto nel mondo, i diritti si acquisivano e non si perdevano. Con la crisi dei valori, con l’utopia comunista fagocitata dal consumismo e dal neoliberismo, il Novecento è andato pian piano sgretolandosi: un concetto che l’io narrante ribadisce a più riprese, considerandosi – a ragione – un figlio di quell’epoca, uno che per un po’ ha pure creduto in quel sogno.

Non è poi un caso che la parola «novecentesco» sia ricorsiva nel testo: il Novecento è il vero spettro che si aggira per queste pagine, assieme allo sguardo del protagonista; uno sguardo che sviscera e analizza, critica e non fa sconti né ai suoi simili e né a chi legge, né tanto meno a sé stesso.

Il personaggio che accompagna il lettore sullo stradone del titolo ha vissuto sulla propria pelle le trasformazioni di una borghesia pian piano confluita in quello che lui chiama «il grande ripieno», uno strato sociale col tempo fattosi più ampio e più variegato, in cui il ceto medio impoverito convive con quanto resta del proletariato e con gli innumerevoli pensionati popolanti l’Urbe. Il narratore appartiene a quest’ultima categoria: malgrado tutto, la sua è una posizione privilegiata, caratterizzata da una stabilità della quale i giovani sono stati privati.

La sua esistenza si sposa con la consapevolezza della fine: sa che morirà nella stagnazione, condizione ormai irreversibile. Può quindi permettersi di osservare con passività, pur prodigandosi in analisi acute e spietate.

«Èd è anche vero che tanto più è de-strutturato e desolante il paesaggio urbano in cui vivi, quanto pià il supermercato ti risulta accogliente come una piazza medievale a mezza estate, solo che qui nessuno parla, tutti si aggirano per i banchi di esposizione consapevoli di essere lì insieme, gomito a  gomito, strusciandosi urtandosi ostacolandosi, ma chiedendosi scusa a vicenda, tutti diventati d’un tratto cortesi, perché momentaneamente estratti dall’urbs in cui vivono—dove la cortesia non è contemplata, perché genericamente vista come segno di debolezza, cioè di non-odio o disprezzo reciproco, di non-sopraffazione, che nella Città di Dio sono obbligatori—e magicamente ridiventati civitas. È l’essere-con-la-merce che ci ammansisce e ci tiene uniti, con la merce che, anche nello sfasciume slabbrato del Quadrante, fluisce e si auto-promuove senza sosta».

Non essendoci una trama vera e propria da spiegare, nessuna storia con un principio e una conclusione, anche ciò indicativo della distanza tra Pecoraro e molta narrativa corrente volta al mero intrattenimento di qualità, si può dire che il resoconto di questo anziano spazia dalla sua vicenda personale a quella dei luoghi raccontati e descritti.

Nel suo passato troviamo una carriera accademica mai decollata, con a fianco un Maestro su cui fare affidamento: una sorta di faro della notte, un rapporto anch’esso figlio di un mondo in via di estinzione. C’è un Partito in cui riconoscersi: dispensatore di ideologie, etica, cultura. In seguito, il lavoro al Ministero; i soldi facili, il passaggio dal Partito Comunista al Partito Socialista. Da lì, il coinvolgimento nella corruzione e la breve parentesi carceraria, la ripresa del lavoro e una pensione durante la quale questo signore vorrebbe lavorare su un saggio di storia dell’arte. Ma continua a rimandare, preferendo scivolare in una routine composta di acquisti compulsivi in libreria, di camminate a passo svelto per rimanere decentemente in forma e di soste al Bar Porcacci, dove il consorzio umano dello stradone si ritrova per un caffè, una colazione, una pausa pranzo, per una chiacchierata al volo.

Il Porcacci, luogo già noto a chi ha seguito lo scrittore romano dai tempi del suo blog e nei suoi post sui social, è il nucleo centrale del romanzo, il punto di snodo in cui s’incontrano i lavoratori e i pensionati, le donne e gli uomini, gli immigrati e gli italiani, i vecchi e i giovani. Sembrano però esserci perlopiù anziani col cane a parlare del più e del meno – dei prezzi, della tintura dei capelli, di cibo –, a fare sporadici accenni a una politica ormai del tutto sostituita dalla Squadra, nel nostro caso l’A.S. Roma.

Il nostro narratore partecipa con distacco a una miseria che è in parte anche la sua; si guarda intorno  e poi rievoca l’anno 1908, in cui Lenin visitò la Sacca e incontrò i lavoratori delle fornaci desiderosi di rivoluzione. Non si sa se sia Storia o leggenda: ma è senz’altro un aneddoto in cui rifugiarsi dinanzi alle odierne brutture, e serve all’ex-comunista a riscoprire l’utopista che era in lui, nonché a rivivere i momenti nei quali quell’angolo di mondo era produttivo e rispondeva a una precisa identità. Invece, quel che i primi venti anni del nuovo secolo ci comunicano è un immobilismo privo di segnali di cambiamento: la Roma di Pecoraro, col suo Stradone, il suo Bar Porcacci, i suoi anziani, i suoi fruttivendoli bengalesi, incarna alla perfezione l’immagine di un Paese alla deriva e sull’orlo del baratro.

La fenomenologia urbana corrente del Quadrante mi restituirebbe, se ci credessi, l’immagine di un paese invecchiato indebolito stanco svogliato disinteressato abulico attaccato alla tv dei canali del servizio pubblico, la cui prima notizia è sempre ciò che ha fatto/detto il papa energico, o il papa buono, o il papa teologico distante un po’ nazista, o il papa della liberazione, purificatore delle sentine del Tempio, mentre i canali privati da decenni raccontano le cose in modo diverso, nella direzione di un’auto-indulgenza pagana consumista godereccia ficaiola. Un paese che nella seconda metà del Novecento ha dato il meglio di sé e adesso non ce la fa, non ne vuole più sapere della realtà che si suppone ci sia oltre le Torri ex-IACP, al di là di queste montagnole di argilla, all’esterno della cintura dei Grandi Ospedali, dove un intero mondo preme e cambia in continuazione le carte in tavola, i patti, il linguaggio, gli oggetti, le condizioni stesse del vivere».

«Potente» può essere il giusto aggettivo per definire la prosa di Pecoraro: per il modo denso eppure affilato di veicolare i pensieri del protagonista, per il periodare ampio ma non per questo a digiuno di schiettezza, campione di romanità sui generis, ma al tempo stesso lontano dalla comune idea di romanità goliardica.

Ottimo il lavoro sul linguaggio, incentrato su un alternarsi di alto e basso, con la parlata romanesca a far da intercalare, tanto nei corsivi posti tra un paragrafo e l’altro, quanto nel bel mezzo di frasi più articolate. Non si può parlare di impostazione gaddiana, come un po’ poteva far pensare La vita in tempo di pace: piuttosto, di una personalissima rilettura dell’italiano da parte dello scrittore; un italiano di questi giorni ma con le radici piantate nella tradizione. Vengono poi abbandonati i tre celiniani puntini di sospensione presenti nel romanzo precedente, rimpiazzati qui da un segno di interpunzione fatto di tre trattini (—), usato per costruire i frequenti incisi.

Attraverso la commistione di vocabolario tecnico, sia questo tecnico-scientifico o appartenente alla sfera artistico-architettonica, l’autore riversa nel testo anni di letture saggistiche e il suo mestiere di architetto e disegnatore: i suoi disegni, a cominciare dalla copertina, compaiono infatti qua e là, insieme a descrizioni minuziose e geometriche, spesso riguardanti particolari apparentemente di poco conto, esempi di degrado eppure a loro modo affascinanti. Lo stradone è dunque un testo narrativo tendente al saggio, un tipo di romanzo sempre più presente nella migliore narrativa italiana contemporanea (penso ad esempio al recente Sogni e favole di Emanuele Trevi, il quale lavora in modo differente).

Appoggiarsi ad altre forme di scrittura è forse un modo che la letteratura ha trovato per sopravvivere? Oppure rivela la capacità di rinnovarsi e la versatilità della forma-romanzo, tuttora imprescindibile e ideale per descrivere, capire, rimasticare il mondo, la realtà e noi stessi, anche in mezzo alle miriadi di immagini e parole alle quali veniamo sottoposti ogni giorno?

Le opzioni potrebbero essere ambedue vere: è certo però che Pecoraro e il suo libro ci fanno comprendere quanto ancora oggi ci sia bisogno di letteratura. Ovvio: una letteratura che non faccia sentire il lettore una persona migliore: non accomodante, non a tesi o a tema. Una letteratura che dia schiaffi, alle volte anche dei calci in bocca ben assestati, facendo anche ridere. Già, perché Pecoraro fa ridere, quando ci si mette pure di gusto, sebbene quello suscitato sia riso amaro, doloroso, perso nel cemento dello stradone, nei palazzi ex IACP, nei supermercati aperti ventiquattrore al giorno, nello specchio di una disillusione e di un immobilismo che è anche quello che stiamo vivendo.

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