No, amico, non ci avevo capito niente. Niente. Ridevo come tutti gli altri: del resto anche tu assecondavi la parte più ridanciana di noi, nascondendo quanto di peggio c’era dietro. Lo sapevamo solo a metà, e a nessuno sarebbe venuto in mente di domandarti cosa ti stesse accadendo, cosa ti portasse a ridurti in certe condizioni.
Io l’ho capito solo ora: sono passati più di dieci anni e mi vergogno di quelle risate, anche se tu me le avrai perdonate, o forse non te ne sarà mai fregato nulla, perché t’importava poco di te stesso e del mondo, anche se da un certo punto della tua vita cominciasti a girarlo sregolatamente, armato solo del tuo desiderio di fuga.
Ricordo quando mi raccontasti che a Granada cadesti da un battello senza farti nulla, o quando a Liverpool ti facevi quattro chilometri a piedi solo per andare a farti la doccia in palestra; quando lavorasti a Dusseldorf per quella compagnia aerea low-cost, dalla quale venisti licenziato: tu dicesti di esser stato accusato di aver mangiato delle merendine a bordo, ma forse ti era solo scaduto il contratto. Nessuno poi aveva capito il tuo trasferimento a Berlino; il giorno in cui tornasti ci dicesti: Ho passato parecchio tempo a vedere film in tedesco per esercitarmi con la lingua, ma di film tedeschi ne avrò visti un paio, ho guardato quasi tutti film americani con Al Pacino, e infatti ora non riesco più ad ascoltare la sua vera voce, per me ormai parla tedesco.
Delle serate passate assieme potremmo parlare per giorni e non esaurire mai gli aneddoti. Quando se ne parlava con gli altri, tu avevi ricordi vaghi: eri quasi sempre ubriaco, e quando ci fermavano a casa di qualcuno spesso ti addormentavi, russavi come un trattore e svegliarti era impossibile.
È perché mischia l’alcol con le medicine, disse una sera Michele, e iniziai a intuire qualcosa. Al tempo ero già preda della mia malattia: nel mio corpo viaggiavano già antidepressivi e benzodiazepine; ogni tanto buttavo giù qualche bicchiere, e tuttavia ne uscivo sempre pulito. Tu bevevi di più, ma l’effetto su di te era devastante: una volta per Capodanno collassasti sul divano dopo aver mangiato e bevuto come uno stronzo, e d’improvviso prendesti a vomitare tipo la bambina dell’Esorcista, imbrattando mezza stanza e i capelli della ragazza del Trincia. Ti pigliasti la tua buona dose d’infamate – e te le meritavi. Io ancora non mi facevo troppe domande sulle tue miscele di birra doppio malto, vino scandente e farmaci; non sapevo quali farmaci fossero e non avevo il coraggio di chiedertelo.
Tuo padre faceva il medico e ti faceva i prelievi del sangue nel sonno per vedere quanti troiai avevi in corpo, e spesso ti lasciava con pochi soldi in tasca per non farti comprare da bere. Ciononostante, riuscivi sempre in qualche modo a sbronzarti.
Una sera in cui andammo a prendere un kebab dopo le prove col gruppo, parlasti a me, a Michele e al Trincia delle tue teorie sull’esistenza degli alieni, sui rettiliani, su Paul McCartney morto e sostituito da un sosia, sulla morte mai avvenuta di Michael Jackson, cose così. Uscimmo a prendere un caffè, dopo il quale tu ordinasti un amaro. Dovrei stare più attento col bere, facesti, con tutto il litio che prendo non mi fa bene, vado subito di fuori.
Per la prima volta ti sentii pronunciare il nome del farmaco, ma anche lì non ebbi la forza di chiederti come mai lo prendessi. Non l’avevo mai sentito nominare prima d’ora, e appena rincasai andai subito a cercare su internet di che si trattasse: lessi che il litio serviva per curare disturbi maniaco-depressivi, ma soprattutto il disturbo bipolare. Io soffrivo di depressione, e nessuno specialista mi aveva mai dato il litio. Pensai allora che il tuo problema dovesse essere per forza il bipolarismo.
Non sapevo quanto fosse grave il bipolarismo, se fosse peggio o meglio della depressione. Lessi soltanto che il bipolare tende ad alternare momenti ottimi, ai limiti dell’iperattività, ad altri nei quali si ritrova a terra, privo di stimoli, con la sola voglia di dormire. C’erano infatti giornate, ora che mi sovviene, dove rimanevi tutto il giorno a letto e non ti facevi vedere, e altre in cui eri eri incontenibile, quasi insopportabile: il comportamento corrispondeva alla descrizione, ma non capivo se il tuo malessere fosse causato dalla malattia o dalla tua sregolatezza, o se al contrario la malattia discendesse dalla sregolatezza.
Una sera lo chiesi a Michele: Ma lo sapevi che C. soffre di bipolarismo?
Perché, non lo sapevi?, mi rispose.
No, nessuno me lo ha mai detto.
Ci sta. Io lo conosco da prima di te e conosco anche i suoi genitori. Me lo hanno detto loro.
Ma quanto è grave?
Pare abbastanza, solo che pure lui ci mette del suo.
Ho capito.
Ero sulla buona strada, cominciavo a capirti meglio; ma ciò non mi distoglieva dalle risate, giacché ci fu un periodo in cui ne combinasti una dietro l’altra.
I casini più grossi succedevano quanto ti invaghivi di una ragazza: volevi conoscerla a fondo e avvicinarti a lei. Il guaio è che ti comportavi da stalker: in qualche maniera ottenevi il numero di telefono e i contatti sui social; dopodiché iniziavi a bombardare di messaggi la malcapitata, tentavi di carpire più informazioni possibili e facevi ricorso alla tua cultura astrologica; pretendevi di sapere la data, il giorno e l’ora di nascita per poterle fare la mappa astrale. Andò così anche con la Vale, che per sua e tua fortuna mise immediatamente le cose in chiaro: era fidanzata e non se ne parlava proprio. Della Simona, invece, conoscevi pure gli spostamenti e la seguivi dappertutto; avrebbe potuto denunciarti avendo dalla sua tutte le ragioni del mondo, ma anche lì la facesti pulita: lei fu comprensiva, e almeno quella volta ascoltasti i nostri consigli e lasciasti perdere prima di fare altri danni.
Ecco, se conosco una persona con un culo grosso come una capanna quello sei tu. Se io avessi fatto un quarto delle tue azioni, a quest’ora sarei morto, in galera, in sedia a rotelle o in terapia intensiva.
Tornando a casa in macchina, una notte trovasti un albero caduto a intralciarti la via; ci andasti a sbattere contro e poi finisti con la macchina giù nel burrone senza farti mezzo graffio. Non ti premurasti manco di chiamare i soccorsi e il carro attrezzi: lasciasti la macchina dov’era e proseguisti a piedi.
Per non parlare di quando un carabiniere ti trovò alla guida ubriaco come una tegola. Una persona qualunque si sarebbe beccata l’alcol test, la multa e il ritiro della patente; ma tu, anziché uno delle forze dell’ordine, incontrasti un angelo custode. L’uomo in divisa ti fece scendere di macchina e si mise alla guida; ti accompagnò in un ampio parcheggio lì vicino e ti disse: Adesso dormi e ripigliati, la prossima volta però ti faccio un mazzo così. E una prossima volta non c’è più stata.
L’apice credo lo raggiungesti quando decidesti di andare a prendere due cartoni di vino dai bengalesi e berteli entrambi nel giro di mezzora alle due e mezza del pomeriggio. Eravamo fuori dalla biblioteca dell’università, e tutti noi, rientrati dal pranzo in mensa, avevamo osservato da vicino il tuo gesto atletico a stomaco vuoto, dopo il quale ti sedesti su una panchina lì nei pressi e piombasti nel sonno dopo una decina di minuti.
Noi entrammo dentro a studiare, tu rimanesti lì; uscimmo un’ora e mezza dopo per una pausa caffè e sigaretta e ti ritrovammo sulla panchina, stavolta disteso. Il Trincia si avvicinò: Ragazzi, qui c’è un puzzo che si dà di stomaco, disse. Anche noi altri ci approssimammo verso di te, e sentimmo l’imbarazzante fetore di merda. Mi sa che si è cacato addosso, disse il Montagni. Naturalmente nessuno ebbe il coraggio di andare a verificare alla fonte, ma era inequivocabile. Non avevamo idea di come fare a svegliarti: ci pensasti tu dopo qualche secondo, forse a causa del nostro vociare e ridacchiare. Ehi, che succede?, dicesti appena apristi gli occhi, oh… me la sono fatta addosso, porco dio. Va be’, dopo si va a giocare a calcetto, no?
Sì, un paio d’ore dopo avesti il coraggio di presentarti a una partita di calcetto senza manco passare da casa a cambiarti le mutande: le gettasti nella borsa, ti lavasti e indossasti solo i calzoncini. Riuscisti anche a giocare come se nulla fosse successo nel tuo stomaco e nel tuo intestino; facesti pure diversi gol, mi pare.
Adesso sono tanti anni che non ti vedo; non so neanche in quale parte dell’Europa o del mondo ti trovi.
Ricordo il periodo in cui abitasti a Pisa perché la tua ragazza faceva la hostess per la stessa compagnia low-cost per la quale avevi lavorato anche tu. In quei mesi pisani eri disoccupato; io invece venivo a Pisa per il dottorato, e una volta, ti trovai a sorpresa davanti alla stazione: fumavi, gironzolavi nel piazzale lì di fronte. Ci riconoscemmo da lontano e scambiammo due parole sulle nostre reciproche situazioni; poi tu volesti andare a prendere un hot dog in una panineria poco più in là. Accompagnami, dicesti. Il mio treno sarebbe arrivato entro pochi minuti, ma non me la sentii di dirti di no. Sicché venni con te, e ciononostante ce la feci a prendere il treno, che nel frattempo aveva accumulato una ventina di minuti di ritardo.
Quella fu una delle ultimissime volte in cui ti vidi. Mentre ripenso al giorno della tua laurea, quando prima della discussione divorasti un piatto di spaghetti all’amatriciana, uno stinco con le patate e uno yogurt riuscendo nell’impresa di non insozzarti la camicia bianca, penso anche al me di adesso, e mi garberebbe condividere con te quanto non ho potuto condividere allora, perché da un po’ di tempo ho scoperto di essere bipolare anch’io. E anche se non ho mai avuto nessuna della tue rocambolesche avventure, la prima persona a cui ho pensato quando lo psichiatra mi ha spiattellato la diagnosi, sei stato tu. Quando mi ha prescritto il litio mi sono sentito ancor più vicino a te, e dopo il mio ricovero in ospedale ho continuato a ricordarti e a ridere delle tue cazzate, ancora ignaro se fossero frutto del tuo bipolarismo, del litio o del tuo essere una specie di pazzo scatenato. Lo saresti stato pure in assenza di tutta questa roba? Chi lo sa.
Io so solo che continuo a raccontare gli episodi con te protagonista, e spesso c’è chi non ci crede. Di solito siamo io e il Trincia a scoperchiare il vaso dei ricordi davanti a persone che non ti hanno mai conosciuto, e probabilmente lo facciamo perché quelli sono stati gli anni più importanti e belli della nostra vita, quelli che non torneranno, dove ci innamoravamo e ci disamoravamo cento volte al giorno e bastava la tua presenza per dar vita a fatti inusuali e irripetibili.
Non so se il litio ti abbia migliorato o peggiorato la vita, se abbia tenuto a freno i tuoi demoni o se quei demoni fossero altrove e non nella tua bipolarità; non so neanche quale effetto avrà su di me: ho letto però che il litio è uno dei pochi – se non il solo – psicofarmaci a scongiurare del tutto l’atto suicida. Quindi, amico mio, almeno questa la potremo cancellare dalle nostre possibili cazzate future.
Marco Renzi (1989) è dottore di ricerca in Italianistica.
Ha scritto di musica per «Audiodrome», «TheNewNoise» e «Indieforbunnies». Ha collaborato per quattro anni alla sezione Re:Books del «Mucchio Selvaggio». Collabora con «Il Foglio», «Minima et Moralia» e «L’Eco del Nulla«». Altri suoi articoli e racconti sono comparsi su «Duemilauno», «PULPLibri», «CrapulaClub», «Nazione Indiana», «In fuga dalla bocciofila», «Narrandom», «Spore», «Bomarscé» e sulle antologie I giorni alla finestra (Il Saggiatore, 2020) e Cronache dalla Quarantena (Nutrimenti, 2020).

Hai dimenticato di menzionare la sua assunzione celeste mentre suonava il basso e il Trincia non poteva fare altro che ridere da dietro i bidoni!
AHAHAHA, grande Fonne!
Ma se uno le racconta tutte a quel punto potrebbe diventare un romanzo.
Mi è tornato in mente quando C. venne a dormire a casa di una mia amica che conoscete. Ovviamente si era già infatuato di lei, tanto da lanciarsi in camera di lei mentre dormiva per dichiararle il suo amore, ma gli andò malissimo, conosceva solo me in quella casa, e fu beccato dal Bacarospo mentre parlava alla ubriaca addormentata. Baca non conoscendolo si spaventò e lo cacciò di casa a suon di “pussa via sa!!”. Quando mi svegliai, ero ancora sbronzo, C. sparito, poi il Baca mi spiegò perché!