15 ottobre Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/15-ottobre/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 16:49:40 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg 15 ottobre Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/15-ottobre/ 32 32 Le teste e le proteste https://minimaetmoralia.it/societa/le-teste-e-le-proteste/ https://minimaetmoralia.it/societa/le-teste-e-le-proteste/#comments Tue, 25 Oct 2011 16:28:40 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5530 Il 15 ottobre una parte molto consistente del mondo politico e di quello giornalistico si è sbrigata a decretare la fine di un movimento plurale che nell’ultimo anno tra proteste studentesche, referendum, mobilitazioni sindacali, lotte dei precari, movimenti delle donne, battaglie per il bene comune, occupazioni, eccetera, è cresciuto incredibilmente (leggi: si è ingrandito, è maturato).

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Il 15 ottobre una parte molto consistente del mondo politico e di quello giornalistico si è sbrigata a decretare la fine di un movimento plurale che nell’ultimo anno tra proteste studentesche, referendum, mobilitazioni sindacali, lotte dei precari, movimenti delle donne, battaglie per il bene comune, occupazioni, eccetera, è cresciuto incredibilmente (leggi: si è ingrandito, è maturato). Per i molti abituati a pensare che il mondo si rovescia e si riassesta con la stessa velocità inerte di uno status di facebook, criminalizzazione, delazione e semplificazione hanno preso il sopravvento sull’analisi, la comprensione, l’autocritica. Ma per gli altri, moltissimi, che in quella piazza c’erano o che hanno voluto capire, per fortuna questo repulisti dell’intelligenza ha lasciato il tempo che trovava. Soprattutto in rete e nell’informazione non-mainstream si è sviluppato nei giorni successivi al 15 un dibattito che ha attraversato tutti i piani: quello strettamente politico, quello filosofico, quello del coordinamento, quello dell’organizzazione, quello della comunicazione, e così via.

Mentre sulle prime pagine dei grandi quotidiani qualcuno ha avuto i suoi quindici minuti di stupidità, di distorcimento del reale o di perniciosissimo paternalismo; altrove si è provato a ragionare.
È accaduto soprattutto sul sito dei Wu Ming, che sono riusciti a disegnare una cornice di senso prima della manifestazione, durante (attraverso un uso encomiabile di twitter), dopo (prova ne siano i quasi 500 commenti).

È accaduto sul manifesto, a partire da due editoriali più distanti che complementari di Valentino Parlato (stracommentato ovunuque) e Rossana Rossanda, per continuare con i due pezzi formidabili di Girolamo De Michele e Massimo De Carolis che hanno voluto bypassare tutte le false piste del presentismo, per mettere nero su bianco alcune idee da conservare per “l’inverno che viene”; per continuare ancora con, ad esempio, Bifo e Guido Viale che hanno provato a collegare la crisi politica a una crisi di tipo sistemica (del sistema nervoso l’uno, dell’ecosistema sociale l’altro).
È accaduto sulle reti di discussione dell’antagonismo, da Global project (dove hanno promosso un dibattito che invitava a “guardare avanti” piuttosto che rimirarsi le ferite della giornata di manifestazione) a Infoaut (dove hanno fatto uno speciale riprendendo anche le dichiarazioni del network torinese di di cui fanno parte il centro sociale Askatasuna e i Murazzi) al blog di Militant. Tutto questo è raccolto con grande cura sul sito del Lavoro culturale, grazie allo storify di Flavio Pintarelli.

È accaduto alla Sala Vittorio Arrigoni e al Valle Occupato. È accaduto tra quelli dell’associazione A Sud (un pezzo molto autocritico del loro portavoce Giuseppe Di Marzo è stato pubblicato sempre sul manifesto). È accaduto tra i giovani di Sel legati alla rete Tilt!. È accaduto su doppiozero, dove per esempio Andrea Cortellessa e Pier Andrea Amato hanno provato a ragionare a caldo e a tiepido, diciamo così, su quello che è successo in piazza.
È accaduto su 404: File Not Found o su Alfabeta 2 che hanno riportato l’intervento di Francesco Raparelli, Alberto De Nicola e Francesco Brancaccio pubblicato anche su Global Project, che provava a rispondere in modo puntuale alle semplificazioni di un Ostellino in vena di lezioni di leninismo.
È accaduto sempre su Alfabeta2 dove Lanfranco Caminiti ha scritto un pezzo tutt’altro che pacificato.
È accaduto su Nazione indiana, grazie per esempio a Helena Janeczek, Marco Rovelli o Giacomo Sartori.
È accaduto anche qui su minima et moralia, grazie a un pezzo di Alessandro Leogrande per esempio, che è circolato moltissimo in rete, e a Christian Raimo.

È accaduto in moltissimi altri luoghi.

Tutto questo è stato necessario per riaprire un discorso e anzi articolarlo, accompagnando, all’elaborazione più precisamente politica di quei fatti e alle dichiarazioni dei militanti, una lettura di secondo grado: questa lettura è riuscita a andare contro un nemico, per quella piazza, peggiore persino di un blindato impazzito: l’isteria dell’impatto emotivo e della riduzione mediatica.

Per proseguire insieme quest’ideale assemblea aperta, noi di minima et moralia, abbiamo pensato di cogliere l’occasione dell’agorà del Salone dell’Editoria sociale per ritrovarci a parlare il primo novembre dalle 10 alle 12.30.

Questo è dunque un invito. Se vi interessa esercitare il diritto all’intelligenza, magari venite, partecipate, segnalate altri link, date il vostro contributo.

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Lavitola e 15 ottobre – la versione di Busi https://minimaetmoralia.it/interventi/lavitola-e-15-ottobre-la-versione-di-busi/ https://minimaetmoralia.it/interventi/lavitola-e-15-ottobre-la-versione-di-busi/#comments Thu, 20 Oct 2011 09:05:11 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5490 Riprendiamo dal sito internet Altriabusi.it

di Aldo Busi

Guardando con tristezza patria la foto dell’ufficialmente famigerato Valter Lavitola in compagnia del ministro degli esteri Frattini con il suo omologo albanese ministro Illir Meta e sovrapponendola alla sequenza filmata in cui lo stesso Lavitola scende con Berlusconi dalla scaletta dell’aereo che su volo di Stato li ha portati a Panama a un incontro ufficiale con esponenti politici del paese centroamericano, non ho potuto impedirmi una considerazione del rapporto tra violenza e costi economici della stessa

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Riprendiamo dal sito internet Altriabusi.it

di Aldo Busi

Guardando con tristezza patria la foto dell’ufficialmente famigerato Valter Lavitola in compagnia del ministro degli esteri Frattini con il suo omologo albanese ministro Illir Meta e sovrapponendola alla sequenza filmata in cui lo stesso Lavitola scende con Berlusconi dalla scaletta dell’aereo che su volo di Stato li ha portati a Panama a un incontro ufficiale con esponenti politici del paese centroamericano, non ho potuto impedirmi una considerazione del rapporto tra violenza e costi economici della stessa: esiste più violenza indiscriminata contro l’Italia e più costi derivati a carico dell’Italia in queste nefaste testimonianze di collusioni tra istituzioni italiane e italiani delinquenti conclamati (la lista iconografica sarebbe lunga, a star dietro a tutti gli avvisi di garanzia e alle vere e proprie sentenze definitive) o in quella perpetrata dai black-block a Genova, a Roma e, chissà, in Val di Susa tutte assieme? E se i danni causati dai black-block a Roma sono stati calcolati per un ammontare di cinque milioni di euro, a quante centinaia e centinaia di milioni di euro ammontano i danni, immediati e nel tempo, fatti da questi tre fotogenici al Paese tutto in tutto il mondo? C’è il rischio, a seguire la china di questo pensiero, che i black-block risultino al confronto degli angioletti solo un po’ birichini che al massimo si meritano un paio di sculacciate, e nemmeno troppo sonore.

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Contro lo spontaneismo https://minimaetmoralia.it/interventi/contro-lo-spontaneismo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/contro-lo-spontaneismo/#comments Tue, 18 Oct 2011 16:28:18 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5475 di Christian Raimo

È difficile provare gli stessi sentimenti di qualcun altro. Lo sappiamo bene in una qualsiasi relazione a due, figuriamoci quando si è in trecentomila. Indire una manifestazione che avesse come collante un sentimento comune come l’indignazione porta in piazza per lo spazio di un pomeriggio persone che in realtà pensano (e provano) cose molto differenti: grillini e Acrobax, radicali e Teatro Valle, umanisti e Fiom.

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di Christian Raimo

È difficile provare gli stessi sentimenti di qualcun altro. Lo sappiamo bene in una qualsiasi relazione a due, figuriamoci quando si è in trecentomila. Indire una manifestazione che avesse come collante un sentimento comune come l’indignazione porta in piazza per lo spazio di un pomeriggio persone che in realtà pensano (e provano) cose molto differenti: grillini e Acrobax, radicali e Teatro Valle, umanisti e Fiom. L’ultima volta che si era vista una manifestazione così grande, convocata a livello internazionale, era stato per la guerra in Iraq. Lì il sentimento era più chiaro e assomigliava a una ragione. L’altro giorno invece i motivi per cui la gente era in piazza erano molto diversi, anche divergenti: chi era contro la gestione di questa crisi da parte della finanza, chi era contro questo governo, chi era contro la casta, chi proponeva un’alternativa di governo di sinistra, chi reclamava il diritto all’insolvenza e al reddito garantito, chi urlava come in Argentina “que se vayan todos”, chi voleva fare casino, chi voleva presentarsi come un nuovo soggetto politico credibile, chi voleva far parte di una grande manifestazione civile ma senza connotati politici, chi voleva lo scontro con la polizia a ogni costo. Ci sono le risse tra manifestanti pacifici e ragazzini incappucciati o lo sputo a Pannella che indicano questo fritto misto con banalità.
Se il sentimento del quindici doveva essere una enorme comune indignazione, i sentimenti del giorno dopo non sono per niente comuni. C’è lo sconcerto, la delusione, la rabbia, ma anche la soddisfazione, la rivendicazione per com’è andata. E c’è l’incredulità, la sensazione di essere stati presi in giro, quella di non aver capito che cosa doveva essere il corteo, o il gusto di essere riusciti a trasformare un comizietto in una battaglia.
Anche qui: lo sappiamo in una relazione a due quanto è difficile non capirsi sui sentimenti, figuriamoci in trecentomila. L’impressione che molti hanno avuto è che si sia verificata una doppia strumentalizzazione. Chi voleva alzare il livello dello scontro si è fatto scudo di un corteo che per la sua stragrande maggioranza non aveva nessuna intenzione di sfilare con chi spaccava vetrine. Chi voleva una manifestazione superpacifica non aveva pensato fin a oggi che esprimere indignazione non può semplicemente equivalere a scrivere un non mi piace su facebook, ma richiede una quota di responsabilità, l’obbligo di schierarsi, di prendere posizione – letteralmente – in una piazza che definisce in senso geografico la tua identità politica.
La scusa per questo – chiamiamolo in maniera eufemistica – fraintendimento, ma che è appunto stata una reciproca strumentalizzazione si è chiamato finora spontaneismo. Si va in piazza, qualcosa succederà. Ci si indigna, si esprime rabbia, le conseguenze verranno da sé.
In nome dello spontaneismo la manifestazione poteva finire con il comizio fiume a Piazza San Giovanni, oppure con l’occupazione di migliaia di persone della piazza, oppure con lo sfondamento della zona rossa, oppure – come molti evidentemente avevano progettato senza alcuna spontaneità – con la guerriglia che abbiamo visto.
Le due parti che si sono reciprocamente strumentalizzate (gli indignati della domenica e i casseurs) oggi si trovano di fronte a una necessità: diventare adulte e cioè responsabili. La speculare delega che l’una ha fatto nei confronti dell’altra (delega alle pratiche l’una e delega al coinvolgimento civile l’altra) altrimenti farà rimanere questo movimento quello che è: un bambino piccolo che frigna. Che dice: “Che bello! Che bello!” quando può partecipare al potlatch di San Giovanni, oppure fa spallucce schifate di fronte alle immagini degli scontri, attribuendoli solo a pochi (infiltrati, teppisti o fascistelli che siano).
Quelli che sono chiamati con ancora più urgenza a questa responsabilità sono coloro che conoscono entrambe le parti. La politica dal basso di questi ultimi anni, dalla Fiom ai No Tav al Teatro Valle Occupato, che l’altro giorno non per caso si sono a un certo punto trovati costretti, da via Labicana in poi, a fare un immediato passaggio all’età adulta, deviando un corteo con decine di migliaia di persone e inventando una nuova manifestazione che ha attraversato la città, da Circo Massimo a San Lorenzo, fino alle nove di sera, nell’indifferenza piuttosto colpevole dell’informazione. Chi erano questi manifestanti? Tutta gente che non voleva andarsi a fare massacrare a San Giovanni e allo stesso tempo non andare a casa spaventata e depressa, a guardare ancora una volta la politica da uno schermo televisivo.
A partire da qui si devono elaborare nel più breve tempo possibile le risposte alle questioni che questo movimento continua a porre senza proporre soluzioni credibili però: la questione del governo e quella della rappresentanza. Ossia i due grossi buchi che vent’anni di non-partecipazione e repressione (Berlusconi, Genova, e la crisi: riassumiamo così) hanno prodotto.
Ma anche – ed è forse il tema prioritario – un grande riflessione sulle pratiche della protesta e del conflitto. La questione della trasparenza. Il grande successo che questo movimento si rivendica giustamente è stato quello dei referendum: i referendum non sono stati soltanto un grande momento di democrazia partecipata, ma hanno messo in luce l’unica forza possibile per una politica dal basso oggi: la conoscenza condivisa. I referendum sull’acqua o sul nucleare non toccavano soltanto questioni di coscienza o di indignazione politica, ma chiamavano chi votava a formarsi una sua conoscenza su un tema così complicato oggi come quello delle politiche energetiche. Il 14 giugno è stata una data importante per tanti motivi, ma lo è stato anche per la vittoria dell’intelligenza e della conoscenza condivisa contro la sciatteria e la chiusura dell’informazione.
Per questo la frase che si sente dire in questi giorni “Ognuno sta in piazza come vuole” è il solo segno tangibile di una sconfitta. Perché non chiede responsabilità né condivisione di conoscenza. Oggi ognuno di noi può e deve formarsi una coscienza anche su cosa vuol dire stare in piazza, e non delegare del tutto a qualcun altro la propria rabbia o la propria tutela.
Questo vuol dire democrazia, il resto è narcisismo politico.

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Credo siano da ringraziare tutti coloro che in questi giorni stiano cercando di alimentare un dibattito che vada al di là delle sintesi pret-à-porter e dei luoghi comuni. In particolare credo sia preziosissimo il sito dei Wu Ming.

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Il giorno dopo https://minimaetmoralia.it/interventi/il-giorno-dopo/ https://minimaetmoralia.it/interventi/il-giorno-dopo/#respond Mon, 17 Oct 2011 08:06:56 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5421 E i soldati tiravano pietre alle vetrine e scorazzavano sui cammelli.
Era tutto un inferno triste, quest’Egitto.
Le strategie non erano state condivise, e ovviamente sui carri salivano
anche i cani bastardi. Rovina completa. Una settimana di aborto.
Io stesso attaccato al telefono, la voce tenuta da conto col miele,
insistevo a recitare i salmi di benaugurio: se il cuore non si castra,
ditemi voi cosa puoi venire di buono?

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di Christian Raimo

E i soldati tiravano pietre alle vetrine e scorazzavano sui cammelli.
Era tutto un inferno triste, quest’Egitto.
Le strategie non erano state condivise, e ovviamente sui carri salivano
anche i cani bastardi. Rovina completa. Una settimana di aborto.
Io stesso attaccato al telefono, la voce tenuta da conto col miele,
insistevo a recitare i salmi di benaugurio: se il cuore non si castra,
ditemi voi cosa può venire di buono?
Sull’altro canale, tarda notte, c’era un uomo che rimirava il vuoto
dopo aver avuto un orgasmo. Una faccia quasi nota,
fino a ieri ti sembrava di sapere chi era.

È tutto vero. Domani ognuno di noi (parlo dei presenti)
può darsi da fare a trovare un’altra imbarcazione,
ma oggi la rarità degli imprevisti
è solo il nome di battesimo di una delusione
covata in tutte le notti che non abbiamo voluto dormire insieme.

Mettere da parte le esperienze, adesso, dopo aver vagato per le strade di metallo
come sulla lingua del gigante, è la scusa di chi non fuma perché non ha da accendere:
il buio, la morte, tenderci la mano anche sbagliando, io per qualche mese ho pensato di non morire.
Poi l’ultima estate e i pretini neri ovunque: i casseurs turisti, con le mani dietro,
e uno con il cappuccio che ha detto distintamente:
Non c’è nessun bisogno di conoscersi.
In caso contrario, può bastare un’autopsia.

Puoi chiamare unione, quindi, questo tremolio alla mano,
ripiegando le bandiere in quattro, in otto, togliere le lenzuola,
chiudere il letto, rifare la stanza, piantare una tenda senza telo sul pavimento di casa?
Dal tetto trasuda un’acquerugiola marcia, colorata e appiccicosa.
Dovresti uscire a cercare dei secchi; ma da sola, ti va?
In cucina al tavolo della colazione ti aspetta il sergente della Guardia Nera,
un ragazzino di quindici anni che frigna.
Scatta radiografie senza luce. Odore di gas che non va via. I rumori per strada
che continueranno per giorni.
E la tua foto in cui non facevi abbastanza smorfie:
hai una settimana buona, un mese, il tempo rimasto: utile a trovare una cornice.
Oppure, incendia anche questa! dai l’ordine:
Maledetta fiducia! (Stai diventando dura come l’uomo forte di turno, niente scherzi).

Avremmo dovuto infilarci in qualche vicolo, squagliarcela,
ma siamo rimasti a fissare la guerra,
poi la cenere. Se le macchine continuano a far piovere acqua con gli idranti,
dai cassonetti bruciati, tempo permettendo, potrebbero
ritrovarsi a nascere piante di fagioli o salici,
da mettere sui davanzali della scuola,
in prima B – la classe che aveva preparato tutto questo
come un grande lavoro di gruppo.

Ora, rifiata, lascia asciugare,
perché poi, se ci fai caso, vedrai
che hai le dita ancora piene di colla.

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Chi soffia sul fuoco non canti vittoria https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/chi-soffia-sul-fuoco-non-canti-vittoria/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/chi-soffia-sul-fuoco-non-canti-vittoria/#comments Sun, 16 Oct 2011 15:43:48 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5409 di Emiliano Sbaraglia Bisognava attraversarla tutta, la manifestazione di Roma, per capire quello che è accaduto e soprattutto quello che poteva accadere, se la capitale italiana non fosse stata messa a ferro e fuoco da qualche centinaio di ultras della violenza, che non a caso sul blindato dei carabinieri bruciato nei dintorni di piazza San […]

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di Emiliano Sbaraglia

Bisognava attraversarla tutta, la manifestazione di Roma, per capire quello che è accaduto e soprattutto quello che poteva accadere, se la capitale italiana non fosse stata messa a ferro e fuoco da qualche centinaio di ultras della violenza, che non a caso sul blindato dei carabinieri bruciato nei dintorni di piazza San Giovanni hanno apposto la firma “A.C.A.B” (All Cops Are Bastards), acronimo noto alle curve degli stadi e negli ambienti anarchici.

Attraversandola tutta, la prima cosa che saltava agli occhi era l’immenso fiume umano riversatosi nelle strade, ben oltre le previsioni e i numeri resi noti in queste ore. Basti pensare che, dopo essere stato costretto a partire prima dell’orario prestabilito per l’enorme numero di persone radunate tra piazza dei Cinquecento e piazza Esedra, dopo quattro ore il corteo ancora invadeva via Cavour, teatro dei primi episodi di guerriglia urbana. E se non fosse stata trasformata in un campo di battaglia, piazza San Giovanni avrebbe fatto fatica ad accogliere tutti i partecipanti.

Perché di gente ce n’era davvero tanta, e sia detto a chiare lettere, gli “indignati” sono loro: precari, pensionati, famiglie con bambini, ragazzi che ballavano e cantavano, provenienti da tutta Italia, che erano lì per rappresentare la vera Italia, un’Italia che, malgrado tutto e per fortuna, continua ad essere maggioranza.

Poi le cose sono andate come tutti hanno potuto osservare. E immaginiamo che non pochi si siano fregati le mani, sprofondati nelle comode poltrone dei cosiddetti palazzi del potere. Ma fossimo in loro saremmo cauti nel cantar vittoria per l’ennesima dimostrazione popolare finita tra idranti, lacrimogeni e lacrime amare.

Perché l’indignazione collettiva monta giorno dopo giorno, e pericolosamente si mescola con la rabbia esasperata; e come il surreale pomeriggio di Roma ha reso evidente in maniera inequivocabile, si tratta di una rabbia nichilista, sempre più difficile da prevedere e controllare. Sotto i caschi e dietro le sciarpe di molti di coloro che hanno scelto la strada della devastazione cieca si nascondevano anche volti giovani, molto giovani, facili da arruolare e sprezzanti del pericolo, che anzi diventa ai loro occhi l’unico modo per rendersi visibili al resto del mondo. Il “blocco nero” che si era posizionato al centro del corteo marciava tenendo in testa uno striscione che recitava così: “Non chiediamo il futuro, ci prendiamo il presente”. E agli adulti che li invitavano ad andarsene se non volevano scoprire i loro volti, rispondevano col dito medio alzato e un coro beffardo: “pacifisti servi”. Proprio davanti al Colosseo, si è passati dallo scontro verbale a quello fisico, con momenti di tensione emblematici, che simboleggiano un conflitto generazionale di drammatica portata.

Chiunque soffi sul fuoco di una simile situazione sociale, che veramente è arrivata ai confini dell’emergenza nazionale, è e sarà responsabile e colpevole tanto quanto coloro che hanno trasformato una imponente manifestazione di protesta civile in una ordinaria giornata di follia.

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Pomeriggio del 15 ottobre – Una lettura dei fatti https://minimaetmoralia.it/societa/pomeriggio-del-15-ottobre-una-lettura-dei-fatti/ https://minimaetmoralia.it/societa/pomeriggio-del-15-ottobre-una-lettura-dei-fatti/#comments Sat, 15 Oct 2011 18:52:21 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5401 La prima cosa che mi viene da dire contro i fascisti, gli infiltrati, il blocco nero, cioè tutti coloro che hanno rovinato la manifestazione del 15 ottobre a Roma, è che avete profanato Piazza San Giovanni, un luogo cardine della storia del movimento operaio italiano.

Lo avete fatto pensando che l'unica manifestazione buona è quella violenta, che l'unica cosa che conta non sia affermare quello in cui si crede, elaborare una strategia matura di lungo periodo, ma scontrarsi con violenza contro la polizia. E non capite che, così facendo, avete distrutto tutto. Non solo una manifestazione che poteva essere bella e invece è stata brutta, ma soprattutto la possibilità che un movimento al pari di quello spagnolo o americano potesse pacificamente sorgere in Italia.

La seconda cosa che mi viene in mente è che siamo qui a dire e ridire cose che diciamo da dieci anni. Basta con la spirale “violenza di pochi-repressione per tutti”. Basta con i soliti vicoli ciechi. Basta con la coreografica messa in scena di chi organizza la propria violenza, in molto talmente coreografico, nel suo gioco delle parti con le forze di polizia, da non avere niente di spontaneo. Neanche la minima traccia di spontaneità...

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La prima cosa che mi viene da dire contro i fascisti, gli infiltrati, il blocco nero, cioè tutti coloro che hanno rovinato la manifestazione del 15 ottobre a Roma, è che avete profanato Piazza San Giovanni, un luogo cardine della storia del movimento operaio italiano.

Lo avete fatto pensando che l’unica manifestazione buona è quella violenta, che l’unica cosa che conta non sia affermare quello in cui si crede, elaborare una strategia matura di lungo periodo, ma scontrarsi con violenza contro la polizia. E non capite che, così facendo, avete distrutto tutto. Non solo una manifestazione che poteva essere bella e invece è stata brutta, ma soprattutto la possibilità che un movimento al pari di quello spagnolo o americano potesse pacificamente sorgere in Italia.

La seconda cosa che mi viene in mente è che siamo qui a dire e ridire cose che diciamo da dieci anni. Basta con la spirale “violenza di pochi-repressione per tutti”. Basta con i soliti vicoli ciechi. Basta con la coreografica messa in scena di chi organizza la propria violenza, in molto talmente coreografico, nel suo gioco delle parti con le forze di polizia, da non avere niente di spontaneo. Neanche la minima traccia di spontaneità…

Eppure siamo qui a dire sempre le stesse cose. E francamente ci siamo un po’ stancati. Siamo stanchi di ragionare sulle vostre non ragioni. Non siete compagni che sbagliano. Siete fascisti, e della peggior specie: distruttori sistematici di tutto quello che potrebbe nascere in modo diverso.

La terza cosa che mi viene in mente è una riflessione sulle vostre facce, le vostre urla, la vostra foga piccolo-borghese di chi in realtà ha poca esperienza del mondo. Mi ha colpito il fatto che molti di voi fossero ragazzini di 16-17, al massimo 20 anni. I cani sciolti e i capi ambigui tra voi erano molto più anziani, come sempre, ma molti di voi – ho visto le vostre facce dietro i fazzoletti e le maschere, sotto i caschi – non avevano più di 20 anni.

E allora mi sono chiesto: da dove uscite fuori? In quali luoghi, su quali libri, attraverso quali lotte vi siete formati in questi anni? Cosa pensate della politica, dal momento che non avete altre idea di manifestazione politica che questa?

C’è una parte di questa manifestazione in cui, per chi come me ne ha viste molte di storie andare a male e di movimenti nascenti evaporare sotto la violenza di pochi, non ci si può riconoscere. Siete nemici e provocatori, sfascisti, il miglior regalo per il governo Berlusconi, niente di più. Eppure non possiamo non pensare ai più giovani tra loro. Non possiamo non interrogarci sul fatto che la loro foga muta, che non ha niente di genuino, in questi anni non abbia incontrato alcuna forma di rappresentanza. Si è avvitata su se stessa, in assenza di un confronto reale, e oggi – come ieri – dà la stura a questa isteria. Purtroppo non siete soli. Purtroppo ci metterete molto tempo a capire che chi esorta le vostre azioni non ha niente di rivoluzionario. Fa il gioco antico dell’infiltrato. Fa il gioco antico della melma ai bordi dei movimenti. Alimenta il gioco antico delle cariche e della militarizzazione delle nostre città. In favore di chi?

Il convulso blocco italiano degli ultimi mesi è fatto anche di questo.

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15 ottobre https://minimaetmoralia.it/interventi/15-ottobre/ https://minimaetmoralia.it/interventi/15-ottobre/#comments Fri, 14 Oct 2011 16:47:24 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5394 di Christian Raimo E sì, le cose stanno cambiando, se i desideri diventano hashtag, i musei accampamenti, le biblioteche la camera da chiudere a chiave se inviti a cena qualcuno. Ci sono doni dappertutto, le cose stanno cambiando: i defender sono le porte di un frigo: puoi appiccicarci il tuo magnete con scritto: il gioco […]

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di Christian Raimo

E sì, le cose stanno cambiando, se i desideri diventano hashtag,
i musei accampamenti, le biblioteche
la camera da chiudere a chiave se inviti a cena qualcuno.
Ci sono doni dappertutto, le cose stanno cambiando:
i defender sono le porte di un frigo:
puoi appiccicarci il tuo magnete con scritto:
il gioco consiste nello stare seduti.

L’ultima volta, è vero, ci siamo mancati,
ma stavolta è diverso. Le cose stanno cambiando,
il teatro è un alcova, un planetario che si spegne
e si accende, un parlamento perfetto. (Anche se sono anni
che tra noi ci si è sentiti soltanto
in forma privata, per sms
in cui digitavi in modo convulso:
“Nessun rimorso”, “Qui brucia tutto”, ma poi per prudenza
finivi con una faccina del tipo :-),
e tutto cominciava da capo.)

Ma le cose – ascoltami – stanno cambiando.
La banche sono piste da rollerblade,
le macchine kindergarten arredati di tutto,
le scuole il posto dove passare la notte,
i debiti la carta con cui si esce dal gioco.

Chiama tuo padre, digli di resuscitare dai morti,
convincilo, almeno per vedere come suo figlio utilizza
i soldi che gli ha lasciato sul conto:
le strade diventano il ballo finale,
l’asta dello striscione una spina dorsale.

Così è accaduto, solo a forza di provare e provare:
quella paura che avevi ogni cena
è diventato un dispaccio ufficiale.
Il tempo, il tempo infinito
comincia finalmente a passare.

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Questa breve poesia fa parte dello speciale del manifesto che esce domani.

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