Stefano Liberti, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/stefanoliberti/ un blog di approfondimento culturale Wed, 05 Oct 2016 05:31:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Stefano Liberti, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/stefanoliberti/ 32 32 I signori del cibo di Stefano Liberti: un estratto https://minimaetmoralia.it/estratti/i-signori-del-cibo-di-stefano-liberti/ https://minimaetmoralia.it/estratti/i-signori-del-cibo-di-stefano-liberti/#comments Wed, 05 Oct 2016 05:31:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32199 È in libreria per minimum fax I signori del cibo. Viaggio nell'industria alimentare che sta distruggendo il pianeta, un'inchiesta di Stefano Liberti che segue la filiera di quattro prodotti alimentari: la carne di maiale, la soia, il tonno in scatola e il pomodoro concentrato. Pubblichiamo un estratto dal capitolo dedicato alla carne di maiale e vi segnaliamo che domani, giovedì 6 ottobre, alle 18 Stefano Liberti presenta il libro da Ibs-Libraccio a Roma con Giorgio Zanchini. (Foto di Stefano Liberti)

Il mattatoio più grande del mondo

I movimenti sono cadenzati, meccanici, ripetitivi. I maiali sono appesi a un gancio, che scorre lungo un nastro a velocità regolare. Gli uomini sono disposti lungo il nastro, a distanza fissa l’uno dall’altro. Hanno tute bianche, stivali di gomma, guanti, mascherine, cuffiette per i capelli. Tra loro sono indistinguibili: non fosse per le differenze di altezza, si direbbe un esercito di robot. In mano hanno gli strumenti di lavoro: chi un coltello, chi una mannaia, chi un gancio.

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È in libreria per minimum fax I signori del cibo. Viaggio nell’industria alimentare che sta distruggendo il pianeta, un’inchiesta di Stefano Liberti che segue la filiera di quattro prodotti alimentari: la carne di maiale, la soia, il tonno in scatola e il pomodoro concentrato. Pubblichiamo un estratto dal capitolo dedicato alla carne di maiale e vi segnaliamo che domani, giovedì 6 ottobre, alle 18 Stefano Liberti presenta il libro da Ibs-Libraccio a Roma con Giorgio Zanchini. (Foto di Stefano Liberti)

Il mattatoio più grande del mondo

I movimenti sono cadenzati, meccanici, ripetitivi. I maiali sono appesi a un gancio, che scorre lungo un nastro a velocità regolare. Gli uomini sono disposti lungo il nastro, a distanza fissa l’uno dall’altro. Hanno tute bianche, stivali di gomma, guanti, mascherine, cuffiette per i capelli. Tra loro sono indistinguibili: non fosse per le differenze di altezza, si direbbe un esercito di robot. In mano hanno gli strumenti di lavoro: chi un coltello, chi una mannaia, chi un gancio.

Ognuno ha il suo ruolo, ognuno compie il gesto che gli è assegnato, piccolo ingranaggio di un meccanismo standardizzato: uno pratica un taglio sul ventre dell’animale, un altro allarga il taglio, quello dopo estrae le budella, il seguente opera un altro taglio. Le interiora sono posate in apposite vasche; i coltelli e le lame immersi in un liquido sterilizzante tra un taglio e un altro.

Anche le bestie sono tutte identiche, l’una clone dell’altra: stessa grandezza, stessa altezza, stesso colore. Sembrano – e in verità sono – il frutto di un esperimento genetico teso a creare l’animale perfetto per la macellazione e il consumo. La scena ha un che di ipnotico. Da dietro il vetro mi sorprendo a guardare, più che i maiali ridotti progressivamente in pezzi, questi uomini che si muovono a tempo, sicuri e determinati, e trattano il corpo degli animali di fronte a loro con un misto di perizia e noncuranza. Su quel corpo non si accaniscono: fanno il loro lavoro meccanico, come se dovessero mettere insieme le componenti di un’automobile. Taglia, allarga, estrai, ritaglia. Quella a cui mi trovo ad assistere è una catena di montaggio, né più né meno: la fabbrica della carne industrializzata moderna.

La stanza seguente è più ampia, la scena ancora più suggestiva. Altri uomini in divisa scompongono il già tagliato e riducono la carne informe in pezzi definiti. Rispetto allo spazio precedente sembra di guardare attraverso un caleidoscopio, con il suo effetto moltiplicatore. Il nastro non è unico. Ce ne sono diversi, che scorrono lungo tutto lo spazio in diagonale. Gli operai sono molti di più; una distesa di camici bianchi, tutti alla stessa distanza, tutti fermi al loro posto, immobili, se non fosse per quel singolo movimento che ognuno di loro ripete incessantemente. Qui i pezzi sono via via selezionati e impacchettati, quindi mandati verso la cella frigorifera. Ci sono una precisione e un ordine geometrico che stridono con la brutalità della morte. Tutto il processo avviene in modo freddo, funzionale, pulito: non una goccia di sangue, non un pezzo di carne fuori posto. Dietro i vetri, che impediscono ogni contatto con il mondo esterno, non si sente nulla. Il mattatoio moderno è una fabbrica perfetta e sincronizzata.

In verità, non tutto il processo è così pacifico. Le fasi precedenti sono più cruente: per mandarla al macello, la bestia è dapprima stordita mediante gas o una scarica elettrica, poi sgozzata con un taglio all’altezza della giugulare, quindi immersa in una vasca di acqua bollente, per ripulirla dal sangue. Il corpo esanime è spellato e ulteriormente lavato facendolo entrare in una macchina speciale. La testa viene tagliata e il grande corpo appeso al gancio e mandato alla fase successiva, quella da cui ho iniziato la visita. Anche questi passaggi sono standardizzati, compiuti da uomini che ripetono gesti sempre uguali: uno stordisce, un altro taglia la giugulare, un altro aziona il nastro trasportatore che getta la bestia nella vasca. Ma il momento della morte non riesce a essere asettico: spesso l’animale si agita e si ribella al suo destino – a volte non è sufficientemente stordito dal gas, o non muore per il taglio e urla di dolore quando è bollito vivo nella grande vasca. A queste scene non è dato assistere.

Il futuro consumatore non le deve vedere, perché non deve associare quello che ha nel piatto con il dolore di un essere senziente. Ai visitatori sono mostrate solo bestie inermi, pronte per il consumo. Più che animali, carne. «Il nostro mattatoio si avvale delle tecnologie più avanzate. Rispetta al cento per cento le norme igieniche e anche gli standard di macellazione tesi a ridurre al minimo le sofferenze dei capi di bestiame», mi dice l’addetto stampa che mi accompagna nel tour per i visitatori.

Sono a Shuanghui, «il più grande trasformatore di carne della Cina», come proclama a caratteri cubitali la scritta in inglese sul palazzo che ne ospita la sede. In realtà la scritta è vecchia: perché Shuanghui è ormai il più grande trasformatore di carne suina al mondo. Da quando, nel 2013, ha acquisito l’americana Smithfield Food – il maggior produttore e trasformatore di maiali del Nordamerica – non ha concorrenti. Ha in mano buona parte del mercato planetario della carne di maiale. E ne controlla tutta la filiera: dall’allevamento alla macellazione, dalla trasformazione alla commercializzazione. Un affare da qualche decina di miliardi di dollari.

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L’uomo che mi accompagna nel tour è un trentenne baldanzoso che ha passato tutta la sua vita professionale nell’azienda. Mentre ci muoviamo tra i ballatoi vetrati sopra il mattatoio e osserviamo l’esercito di uomini bianchi all’opera nello stagliuzzamento, lui descrive processi, snocciola cifre, dà forma e sostanza alle scritte che campeggiano per tutto lo stabilimento e segnalano al visitatore che l’azienda è la numero uno in Cina, che ha una strategia globale, che è leader del mercato.

«Siamo i primi al mondo», ripete con fierezza molte più volte del dovuto. In tutta la Cina Shuanghui ha decine di impianti di trasformazione come quello che sto visitando, oltre ai capannoni industriali da allevamento che gestisce in parte direttamente, in parte attraverso aziende sussidiarie. Questi «purtroppo non si possono visitare perché è necessaria una quarantena di una settimana in modo da evitare la trasmissione di malattie», mi dice l’uomo mostrando una qualche mortificazione d’ordinanza.

Concluso il tour nelle stanze della macellazione, vengo introdotto in una sorta di showroom. È una stanza ampia, in cui i vari prodotti Shuanghui sono esposti in teche, ognuna delle quali ha la propria etichetta in doppia lingua, inglese e mandarino. Ci sono le Pizza Hut Spare Ribs, ossia le costolette di maiale che vendono da Pizza Hut, le Spare Ribs with Gristle, quelle a cui è stata lasciata la cartilagine, più una varietà di würstel di tutte le forme e i sapori come l’Hot Dog with Corn, lo Spicy Crispy Sausage e il Luncheon Square Sausage. Le scatole hanno un design fiabesco, con personaggi da cartoni animati: qui c’è un leone, lì un pesciolino, lì ancora una pannocchia di mais antropomorfa, più in là un pinguino. Su una confezione è stilizzata la bandiera degli Stati Uniti con una sfilza di salsicce al posto delle stelle. Su nessun prodotto è raffigurato il maiale.

La cosa non mi sorprende: per nulla al mondo la carne deve essere associata all’animale da cui proviene, ogni minimo riferimento deve essere cancellato. Nella sala attigua, un paio di hostess hanno disposto un comitato d’accoglienza in mio onore: su un fornello elettrico vengono cucinati salsicciotti, rettangolini di bacon, würstel al mais e altre prelibatezze di derivazione suina, che mi trovo a ingurgitare di prima mattina in una specie di imprevista seconda colazione. Tutti i prodotti in mostra qui sono destinati al mercato interno cinese. Un mercato gigantesco che vale miliardi di dollari.

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Un maiale ogni due abitanti

Dire maiale in Cina non vuol dire poco: la metà dei suini che popolano il pianeta vive qui. All’appello, secondo le stime più prudenti, rispondono circa 700 milioni di capi che, calcolati su una popolazione di 1,3 miliardi, fanno più di un suino ogni due abitanti.

Il maiale è al centro della cultura cinese. Ultimo dei dodici segni dello zodiaco, è simbolo di buona sorte. Chi è nato durante il suo anno, è generalmente considerato persona onesta e coraggiosa. L’espressione popolare «un grasso maiale alla porta» associa l’animale con l’arrivo della fortuna e dell’abbondanza. E il carattere cinese 家 (jia, «casa») è la somma delle componenti 宀 («tetto») e 豕 («maiale»): il che fa pensare che, in tempi antichi, una casa non era considerata tale senza un suino al suo interno. Perché tradizionalmente, ogni famiglia ne possedeva almeno uno nel cortile.

Quella era la Cina di un tempo, il paese prevalentemente rurale in cui le famiglie mangiavano carne due volte l’anno e usavano il suino di casa perlopiù come trasformatore dei propri rifiuti in fertilizzante per i campi. Oggi, l’animale resta un simbolo di prosperità, ma in un altro senso: per la sempre più massiccia e urbanizzata classe media cinese, è marchio di status – mangiare carne rappresenta il segno più tangibile dell’ascesa sociale, dell’uscita dalla miseria e dalla sussistenza. Così il consumo di maiale è esploso, arrivando alle stelle.

Se nel 1970 un cinese in media ne consumava 8 chilogrammi all’anno, oggi ne mangia 39, cinque volte tanto. E per fornire 39 chili di carne a 1,3 miliardi di persone, ci vogliono tantissimi maiali. La produzione non è più gestibile solo in piccoli allevamenti familiari. Deve essere organizzata su scala industriale: negli ultimi anni i maiali sono scomparsi dai cortili delle fattorie, dove grufolavano allegramente, e sono raggruppati a migliaia in grandi capannoni, chiusi, legati e con i movimenti ridotti, imbottiti di mangimi e di antibiotici.

È la riproduzione di quanto accaduto negli Stati Uniti a partire dagli anni Ottanta: lo sviluppo dei CAFO (Concentrated Animal Feeding Operations), gli allevamenti su scala industriale che mirano a produrre la maggiore quantità di carne nel più breve tempo possibile. Il passaggio dall’allevamento familiare all’industria dei CAFO è stato graduale e non è ancora concluso: se negli Stati Uniti la commercializzazione della carne di maiale è gestita quasi completamente da quattro grandi marchi, in Cina ci sono ancora allevamenti familiari. Ma stanno gradualmente scomparendo: nel 2001 il 74% dei maiali veniva da questi piccoli allevamenti; oggi questa cifra è scesa al 37%. Solo nel 2008 ne è scomparsa la metà. Per quanto recente, il movimento appare inarrestabile.

Ormai il grosso della produzione è in mano a grandi gruppi o a gruppi di medie dimensioni che perlopiù lavorano in un regime di contract farming, cioè di esclusività, con qualche grande azienda: il piccolo agricoltore-allevatore di suini è destinato a diventare un’icona del passato, in una Cina che cresce vorticosamente e appare ansiosa di riprodurre modelli mutuati dal sistema agroalimentare statunitense.

Questo sviluppo non è frutto del caso o della mano invisibile del mercato, ma è stato determinato da precise politiche pubbliche: il governo centrale ha fatto una chiara scelta e deciso di favorire la concentrazione delle aziende di allevamento intensivo, macellazione e commercializzazione. La parola d’ordine è «integrazione verticale» (chanyehua): i grandi gruppi sono invitati attraverso un sistema di sussidi ed esenzioni fiscali ad assumere il controllo di tutte le operazioni.

È dalla metà degli anni Novanta che questa tendenza è considerata priorità dai dirigenti cinesi, non solo nel settore del maiale ma in tutti i campi dell’agroalimentare: è allora che è stato aperto presso il ministero dell’Agricoltura un «ufficio per l’integrazione verticale», con succursali in ogni provincia, attive per favorire questo sviluppo. Nel 2008, l’ufficio ha pubblicato un rapporto in cui indicava come già nel 2005 la metà della terra coltivata in Cina e il 37% della popolazione rurale era «verticalmente integrata». Stime ufficiali più recenti non sono disponibili, ma le percentuali sono sicuramente cresciute.

Il fenomeno ha avuto conseguenze sociali non indifferenti. Il processo di concentrazione e razionalizzazione della produzione agricola guidato dall’alto ha investito gran parte della popolazione rurale della Cina, spinta più o meno a forza verso le città: negli ultimi vent’anni 250 milioni di contadini hanno lasciato le campagne per dirigersi verso i centri urbani, un esodo rurale gigantesco non sempre pacifico che non ha mancato di scompaginare gli equilibri sociali delle città. Le chiavi di questo sviluppo sono state affidate ad alcune mega-aziende che nel lessico di Pechino vengono definite «teste di drago» (longtou qiye). La testa di drago è un’azienda leader, che guida il processo inquadrando attori di natura diversa. La metafora in sé ha origine da una danza molto popolare, in cui il primo della fila indossa appunto una maschera da drago e gli altri danzatori ne compongono il corpo disponendosi in fila indiana dietro di lui. Fuor di metafora, l’azienda testa di drago è il capofila di tanti anelli del processo produttivo composti da attori più piccoli che sono però integrati nel comparto.

Secondo la definizione ufficiale, le imprese teste di drago non sono «normali imprese commerciali, ma devono essere capaci di aprire nuovi mercati, innovare in scienza e tecnologia, condurre la ristrutturazione dell’economia dei villaggi e dell’agricoltura, promuovere lo sviluppo delle produzioni, aumentare l’efficienza e gli utili degli agricoltori». In cambio, ottengono aiuti di vario genere, esenzioni fiscali, facilitazioni nel credito e via dicendo. Non devono avere una particolare forma giuridica: possono essere pubbliche, private, risultato di partnership pubblico-private o anche joint venture con gruppi stranieri. L’importante è che svolgano quel ruolo che è stato affidato loro dal governo centrale: cioè portare avanti l’industrializzazione della produzione agroalimentare. Il processo è rigidamente diretto dal centro: è il governo a decidere quali aziende sono teste di drago, quali settori sono prioritari, quanto ci si può aprire a interessi esteri.

Da questo punto di vista, il comparto della carne di porco è assolutamente all’avanguardia. Stime ufficiali parlano del 70% della produzione ormai verticalmente integrato, monopolizzato da alcuni enormi gruppi che controllano direttamente intere fasi del processo, con allevamenti da milioni di capi, colossali impianti di macellazione e di trasformazione e una grande rete di distribuzione.

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Land grabbing https://minimaetmoralia.it/estratti/land-grabbing-stefano-liberti/ https://minimaetmoralia.it/estratti/land-grabbing-stefano-liberti/#comments Thu, 03 Oct 2013 08:54:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15666 Land grabbing, il reportage di Stefano Liberti uscito nel 2011, sta per arrivare anche in Inghilterra e Stati Uniti. Pubblichiamo la nuova prefazione che l'autore ha scritto per l'edizione angloamericana e vi invitiamo domani al Festival di Internazionale a Ferrara per l'incontro Land grabbing, come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo con Stefano Liberti, Ibrahima Coulibaly, Vitor Bukvar Fernandes e Anuradha Mittal. (Fonte immagine)

Sono passati due anni dalla prima edizione di questo libro. Oggi l’accaparramento delle terre è diventato un tema d’attualità. I giornali ne parlano; le università organizzano convegni; le ONG lanciano appelli e petizioni. Ma il dato di fondo non cambia: oggi più che mai è in atto una corsa all’acquisizione di terre arabili nel sud del mondo – in modo particolarmente virulento nell’Africa sub-sahariana – da parte di gruppi stranieri che hanno interesse a produrre colture alimentari o carburanti alternativi per il mercato estero. Siano società saudite che investono in Etiopia per produrre riso, o fondi di investimento europei che partecipano a una produzione di bio-carburanti in Senegal o gruppi brasiliani che ottengono centinaia di migliaia di ettari in Mozambico per coltivare soia da esportare sui mercati asiatici, il movimento appare senza sosta. Secondo le stime dell’ONG Grain che cerca di fare un censimento di questi accordi, ogni anno dal 2007 10 milioni di ettari di terra arabile sono passati da mano privata a mano pubblica.

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Land grabbing, il reportage di Stefano Liberti uscito nel 2011, sta per arrivare anche in Inghilterra e Stati Uniti. Pubblichiamo la nuova prefazione che l’autore ha scritto per l’edizione angloamericana e vi invitiamo domani al Festival di Internazionale a Ferrara per l’incontro Land grabbing, come il mercato delle terre crea il nuovo colonialismo con Stefano Liberti, Ibrahima Coulibaly, Vitor Bukvar Fernandes e Anuradha Mittal. (Fonte immagine)

Sono passati due anni dalla prima edizione di questo libro. Oggi l’accaparramento delle terre è diventato un tema d’attualità. I giornali ne parlano; le università organizzano convegni; le ONG lanciano appelli e petizioni. Ma il dato di fondo non cambia: oggi più che mai è in atto una corsa all’acquisizione di terre arabili nel sud del mondo – in modo particolarmente virulento nell’Africa sub-sahariana – da parte di gruppi stranieri che hanno interesse a produrre colture alimentari o carburanti alternativi per il mercato estero. Siano società saudite che investono in Etiopia per produrre riso, o fondi di investimento europei che partecipano a una produzione di bio-carburanti in Senegal o gruppi brasiliani che ottengono centinaia di migliaia di ettari in Mozambico per coltivare soia da esportare sui mercati asiatici, il movimento appare senza sosta. Secondo le stime dell’ONG Grain che cerca di fare un censimento di questi accordi, ogni anno dal 2007 10 milioni di ettari di terra arabile sono passati da mano privata a mano pubblica.

Il «land grabbing» – l’accaparramento delle terre – è il nuovo terreno di conquista di avventurieri e businessmen, di stati ansiosi di garantire l’approvvigionamento di cibo ai propri cittadini e di finanzieri desiderosi di moltiplicare i propri profitti. La corsa alle terre è la conseguenza diretta della crisi alimentare scoppiata nel 2007-2008, quando i prezzi dei generi di prima necessità – come il riso, il grano, il mais – sono schizzati alle stelle. Quell’aumento è stato in buona parte dovuto allo shock finanziario che aveva precedentemente investito Wall Street e trascinato nel gorgo le borse di mezzo mondo. Scottati dal crollo del mercato azionario, molti investitori si sono gettati sui «beni rifugio», come i prodotti alimentari di base e le terre. Il cibo e la sua produzione sono improvvisamente diventati il business del futuro.

Questo libro cerca di ricostruire tutta la filiera. Cerca di capire chi sono coloro che stanno acquisendo terreni in mezzo mondo. Cerca di comprendere le ragioni, le ambizioni, i calcoli che stanno dietro al passaggio di mano di milioni di ettari. Interroga i governi che danno in affitto parti del proprio territorio; dà la parola ai piccoli contadini che combattono contro gli espropri; interloquisce con gli investitori che queste terre stanno acquisendo. Si muove tra la stanze ovattate della fao e le baracche degli indigeni rimasti senza terra nel Brasile profondo; dalle aride campagne dell’Arabia Saudita alle distese coltivate a mais per etanolo del Midwest statunitense; dai rigogliosi altopiani etiopici alle sale contrattazioni della borsa di Chicago. Non ha la pretesa dell’esaustività, perché quello di cui parla è un fenomeno globale che coinvolge decine di paesi. Ma si propone di fornire qualche interpretazione a partire dai dati sul terreno. A partire dagli incontri, dalle interviste, dal rapporto stabilito con centinaia di uomini e donne che mi hanno aperto le loro case, i loro uffici, spesso i loro cuori, dedicandomi parte del proprio tempo e rispondendo alle mie pressanti domande, ho cercato di cogliere il senso di un fenomeno destinato a cambiare gli equilibri di buona parte del Sud del mondo.

Ho cercato di inquadrare i vari aspetti di questo sommovimento globale che riguarda da vicino centinaia di migliaia di persone; e, da un po’ più lontano, ogni abitante di questo pianeta. Ho tentato di ricostruirne le cause; di afferrarne le linee guida, di prevederne gli sviluppi; proponendomi sempre di non cancellare le sfaccettature e di andare al di là di una facile dicotomia tra cattivi accaparratori e poveri contadini espropriati. Perché se il risultato visibile è soprattutto questo – migliaia di piccoli agricoltori che perdono le terre – non si può nemmeno solo ridurre il land grabbing a un movimento di spoliazione neocoloniale messo in atto da alcuni stati o da alcune società private nei confronti di altri paesi dalla governance traballante.

Questa lettura, che pure è in parte corretta, è limitata, perché elude altri aspetti fondamentali del quadro generale, come la mancanza totale di investimenti in agricoltura nel Sud del mondo negli ultimi vent’anni o le esigenze di ottenere risorse alimentari sicure da parte di paesi dalla morfologia sfortunata, come quelli del Golfo persico. La corsa alle terre scatena giustamente ansie e passioni, dal momento che investe quel bene primario e fondamentale che è il cibo. Interroga un modello di sviluppo – quello dell’aumento della produttività a ogni costo – che è anche un modello culturale. Ma, al di là delle speculazioni finanziarie, dei facili arricchimenti e della malafede di alcuni governi corrotti che svendono le proprie risorse, sullo sfondo si affaccia una questione che è sempre più ineludibile nel nostro futuro: l’aumento della popolazione mondiale e la conseguente diminuzione del cibo a disposizione di tutti.

È senza perdere di vista questi aspetti che ho cercato di analizzare il problema, interrogando i vari protagonisti e cercando di sviscerarne i rispettivi punti di vista, in modo da ricostruire un fenomeno che all’epoca della prima stesura di questo libro era largamente trascurato.

Dal 2011 a oggi alcune cose sono effettivamente cambiate. Alcuni progetti che ho visto nascere sono falliti o sono stati sospesi, come la coltivazione di jatropha in Tanzania da parte di una società britannica di cui parlo nell’ultimo capitolo; altri ancora hanno conosciuto una straordinaria accelerazione; nuovi gruppi si sono lanciati nell’acquisizione di terre e nuovi paesi – come l’ultimo nato sullo scacchiere internazionale, il Sud Sudan – hanno messo sul mercato centinaia di migliaia di ettari. Dal punto di vista degli investimenti, il trend è rimasto immutato. Anche perché il contesto economico globale non ha subito grandi modifiche: la crisi del settore azionario tradizionale rimane acuta; i gruppi della finanza continuano a puntare sulla terra e sulla produzione alimentare come bene rifugio.

Quello che è cambiato di più in questi ultimi tempi in cui i riflettori si sono accesi in modo più evidente su questo fenomeno, è la percezione che di esso hanno gli attori protagonisti: gli investitori, le organizzazioni contadine, i governi. I primi si sono fatti più guardinghi: sanno che sono sotto accusa da parte delle Ong internazionali, sono attaccati dagli attivisti, sono monitorati dalla stampa internazionale. Nel dicembre 2012, a Londra, all’ultima conferenza Global AgInvesting di investitori interessati all’agricoltura – la stessa a cui avevo partecipato nel novembre 2010 a Ginevra di cui parlo nel terzo capitolo – il responsabile della comunicazione mi ha negato quel media pass che mi aveva concesso due anni prima, sostenendo che avevano deciso di ammettere “solo giornalisti non critici” e che “lei è un nostro avversario perché il suo lavoro mette a repentaglio il nostro business”.

Le organizzazioni contadine dal canto loro si sono consorziate, si sono rafforzate. E hanno fatto sentire la propria voce. Nel corso di un incontro regionale della FAO a Brazzaville, capitale della Repubblica del Congo, ho potuto osservare come le varie organizzazioni africane interloquivano con i governi da pari a pari. Quella sensazione di dialogo tra sordi che avevo avuto al meeting della FAO nell’ottobre 2010 ne è uscita stemperata. È nel corso di tre anni di negoziati che – grazie all’interazione tra organizzazioni di base, governi, funzionari della FAO – il Comitato per la sovranità alimentare ha approvato delle “linee guida per l’accesso alla terra” che, almeno sulla carta, rappresentato un punto di riferimento per evitare i casi più predatori di espropriazione. In queste linee guida si legge che “gli stati dovrebbero promuovere una serie di modelli di investimento che non risultino nel trasferimento su larga scala di diritti fondiari a investitori e dovrebbero incoraggiare partnership con piccoli proprietari locali”.

Certo, si tratta di linee non vincolanti. Ma è indubbio che quella sensazione di inesorabilità, quell’incedere senza intoppi di un trend che sembrava inarrestabile sta incontrando qualche ostacolo e sta sviluppando qualche anticorpo al proprio interno. Il governo della Tanzania, dopo una prima fiammata di entusiasmo per la cessione dei terreni, è rimasto scottato da alcune operazioni truffaldine e ha stabilito un codice rigido – di nuovo, almeno sulla carta – per gli investitori internazionali. Altri stati si stanno interrogando. Da questo punto di vista, le linee guida approvate alla FAO sono una cornice di riferimento. “Sta a noi della società civile fare in modo che non rimangano lettera morta e che i governi le implementino nelle proprie legislazioni nazionali”, mi ha detto a Brazzaville Mamadou Chissoko, il vulcanico presidente onorario di Roppa, la rete delle piccole organizzazioni contadine dell’Africa occidentale. “Altrimenti è come pedalare sull’acqua. Non si va da nessuna parte”.

Il risultato del dialogo tra governi, società civile, investitori – un dialogo frammentario, spesso carico di incomprensioni e di diffidenza reciproche – sarà cruciale per capire come si struttureranno gli equilibri agricoli e sociali del sud del mondo. Sarà cruciale per capire se, in un momento di grandi smottamenti, alcuni sono a destinati a pedalare sull’acqua mentre altri continueranno ad arricchirsi impunemente. Oppure se è possibile, nel limite degli interessi reciproci che non sempre coincidono, immaginare che tutti gli attori di questa corsa alla terra – investitori, governi, associazioni di base e organizzazioni internazionali – trovino una sintesi d’azione che porti a una regolamentazione più sensata di questo fenomeno preoccupante che sta mutando i contorni del pianeta.

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A sud di Lampedusa https://minimaetmoralia.it/estratti/a-sud-di-lampedusa/ https://minimaetmoralia.it/estratti/a-sud-di-lampedusa/#respond Tue, 18 Dec 2012 09:36:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12059 In occasione della Giornata internazionale dei migranti pubblichiamo la postfazione di Stefano Liberti scritta nel marzo 2011 per la nuova edizione di A sud di Lampedusa.

di Stefano Liberti

Qualche anno dopo mi arriva una telefonata nel cuore della notte. «Mister, qui ci cacciano di casa»: dall’altra parte del filo c’è John, un ragazzo eritreo, la voce rotta dalla paura. Sono le tre del mattino, le quattro a Tripoli, da dove chiama. Nella capitale libica infuriano gli scontri. Le forze fedeli al colonnello Muammar Gheddafi cercano di arginare la rivolta esplosa pochi giorni prima a Bengasi, nell’est del paese. Sparano su chiunque protesti o partecipi a una manifestazione in città. Gli immigrati africani si ritrovano intrappolati nel conflitto. Non escono dalle proprie abitazioni, temendo di essere scambiati per i famigerati mercenari di cui si servirebbe il leader libico per reprimere il dissenso. Ma si aspettano comunque il peggio. «Il proprietario di casa ci ha detto di sgomberare entro tre giorni», mi dice John. «Non sappiamo dove andare».

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In occasione della Giornata internazionale dei migranti pubblichiamo la postfazione di Stefano Liberti scritta nel marzo 2011 per la nuova edizione di A sud di Lampedusa.

di Stefano Liberti

Qualche anno dopo mi arriva una telefonata nel cuore della notte. «Mister, qui ci cacciano di casa»: dall’altra parte del filo c’è John, un ragazzo eritreo, la voce rotta dalla paura. Sono le tre del mattino, le quattro a Tripoli, da dove chiama. Nella capitale libica infuriano gli scontri. Le forze fedeli al colonnello Muammar Gheddafi cercano di arginare la rivolta esplosa pochi giorni prima a Bengasi, nell’est del paese. Sparano su chiunque protesti o partecipi a una manifestazione in città. Gli immigrati africani si ritrovano intrappolati nel conflitto. Non escono dalle proprie abitazioni, temendo di essere scambiati per i famigerati mercenari di cui si servirebbe il leader libico per reprimere il dissenso. Ma si aspettano comunque il peggio. «Il proprietario di casa ci ha detto di sgomberare entro tre giorni», mi dice John. «Non sappiamo dove andare».

Avevo conosciuto John poco più di un anno prima a Tripoli. Era il settembre del 2009. Gheddafi sembrava più saldo che mai al potere della Jamahiriya – «lo stato delle masse» in cui, secondo l’improbabile vulgata del regime, il colonnello non ricopre formalmente alcun incarico ma si limita a indicare la via al popolo, che esercita il potere direttamente attraverso vari comitati di base. Tripoli era colonizzata come sempre da immagini della «guida». La piazza Verde – il centro della città, sul lungomare – era occupata da un gigantesco palco su cui si dispiegava uno spettacolo di luci e colori. I fuochi d’artificio rimbombavano ovunque, illuminando a giorno anche il mare. Il regime libico non aveva badato a spese per festeggiare il quarantesimo anniversario della rivoluzione, ossia il colpo di stato con cui alcuni giovanissimi ufficiali guidati da Gheddafi avevano rovesciato re Idriss il 1° settembre del 1969.

La città era stracolma di presidenti e dignitari africani venuti a partecipare alla festa. Gli alberghi erano tanto pieni che il governo libico aveva affittato un’enorme nave da crociera per ospitare noi giornalisti invitati a documentare l’evento. Per di più era periodo di ramadan. Così le ore serali si rivelavano occasioni per una duplice celebrazione: l’anniversario della rivoluzione di Gheddafi e la fine del digiuno quotidiano. Di giorno Tripoli era più sonnacchiosa che mai; dopo il tramonto esplodeva invece con un fervore che non avevo visto mai in tutti i miei viaggi nella capitale libica. In una di queste giornate rallentate dal ramadan, andai a trovare John. Come molti altri eritrei ed etiopi, il ragazzo viveva nel quartiere di Gurji, a circa venti minuti di taxi dal centro città. Mi venne a prendere su una specie di cavalcavia dove mi aveva dato appuntamento e mi portò a casa sua: una stanza di quattro metri quadrati che divideva con un altro eritreo, due giacigli, uno specchio e una presa per ricaricare il telefonino. La sua stanza dava su un corridoio in cui si aprivano altre porte, tante stanze uguali alla sua che ospitavano altri migranti. John aveva un fisico minuto, un sorriso scopertissimo, da ragazzino. Aveva trent’anni ed era incastrato a Tripoli da ormai un anno e mezzo. Dopo aver riscaldato un po’ di tè, mi raccontò la sua storia. Era fuggito dall’Eritrea e da quella coscrizione obbligatoria virtualmente illimitata con cui il regime di Isaias Afewerki teneva sotto scacco la gioventù del suo paese. Aveva attraversato il Sudan ed era approdato in Libia. Qui si era messo a racimolare i mille dollari necessari per pagarsi il passaggio in barca a Lampedusa. Aveva contattato amici sparsi per l’Europa e per il Nordamerica. Quando era riuscito a mettere insieme la somma, si era imbarcato. Era il 28 giugno del 2009.

Dopo aver scandito quella data, John si fermò per riprendere fiato. Aveva parlato per dieci minuti senza interruzione, senza una pausa, trascinato dal suo stesso racconto. Poi, sorseggiato un po’ di tè, continuò, descrivendo la nuova tappa del suo viaggio, la traversata del mare. «La barca era stracolma: a bordo c’erano ottantadue persone, tra cui nove donne e tre bambini. Non c’era spazio. All’orizzonte vedevamo solo acqua. Dopo tre giorni in mare, abbiamo temuto il peggio: non sapevamo più dove eravamo. Con un satellitare abbiamo chiamato i nostri amici a Tripoli, che a loro volta hanno chiamato alcuni eritrei in Italia. Questi ci hanno ritelefonato chiedendoci le nostre coordinate satellitari per darle alle unità di soccorso italiane. Mezz’ora dopo è arrivata una barca grande, fiancheggiata da altre due barche piccole». John mi descrisse la gioia che si era diffusa tra loro, rappresentava con la voce e le mani la scena di giubilo con cui era stata accolta la nave. Mi raccontò poi che l’equipaggio li aveva fatti salire tutti e ottantadue a bordo dicendo che il loro calvario era finito, che erano fortunati perché li stavano portando in Italia, sarebbero potuti andare a Roma o a Milano. Ma poi erano passate varie ore e non si vedeva terra. E dopo un po’ John e i suoi compagni di viaggio avevano cominciato a insospettirsi. «I nostri amici, quando gli avevamo dato le coordinate, ci avevano detto che eravamo a trenta miglia da Lampedusa. Non potevamo metterci tutto quel tempo ad arrivare sull’isola». I loro sospetti si erano poi avverati quando avevano visto spuntare una barca più piccola libica. A quel punto avevano capito: gli italiani li avevano riportati in Libia, alla casella di partenza.

John era una delle più di mille vittime dei cosiddetti «respingimenti in mare» – la politica inaugurata nel maggio 2009 dal governo italiano e da quello libico: qualunque barca di immigrati intercettata nel canale di Sicilia veniva riportata in Libia e i passeggeri consegnati alle autorità, che li rinchiudevano poi nei centri di detenzione sparsi per tutto il territorio della Jamahiriya. John mi descrisse nel dettaglio quanto gli era accaduto dopo lo sbarco. I passeggeri erano stati divisi e trasportati in due diversi centri. Lui era finito a Zuwarah, che era riuscito a lasciare dopo un mese e mezzo sganciando duecento dollari a una guardia. Gli altri erano quasi tutti ancora nel campo: la legge libica non prevedeva un tempo di permanenza massima in questi centri. Diverse centinaia di eritrei languivano in quello di Misratah da più di due anni, senza nessuna prospettiva.

I respingimenti erano il fiore all’occhiello della politica di contrasto all’immigrazione clandestina del Ministero degli Interni guidato da Roberto Maroni. Da quando erano cominciati, erano cessati quasi del tutto gli arrivi a Lampedusa. Anche perché il canale di Sicilia era diventato un braccio di mare militarizzato, pattugliato non solo dalle sei motovedette che il governo italiano aveva concesso in regalo alla Libia, ma anche da una serie di navi militari della guardia di finanza, che avevano l’esplicito compito di riportare tutti indietro in Libia. John l’aveva provato sulla propria pelle: da quella porta non si passava più. Poco importava che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati avesse criticato apertamente questa prassi, perché rappresentava una palese violazione della Convenzione di Ginevra, che vieta di rimandare indietro potenziali richiedenti asilo in un paese terzo non sicuro. L’Italia era riuscita a fermare il flusso. O meglio a dare quest’impressione alla sua opinione pubblica angosciata e impaurita da anni di immagini televisive che mostravano gli sbarchi a Lampedusa come l’epilogo di un esodo biblico. La realtà era un’altra, ovviamente, e sempre la stessa da anni: il flusso via mare era solo una porzione minima di quella che viene definita immigrazione clandestina. La maggior parte dei clandestini arrivavano – e continuano ad arrivare – in aereo con un visto turistico che lasciano poi scadere. Quelli che viaggiano via mare lo fanno perlopiù perché nel loro paese non ci sono ambasciate a cui chiedere visti. O perché non hanno un paese di riferimento. Come appunto l’Eritrea, che considera l’emigrazione senza permesso un reato gravissimo da punire con i lavori forzati.

I respingimenti erano il corollario del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione firmato dalla Libia e dall’Italia nell’agosto 2008 – e ratificato dal Parlamento quasi all’unanimità alcuni mesi dopo. Il Trattato riconosceva i crimini commessi dagli italiani durante la colonizzazione della Libia e stabiliva come forma di risarcimento il versamento di cinque miliardi di dollari in vent’anni. Ma a una condizione: che questi soldi fossero usati per pagare lavori infrastrutturali condotti da ditte italiane nella Grande Jamahiriya. Un gigantesco accordo economico, in cui il capitolo immigrazione giocava un ruolo centrale.

Le due parti si impegnavano infatti a «intensificare la collaborazione nella lotta all’immigrazione clandestina». E allo stesso tempo disponevano la realizzazione «di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche, da affidare a società italiane in possesso delle necessarie competenze tecnologiche». Tale appalto, da coprire con soldi in parte italiani in parte europei, è poi stato affidato alla Selex, del gruppo Finmeccanica, per un importo di 300 milioni di euro. La paura dell’invasione diventava pretesto per fare affari e ragione ultima per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica italiana l’approvazione di un accordo molto vantaggioso per le nostre aziende private, che penetravano in modo prioritario un mercato lucroso e quasi vergine come era quello della Libia, paese ricco di liquidità ma povero di infrastrutture. «Avremo più petrolio e meno clandestini», aveva detto significativamente il premier Silvio Berlusconi in occasione della firma del testo, il 30 agosto 2008 a Bengasi.

Poco dopo la firma e la ratifica del Trattato, l’Italia e la Libia avevano implementato l’accordo per i pattugliamenti congiunti delle coste e avevano inaugurato la politica dei respingimenti. Il mare si era chiuso, la rotta era bloccata. Migliaia di migranti come John non avevano più modo di partire ed erano condannati a rimanere in una sorta di bolla perenne, in cui non potevano andare né avanti verso l’Europa né indietro verso l’Eritrea, dove sarebbero stati condannati pesantemente per la loro fuga. Per tutta l’estate e l’inizio dell’autunno del 2009 i respingimenti erano andati avanti senza sosta. Proprio mentre parlavo con John, un’imbarcazione con a bordo alcune decine di somali e di eritrei veniva rispedita indietro dalle pattuglie italo-libiche. La notizia correva di bocca in bocca nella comunità eritrea di Tripoli: qualcuno aveva avvertito con un satellitare. I passeggeri della barca erano stati trasbordati su una motovedetta libica. Ma per non rovinare i festeggiamenti della rivoluzione, questa non si era diretta verso la capitale, ma verso Zuwarah. John scuoteva la testa mentre mi traduceva in diretta le telefonate che ricevevano i suoi amici minuto per minuto. «Li stanno portando nel centro di detenzione. Ci sono anche alcune donne tra loro».

L’accordo con la Libia era la realizzazione più compiuta di una politica che negli ultimi anni era stata perseguita da tutti i governi italiani che si erano succeduti – e più in generale da tutti gli stati europei che si trovavano in una posizione di frontiera. La parola d’ordine era la solita: esternalizzare, delegare il controllo dei flussi migratori a stati terzi confinanti. Versare loro fondi, dotarli di tecnologie spesso militari, aiutarli a blindare le proprie frontiere: lo aveva fatto la Spagna con il Marocco e poi con la Mauritania e il Senegal man mano che le partenze per le isole Canarie scivolavano sempre più a sud. Lo aveva fatto a est l’Unione Europea con l’Ucraina, costruendo centri in quel paese e dotandolo di tecnologie per il controllo frontaliero. Lo aveva fatto la stessa Italia con l’Egitto e la Tunisia, con cui aveva negoziato accordi di rimpatrio per i cittadini tunisini ed egiziani che approdavano sulle coste. I respingimenti adesso erano l’upgrading della politica anti-migranti, solo una lieve forzatura nella progressiva chiusura dei varchi d’accesso alla «fortezza Europa»; un piccolo eccesso perché implicavano una violazione della Convenzione di Ginevra e perché riguardavano cittadini di paesi terzi.

A differenza degli altri stati frontalieri, la Libia aveva accettato di riprendersi tutti i migranti che partivano dalle proprie coste, rendendo possibile il respingimento indiscriminato di tutte le imbarcazioni nelle acque internazionali. Nonostante le proteste dell’onu, del Consiglio d’Europa, di quanti facevano notare che in Libia non erano garantiti i diritti delle persone rimandate indietro, la stessa Commissione Europea guardava con un certo interesse all’esempio italiano. Era quel salto di qualità che avrebbe permesso all’Europa di chiudere definitivamente il capitolo dei boat people, degli sbarchi sulle coste italiane, spagnole e greche. Una specie di soluzione.

Nel frattempo a Tripoli la comunità eritrea, costituita da circa duemila persone, rimaneva in attesa che si sbloccassero gli eventi. Aspettava improbabili programmi di reinsediamento promessi dall’onu, che si dispiegavano con il contagocce: ogni tanto, di solito una volta l’anno, qualche decina di fortunati venivano fatti salire su un aereo e portati in Italia o in qualche altro paese occidentale. La stragrande maggioranza viveva nascosta come John, a Gurji, senza documenti e con il terrore di essere catturata e finire nuovamente in uno di quei centri che il regime libico aveva costruito apposta per compiacere l’Italia. «Io sono stato in tre centri», mi disse John, che conservava una vera e propria topografia dei campi di detenzione. «I peggiori sono quelli del sud, nel deserto del Sahara. Quello di Zuwarah invece è il migliore. C’è una maggiore libertà. Ed è più facile uscire».

Tutti gli altri eritrei che vivevano in quella specie di comprensorio di stanzette senza finestre in cui abitava John a Gurji avevano la propria esperienza dei centri libici – e il proprio racconto di violenze e di soprusi. Tutti vivevano la situazione in cui si erano venuti a trovare, bloccati nel mezzo di un cammino impervio, come un ostacolo temporaneo. Speravano che qualcosa sarebbe successo, che qualcuno si sarebbe fatto carico del loro caso. Che la possibilità di arrivare in Europa non fosse tramontata del tutto.

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Invece, solo qualche mese dopo, nell’estate del 2010, la situazione è improvvisamente degenerata. Un giorno di fine giugno, John mi ha chiamato al telefono. «Contatta questo numero nel centro di Misratah. Sta succedendo il finimondo». Al cellulare mi ha risposto un ragazzo terrorizzato – Ghirmay – che nel corso dei giorni successivi avrei imparato a conoscere molto bene. «I militari stanno circondando il campo». Gli eritrei si erano rifiutati di firmare dei formulari scritti in tigrino, la loro lingua, temendo a ragione che sarebbero serviti per un rimpatrio forzato. Ne era seguita una bagarre. C’era stato un incendio. Era intervenuto l’esercito. La mattina dopo, all’alba, 205 reclusi eritrei venivano caricati su tre camion piombati e trasbordati nel centro di detenzione di Braq, nel sud del paese, in piena zona sahariana, con una traversata di quindici ore che mi è stata descritta in diretta in decine di telefonate. Nei giorni successivi ho letteralmente passato ore al telefono con Ghirmay, che mi chiamava ogni volta che poteva. Le guardie carcerarie libiche tendevano a non sottrarre i cellulari ai reclusi, per una precisa ragione: il telefonino era il mezzo con cui potevano sollecitare i pagamenti grazie ai quali le guardie gli avrebbero concesso la libertà. Braq era un inferno, secondo il racconto di Ghirmay. «Ci danno pane e acqua sporca di sabbia una volta al giorno. Stiamo in due stanze: circa cento persone in ognuna. Ogni tanto vengono, prendono a caso alcuni di noi e li picchiano. E poi il caldo è terrificante».

Insieme a un pugno di altri colleghi, ho cercato di rendere pubblica la situazione dei reclusi di Braq, di ricordare le responsabilità dell’Italia. In fin dei conti, se gli eritrei erano finiti in quel buco in fondo al deserto era perché noi li avevamo rispediti indietro, no? Il governo ha risposto che non era possibile provare che qualcuno dei 205 fosse stato oggetto di respingimento e che la questione era un affare interno libico. Ha poi aggiunto che i migranti eritrei rifiutavano di farsi identificare ed era quindi difficile stabilire chi fossero. A quel punto Ghirmay e tutta la comunità eritrea, informati di quello che si diceva all’esterno, hanno mostrato una capacità di organizzazione fuori dal comune. Collegandosi a internet con il telefonino, mi hanno mandato una lista con tutti e 205 i nomi dei reclusi e un’altra con i nomi di quanti erano stati respinti, con la data e il nome della nave che li aveva riportati in Libia. 103 dei 205 eritrei, esattamente la metà, erano stati vittime di tre operazioni di respingimento tra il luglio e il novembre del 2009. L’attivismo dei reclusi, insieme all’uso delle nuove tecnologie, ha cominciato a risvegliare l’attenzione dei media, non solo italiani. Tanto più che la comunità eritrea, sia pur nelle ristrettezze, sembrava dotata di una tenacia infinita. John è riuscito a mandarmi un video che alcuni suoi compagni di viaggio avevano girato con il telefonino quando erano stati intercettati dalla nave italiana e riportati indietro.

Nel video si vedevano immagini di festeggiamenti alla vista della nave – un enorme scafo militare – e di un gommone che si avvicinava per trarre in salvo i migranti. E per riportarli in Libia. Il clamore che stava suscitando il caso, con appelli di Human Rights Watch e Amnesty International al governo italiano, stava diventando imbarazzante, sia per l’Italia che per la Libia. Dopo una ventina di giorni, in cui i 205 eritrei sono rimasti rinchiusi a Braq temendo un imminente rimpatrio, il colonnello Gheddafi ha rovesciato il tavolo. Ha ordinato la loro liberazione e la chiusura di tutti i centri. «Ci costano soldi e non servono a niente», ha detto. Tutti i migranti reclusi nei campi, compresi i 205 di Braq, hanno ottenuto un permesso di residenza di tre mesi. Il regime libico voleva mandare un segnale all’Europa: non vi conviene troppo protestare, perché noi possiamo tranquillamente venire meno alla nostra funzione di gendarme, non occuparci dei migranti in transito e lasciarli di nuovo partire verso Lampedusa. Fate voi.

Il segnale è stato accolto. Spentisi i riflettori sulla storia di Braq, dopo poche settimane la Libia ha riaperto i centri, probabilmente anche su sollecitazione europea. Scaduto il permesso di tre mesi per gli ex reclusi, questi sono diventati di nuovo clandestini, soggetti agli arbitrii della polizia libica e all’incertezza di una situazione che sembrava senza via d’uscita. Alcuni di loro hanno quindi cambiato rotta, dirigendosi verso l’Egitto e da lì in Israele, attraverso la penisola del Sinai, dove sono finiti nelle mani di tribù beduine senza scrupoli che li hanno presi in ostaggio e li hanno liberati solo dopo il pagamento di somme astronomiche. Altri sono rimasti a Tripoli, in attesa che qualcosa accadesse.

Ed ecco che quel qualcosa è accaduto con la rivolta anti-Gheddafi esplosa a febbraio. Al telefono nel cuore della notte, la voce di John è davvero preoccupata. «Non sappiamo che fare. Abbiamo paura a uscire di casa». Alcuni eritrei sono andati a rifugiarsi nella chiesa cattolica di San Francesco, altri stanno rintanati nelle proprie abitazioni. Secondo quanto mi dicono sia John che altri eritrei, diversi migranti sono stati attaccati da oppositori di Gheddafi, che li hanno identificati con i mercenari e le truppe scelte del colonnello. Il leader libico intanto manda minacce all’Europa: «Senza di me, sarete invasi da milioni di immigrati». Il governo italiano raccoglie la minaccia e la rilancia: «Siamo in attesa di un esodo biblico», tuona il ministro Maroni. Nel frattempo, immaginando una rapida caduta di Gheddafi, Roma denuncia il Trattato di amicizia e pone fine ai pattugliamenti. Le coste sono libere. Ma sul terreno si combatte. Nessuno parte dalla Libia.

Partono invece barche dalla Tunisia. La «rivoluzione dei gelsomini» esplosa in gennaio e il rovesciamento del presidente Ben Ali hanno fatto saltare gli accordi di collaborazione poliziesca che il nostro governo aveva stabilito con il suo omologo di Tunisi. Nessuno pattuglia più niente. Sulle spiagge si riorganizzano i viaggi verso l’Italia. Lampedusa è di nuovo al centro dell’attenzione. «È emergenza profughi», titolano i giornali. «Il centro scoppia». «Eccolo l’esodo biblico», rilancia il solito Maroni. In realtà le cifre sono quelle di sempre – o meglio, quelle del periodo pre-accordi e pre-respingimenti. Qualche migliaio di cittadini tunisini arrivano sull’isola pelagia. Nulla a che vedere con i numeri della vera emergenza umanitaria che si consuma in questi stessi giorni al confine tra Tunisia e Libia: centinaia di migliaia di migranti di diversa nazionalità in fuga dai combattimenti nella Jamahiriya che si accalcano in campi di fortuna. La Tunisia non grida all’emergenza. Manda aiuti, medici e cibo. E soprattutto non chiude la frontiera e non rispedisce nessuno indietro.

Gli ultimi eventi nel Nordafrica – e l’imbarazzato appoggio che l’Italia e tutta l’Unione Europea hanno dato alle «rivoluzioni» che hanno rovesciato tiranni con cui i nostri governi avevano collaborato fino al giorno prima – inducono a una riflessione. Tutta la politica di collaborazione tra le due sponde negli ultimi anni è stata segnata prevalentemente da un’esigenza: bloccare i flussi migratori, blindare le frontiere, chiudere il Mediterraneo. Sono stati fatti accordi. Sono stati versati fondi. Sono stati inaugurati i respingimenti. Si è arrivati perfino a militarizzare le frontiere meridionali dei paesi del Nordafrica, come prevede l’appalto libico affidato a Selex: soldi pubblici italiani ed europei vengono impiegati per militarizzare una frontiera distante dalle coste italiane circa 2000 chilometri. Il tutto perché? Per bloccare, ogni anno, 25.000-30.000 persone che arrivavano in Italia via mare. Una piccola percentuale di quanti di fatto finivano a risiedere illegalmente nel nostro paese. Circa il 15 per cento, secondo la stessa ammissione del Ministero degli Interni. Con un paradosso aggiuntivo: la gran parte di questi erano potenziali richiedenti asilo, che venivano rispediti indietro in paesi che non garantivano loro la necessaria tutela. La domanda che non possiamo evitare di porci è semplice: valeva la pena spendere tutti questi milioni di euro, fare accordi con governi corrotti e repressivi, violare le convenzioni internazionali, condannare a un destino improbo persone in fuga da guerre e dittature per bloccare questo flusso tutto sommato abbastanza trascurabile?

Con il Maghreb che si rivolta, oggi questa politica mostra tutti i suoi limiti. Il governo italiano continua ad agitare lo spauracchio dell’invasione e con un riflesso pavloviano chiede ai governi del Nordafrica di rispettare gli accordi siglati dai loro predecessori e di fermare le partenze. L’Italia e l’Europa ascoltano con ansia le parole di Gheddafi, che paventa un’invasione di migranti. E si preparano a negoziare con i nuovi poteri al di là del Mediterraneo nuovi accordi di collaborazione poliziesca, nuove strette sull’immigrazione, nuovi pattugliamenti. Si preparano cioè a chiudere sempre più su se stessa un’Europa vecchia, decadente, impaurita e senza prospettive, perdendo ancora una volta la sfida per creare un autentico spazio di collaborazione e di scambio nel Mediterraneo con i poteri democratici che – ci si augura – sorgeranno dalle rivolte in atto.

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Per Yusuf https://minimaetmoralia.it/interventi/per-yusuf/ https://minimaetmoralia.it/interventi/per-yusuf/#comments Wed, 20 Apr 2011 05:48:09 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4227 di Stefano Liberti e Andrea Segre Pochi minuti fa ci ha chiamato Yusuf Aminu Baba. È un ragazzo nigeriano di 30 anni. Migrante. È il protagonista di A sud di Lampedusa, il documentario che abbiamo girato insieme 5 anni fa nel deserto del Niger. Da allora ogni tanto ci chiama, per salutarci. Questa volta la […]

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di Stefano Liberti e Andrea Segre

Pochi minuti fa ci ha chiamato Yusuf Aminu Baba. È un ragazzo nigeriano di 30 anni. Migrante. È il protagonista di A sud di Lampedusa, il documentario che abbiamo girato insieme 5 anni fa nel deserto del Niger. Da allora ogni tanto ci chiama, per salutarci. Questa volta la telefonata non era uguale alle altre. Ci ha detto: “Sono a Zuwarah, sulla costa libica, tra poche ore partirò per Lampedusa. Pregate per me. Ho bisogno delle vostre preghiere e dell’aiuto di Dio”. Gli abbiamo detto: “Non partire, è pericoloso”. Lui ci ha detto: “Stare qui è più pericoloso”. Yusuf partirà. Forse è già partito mentre leggete queste righe. Chissà se mai arriverà o se finirà come molti altri inghiottito dal Mediterraneo. E dall’indifferenza. Non c’è più spazio per strategie diversive. Dobbiamo essere chiari e definitivi: la vita umana ha per noi europei ancora un valore indipendentemente dall’origine etnica? Dobbiamo solo rispondere a questa domanda. Se la risposta è sì, c’è un’unica cosa da fare: avviare immediatamente tutte le procedure per organizzare corridoi umanitari che aiutino i profughi a fuggire dalla guerra in Libia anche via mare. Se invece non lo facciamo e lasciamo che il loro destino sia la Libia o il rischio mortale del barcone, allora abbiamo risposto no a questa domanda.

La tv libica ha informato gli stranieri africani presenti nel territorio nazionale che possono lasciare la Libia come e quando vogliono. Tutti coloro che vogliono fuggire lo possono fare. Come lo fanno? O via terra verso Tunisia ed Egitto. O via mare verso l’Italia. Partono. Partono comunque. Partono perché il regime che è stato nostro grande amico fino a due mesi fa e che oggi in modo confuso bombardiamo, dopo averli sfruttati, detenuti, isolati, deportati, ora li fa partire. Cosa dobbiamo fare? Fregarcene e farli morire, facendo finta che la nostra strategia politica degli ultimi anni sia stata un grande successo disturbato da un incidente di percorso non previsto? È un’opzione, ma allora dobbiamo dirlo chiaramente: la storia della nostra civiltà è cambiata, la vita umana non ha valore in sé. Oppure, se ancora crediamo al valore della vita umana, tentiamo di attivare quella che dalla seconda guerra mondiale a oggi è la naturale conseguenza di un conflitto: aiutare i civili a fuggire, dare un rifugio ai civili, indipendentemente dalla loro razza, dalla loro religione e dalla loro cultura. Azione umanitaria, così si chiama: umanitaria (chiediamo scusa, ma è diventato necessario spiegarlo). Si dirà: “Eh, ma come si fa? Gheddafi non ci lascia farlo”. E’ una scusa inaccettabile. Tutti gli sforzi diplomatici, attraverso le istituzioni internazionali, vanno attivati. E va fatto pubblicamente: i cittadini europei, italiani in testa, devono sapere che i governi stanno cercando di salvare quelle vite umane. È una questione culturale e civile imprescindibile per il futuro della nostra dignità. Se ci saranno motivi concreti d’impedimento, se ne discuterà. Ma intanto se vogliamo rispondere sì a quella domanda questo è ciò che bisogna tentare di fare subito: traghetti umanitari dalla Libia per aiutare i profughi a fuggire.

Che ne pensa il PD, il più grande partito di opposizione progressista in Italia? Ha il coraggio a pochi giorni dalle elezioni amministrative di rispondere sì a questa domanda? Se lo ha, si faccia portavoce di questa richiesta umanitaria fondamentale. Se pensa di avere dei rischi elettorali in un Paese ormai scavato dall’intolleranza seminata ovunque dalla piccolezza leghista, lo faccia anche solo con uno slogan umanamente minimo, ma almeno evidente: “Partono comunque, salviamoli”. È l’ultimo stadio. Proviamo a non rinunciarci. Mentre leggete queste righe Yusuf potrebbe essere già partito. Arriverà a Lampedusa o finirà in fondo al mare? Provate solo un secondo a porvi questa domanda e vedrete che dietro ce n’è un’altra, che investe nel profondo la nostra cultura e interroga il futuro che vorremmo consegnare ai nostri figli: ha ancora un valore la vita umana?

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Bengasi anno zero https://minimaetmoralia.it/inchieste/bengasi-anno-zero/ https://minimaetmoralia.it/inchieste/bengasi-anno-zero/#comments Thu, 31 Mar 2011 08:45:52 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4097 di Stefano Liberti

Il premier incaricato, Jibril, è un uomo della Francia e i ministri sono tutti di provata fede anti-gheddafiana. Il governo nato dal Consiglio nazionale di transizione prova a colmare un profondo vuoto politico. Il morale dei ribelli è ancora alto, ma la strada da percorrere è tutta in salita.

«Un gruppo di brave persone che si è trovato a vivere un momento straordinario senza avere la minima idea di cosa fare». La definizione è di Ali Tarhouni, responsabile incaricato delle finanze nel nuovo governo messo in piedi dagli insorti della Cirenaica. Professore di economia negli Stati uniti, Tarhouni è tornato dopo 35 anni in Libia

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di Stefano Liberti

Il premier incaricato, Jibril, è un uomo della Francia e i ministri sono tutti di provata fede anti-gheddafiana. Il governo nato dal Consiglio nazionale di transizione prova a colmare un profondo vuoto politico. Il morale dei ribelli è ancora alto, ma la strada da percorrere è tutta in salita.

«Un gruppo di brave persone che si è trovato a vivere un momento straordinario senza avere la minima idea di cosa fare». La definizione è di Ali Tarhouni, responsabile incaricato delle finanze nel nuovo governo messo in piedi dagli insorti della Cirenaica. Professore di economia negli Stati uniti, Tarhouni è tornato dopo 35 anni in Libia per contribuire alla nascita del nuovo stato che, nella speranza dei ribelli, dovrà nascere all’indomani della caduta di Muammar Gheddafi. Dopo cinque settimane di autogestione, affidata a un Consiglio nazionale transitorio (Cnt) di cui non è mai stata chiara né la composizione né le prerogative, né tanto meno dove si riunisse, gli insorti hanno deciso di creare un gruppo ristretto di sei persone che dovrebbe costituire il governo.
Il premier incaricato è Mahmoud Jibril, l’uomo che è stato ricevuto all’Eliseo da Nicolas Sarkozy (ottenendo sia il riconoscimento formale della Francia che l’impegno a spingere per la risoluzione delle Nazioni unite per i bombardamenti) e che a Parigi ha incontrato anche il segretario di stato americano Hillary Clinton. Gli altri esponenti di cui si conosce finora il nome sono Tarhouni, Omar Hariri (cui è stata affidata la difesa e il coordinamento degli affari militari) e Ali al Essawi, incaricato degli esteri. Tutte persone di provata fede anti-gheddafiana: Tarhouni ha passato buona parte della sua vita in esilio, Hariri ha trascorso anni in carcere e poi agli arresti domiciliari per aver partecipato nel 1975 a un colpo di stato contro il rais. Jibril non si è mai mischiato con il regime, se si eccettua l’esperienza del National Economic Development Board (Nedb), un corpo messo in piedi nel 2007 dal figlio (ex) riformatore di Gheddafi, Seif El Islam, per aprire l’economia del paese e lanciare una politica di privatizzazioni che è poi stato interrotta dal padre. Essawi è stato tra i primi, come ambasciatore in India, a dimettersi e unirsi agli insorti.
Il governo vuole essere il volto pubblico dei ribelli di Bengasi, oltre che il braccio operativo di una rivolta che è nata per caso e si è trovata a gestire dal nulla un nuovo stato. «Quando la Cirenaica è finita sotto il nostro controllo, ci siamo trovati di fronte a un vero e proprio vuoto politico. Non sapevamo cosa fare» racconta ancoraTarhouni. La Libia è un paese senza istituzioni. Dietro la favola della Jamahiriya, il potere diretto esercitato dalle masse attraverso i cosiddetti «comitati popolari», il colonnello Gheddafi ha ridotto lo stato libico a uno one-man show. Con una politica di arresti, di torture, di assassini, il rais ha cancellato l’opposizione. Ha incenerito la società civile. Ha vietato la libertà di stampa e di espressione. Ha bandito o addomesticato ogni tipo di corpo intermedio. Così, all’indomani della rivoluzione del 17 febbraio, i ribelli della Cirenaica si sono guardati in faccia e si sono chiesti: «E ora che facciamo?».
Per capire la confusione, la mancanza di coordinamento e anche i segnali contraddittori che il Consiglio nazionale transitorio ha mandato al mondo in queste cinque settimane bisogna partire da un dato: la rivoluzione non è stata preparata. È nata come un moto spontaneo di migliaia di giovani che si sono ribellati pacificamente contro i simboli del potere gheddafiano prima a Bengasi e poi nelle altre città. Seguendo il vento delle rivolte che soffiava in tutto il mondo arabo, hanno manifestato a mani nude e si sono fatti uccidere come mosche – solo nella capitale della Cirenaica nei giorni dal 17 al 20 febbraio, quando alla fine le forze del colonnello sono fuggite, sono morti almeno 200 ragazzi. I giovani manifestanti hanno poi saccheggiato le caserme e, da studenti, commercianti, impiegati che erano, si sono trasformati in ribelli armati. Gli «shebab al thawra», i giovani della rivoluzione, sono ragazzi di vent’anni che non sopportavano più di vivere nella dittatura e che oggi partono al fronte con in braccio i vecchi kalashnikov che hanno trovato nei depositi di Gheddafi. Non sono membri di al Qaeda, come vorrebbero le farneticazioni del colonnello. Né sono islamisti radicali, come si sono apprestati a sottolineare alcuni profeti di sventura anche di casa nostra, spostando il centro del dibattito. Sono ragazzi che usano internet e che oggi si passano sui bluetooth del cellulare le immagini delle battaglie di Ras Lanuf, o i video dell’attacco lanciato dalle forze di Gheddafi su Bengasi. Sono giovani che si prendono gioco del rais trasformando in rap i suoi minacciosi discorsi. Sono la stessa generazione 2.0 che ha rovesciato Ben Ali in Tunisia e Mubarak in Egitto. Con la differenza che in Libia il colonnello Gheddafi si sta mostrando molto più resistente dei suoi omologhi ex dittatori del Nordafrica. Perché il rais di Tripoli ha messo in piedi un vero e proprio sistema totalitario, creando milizie civili (la famigerata Lijan Thawra) e unità speciali delle forze armate affidate alla guida dei suoi figli. Ha svuotato di senso l’esercito, temendo colpi di stato. Ha distribuito potere e prebende a una serie di fedelissimi che rimangono legati a lui a doppio filo. E vive il personalissimo delirio di ritenersi l’unico legittimo rappresentante di un popolo che in realtà lo detesta.
La politica di costruzione dello stato totalitario per quattro decenni ha dato i suoi frutti: quando hanno assunto il controllo di Bengasi, in modo del tutto inatteso, gli insorti del 17 febbraio non sapevano assolutamente che pesci prendere. Si sono trovati di fronte all’esigenza di esercitare il potere, di governare. Ma loro erano solo «un gruppo di brave persone». Hanno creato il comitato, affidandone la guida a Mustafa Abdul Jalil, che fino a poco prima era ministro della giustizia di Gheddafi. Hanno accolto Abdel Fattah Younis, ex compagno d’armi nonché ex ministro degli interni del colonnello, come capo di stato maggiore. Hanno cercato «personale politico» in un paese in cui non si faceva politica da 42 anni. E ne è venuta fuori un’accozzaglia un po’ incoerente di ex gheddafiani, giudici, professori, imprenditori con poca o nessuna esperienza nella gestione della cosa pubblica.
«Abbiamo preso il meglio che c’era in giro – confessa un po’ sconsolata Iman Bugaighis, portavoce del Cnt . Abbiamo dovuto cominciare da zero, o quasi».
Questo il punto di partenza. Quello di arrivo è ancora lontano. Il colonnello è saldo al potere a Tripoli. Il fronte è fermo ad Ajdabiya. Il morale continua a essere alto a Bengasi nonostante l’impasse, le scuole e le università chiuse da cinque settimane, i soldi che non girano, le comunicazioni che non funzionano, la precarietà che diventa routine. I ribelli sono fiduciosi: «Gheddafi cadrà. Ha il mondo contro e presto sarà a corto di liquidità» dice Tarhouni. Ci vorrà tempo, forse settimane o mesi, ma tutti sono sicuri che il regime è arrivato alla fine. E allora comincerà la vera sfida per questo «gruppo di brave persone»: capire se sono in grado di soddisfare le aspettative create, di dare vita a una Libia libera e democratica e voltare definitivamente la pagina di un regime che si diceva socialista ma che ha finito per sparare sul suo stesso popolo.

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Ad Ajdabiya, sotto le bombe https://minimaetmoralia.it/reportage/ad-ajdabiya-sotto-le-bombe/ https://minimaetmoralia.it/reportage/ad-ajdabiya-sotto-le-bombe/#respond Thu, 17 Mar 2011 10:55:46 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3986 di Stefano Liberti

Le bombe cominciano a cadere alle otto del mattino. Fuori città, verso ovest, su quella che è diventata la linea del fronte. Una, due, tre bombe. L’attacco su Ajdabiya parte dal cielo. E continua sulla terra. Al check point subito fuori città, ad appena 4 km dal centro, regna il caos più totale. Macchine in fuga. Qualche pick-up con la contraerea che avanza e ogni tanto lancia una scarica in aria contro gli aerei di Gheddafi, senza mai colpirli.

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di Stefano Liberti

Le bombe cominciano a cadere alle otto del mattino. Fuori città, verso ovest, su quella che è diventata la linea del fronte. Una, due, tre bombe. L’attacco su Ajdabiya parte dal cielo. E continua sulla terra. Al check point subito fuori città, ad appena 4 km dal centro, regna il caos più totale. Macchine in fuga. Qualche pick-up con la contraerea che avanza e ogni tanto lancia una scarica in aria contro gli aerei di Gheddafi, senza mai colpirli.
Un ribelle con un kalashnikov ci fa segno di no con la mano e ci impedisce di andare oltre. «Tornate fra un’ora, quando la situazione sarà più calma». Un’ora dopo, nella città si è scatenato l’inferno. Le forze ribelli indietreggiano. All’ospedale arrivano morti e feriti, civili colpiti da schegge di bombe. Due bambini di 4 e 7 anni che vengono subito medicati e non sono in pericolo di vita. Un uomo ucciso dal frammento di un ordigno mentre viaggiava in macchina, la materia cerebrale ancora sparsa sul poggiatesta. Un altro che arriva con le interiora in mano e morirà poco dopo. Ambulanze a sirene spiegate. Il crepitio della contraerea. Bombe sempre più vicine.
La città piomba nel panico. I pochi negozi aperti si affrettano ad abbassare le saracinesche. Le bandiere rosso-verde-nere simbolo della ribellione sventolano tristi. Veicoli degli anti-Gheddafi vanno in tutti i sensi, presi in un vortice di paura e confusione. Decine di macchine cariche di persone e bagagli si lanciano sulla strada che porta verso Bengasi, la capitale della Cirenaica ancora in mano ai ribelli. Solo un paio di ore prima, la pista d’asfalto era deserta. Ora è un fiume di macchine, camion, pick-up, che tentano di fuggire dalla guerra. Un’ondata di profughi che cercano rifugio dove possono, in casa di familiari, di amici, il più lontano possibile dai combattimenti.
All’ospedale cittadino la situazione è frenetica e disperata. Il personale medico è impegnato a operare e curare i feriti, che arrivano senza sosta. «Guardate – urla il dottor Suleiman Rifadi – sta bombardando i civili. Gheddafi è pazzo, ci ucciderà tutti, mentre il mondo rimane a guardare». Ci sono diversi volontari, molti dei quali studenti di medicina che lavorano senza sosta da giorni. Alcuni uomini armati. Parenti delle vittime che piangono. «Abbiamo bisogno dell’aiuto della comunità internazionale – grida Mohammed Al Fakri, professore all’università -, devono istituire la no-fly zone e fare bombardamenti mirati sulle forze di Gheddafi. Ci devono aiutare. Non vogliamo un intervento di terra, ma ogni bombardamento delle forze Nato o di chiunque è benvenuto e necessario». «Come si fa a parlare con Sarkozy e Cameron?», gli fa eco il dottor Rifadi. «Il presidente francese e il premier britannico sono gli unici che hanno preso una posizione giusta, dicendosi pronti a bombardare il dittatore».
Gli anti-Gheddafi intanto indietreggiano a vista d’occhio. Il fronte si avvicina. Le forze ribelli si liquefanno dietro l’avanzata di quelle del colonnello. «Non abbiamo armi. Sono tantissimi», dice sconsolato Sherif Layas, ex direttore di marketing convertitosi in combattente rivoluzionario il 17 febbraio scorso. L’uomo, vestito in mimetica con un cappello e un kalashnikov a tracolla, ha assistito direttamente alla disfatta progressiva delle forze ribelli, che fino a una decina di giorni fa si dicevano convinte di potere arrivare facilmente e rapidamente a Tripoli e di poter spodestare il colonnello. Layas ha il volto coperto di sabbia e l’aria stanca. Combatte senza interruzione da tre settimane. Nell’ultima ha dovuto ritirarsi di più di 250 chilometri. «Eravamo a Ras Lanouf. Poi siamo andati a Brega. Ora stanno venendo qui ad Ajdabiya. Non ce la possiamo fare. Sono troppi e noi non abbiamo le armi giuste per fronteggiarli».
La probabile e imminente caduta di Ajdabiya rappresenterebbe una vittoria di primo piano per le forze di Gheddafi. La città è in una posizione strategica all’ingresso della Cirenaica. Da lì parte una strada che aggira Bengasi e, dopo 400 km, arriva direttamente a Tobruk, a poca distanza dal confine egiziano. Se le truppe lealiste conquistano quest’ultima città, possono poi accerchiare l’odiata capitale dei ribelli da est e da ovest e stringerla in un assedio che lascerebbe poche possibilità di sopravvivenza al Consiglio nazionale transitorio che governa la regione dallo scorso 17 febbraio. «Non abbandoneremo Ajdabiya – dice Layas -, è il limite tra la vita e la morte della nostra lotta. Senza questa città, siamo destinati a perdere». Ma, vista la sproporzione delle forze in campo, sembra difficile ogni resistenza. Salvo miracoli, Ajdabiya appare destinata a cadere.
Tutte le dichiarazioni delle forze ribelli, che affermavano di tenere ancora la città di Brega e di aver compiuto una semplice ritirata strategica, si mostrano per quelle che sono: pie illusioni, nel migliore dei casi; nel peggiore, vere e proprie menzogne di guerra per tenere alto il morale dei giovani combattenti della rivoluzione, sempre più in caduta libera. Brega è in mano alle forze di Gheddafi. Mussa Gibril Bujgama viene dalla città. E’ partito l’altroieri e racconta di repressioni cruente. Di persone uccise senza pietà nella strada. «Un mio amico è stato preso e ammazzato con un colpo di pistola, perché è stato identificato come uno dei capi della ribellione. Bujgama è scappato da Brega per evitare ritorsioni. «Figuratevi – continua – che hanno fermato un’ambulanza e ucciso a sangue freddo il ferito che era sopra». Mentre parla, due aerei volteggiano sopra l’ospedale. La contraerea lancia una scarica fortissima, che semina il panico. I colpi si perdono nell’aria. Sempre più uomini armati si aggirano all’interno dell’edificio. Due postazioni di lanciarazzi vengono parcheggiate all’ingresso. I ribelli temono che Gheddafi possa bombardare l’ospedale. «Lo ha già fatto a Brega, lo farà anche qui», afferma Layas.
«Probabilmente nelle prossime ore, evacueremo definitivamente l’ospedale. Intanto stiamo portando tutti i pazienti a Bengasi», assicura il dottor Suleiman Rifadi. La struttura serve solo per le operazioni urgenti. Tutti i degenti sono trasportati verso la capitale della regione, a 160 km di distanza. Bengasi è sicura. Ma per quanto tempo ancora? Le forze ribelli non sembrano in grado di contrastare l’avanzata delle truppe. Hanno armi obsolete. E poca preparazione militare. «Li staneremo casa per casa», aveva minacciato il colonnello. Se i racconti di quanto è successo a Brega sono veri, hanno già cominciato. Bengasi trema, temendo il peggio e una vendetta che arriverà certamente violentissima e spietata. Cala il buio sulla capitale della Cirenaica. In strada pochissime persone. Si sentono, come ogni sera, scariche di kalashnikov. Ma stasera fanno più paura del solito.

Questo articolo è uscito per Il Manifesto.

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L’inferno dei bimbi stregoni https://minimaetmoralia.it/reportage/linferno-dei-bimbi-stregoni/ https://minimaetmoralia.it/reportage/linferno-dei-bimbi-stregoni/#comments Tue, 09 Nov 2010 09:23:39 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3199 Vi mostriamo l’opera vincitrice del Premio L’Anello Debole, nella sezione TV, anno 2010, indetto dal Capodarco Corto Film Festival. Il reportage, girato da Stefano Liberti a Kinshasa nel maggio 2009, racconta il fenomeno dei bambini che vengono accusati di stregoneria e sono mandati in strada spesso dalle loro stesse famiglie.

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Vi mostriamo l’opera vincitrice del Premio L’Anello Debole, nella sezione TV, anno 2010, indetto dal Capodarco Corto Film Festival. Il reportage, girato da Stefano Liberti a Kinshasa nel maggio 2009, racconta il fenomeno dei bambini che vengono accusati di stregoneria e sono mandati in strada spesso dalle loro stesse famiglie. Il fenomeno è frutto della disgregazione sociale determinata dalla guerra e del proliferare delle chiese carismatiche che alimentano la credenza nella stregoneria e ha assunto dimensioni drammatiche nella capitale della Repubblica Democratica del Congo.

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Il diritto d’asilo finisce nel centro di detenzione https://minimaetmoralia.it/inchieste/il-diritto-dasilo-finisce-nel-centro-di-detenzione/ https://minimaetmoralia.it/inchieste/il-diritto-dasilo-finisce-nel-centro-di-detenzione/#comments Wed, 23 Sep 2009 07:56:29 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=734 Inviato a Tripoli, il giornalista Stefano Liberti ha intervistato alcune tra le vittime dei respingimenti; le tragiche esperienze raccontate da questi uomini, oltre a suscitare sgomento e un senso d’ineluttabile sconfitta umana (non soltanto loro), illuminano su quella che è in effettivo la politica intrapresa dal nostro paese in tema di migrazione. L’inchiesta è leggermente […]

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Inviato a Tripoli, il giornalista Stefano Liberti ha intervistato alcune tra le vittime dei respingimenti; le tragiche esperienze raccontate da questi uomini, oltre a suscitare sgomento e un senso d’ineluttabile sconfitta umana (non soltanto loro), illuminano su quella che è in effettivo la politica intrapresa dal nostro paese in tema di migrazione. L’inchiesta è leggermente datata, ma c’è da dubitare che nel frattempo sia cambiato qualcosa.

di Stefano Liberti

mani«Noi abbiamo chiesto soccorso. Loro sono arrivati, ci hanno presi e riportati indietro».
Richard – lo chiameremo con questo nome fittizio per evidenti ragioni di sicurezza – ancora non si capacita di essere stato rispedito al punto di partenza a poche decine di miglia dall’isola di Lampedusa, meta finale di un lungo viaggio cominciato tre anni prima nel Corno d’Africa. Richard è una delle più di mille vittime dei cosiddetti respingimenti, la politica inaugurata nel maggio scorso dal nostro Ministero dell’Interno, in virtù della quale gli immigrati intercettati in acque internazionali diretti verso la Sicilia vengono scortati indietro in Libia. L’ultimo si è concluso proprio ieri, quando all’ora di pranzo un’imbarcazione con 75 somali a bordo è stata ricondotta al porto di Tripoli. Una politica che nelle parole di Silvio Berlusconi, venuto domenica in visita in Libia in occasione dell’anniversario del trattato di amicizia, cooperazione e partenariato firmato nell’agosto del 2008 a Bengasi, è «efficace perché ha ridotto più del 90 per cento gli arrivi a Lampedusa».
«Dobbiamo essere severi con chi cerca di entrare clandestinamente», ha detto il Presidente del Consiglio, ignorando di fatto le critiche dell’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Nhcr) e della Commissione europea, preoccupati per la presenza di potenziali richiedenti asilo sulle imbarcazioni respinte in Libia. Richard, da questo punto di vista, è un caso emblematico. Lui è di nazionalità eritrea e, se fosse arrivato in Italia, avrebbe ottenuto in modo pressoché automatico l’asilo politico o la protezione umanitaria. In Libia è invece oggi in un centro di detenzione, quello di Misradah, colpevole di aver tentato di lasciare il paese clandestinamente. È da qui che, per telefono, racconta i dettagli di quella che chiama la sua «deportazione».
«Era il primo luglio scorso. Eravamo 82 persone sulla barca, fra cui nove donne e tre bambini. Dopo quattro giorni in mare, non sapevamo più dove eravamo. Con un satellitare abbiamo chiamato i nostri amici a Tripoli, che a loro volta hanno chiamato alcuni eritrei in Italia. Questi ci hanno ritelefonato chiedendoci le nostre coordinate satellitari per darle alle unità di soccorso italiane. Mezzora dopo è arrivata una barca grande, fiancheggiata da altre due barche piccole». Richard descrive l’imbarcazione. «Era una nave militare, c’era anche un elicottero sopra». Racconta che l’equipaggio li ha fatti salire tutti e 82 e avrebbe detto loro che il loro calvario era finito, che erano fortunati perché li stavamo portando in Italia, sarebbero potuti andare a Roma o a Milano. Ma intanto lo scafo faceva rotta verso sud. Il nostro interlocutore sostiene di aver trascorso 12 ore sulla barca italiana e che a un certo punto lui e i suoi compagni si sono insospettiti. «I nostri amici a terra, quando avevamo dato loro le coordinate, ci avevamo detto che eravamo a 30 miglia da Lampedusa. Non potevamo metterci tutto quel tempo ad arrivare sull’isola». I loro sospetti si sono poi avverati quando hanno visto spuntare una barca più piccola libica. Richard racconta che a bordo c’erano anche alcuni italiani e tutto lascia credere che si sia trattato di una delle tre motovedette che il ministro degli interni Roberto Maroni ha consegnato nel maggio scorso al governo libico in seguito all’accordo del 30 dicembre 2007 sui pattugliamenti congiunti. «Ci hanno fatto salire a bordo. Evidentemente eravamo arrivati in acque libiche. Abbiamo passato altre tre ore sulla motovedetta. Poi siamo arrivati a Tripoli», aggiunge l’uomo, che parla anche di alcuni momenti di tensione sulla barca italiana, in cui l’equipaggio avrebbe usato la forza per bloccare un incipiente tentativo di rivolta. Dal molo di Tripoli, gli immigrati mancati sono stati poi trasferiti in vari centri, dove tuttora si trovano. «Qui siamo in preda al nulla. Non sappiamo quando e se ci faranno uscire. Mangiamo male. Non facciamo niente dalla mattina alla sera», lamenta Richard, che chiede aiuto e dice di non voler rimanere in quello che definisce «l’inferno di Misradah».
filaNel centro di detenzione sulla città costiera della Tripolitania sono stati rinchiusi molti degli eritrei respinti dall’Italia. Anche le donne e i bambini. «È un campo con un vasto cortile dove si sta di giorno e con piccole celle per la notte». La descrizione di Joe (altro nome fittizio), un eritreo di 23 anni che conosce bene il centro perché ci ha passato due anni della sua vita. «Sono stato lì dal 2007 al maggio scorso. Poi sono riuscito a scappare». Seduto sul materasso che occupa metà della sua stanza di 4 metri quadri in un sobborgo periferico di Tripoli, il ragazzo mostra sul cellulare le foto del campo. In un grande spiazzo di sabbia, si vedono donne e bambini anche molto piccoli. «Stavamo tutti insieme sperando che ci liberassero. Quando stai lì non hai informazioni, non hai la minima idea di quanto tempo rimarrai recluso». Joe ha il tesserino di rifugiato rilasciato dall’Unhcr di Tripoli, ma il documento non ha alcun valore in questo paese, che non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra e non riconosce ufficialmente nemmeno l’alto commissariato per i rifugiati, nonostante abbia permesso l’apertura della sede. Joe vive con decine di altre persone in un bugigattolo dalle pareti di cartone. Da un corridoio dal pavimento di terra sono state ricavate alcune stanzette, ognuna delle quali occupata da una o due persone. Nelle stanze, c’è un materasso, un fornelletto per il gas e una lampadina. «In tutto siamo 27. Eritrei, etiopi, egiziani. Abbiamo 3 bagni in tutto», racconta il ragazzo. Joe oggi è scoraggiato. «Gli italiani ci respingono, ma non si rendono conto che non abbiamo scelta. Non capiscono che fuggiamo da una situazione drammatica. In Eritrea è impossibile vivere». Il ragazzo è arrivato in Libia dopo essere fuggito dal servizio militare obbligatorio nel suo paese, che ha una durata virtualmente illimitata. Ha trascorso qualche mese in Sudan e oggi è a Tripoli bloccato. Ha paura di imbarcarsi, ma in Libia deve vivere di fatto nascosto. Si sente braccato e, quando esce, si guarda le spalle. «Non voglio finire di nuovo in un campo».
In Libia ci sono una trentina di centri di detenzione per immigrati, sparsi per tutto il paese. La legge non prevede un tempo di permanenza massimo. Così capita che gli stranieri catturati rimangano anche anni rinchiusi. Una situazione che certo non è migliorata con la politica dei respingimenti: gli immigrati rimandati indietro dall’Italia vengono portati tutti nei centri, che finiscono per scoppiare. «L’Italia scarica sulla Libia il problema dell’immigrazione, senza preoccuparsi del destino di quanti vengono rimandati indietro», denuncia Giovanni Martinelli, vescovo di Tripoli, nella cui chiesa ogni venerdì viene approntato un servizio di assistenza agli immigrati. «Questi ragazzi sono gente in gamba, pieni di iniziativa. L’Europa lo deve capire. E deve anche capire che la Libia non può essere lasciata sola a gestire questo fenomeno gigantesco».

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