Adelaide Cioni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/adelaide-cioni/ un blog di approfondimento culturale Sun, 16 Jul 2017 17:12:29 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Adelaide Cioni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/adelaide-cioni/ 32 32 Tradurre Cheever, il meraviglioso https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tradurre-john-cheever/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tradurre-john-cheever/#comments Thu, 17 Aug 2017 05:00:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21365 Dal nostro archivio, un intervento di Adelaide Cioni apparso su minima&moralia il 9 giugno 2014.

I due libri di John Cheever, i Racconti e i suoi diari (Una specie di solitudine), entrambi editi da Feltrinelli nel 2012, sono forse la cosa letteraria più bella uscita in Italia negli ultimi anni. L'aura che si sprigiona da questa sorta di doppia autobiografia letteraria, fiction e non fiction, non smette di irraggiare meraviglia. Dopodomani, 11 giugno, a Roma a Palazzo Incontro in via dei Prefetti 22, in un incontro per la rassegna di traduzione letteraria organizzata dalla Regione Lazio con il progetto ABC Cultura, Adelaide Cioni parlerà del suo lavoro di traduzione, per poi lasciare la parola alle letture di Daria Deflorian. Qui di seguito riportiamo la sua appassionata postfazione ai Racconti.

(L'immagine è un frame del film Il nuotatore, tratto dall'omonimo racconto)

di Adelaide Cioni

A volte fra traduttori e autori ci sono incontri che assomigliano a delle promesse. La prima volta che ho letto il nome di John Cheever è stata dodici anni fa, quando vidi Il nuotatore, appena uscito in Italia per Fandango. Ricordo distintamente che mi stupii allora nel provare un inspiegabile quanto profondo senso di nostalgia per quel nome a me nuovo, e per un attimo pensai che avrei voluto tradurlo. Perciò quando dieci anni dopo ho ricevuto la telefonata dell’editor di Feltrinelli che mi proponeva di tradurre i racconti e i diari ancora inediti in Italia, mi è suonata come una risposta. La nostalgia che avevo provato sfogliando Il nuotatore era la nostalgia di un evento futuro.

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Dal nostro archivio, un intervento di Adelaide Cioni apparso su minima&moralia il 9 giugno 2014.

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I due libri di John Cheever, i Racconti e i suoi diari (Una specie di solitudine), entrambi editi da Feltrinelli nel 2012, sono forse la cosa letteraria più bella uscita in Italia negli ultimi anni. L’aura che si sprigiona da questa sorta di doppia autobiografia letteraria, fiction e non fiction, non smette di irraggiare meraviglia. Dopodomani, 11 giugno, a Roma a Palazzo Incontro in via dei Prefetti 22, in un incontro per la rassegna di traduzione letteraria organizzata dalla Regione Lazio con il progetto ABC Cultura, Adelaide Cioni parlerà del suo lavoro di traduzione, per poi lasciare la parola alle letture di Daria Deflorian. Qui di seguito riportiamo la sua appassionata postfazione ai Racconti.

(L’immagine è un frame del film Il nuotatore, tratto dall’omonimo racconto)

di Adelaide Cioni

A volte fra traduttori e autori ci sono incontri che assomigliano a delle promesse. La prima volta che ho letto il nome di John Cheever è stata dodici anni fa, quando vidi Il nuotatore, appena uscito in Italia per Fandango. Ricordo distintamente che mi stupii allora nel provare un inspiegabile quanto profondo senso di nostalgia per quel nome a me nuovo, e per un attimo pensai che avrei voluto tradurlo. Perciò quando dieci anni dopo ho ricevuto la telefonata dell’editor di Feltrinelli che mi proponeva di tradurre i racconti e i diari ancora inediti in Italia, mi è suonata come una risposta. La nostalgia che avevo provato sfogliando Il nuotatore era la nostalgia di un evento futuro.

L’idea di tradurre Cheever metteva comunque soggezione. Tanto per cominciare è stato tradotto, e credo amato, da diversi bravissimi traduttori prima di me, e questo è sempre problematico; poi c’era la questione della fama, il fatto che è stato osannato come il “decano”, il “Cechov” del racconto americano. Sono cose che intimoriscono, ma solo finché non ci si chiude in una stanza insieme all’autore e non si intraprende quel dialogo sfiancante e intimo che è la traduzione, dove ogni valutazione legata al prestigio e alla storia decade di fronte al lavoro sulle parole, alla realtà oggettiva del testo.

Al principio, quando ancora stavo solo leggendo i racconti, avevo deciso che l’aspetto che mi premeva di più rendere della scrittura di Cheever era il lirismo, la sua estrema capacità di nominare le cose in modo da farcele vedere reali e poetiche insieme, ma poco dopo mi sono resa conto che era del tutto inutile concentrarmi su singoli aspetti estetico-formali e che la vera impresa era al contempo molto più semplice e molto più complessa: il punto era scegliere le parole per un uomo che oltre ad avere una portentosa facilità narrativa (pare che a otto anni intrattenesse maestre e compagni di scuola improvvisando storie che duravano ore), viveva con più lucidità e maggiore sofferenza di tanti altri le proprie contraddizioni.

L’incoerenza è un lusso che la maggior parte di noi fatica a concedersi apertamente. La pratichiamo tutti, ma con vergogna. Tendiamo sempre a voler dare al mondo e a noi stessi un’immagine lineare di quello che siamo, ma è un’illusione, ed è del tutto fuorviante nella ricerca della verità. Serve all’ordine psico-sociale, ma è fasulla. Per quanto riguarda l’universo della narrativa, poi, costruire personaggi coerenti è una delle prime regole che insegnano nelle scuole di scrittura, sebbene questo non corrisponda mai alle cose come le viviamo. Perché noi siamo incoerenti: cambiamo idee e simpatie, tradiamo, ci rinnamoriamo. Non siamo monolitici nel nostro sentire e agire. Se lo fossimo il mondo sarebbe immobile. Il problema è dirlo, ammetterlo, e dopo averlo ammesso raccontarcelo. E raccontarcelo in modo da farlo apparire verosimile. Cheever diceva della verisimiglianza che “è una tecnica per rassicurare il lettore della veridicità di quello che gli si sta raccontando. Se il lettore è convinto di stare su un tappeto, glielo si può strappare via da sotto i piedi.” È l’elemento dello stupore, ovvero l’altra faccia dell’incoerenza.

Ne L’oceano seguiamo il protagonista per quindici pagine in cui ci parla con terrore di sua moglie, dalla quale teme di essere avvelenato, salvo poi, negli ultimissimi paragrafi, ricordarsi improvvisamente quanto è innamorato di lei, quanto è bella, quanto sono grandi e profondi i suoi occhi azzurri che sembra potersi togliere dalle orbite e infilarsi in tasca. Siamo sconvolti dall’improvvisa piega che prende il racconto, eppure gli crediamo, ci sentiamo immediatamente più vicini al protagonista e ci stupiamo di quanto siano abbondanti le risorse d’amore presenti in lui come in ciascuno di noi. Non è impresa da poco per un racconto di poche pagine.

Saul Bellow diceva che chi legge la raccolta dei racconti di Cheever “assiste a una drammatica metamorfosi. La seconda metà del libro è diversissima dalla prima” e passava poi ad accennare a un senso di progressiva espansione e trasformazione dell’autore. Sono grosso modo i racconti che erano fino ad oggi inediti in Italia, quelli della vecchiaia, potremmo dire. Ed è vero, Cheever cambia. Le analisi diventano più acutamente profonde e il realismo delle situazioni va slabbrandosi a favore di un aumento delle possibilità narrative. Cheever si concede di giocare di più con il surreale, si potrebbe quasi dire che diventa più sperimentale se non fosse che lui si sarebbe innervosito di fronte a una definizione del genere. (Quando gli venne chiesto se si sentisse attratto dalla sperimentazione, rispose seccamente: “La narrativa è sperimentazione; quando smette di esserlo, smette di essere narrativa. Non si scrive mai una frase se non si pensa che non è mai stata scritta in quel modo, e che forse addirittura la sua stessa sostanza non è mai stata provata.”)

Quel che è certo è che con l’avanzare del tempo Cheever diventa più penetrante nell’esprimere la sua visione, più libero ed efficace nel desiderio di spogliare le cose e smantellare le ipocrisie della vita borghese, più disposto a incidere quella “cartilagine di decoro” che ricopre il pathos delle nostre vite e ad assumere toni più lirici e in un certo senso disperati. Ed ecco allora racconti come Il quarto allarme, La morte di Justina, Una visione del mondo, Mene, Mene, La geometria dell’amore, I gioielli dei Cabot, per parlare solo di alcuni di quelli fino a ora inediti in Italia, pezzi assolutamente geniali, che riescono a combinare critica sociale, lirismo, comicità.

Ora, ho dimenticato di dire che Cheever era attaccatissimo a quella stessa società di cui descriveva la meschineria, in una felice rassegnazione che pochi avrebbero il coraggio di riconoscersi. Come il protagonista de Il quarto allarme che non riesce a staccarsi da quei due o tre oggetti che rappresentano le sue uniche sicurezze: il portafoglio, l’orologio, le chiavi della macchina. O come quello de La chimera che potrebbe divorziare dalla moglie e lasciare i figli ma non potrebbe mai separarsi dal vialetto di casa sua, dalle sue piante, dalle tegole del tetto che ha riparato con le sue mani. E come loro tanti altri. In fondo è una riflessione sincera su quanto abbiamo bisogno della società in cui viviamo, pur sapendo che ci rende infelici, perché a volte invece, con la luce giusta e gli alberi in fiore, ci rende felici eccome. È tutta una questione di sguardo e di momenti, e Cheever aveva spesso lo sguardo di un innamorato. Leggiamo ne I gioielli dei Cabot: “I bambini annegano, donne bellissime vengono maciullate in incidenti stradali, le navi da crociera affondano e gli uomini muoiono di morte lenta nelle miniere o nei sottomarini, ma non troverete niente di tutto questo nei miei racconti. Nell’ultimo capitolo la nave rientra in porto, i bambini vengono salvati, i minatori vengono estratti da sottoterra.”

E Cheever fa questo per noi: dopo aver scandagliato le voragini che si spalancano sotto i nostri piedi a ogni passo, riesce a salvarci. Per un caso fortunato, per un dettaglio banale ma miracoloso, per una pioggia improvvisa. Come se volesse dire che il cinismo è solo uno dei modi possibili di osservare le cose, e che esiste un altro sguardo che possiamo adottare, quello che ammette l’incoerenza, la possibilità della purezza, lo stupore davanti alla potenza della luce, della bellezza, dell’amore. È uno stupore che tocca anche noi, lo conosciamo bene, è tanto profondo quanto pervasivo, ed è quello che ci tiene in vita. Per questo bisogna leggere Cheever, perché è uno di quei rari, grandi scrittori che mentre ci attira dentro le sue storie non smette mai di ricordarci cosa significa essere umani.

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Credo che i miei lettori portino scarpe da ginnastica. Le lettere John Cheever https://minimaetmoralia.it/libri/credo-che-i-miei-lettori-portino-scarpe-da-ginnastica-le-lettere-john-cheever/ https://minimaetmoralia.it/libri/credo-che-i-miei-lettori-portino-scarpe-da-ginnastica-le-lettere-john-cheever/#comments Fri, 30 Jan 2015 06:00:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25157 di Valentina Della Seta

Scrive Benjamin Cheever: «Mio padre era di un candore estremo, quasi compulsivo, con noi figli. Capivo quando aveva bevuto troppo gin. Capivo quando era in imbarazzo, capivo quando commetteva adulterio. Capivo perfino che tonalità di rossetto lei portasse. Ho spesso udito più di quanto volessi. Ma sono ancora sconvolto da alcune cose che ho scoperto». È un passo della prefazione alla raccolta delle Lettere del padre, John Cheever, pubblicate negli Stati Uniti nel 1988. Il libro esce ora per la prima volta in Italia (Feltrinelli Comete, traduzione di Tommaso Pincio, pp. 488, euro 35,00).
Lo scrittore definito il Čechov dei sobborghi e lOvidio di Ossining, autore di più di cento racconti e di cinque romanzi brevi, era morto nel 1982 a settant’anni.

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John CheeverQuesto articolo di Valentina Della Seta è uscito sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata. (Fonte immagine)

di Valentina Della Seta

Scrive Benjamin Cheever: «Mio padre era di un candore estremo, quasi compulsivo, con noi figli. Capivo quando aveva bevuto troppo gin. Capivo quando era in imbarazzo, capivo quando commetteva adulterio. Capivo perfino che tonalità di rossetto lei portasse. Ho spesso udito più di quanto volessi. Ma sono ancora sconvolto da alcune cose che ho scoperto». È un passo della prefazione alla raccolta delle Lettere del padre, John Cheever, pubblicate negli Stati Uniti nel 1988. Il libro esce ora per la prima volta in Italia (Feltrinelli Comete, traduzione di Tommaso Pincio, pp. 488, euro 35,00).

Lo scrittore definito il Čechov dei sobborghi e lOvidio di Ossining, autore di più di cento racconti e di cinque romanzi brevi, era morto nel 1982 a settant’anni.

In Italia il suo nome, fino qualche tempo fa, non era molto noto, anche se Cheever aveva vissuto per un anno a Roma nel 1957, ne aveva scritto e vi era nato il suo figlio minore Federico (i suoi primi romanzi, usciti in quegli anni, furono pubblicati in Italia da Garzanti e Longanesi. Poi riscoperti, a partire dal 2000, da Fandango).

Cheever,  troppo giovane per sentirsi parte della lost generation di Francis Scott Fitzgerald e di Ernest Hemingway, troppo vecchio per essere annoverato tra i cantori della liberazione sessuale al maschile, come Philip Roth o John Updike, era riuscito a mantenere fino all’ultimo, agli occhi del mondo, la propria immagine di aristocratico wasp, padre di famiglia sposato per quarant’anni con la stessa donna, amante dei cani Labrador, delle passeggiate in campagna e delle camicie azzurre di Brooks Brothers.

Ma è anche un altro l’uomo che viene fuori dalla corrispondenza. E dai diari, usciti in Italia per la prima volta nel 2012, tradotti da Adelaide Cioni, con il titolo Una specie di solitudine.

I diari testimoniano come Cheever fosse consapevole, e sempre di più man a mano che li scriveva, di stare mettendo in atto il raffinato artificio di mettersi a nudo: «Quando un autore affermato tiene un diario» scrive Tommaso Pincio nella postfazione alle Lettere, «non scrive soltanto per se stesso. A meno di mettere in conto di distruggerli, sa che i suoi pensieri intimi possono diventare materiale per un libro postumo. Cheever non distrusse nulla né chiese ai suoi cari di farlo, anzi sollecitò uno dei suoi figli a leggere i suoi diari. Possiamo dunque pensare che in essi abbia messo cose che non poteva dire apertamente in vita, ma che non voleva tenere segrete per sempre». I segreti di Cheever avevano a che fare soprattutto con il sesso, con il contrasto tra i propri desideri, che non gli davano tregua, e le opinioni che credeva di avere: «Mio padre era un uomo di enormi e importanti contraddizioni» racconta Benjamin nella sua prefazione che, insieme con le note, ne fa un libro nel libro. «Fu un adultero che scrisse convincenti elogi della monogamia. Fu un bisessuale che detestava qualunque segno di ambiguità sessuale. Da ragazzo ignoravo il significato della parola “omofobico”, ma sapevo cosa volesse dire “checca” e la sentii usare».

Ecco cosa scrive John Cheever nei diari, in una pagina senza data dei tardi anni Cinquanta: «Pranzo al Plaza. C’è Truman Capote nella Oak Room. Ha la frangia tinta di giallo, la voce da bambina, la risata da baritono, e sembra un appariscente cocotte maschio. Chissà quanto tempo ci perde, d’altro canto deve essere un modo molto limitato di muoversi nella vita». Cheever invece ha vissuto molte vite, una dentro l’altra, soffrendo ma anche divertendosi molto, e di certo amandole tutte. Per capirlo basta leggere in parallelo la narrativa, i diari e le lettere: tre binari che alla fine si ricongiungono, nonostante la malattia degli ultimi anni, in una sorta di lieto fine.

Cheever, come nota Tommaso Pincio, nei diari è un uomo che sa di essere guardato. Nelle lettere, che non desiderava fossero rese pubbliche e di cui infatti non aveva mai conservato le minute (sono state recuperate tra i destinatari), è impegnato a sedurre donne e uomini, a congratularsi con gli scrittori amici come John Updike e Saul Bellow, e a invidiarli e denigrarli dietro le spalle, a volte a colpirli con frecciate sottili. Come nel caso dell’aneddoto su Philip Roth, raccontato da Blake Bailey nella biografia, minuziosa fino all’ossessione, che ha dedicato a Cheever nel 2009. All’uscita del romanzo Bullet Park (1969) Roth gli aveva scritto una lettera enumerando le pagine del libro che gli erano piaciute di più. La risposta di Cheever era stata più o meno questa: «Grazie per avermi scritto i numeri delle pagine. Sono andato a rileggere tutte. Io ho trovato Portnoy grandioso, dalla prima pagina fino all’ultima». Le lettere sono il luogo dove Cheever abbassa la guardia, e le tragedie della sua vita prendono la piega di tragicommedie: «Vorrei vivere in un mondo in cui non ci siano omosessuali ma immagino che in Paradiso ve ne siano tantissimi», scrive in una lettera del 1968 alla amica e traduttrice in russo Tanya Litvinov.

John Cheever, tra le altre cose, ha saputo descrivere la felicità come pochi altri: «I bambini affogano, donne bellissime vengono maciullate in incidenti stradali, le navi da crociera affondano e gli uomini muoiono di morte lenta nelle miniere o nei sottomarini» scrive ne I gioielli dei Cabot (1972), «ma non troverete niente di tutto questo nei miei racconti. Nell’ultimo capitolo la nave rientra in porto, i bambini vengono salvati, i minatori vengono estratti da sottoterra».

E poi c’è Falconer (1977), forse il suo lavoro di narrativa più bello. Cheever era nato con il dono di creare storie avvincenti mettendo insieme piccoli dettagli. Da bambino, a Quincy in Massachussets,  frequentava una scuola anti-autoritaria e si racconta che la maestra, se la classe si comportava bene, la premiasse con una storia improvvisata da John. Da adulto, pur guadagnandosi da vivere soprattutto con i racconti rassicuranti che piacevano al New Yorker dell’epoca (una rivista elegante, ma per famiglie) Cheever sapeva di valere molto di più. E nonostante il gin, il whisky, le birrette, le faticose e quasi mortali alternanze di sbronze e dopo-sbronze, era riuscito a non smettere mai di sperimentare. Cheever aveva iniziato a buttare giù Falconer quando ancora beveva, nel 1975. Poi, a sessantatré anni, ormai sul punto di schiattare e con nessun organo che funzionava a dovere, si era disintossicato. Ed era riuscito a finire il libro: l’epopea di un brav’uomo, il professore universitario Farragut, in galera per l’omicidio del fratello; eroinomane; bramosamente innamorato di un galeotto sexy e approfittatore (Si sedette nella cuccetta e prese nella mano destra loggetto più interessante, più mondano, più sensibile e più nostalgico che cera nella cella, scrive a proposito del sesso del protagonista).

Falconer è a conti fatti la storia di una liberazione in prigione, un po’ come la vita del suo autore: «Alla soglia dei settanta» racconta il figlio, «pur scrivendo lettere d’amore depravatamente oscene a più di un giovanotto (Carissimo Allan, le mie insistenze sessuali ed epistolari sono ben note. Mi auguro davvero che tu sia stato più accondiscendente con le prime), si alzava anche alle sette del mattino e preparava il vassoio della colazione per mia madre. Vi metteva un muffin inglese, un uovo, un succo di arance fresche e un vaso di vetro con una rosa. Le portava il vassoio a letto e cercava d’infilarsi sotto coperte».

In foto Cheever non sembra particolarmente bello, ha l’aria mesta e un po’ fané. Ma poi ci si imbatte su YouTube in una registrazione del 19 dicembre 1977 in cui legge una parte del racconto Il Nuotatore: «Non era uno che amava particolarmente gli scherzi, né era un buffone, ma era volutamente originale, e si considerava in generale, e modestamente, un personaggio leggendario». Leggendario, e con una voce perfetta per sussurrare frasi oscene.

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John Cheever e Roma https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/john-cheever-e-roma/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/john-cheever-e-roma/#comments Wed, 04 Jun 2014 14:55:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21232 È uscito il nuovo numero di Nuovi Argomenti dove, tra le altre cose, si può trovare Granturismo, una bella sezione curata da Francesco Longo con contributi di Annalena Benini, Filippo Bologna, Stefano Adami, Paola Soriga, Massimo Palma, Giulio Silvano e Fabio Stassi. Pubblichiamo il pezzo di Francesco Longo su Cheever e l'Italia e vi invitiamo a comprare e a leggere la rivista. (Fonte immagine)

«Dopo essermi interrogato per tanti mesi sulla profondità e la genuinità del mio amore per l’Italia, dopo aver immaginato tante volte questa scena, me ne sto sul ponte di poppa, fissando le scogliere lungo la costa: tutto scivola via e scompare con la stessa insignificanza e rapidità di un castello di carte.» La sensazione di un mondo che scivola verso l’oblio invade John Cheever quando, dopo quasi un anno trascorso a Roma, i motori della nave lasciano il porto di Napoli per riconsegnarlo all’America.

L’idea che il suo periodo in Italia sia giunto a un grande tramonto risulterà però un inganno dei sensi. I suoi mesi non spariranno affatto senza lasciare traccia, anzi, un immaginario nuovo affiorerà presto nella sua produzione artistica. A Cheever non soltanto capiterà di tornare col pensiero al suo soggiorno a Roma – sono sufficienti delle nuvole colorate di arancio «entrando a New York in macchina nel crepuscolo piovoso», perché il pensiero torni alla capitale italiana –; ma è soprattutto nella stesura dei racconti che riemergerà la terra assolata, lo stile di vita semplice, le donne seducenti, il paesaggio dolce e sciatto e l’ambigua mentalità mediterranea, tutto ciò che gli parve venisse inghiottito dall’orizzonte nell’atto di salpare.

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È uscito il nuovo numero di Nuovi Argomenti dove, tra le altre cose, si può trovare Granturismo, una bella sezione curata da Francesco Longo con contributi di Annalena Benini, Filippo Bologna, Stefano Adami, Paola Soriga, Massimo Palma, Giulio Silvano e Fabio Stassi. Pubblichiamo il pezzo di Francesco Longo su Cheever e l’Italia e vi invitiamo a comprare e a leggere la rivista. (Fonte immagine)

L’Italia: un castello di carte

«Dopo essermi interrogato per tanti mesi sulla profondità e la genuinità del mio amore per l’Italia, dopo aver immaginato tante volte questa scena, me ne sto sul ponte di poppa, fissando le scogliere lungo la costa: tutto scivola via e scompare con la stessa insignificanza e rapidità di un castello di carte.» La sensazione di un mondo che scivola verso l’oblio invade John Cheever quando, dopo quasi un anno trascorso a Roma, i motori della nave lasciano il porto di Napoli per riconsegnarlo all’America.

L’idea che il suo periodo in Italia sia giunto a un grande tramonto risulterà però un inganno dei sensi. I suoi mesi non spariranno affatto senza lasciare traccia, anzi, un immaginario nuovo affiorerà presto nella sua produzione artistica. A Cheever non soltanto capiterà di tornare col pensiero al suo soggiorno a Roma – sono sufficienti delle nuvole colorate di arancio «entrando a New York in macchina nel crepuscolo piovoso», perché il pensiero torni alla capitale italiana –; ma è soprattutto nella stesura dei racconti che riemergerà la terra assolata, lo stile di vita semplice, le donne seducenti, il paesaggio dolce e sciatto e l’ambigua mentalità mediterranea, tutto ciò che gli parve venisse inghiottito dall’orizzonte nell’atto di salpare.

I mesi romani non trascorsero diversamente dalla sua condotta americana. Cheever arriva a Roma nel 1957 con la moglie Mary, la figlia Susan (Susie) di quattordici anni e il figlio Benjamin (Ben) di nove. Il terzo figlio, Federico, nascerà proprio in un ospedale a Roma (Susan e Benjamin diventeranno scrittori, Federico sarà professore di diritto all’università).

Come sempre, anche durante il soggiorno italiano, Cheever è sopraffatto da sentimenti ambivalenti: oscilla tra fitte di gioia e assalti di tristezza, stati d’animo che vengono alterati dal continuo ricorso a bicchieri di gin e di whisky. Esattamente come avveniva nel mondo provinciale che si è lasciato alle spalle, l’autore che un anno prima ha pubblicato The Wapshot Chronicle è attraversato da crisi di insicurezza e passioni incontenibili, sempre alla ricerca di «un equilibrio fra lo scrivere e il vivere».

È sufficiente, per capire la contraddittorietà delle fazioni che si danno battaglia nella sua anima, osservare ciò che appunta nel diario proprio il giorno seguente alla nascita del figlio Federico. Cheever va e torna dall’ospedale in autobus. Una volta a casa, è consapevole di non aver mai amato così un bambino, eppure gli basta nulla perché i suoi assilli si accendano e lo portino altrove: «e mentre guardo giù in strada dal balcone bramo la libertà dei giovani maschi sulle decappottabili che vanno giù a Ostia a scatenare l’inferno, e noto che un uomo può ricevere quasi tutto ciò che il mondo ha da offrire e continuare ugualmente a desiderare altro».

Neanche Roma, dunque – col suo cielo incantevole, col vento gelido che fa muovere le foglie, traboccante d’arte e con un passato da scoprire in ogni rovina – riesce a sedare i suoi tormenti. «La prima notte a Roma vado a piedi sulla scalinata di piazza di Spagna. Sono un po’ deluso. Ma trovo le persone bellissime e non camuffate, come a casa. Le ragazze incantevoli e gli uomini belli, galanti. Quando vedo un americano non sembra altrettanto ben integrato né altrettanto ben vestito. Non siamo una nazione di guardoni però sembriamo introspettivi.»

Agli occhi di Cheever, Roma si manifesta soprattutto nei corpi attraenti dei suoi abitanti. Nel cuore della notte si sveglia preda di preoccupazioni senza nome. Non si contano le volte che scrive: «uscendo da Palazzo Doria verso le cinque o le sei – il tumulto di una grande città al calare della sera – sono preoccupatissimo e ho un bisogno lancinante di bere qualcosa»; oppure: «sono le quattro e sono a Roma e voglio da bere».

Non sarebbe John Cheever se non fosse scosso da ogni dettaglio della realtà, se non fosse pungolato da voglie vergognose e se non ormeggiasse continuamente su isole di serenità assoluta dove godere momenti di beatitudine. Roma non è una vacanza e non è un periodo di lavoro. Roma è uno specchio: «forse questo viaggio da un paese a un altro getta una luce troppo indiscreta sulla struttura raffazzonata della mia vita».

Com’è dunque questa Roma che si schiude sotto i passi di uno dei maggiori scrittori americani di racconti del Novecento? Quali furono le prime impressioni? «La gente – scrive sui taccuini – parla di Roma come noi parlavamo del campo scout: la odierai per le prime due settimane poi non vorrai andartene più. Quindi la cosa più intelligente da fare è lasciar passare queste tempeste di estraneità e vedere come si sta fra due settimane o un mese.»

Per uno scrittore straniero, il viaggio in Italia è sempre anche un momento di riflessione sull’arte, sul passato della civiltà e indirettamente sulle origini della cultura a cui appartiene. Ai tempi di Cheever, il mito del viaggio in Italia alla ricerca della bellezza è diventato però esso stesso un monumento di cui essere spettatori. Sono emblematiche, a questo proposito, le frasi che si leggono nei diari, pubblicati da Feltrinelli nel volume intitolato Una specie di solitudine (tradotto da Adelaide Cioni, 2012).

Com’è capitato a tutti gli scrittori che intrapresero il Gran Tour, anche in Cheever abita un senso di stupore verso l’antica Roma, seppure non cristallino e quasi mai immediato. Nel momento in cui sta per risuonare dentro di lui la sublimità, sopravviene sempre qualche elemento di distrazione:

Quanto alle rovine, il rappresentate di rotative americano venuto in aereo per un convegno di otto ore dice, nel bar di questo albergo scalcagnato: «Cristo, qui si vede proprio da dove veniamo tutti quanti: cioè il senso del passato è pazzesco». Ma non è sempre facile sentirlo. I libri turistici, le guide, i nostri amici e conoscenti, e persino gli sconosciuti ci invitano a soccombere di fronte al senso del passato, ma il presente allora? In piedi dentro il Pantheon rimango impressionato dalla cupola, ma i bambini mi tirano per la giacca e mi chiedono di comprare dei pasticcini o di portare a casa uno degli splendidi gatti che poltriscono sotto il portico. Andando a incontrare E: alle Terme di Caracalla in un crepuscolo piovoso, entro brevemente a guardare gli ammassi colossali di mattoni poi osservo dei ragazzini che provano dei colpi a calcio in un campetto. Mi interessano molto di più loro.

Ecco che già ai primi contatti, il fascino delle rovine sfugge per le troppe interferenze. Una via paradossalmente più autentica, forse, per accedere ai richiami millenari, è farsi allora spettatore non solo del paesaggio che evoca epoche remote, ma dei fantasmi dei pellegrini culturali dei secoli più recenti.

E così, sulle tracce di quanti si misero in cerca della classicità, Cheever diventa un osservatore di secondo grado:

Io e Ben passiamo accanto al Foro che, con l’erba verde che ancora cresce tra le pietre, sembra due volte una rovina: una rovina dell’antichità e un monumento alla tenerezza che provavano i viaggiatori del diciottesimo secolo e diciannovesimo secolo, poiché non vediamo soltanto i fantasmi degli antichi romani ma vediamo anche i fantasmi di signore con il parasole e uomini con la barba e bambini che giocano in cerchio.

I fantasmi che ancora si aggirano orientano lo sguardo di Cheever che altrimenti risulterebbe inadatto a sintonizzarsi con le voci più polverose. A volte, il suo atteggiamento pare addirittura scettico, sfacciatamente sordo davanti alla vertiginosa e suadente illusione di poter toccare la Storia: «al Colosseo dico a Ben che i cristiani venivano divorati dai leoni, anche se credo che non sia vero. Mi colpisce la mole delle arcate esterne, eppure non vengo colto dal senso del passato in maniera altrettanto diretta di quando mi sono trovato nell’ufficio contabilità di Portsmouth. Ci sforziamo di sentire la presenza degli antichi romani, poi accarezziamo un gatto randagio».

Tornato in America, Cheever scriverà racconti per tutta la vita. Storie brevi e potenti che hanno avuto la forza di raccontare la classe media che si stava formando e l’America intera che cercava la sua identità. Sarà anche lui, insieme a Richard Yates, Harold Brodkey o Raymond Carver, a influenzare tutti gli scrittori che in seguito racconteranno i sobborghi, le città e la vita delle coppie che le abitano.

Streeter è un americano a Roma. Sente la necessità di imparare l’italiano. Tra scuole di lingua e insegnanti troppo avvenenti, i primi tentativi sono fallimentari finché non incontrerà Kate Dresser, anche lei americana. Streeter «adorava la camminata serale dal suo ufficio, poco oltre il Pantheon, alla casa di Kate». Tra i lati positivi del suo «esilio», Streeter prova un esaltante senso di libertà e «un’accresciuta consapevolezza della bellezza di ciò che ogni giorno poteva ammirare».

Streeter è il protagonista del racconto di Cheever che si intitola The bella lingua, in cui Roma profuma tanto di caffè quanto di incenso. Per Streeter le rovine della Roma repubblicana e imperiale sono disorientanti e inafferrabili, «ma tutto sarebbe stato più chiaro quando avrebbe saputo parlare l’italiano». Se si potesse giudicare da questo racconto, per Cheever esisteva forse un nesso strettissimo tra la conoscenza della lingua e la capacità di integrarsi in una cultura.

Addirittura, descrivendo una gita, sostiene il narratore che Streeter «non era in grado di capire una sola parola. Questo lo portò alla convinzione che egli, parimenti, non era in grado di capire il paesaggio».

La fortuna di Streeter è l’incontro con Kate e suo figlio Charlie, giovane amante del baseball. Presto il racconto cambia tono. Sta per arrivare in Italia uno zio che vuole prendere Charlie e riportarlo in America e Kate è angosciata. The bella lingua è un’occasione per raccontare la Roma che Cheever ha conosciuto e infatti Streeter fa lunghe camminate. Una domenica, passeggia all’infinito tra lo sferragliare dei tram, le persone con i pacchetti di dolci in mano, un incidente stradale, un funerale: «accanto alla tomba di Augusto notò un ragazzo che chiamava un gatto e gli offriva qualcosa da mangiare. Era uno delle migliaia di milioni di gatti che vivono tra le rovine dell’antica Roma e che mangiano rimasugli di spaghetti». Ancora gatti e rovine, come nei taccuini: forse un ricordo autobiografico?

Arrivato a casa, Streeter: «si versò un po’ di whisky e acqua in un bicchiere e uscì in balcone. Ammirò il calare della notte e le luci nelle strade che via via si accendevano. Fu preso dallo sconforto. Non voleva morire a Roma». Whisky in balcone, un altro ricordo autobiografico?

Lo zio George arriva a Napoli. Si mette in viaggio verso Roma. Nel percorso viene truffato («inveì di rabbia contro i ladri, pronunciò parole cariche d’odio contro l’Italia e contro tutta la sua popolazione di ladri, suonatori d’organetto e muratori») riproponendo una specie di topos letterario circa la tratta Roma-Napoli, visto che di incidenti nel percorso scrisse già Petrarca.

Kate chiede a Streeter di stare a casa quando arriverà lo zio, il cui impatto con Roma è ruvido: «Roma era brutta – scrive Cheever – o perlomeno lo era la periferia: tram e negozi di mobili a prezzo ridotto, strade che si ripiegavano su se stesse e appartamenti in cui nessuno vorrebbe vivere». «“Ecco, ecco Roma,” disse la guida. Ed era proprio così.»

Arrivato da Kate, George è disgustato: «“Questo paese è immorale,” disse lo zio George sedendosi in una delle sedie dorate. “Non ero nemmeno arrivato che mi hanno rubato quattrocento dollari e poi passeggiando per le strade qui a Roma non ho visto altro che statue di uomini senza vestiti. Nulla addosso!”». La conclusione è scontata: «“Voglio che tu e tuo figlio torniate a casa con me”».

Meno scontato è il finale del racconto, ed è impossibile non chiedersi con quale personaggio si identificò di più Cheever. Il figlio di Kate accetta subito la proposta dello zio, vuole lasciare l’Italia e andare in America. Cheever a Roma avvertì forse questo richiamo? La madre lo fulmina: «Come puoi avere nostalgia dell’America?». Cheever a Roma provò forse quest’impossibilità di avere nostalgia dell’America? Il figlio lotta, insiste, spiega: «Qui mi sento sempre estraniato. Tutte le persone per strada parlano una lingua diversa». La madre tuona: «La nostalgia di casa non esiste». Ecco un esempio classico di come nei racconti di John Cheever la tensione cresca fino a esplodere a volte in conflitti drammatici, con valori che conflagrano uno contro l’altro.

«Charlie, l’Italia ti mancherà» minaccia la madre. Cheever in America provò nostalgia per l’Italia? Il figlio sferra il colpo per ucciderla: «Mi mancheranno i capelli neri nel piatto».

Dopo aver ferito la madre ed essere corso a consolarla, il racconto si chiude. Qualche giorno dopo, Streeter torna a prendere la sua lezione di italiano, il figlio è partito: «E mentre si domandava se lei avrebbe menzionato Charlie o zio George, Kate si complimentò per i progressi fatti e lo incoraggiò a completare I promessi sposi e a comprare una copia della Divina Commedia».

Sono tanti, suggestivi e tutti interessanti, i volti con cui Roma si affaccia nei racconti di Cheever. Nella prima pagina della Duchessa, si legge: «Non era la Roma delle guide turistiche ma la Roma di oggi, il cui fascino non è certo dato dal Colosseo al chiaro di luna o da Piazza di Spagna bagnata da un acquazzone improvviso, ma dallo struggersi di una grande e antica città che, confusa, soccombe sotto la spinta del cambiamento». È in questo stesso racconto che le figure femminili si sciolgono nella città, che ora le incornicia e ora le esalta: «Ovunque l’avrebbero considerata bella, ma a Roma i suoi occhi azzurri, il suo pallido incarnato e i suoi capelli pieni di luce erano qualcosa di straordinario». Roma e le donne che vi abitano – il racconto è ambientato tra gli anni Trenta e Quaranta – sono a tal punto inscindibili che condividono un destino comune: «Sembrava che su quella donna affascinante, come in molto di ciò che ammirava di Roma, incombesse la minaccia dell’obsolescenza».

Nel racconto Una donna senza patria un americano e un’americana si incontrano al bancone di un bar dentro un hotel di Via Veneto, Roma è una terra in cui è impossibile mettere radici, la loro conversazione è appena iniziata quando lui dice a lei: «Ci sono giorni in cui non sento parlare una parola di americano decente. Si figuri che certe volte me ne sto in camera mia e mi parlo da solo per il piacere di sentire il suono della nostra lingua». Torna dunque il senso di estraneità dovuto alla differenza linguistica. Altre volte, come in Clementina, Roma è nobiliare e principesca.

Fu inevitabile, per il Cheever scrittore rientrato in America, tornare con la letteratura al porto di Napoli. E ripercorrere con la scrittura narrativa proprio il momento della partenza della nave che si stacca per tornare oltreoceano. L’occasione gli si presentò nella stesura del racconto che si intitola Boy in Rome, i cui personaggi vanno da Roma (qui descritta come una città in cui non si sente il rumore della pioggia: «mentre ero a letto quella notte, nella città in cui la pioggia non fa rumore») a Napoli. «Partimmo per Napoli quello stesso giorno, la nave per l’America salpava la mattina seguente: salutammo e seguimmo con lo sguardo le cime cadere nell’acqua non appena la nave cominciò a muoversi.»

Qui, rispetto ai taccuini, la prospettiva è dunque ribaltata. Il punto di vista non è di chi è a bordo in partenza e guarda la costa, ma di chi è a terra e osserva la nave che sta per prendere il largo. Scrive Cheever:

il porto di Napoli era ormai un fiume di lacrime, erano sempre tanti quelli che si commuovevano ogni volta che un’imbarcazione si staccava dal molo con il suo carico di emigranti. Mi domandai ancora una volta che tipo di sensazione avrei provato ad andarmene da qui e pensai agli amici di mia madre che non facevano altro che parlare di quanto amassero l’Italia, tanto che qualcuno, ascoltandoli avrebbe potuto immaginare che la penisola avesse più la forma di una donna nuda che di uno stivale.

Dopo averlo vissuto sulla propria pelle, Cheever fa sì che il protagonista si chieda cosa proverà nel lasciare l’Italia a bordo di una nave. Ed ecco che quel lontano timore che aveva vissuto in prima persona – la paura che tutto precipitasse nell’oblio – e che aveva registrato nei taccuini, trova, in un secondo momento, una forma letteraria: «Ne avrei sentito la mancanza, mi chiesi, o tutto si sarebbe sgretolato in un istante, crollato come un castello di sabbia? Tutto sarebbe scivolato via in un baleno e caduto nell’oblio?».

È la stessa identica immagine. L’Italia è un castello che si dissolve. Le traduzioni italiane suonano leggermente diverse, «castello di carte» nel diario, e «castello di sabbia» nel racconto Boy in Rome (tradotto da Leonardo Giovanni Luccone, uscito per la prima volta nel 1960 sulla rivista «Esquire», e contenuto nei Racconti, Feltrinelli 2012). Nella versione inglese invece c’è quasi una sovrapposizione: nei diari si legge «I stand at the stern deck, staring at the clile along the coast; it all slips and falls away as insignificantly and swiftly as a card house» e nel racconto Boy in Rome: «Would I miss it, I wondered, or would it all slip away like a house of cards, would it all slip away and be forgotten?».

Ma se la sensazione espressa nei diari può essere ancora vagamente autentica, la versione letteraria pare in confronto inevitabilmente una domanda retorica. L’uomo Cheever credette che l’esperienza italiana potesse svanire, il Cheever scrittore dovrebbe sapere che non è questa la realtà e potrebbe rassicurare il suo personaggio. Invece lo mette nella condizione di dubitare: tutto si sgretolerà?

L’Italia, per Cheever, non si sarebbe affatto sgretolata, né sarebbe caduta nell’oblio, ma sarebbe stata riedificata in America, mattone su mattone, parola su parola. Forse già nel viaggio di ritorno, Roma si sarebbe preparata nella testa di Cheever a diventare letteratura. Di certo, i suoi racconti avrebbero imitato la vita, e quell’inclinazione a credere che tutto ciò che fugge via possa essere recuperato con la nostalgia, il grande sconfinato magazzino dove tornano in piedi tutti i castelli di carte.

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Ricordando David Foster Wallace / 2 https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ricordando-david-foster-wallace-2/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/ricordando-david-foster-wallace-2/#respond Thu, 12 Sep 2013 11:45:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15449 Questo articolo è uscito sulla rivista Tradurre. (Foto: Giovanni Giovannetti)

di Norman Gobetti

Moriva, il 16 dicembre 1991, Pier Vittorio Tondelli. Prolifico operatore culturale, oltre che amatissimo scrittore, Tondelli aveva fondato nel 1990, insieme ad Alain Elkann ed Elisabetta Rasy, il quadrimestrale di letteratura «Panta». Dopo la morte di Tondelli, nel comitato editoriale di «Panta» subentrò lo scrittore statunitense Jay McInerney, che nel 1993 curò un numero dedicato ai nuovi narratori americani. Il volume presentava i racconti di quindici autori all’epoca quasi tutti inediti in Italia, fra cui Jennifer Egan, Jeff Eugenides, Mark Leyner, Donna Tartt e William T. Vollmann, tradotti da scrittori italiani come Michele Mari, Sandra Petrignani, Claudio Piersanti, Sandro Veronesi e Valeria Viganò. Fra gli altri c’era anche, nella versione di Edoardo Albinati, un racconto dal titolo Per sempre lassù. Nella sua introduzione, McInerney scriveva a proposito dell’autore di quel racconto: «Uno sperimentatore postmodernista [...] furiosamente creativo. [...] Le sue ambientazioni e le sue strategie narrative sono varie, ma sempre attualissime» (McInerney 1994, 14). Sono probabilmente le prime parole mai pubblicate in Italia a proposito di David Foster Wallace.

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Questo articolo è uscito sulla rivista Tradurre. (Foto: Giovanni Giovannetti)

di Norman Gobetti

Acqua in bocca, ovvero Tradurre l’infinito. David Foster Wallace in Italia

La vita è come il tennis vince chi serve meglio
Infinite Jest
(traduzione di Edoardo Nesi, Grazia Giua e Annalisa Villoresi, p. 1144)

Moriva, il 16 dicembre 1991, Pier Vittorio Tondelli. Prolifico operatore culturale, oltre che amatissimo scrittore, Tondelli aveva fondato nel 1990, insieme ad Alain Elkann ed Elisabetta Rasy, il quadrimestrale di letteratura «Panta». Dopo la morte di Tondelli, nel comitato editoriale di «Panta» subentrò lo scrittore statunitense Jay McInerney, che nel 1993 curò un numero dedicato ai nuovi narratori americani. Il volume presentava i racconti di quindici autori all’epoca quasi tutti inediti in Italia, fra cui Jennifer Egan, Jeff Eugenides, Mark Leyner, Donna Tartt e William T. Vollmann, tradotti da scrittori italiani come Michele Mari, Sandra Petrignani, Claudio Piersanti, Sandro Veronesi e Valeria Viganò. Fra gli altri c’era anche, nella versione di Edoardo Albinati, un racconto dal titolo Per sempre lassù. Nella sua introduzione, McInerney scriveva a proposito dell’autore di quel racconto: «Uno sperimentatore postmodernista […] furiosamente creativo. […] Le sue ambientazioni e le sue strategie narrative sono varie, ma sempre attualissime» (McInerney 1994, 14). Sono probabilmente le prime parole mai pubblicate in Italia a proposito di David Foster Wallace.

Poco più che trentenne, Wallace era all’epoca uno scrittore di ottime speranze. Aveva esordito venticinquenne, nel 1987, con un romanzo ambizioso, The Broom of the System, che aveva conquistato molti lettori e aveva ricevuto un’accoglienza critica perplessa ma affascinata, di cui resta emblematica la recensione sul «New York Times» dell’autorevolissima Michiko Kakutani, secondo cui il giovane romanziere aveva sì talento da vendere, però «il problema è che spesso troviamo presunzione invece che vera intelligenza, verbosità invece che eloquenza» (Kakutani 1986; traduzione mia). In seguito Wallace aveva pubblicato su svariati periodici – da «Fiction» a «Harper’s», da «Playboy» alla «Paris Review» – una serie di racconti in gran parte confluiti nel 1989 in Girl with Curious Hair, e si stava anche affermando come saggista, con recensioni per i quotidiani più importanti («New York Times», «Washington Post», «Los Angeles Times» e altri), lunghi articoli per riviste su temi che andavano dalla narrativa contemporanea al tennis alla televisione e, nel 1990, un volume sul rap, Signifying Rappers: Rap and Race in the Urban Present, scritto insieme a Mark Costello.

In Italia era praticamente sconosciuto. Poi uscì su «Panta» la traduzione di Forever Overhead (in seguito incluso in Brief Interviews with Hideous Men e destinato a diventare un piccolo classico) e c’è chi dice di esserne rimasto folgorato. Edoardo Nesi racconta: «Sin dalla prima pagina mi parve che Per sempre lassù fosse il Racconto Degli Anni 90, straordinariamente capace com’era di catturare – in diretta – una specie di “sfiorato” zeitgeist di quegli anni inafferrabili, e di farlo senza volere» (Nesi 1996). E ancora, diversi anni dopo: «Io lo capii subito che Wallace era di un’altra categoria rispetto a tutti. Fin da Per sempre lassù, il suo primo racconto pubblicato in Italia. Su “Panta”. Fu quel miracoloso “Ciao” alla fine…» (Consonni 2011).

Il ghiaccio era rotto e, poco più di un anno dopo, uscì da Theoria Nuovi narratori americani. Racconti della Post-generation, una selezione di nove racconti, tradotti da Cristiana Mennella e tratti dall’antologia curata da Michael Wexler e John Hulme Voices of the Xiled, che comprendeva anche, di Wallace, Ragazzina dai capelli curiosi. Cristiana Mennella, all’epoca a inizio carriera (aveva appena esordito, sempre per Theoria, con i Marginalia di Poe), negli anni successivi si sarebbe affermata come traduttrice proprio di nuovi narratori americani (fra cui Saunders e Vollmann), ma non avrebbe più avuto occasione di lavorare su Wallace, che, ricorda oggi divertita, all’epoca le era sembrato «un poco fuori di testa» (Mennella 2012).

Nel giro di pochi anni Girl with Curious Hair sarebbe stato tradotto altre due volte, da Francesco Piccolo per Einaudi e da Martina Testa per minimum fax. Quest’ultima ebbe in seguito modo di raccontare quanto la lettura di Nuovi narratori americani l’avesse colpita, e avesse anche rappresentato per lei il primo incontro con Wallace:

Quando lessi Nuovi narratori americani non sapevo chi era David Foster Wallace, non avevo letto Infinite Jest, non immaginavo che quello sarebbe diventato il mio libro di culto per eccellenza, non immaginavo che Wallace stesso sarebbe diventato il mio autore di culto e uno dei miei esseri umani preferiti sulla faccia della terra; non mi sognavo neanche che sarei diventata una traduttrice e un’editor (non sapevo neanche cosa volesse dire, editor), tantomeno che avrei tradotto lui. E a dire il vero, il racconto di David Foster Wallace contenuto nell’antologia […] non era neanche fra i miei preferiti. Era la storia di un ricco psicolabile iperviolento, e mi sembrava che l’autore non fosse altro che un Bret Easton Ellis più cerebrale e sborone (Testa 2006).

Nella nota biografica che precedeva il suo racconto, Wallace veniva presentato così: «Sta lavorando a qualcosa di lungo per Little, Brown & Co. che ha tutta l’aria di non essere pronto per la scadenza, non è mai stato, in nessun luogo, per nessun motivo in ritardo con qualcosa, ragion per cui è un po’ fuori fase, attualmente» (Wexter e Hulme 1995, 39). Il qualcosa di lungo sarebbe diventato Infinite Jest.

Negli Stati Uniti a quel punto David Foster Wallace era considerato the next big thing, il Nuovo Grande Scrittore che tutti attendevano. Come ha ricordato David Lipsky a proposito dell’ambiente dell’editoria newyorkese, Wallace aveva «fatto sì che un’intera città di editor e scrittori bercianti, sgomitanti e pronti a gambizzare chiunque, si innamorasse di lui perdutamente» (Lipsky 2011, 16). Il 1º febbraio 1996 Infinite Jest era in libreria: 1079 pagine, 388 note, e in copertina un cielo ingombro di nuvole che lasciava presagire tutto fuorché una lettura serena. Anche questa volta le recensioni non furono unanimamente positive. Michiko Kakutani scrisse che Wallace era «uno scrittore dal talento virtuosistico che sembra in grado di fare qualunque cosa», però scrisse pure che a tratti il romanzo sembrava «una scusa per fare sfoggio del suo talento e svuotare la sua mente irrequieta» (Kakutani 1996; traduzione mia); e piuttosto simile fu il verdetto di Jay McInerney (McInerney 1996). Ma Infinite Jest si conquistò subito un nutrito seguito di ferventi ammiratori, veri e propri fan che in breve tempo ne fecero un libro di culto nel senso più pieno della parola. Ne è segno fra molti il fatto che il sito The Howling Fantods, interamente dedicato alle opere di Wallace, venne fondato nel marzo 1997, quando l’utilizzo di massa di internet era ancora agli albori (il dominio Google, ad esempio, fu registrato solo sei mesi dopo, il 15 settembre 1997).

Mentre nella maggior parte delle nazioni europee Infinite Jest veniva subito liquidato come intraducibile (in Germania il libro sarebbe uscito solo nel 2009; in Francia non è ancora uscito ed è annunciato per il 2014), l’Italia fu uno dei primi paesi a drizzare le antenne, e nel giro di qualche mese diversi editori si misero sulle tracce dei libri di Wallace. Fra le case editrici interessate, una fra le candidate più plausibili pareva la Fanucci, dove Luca Briasco e Mattia Carratello stavano fondando la collana «Avant Pop», il cui primo titolo, pubblicato nel settembre 1998, fu l’antologia a cura di Larry McCaffery Schegge d’America. Nuove avanguardie letterarie. Era la terza raccolta uscita in Italia nel giro di pochi anni a includere un racconto di Wallace, in questo caso Tri-Stan: I Sold Sissee Nar to Ecko (nella traduzione di Piergiorgio Nicolazzini e Maria Cristina Pietri), anch’esso destinato a confluire nel 1999 in Brief Interviews with Hideous Men. Nella sua articolata rassegna in appendice all’edizione italiana dell’antologia, McCaffery parlava anche di Girl with Curious Hair, descrivendolo come uno dei libri più esplicitamente Avant Pop della nuova letteratura americana (McCaffery 1998, 405-6); ci si poteva quindi aspettare di trovare Wallace accanto a Vollmann e a Philip Dick nel futuro catalogo della nuova collana di Fanucci, ma non andò così.

Marco Cassini, il direttore commerciale di minimum fax, ricorda: «“Compralo, compralo che te lo fottono”, mi consigliava anni fa con fraterno afflato, all’uscita di un reading di Ian McEwan, Sandro Veronesi”» (Cassini 2003). E fu all’uscita del reading di Ian McEwan al primo Festivaletteratura di Mantova che Sandro Veronesi chiese a Susanna Basso di tradurre Infinite Jest per la neonata Fandango (Basso 2012). Domenico Procacci aveva infatti acquistato i diritti italiani di entrambi i romanzi di Wallace, Infinite Jest e The Broom of the System. Sul piatto restava la raccolta di racconti Girl with Curious Hair. Come ha raccontato Cassini sul sito della casa editrice (Cassini 2003), minimum fax aveva firmato nel giugno 1997 un contratto per i diritti italiani del libro. Nonostante ciò, nel settembre 1998 uscì da Einaudi Stile libero (allora al secondo anno di vita) La ragazza con i capelli strani, in una traduzione firmata da Francesco Piccolo da cui mancavano tre dei dieci racconti: John BillyHere and There e Westward the Course of the Empire Takes Its Way. La spinosa situazione si risolse solo cinque anni più tardi, quando, in seguito a un accordo stipulato fra minimum fax e l’agente di Wallace, Einaudi ritirò dopo trenta mesi il suo libro dal commercio, e da minimum fax uscì La ragazza dai capelli strani in una nuova, più puntuale traduzione di Martina Testa che ripristinava i racconti mancanti.

Nel frattempo minimum fax aveva pubblicato altri quattro libri di Wallace: nel settembre 1998 Una cosa divertente che non farò mai più (traduzione di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo) e nel maggio 1999 Tennis, tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più) (traduzione di Vincenzo Ostuni, Christian Raimo e Martina Testa) – cioè la raccolta di saggi del 1997 A Supposedly Fun Thing I’ll Never Do Again smembrata in due volumi -, nel giugno 2000 Il rap spiegato ai bianchi – cioè Signifying Rappers nella traduzione di Martina Testa e Christian Raimo – e nell’aprile 2001 (nella traduzione di Martina Testa) Verso occidente l’impero dirige il suo corso, cioè il racconto lungo (o romanzo breve) Westward the Course of the Empire Takes Its Way non incluso nella traduzione di Martina Testa/Einaudi di Girl with Curious Hair.

Ricorda Martina Testa:

Ecco come sono diventata una traduttrice: nel 1998 ho comprato A Supposedly Fun Thing… in una libreria internazionale di Roma: il primo pezzo mi ha lasciata interdetta, il secondo mi ha tenuta sveglia quasi per tutta una notte, il libro intero mi ha esaltata come forse non aveva mai fatto nessun altro libro prima di allora; io e un mio amico abbiamo sentito dire che una casa editrice cercava un traduttore proprio per quel libro; non avevamo esperienza; gli abbiamo chiesto di farci provare; ci hanno fatto provare; la prova gli è piaciuta (Testa 2008).

Martina Testa divenne poi, oltre che una delle principali traduttrici di Wallace, anche la direttrice editoriale di minimum fax, e i libri di quella casa editrice diedero un contributo fondamentale alla diffusione di David Foster Wallace in Italia, ma il pezzo forte, quello più atteso, restava Infinite Jest.

Nell’autunno del 1997 Susanna Basso aveva ricevuto il libro. Aveva subito pensato, ricorda oggi (Basso 2012), di non potersi concedere il lunghissimo tempo e la dedizione assoluta che le parevano necessari per tradurlo, e l’aveva proposto, riservandosi di farne poi la revisione, a Grazia Giua, all’epoca una traduttrice giovane ma non priva di esperienza, che aveva accettato.

Così, per nove mesi, assistita da Susanna Basso in un ruolo che oggi definisce da coach (Giua 2012), Grazia Giua (che anni dopo sarebbe diventata editor Einaudi) si dedicò anima e corpo a una traduzione che la assorbì completamente e la pose di fronte a «insidie sconfinate». Oltre a essere mastodontico – Wallace disse una volta che ai commessi delle librerie sarebbe toccato aiutare chi lo comprava a caricarlo in macchina (Bruni 1996) – il libro era scritto in una lingua enormemente complessa, che costrinse la traduttrice non solo ripercorrere le funambolesche evoluzioni di una sintassi acrobatica, ma anche a impadronirsi di una miriade di lessici iperspecialistici:

Centinaia di pagine di appunti, centinaia, molte, di mail. E i libri: compendi di fisica, di matematica, manuali sul tennis e sul football americano, volumi sulla droghe, sintetiche e no, il Physician Desk Reference e il prontuario farmaceutico (carpito a un sospettosissimo farmacista), dizionari del cinema e di qualunque altra cosa. E i colloqui infiniti e meravigliosi con gli informant, di ogni ordine grado e professione, dai due lati dell’oceano. Non tutto mi è servito, e di certo non mi è bastato, ma ricordo la sensazione – ossessiva, immagino; delirante, mi dicevano – di vagare per scaffali, vetrine, palestre, strade, mondo, e pensare, sempre, eh sì, questo mi può servire, questo lo troverò, in qualche momento, a qualche punto, e allora mi servirà (Giua 2008).

Il romanzo però prima o poi sarebbe dovuto uscire, e ben presto si creò uno scollamento fra le esigenze della traduttrice, cui sembrava necessario dedicare a quel lavoro un tempo e una cura maggiori di quelli concessi dal suo contratto, e quelle dell’editore, Domenico Procacci, e del direttore della collana «Mine vaganti» in cui il romanzo sarebbe uscito, Sandro Veronesi, che non ritenevano di poter rimandare la pubblicazione di un libro così atteso. Nel giro di qualche mese lo scollamento sfociò in una rottura e, dopo aver tradotto le prime 385 pagine con relative torrenziali note, Grazia Giua fu rimpiazzata da un’altra giovane traduttrice, Annalisa Villoresi, e dallo scrittore Edoardo Nesi.

Una delle rarissime testimonianze di Annalisa Villoresi sul proprio lavoro al romanzo si trova in un articolo pubblicato dal «Tirreno» il 23 dicembre 2000 in occasione dell’uscita del libro:

«Non è stato facile restituire in italiano lo slang e il particolare stile letterario di Wallace – racconta la co-traduttrice – soprattutto per me che ero alla prima esperienza». Trentacinque anni, madre di due gemelle di 5, Villoresi è subentrata alla precedente traduttrice romana [sic, ma Grazia Giua non è romana], lavorando da marzo del 1998 fino ad agosto di quest’anno per circa sei ore al giorno. «Avevo smesso di lavorare per stare con le mie figlie ma ora, dopo questa esperienza, spero di avere altre occasioni. Non credevo che sarei riuscita a tradurre un romanzo così complesso in così poco tempo». Lo stesso Nesi definisce «sorprendente» il risultato e aggiunge: «Annalisa è stata bravissima, ha fatto un grande lavoro soprattutto con notevole e costante impegno». Lo scrittore imprenditore pratese, che deve a Procacci anche la realizzazione del suo primo film Fughe da fermo nelle sale a marzo, si è occupato della “ripulitura” (Bernacchioni 2000).

Da parte sua, così racconta Edoardo Nesi:

Pur potendomi appoggiare a una prima traduzione di Annalisa Villoresi e Grazia Giua, tradurre in italiano Infinite Jest mi è costato l’inverno e la primavera e l’estate 2000, e per varie ragioni: l’estrema complessità della trama che si supera e si ripiega e si rincorre continuamente; le dozzine di vividissimi personaggi e le loro complesse interazioni; la lingua ricchissima dell’autore, le lunghe dissertazioni tennistiche e farmacologiche e chimiche e cinematografiche con uso continuo di termini specialistici; la frequente coniazione di nuove parole in americano; l’uso di prefissi greci legati a oscuri termini medici; la decisione di non aggiungere note di traduzione non assolutamente necessarie per via delle moltissime pagine di note al testo già scritte dall’autore; la presenza nel romanzo di numerosissimi refusi d’autore poiché ben pochi dei personaggi sanno parlare o persino pensare in un inglese corretto (Nesi 2001).

Intanto, nel novembre 1999, da Fandango era arrivato in libreria La scopa del sistema, il primo romanzo di Wallace, in un’edizione che si segnalava, oltre che per la bella illustrazione di Gianluigi Toccafondo in copertina, per una quarta genialmente essenziale, appena tre parole: «Mi manca chiunque». La traduzione era di Sergio Claudio Perroni, che oggi ricorda i mesi dedicati a lavorare su quella scrittura «di straordinaria intelligenza» come un periodo molto felice, una delle pochissime occasioni nella sua carriera (già all’epoca ben avviata) in cui l’estrema difficoltà non fu per lui «una rottura di scatole» ma «un enorme piacere» (Perroni 2012). E poi, il 10 dicembre 2000, dopo più di tre anni di lavorazione complessiva, finalmente uscì Infinite Jest. All’interno del volume la traduzione era accreditata a «Edoardo Nesi con la collaborazione di Annalisa Villoresi e Grazia Giua», ma in copertina c’era scritto: «Traduzione di Edoardo Nesi». Da quel momento nel parlare comune Nesi sarebbe stato il traduttore di Infinite Jest.

Nel giro di due o tre anni appena, giusto gli anni di fine millennio, in Italia Wallace era così passato dallo status di sconosciuto a quello di autore di primo piano, sebbene ancora letto solo da un pubblico di nicchia, con ben otto volumi usciti fra il settembre 1998 e l’aprile 2001. L’apice di questa fulminea consacrazione fu probabilmente la lettura integrale di Infinite Jest (una non-stop di 72 ore) organizzata da Fandango al cinema Politecnico di Roma fra il 15 e il 17 dicembre 2000, quando, fra l’apertura di Alessandro Baricco e la chiusura di Fernanda Pivano, a leggere il romanzo si alternarono decine e decine di persone, celebri o meno.

Ancor più sorprendente è dunque, soprattutto col senno di poi, che fino ad allora fra i traduttori di Wallace ben pochi fossero professionisti affermati. Edoardo Nesi, che stava mietendo i primi successi come romanziere, aveva tradotto solo cinque libri (di Malcolm Lowry, Michael Hornburg, Buster Keaton, Stephen King e Quentin Tarantino), e dopo Infinite Jest non avrebbe quasi più tradotto. Quanto allo scrittore e sceneggiatore Francesco Piccolo (che aveva firmato La ragazza con i capelli strani per Einaudi e, insieme a Gabriella D’Angelo, Una cosa divertente che non farò mai più per minimum fax) non aveva tradotto nessun altro libro e non ne avrebbe tradotti altri. Martina Testa, che invece come traduttrice avrebbe poi fatto molta strada, era allora alle primissime armi (il che non le aveva impedito di meritare e vincere insieme a Christian Raimo il Premio Procida – Isola di Arturo per Il rap spiegato ai bianchi, un libro decisamente arduo da rendere in italiano), e alle primissime armi erano anche Raimo e Ostuni.

Le eccezioni erano Sergio Claudio Perroni – che aveva già in curriculum una ventina di romanzi, di autori come Highsmith, Ellroy, Vonnegut, Houellebecq e Moody – e soprattutto Ottavio Fatica, che aveva alle spalle una lunga esperienza con classici della stazza di Kipling, Stevenson, Conrad, James e molti altri. Ma forse Fatica, quando nel 1999 Paolo Repetti di Einaudi «Stile libero» affidò a lui e Giovanna Granato Brief Interviews with Hideous Men, non trovò Wallace particolarmente nelle proprie corde, perché riservò per sé solo pochi racconti e lasciò gli altri alla co-traduttrice, che oggi ricorda:

C’è un episodio significativo di com’è stato per me tradurre Wallace. Mentre lavoravo al primo racconto, La persona depressa, all’improvviso è saltato il computer e si è cancellato tutto. E io, come nulla fosse, ho subito ricominciato da zero. Tradurre quel racconto aveva prodotto in me questa sensazione di abbandono totale. Si trattava di lasciarsi travolgere dal vortice della sua scrittura, abbassare le difese, lasciarsi andare e, semplicemente, seguire la luce chiarissima che emanava dalle sue pagine (Granato 2013).

Quel libro comprendeva anche un racconto che all’epoca a Fatica e Granato parve intraducibile, Datum Centurio. Così, come era già accaduto nel caso di La ragazza con i capelli strani, e come purtroppo spesso accade nelle edizioni italiane di raccolte di racconti straniere, si decise di tralasciarli (e, di conseguenza, per non alterare troppo la struttura del libro, di tralasciare anche la Breve intervista n. 59 e Tri-Stan, già uscito nell’antologia di Fanucci Schegge d’America), una scelta da cui fra l’altro si evince come all’epoca Wallace non avesse ancora quello statuto di classico contemporaneo che oggi ci appare scontato.

Esauritasi così l’intera backlist, negli anni fra il 2002 e il 2007 il ritmo delle uscite rallentò. Furono però gli anni in cui, come ricorda Martina Testa, in Italia la fama dello scrittore si consolidò:

All’inizio c’è stato un lentissimo crescendo di attenzione. Nei primi anni Duemila, per dire, la raccolta di saggi Tennis, tv, trigonometria, tornado si vendeva così poco che a un certo punto rischiammo di doverne macerare qualche centinaio di copie. A partire dalla nostra edizione della Ragazza dai capelli strani (2003), che andò subito molto bene, ci è sembrato che l’interesse del pubblico crescesse, anche nei confronti degli altri titoli, che infatti, nel corso degli anni, non sono mai andati fuori catalogo. Probabilmente è stato in quel periodo che si è verificato il fatidico “passaparola dei lettori” (Gregorio 2011).

Fu in questo periodo che Einaudi riuscì ad aggiudicarsi le nuove uscite – nel 2004 la raccolta di racconti Oblivion, tradotta da Giovanna Granato come Oblio, e nel 2006 la raccolta di saggi Consider the Lobster, tradotta da Adelaide Cioni e Matteo Colombo come Considera l’aragosta – e ad acquistare i diritti di Infinite Jest e della Scopa del sistema (che non erano stati rinnovati a Fandango), per poi ripubblicare i due romanzi nella collana «Stile libero Big» rispettivamente nel 2006 e nel 2008, senza apportarvi alcuna correzione o modifica. Presso la casa editrice di divulgazione scientifica Codice uscì invece nel 2005 Tutto, e di più, la traduzione (di Giuseppe Strazzeri e Fabio Paracchini) dell’impegnativo saggio di logica matematica Everything and More: a Compact History of Infinity.

Wallace aveva ormai, grazie a Infinite Jest ma forse ancor più a La scopa del sistema, un’affezionata platea di lettori italiani, e non a caso fu proprio in Italia che lo scrittore fece una delle sue rarissime apparizioni al di fuori degli Stati Uniti, intervenendo nel 2006 – insieme a Nathan Englander, Jeffrey Eugenides, Jonathan Franzen e Zadie Smith – al festival Le conversazioni a Capri, organizzato da Antonio Monda. Ricordò in seguito Martina Testa, che in quell’occasione fu la sua interprete:

Continuava a dire che eravamo vecchi amici (anche se in realtà ci eravamo incontrati solo due o tre volte, e detti poco più che ciao). Mi dava pacche sulle spalle, mi abbracciava, mi scroccava sigarette con un sorriso imbarazzato (aveva smesso di masticare tabacco, ma ancora non poteva fare a meno della nicotina) e mi chiedeva di stargli vicino; una volta, quando mi sembrava di aver combinato un disastro nel fare da interprete a un altro autore, si mise subito a rassicurarmi del fatto che ero andata benissimo. Nonostante si facesse un gran parlare di quanto era a disagio in mezzo alla gente, in realtà aveva un calore e una dolcezza che sarebbero rari da trovare in chiunque – figuriamoci poi in un genio, o nel tuo scrittore preferito (Testa 2008).

Era la fine di giugno – scrisse diversi anni dopo Antonio Monda – nell’atmosfera rilassata del festival Le conversazioni a Capri, e nessuno, neanche tra i più intimi, poteva immaginare che quel viaggio avrebbe rappresentato uno degli ultimi momenti di serenità della sua esistenza destinata a spezzarsi tragicamente due anni dopo (Monda 2011).

E in effetti, quando il 12 settembre 2008 lo scrittore fu trovato dalla moglie Karen Green impiccato nel patio della loro casa di Claremont, in California, furono in molti a sentirsene personalmente feriti. Come scrisse all’epoca Nicola Lagioia:

Il suicidio di David Foster Wallace ha lasciato scioccata un’intera generazione di lettori. Al di là dei coccodrilli e del tran tran dignitosamente ordinario di una breve commemorazione mediatica, le autostrade telematiche sono state rapidamente invase da messaggi pieni di sgomento e di dolore autentico. Sui siti internet, nei blog, nei forum di discussione e poi, fuori dalla rete, nelle conversazioni tra appassionati (spesso molto giovani) di letteratura contemporanea: «è morto uno di noi…», «lo sentivo vicino come un fratello…», «adesso mi sento persino più solo di prima…», «si può provare tanto dispiacere per una persona che non si è mai frequentata fuori dalla pagina?» (Lagioia 2008).

Un’impressione confermata dalla testimonianza di Tommaso Pincio:

Vengo a sapere che David Foster Wallace si è impiccato. […] Poco dopo squilla il telefono. Un amico vuole commentare il fatto. Siamo entrambi sconcertati, affranti. Nessuno dei due può dire di aver conosciuto Wallace, eppure ci è naturale parlarne come di una persona cara (Pincio 2011, 108).

E se lettori e critici si sentirono toccati così nell’intimo dalla morte improvvisa di uno scrittore che sentivano insolitamente vicino, tanto più si sentirono chiamate in causa le persone che avevano tradotto, editato o pubblicato i suoi libri. Data l’intricata storia editoriale di Wallace in Italia, non stupisce che più d’uno si sia sentito in quel momento di poter rivendicare una sorta di primogenitura, o comunque un legame privilegiato con lo scrittore scomparso. In un paginone interamente dedicato a Wallace, ad esempio, l’«Unità» affiancava, sotto il poco felice titolo La maratona della memoria, una serie di trafiletti commemorativi. Procacci, direttore editoriale di Fandango, dichiarava: «Non l’ha mai saputo, D.F.W., e ormai non lo saprà mai, ma una piccola casa editrice, la nostra, la Fandango Libri, è nata per pubblicare un suo lavoro, il monumentale Infinite Jest» (Procacci 2008); e a fianco Veronesi:

Io credo che Infinite Jest sia il più grande romanzo che sia stato scritto nel dopoguerra. […] Averne fortemente voluto la traduzione, aver fondato una casa editrice, con Procacci, praticamente a questo scopo, rappresenta probabilmente il mio più alto merito letterario; averne organizzato la lettura integrale, nel dicembre del 2000, al Politecnico di Roma, una delle cose più belle che abbia fatto nella vita (Veronesi 2008);

e Cassini, direttore commerciale di minimum fax: «Eravamo i primi folli editori al mondo a voler pubblicare un suo libro al di fuori dell’America e infatti ne comprammo i diritti per cinquecentomila lire» (Cassini 2008). Anche Fernanda Pivano parlò di lui, sul «Corriere della Sera», come di «un altro amico, dolce, fragile e generoso che se ne va», inserendolo in una sorta di genealogia di scrittori suicidi suoi amici, da Pavese a Hemingway a Wallace (Pivano 2008). Martina Testa scrisse sul sito di minimum fax:

Nessuno è stato altrettanto difficile e gratificante. Su nessuno mi sono impegnata con tanto amore. Ogni volta che ho tradotto qualcosa di suo, gli ho mandato delle domande. Lui rispondeva con riluttanza, era in difficoltà, continuava a dire che una certa storia era impossibile da tradurre in maniera dignitosa e fedele – il che a volte mi faceva venire da piangere; e poi scriveva pagine intere per spiegarmi una singola parola o una singola frase, e concludeva dichiarando la sua totale fiducia nelle mie capacità di traduttrice – il che, di nuovo, mi faceva venire le lacrime agli occhi (Testa 2008).

Come negli Stati Uniti, anche in Italia si tennero eventi in sua memoria, il principale dei quali si svolse il 12 ottobre (a un mese dalla morte) al Teatro Ghione di Roma. In quell’occasione si ritrovarono tutti gli editori italiani di Wallace (minimum fax, Fandango, Einaudi e Codice), molti suoi traduttori e diversi scrittori che si consideravano suoi «compagni di strada». Cominciò poi, come inevitabilmente capita in casi simili, una nuova fioritura di edizioni italiane. Minimum fax, che proprio in quel momento stava celebrando il quindicennale della casa editrice con la speciale collana «I Quindici», nel 2008 ripubblicò in questa nuova veste, arricchita da una grafica molto curata e da nuovi apparati ed «extra», La ragazza dai capelli strani (con Brave persone in appendice, un estratto da quello che in seguito sarebbe diventatoIl re pallido), nel 2009 Burned Children of America (un’antologia di nuovi narratori americani, uscita la prima volta nel 2001, che si chiudeva con il racconto di Wallace Incarnazioni di bambini bruciati, da cui il titolo) e nel 2010 Una cosa divertente che non farò mai più. Seguirono le nuove edizioni di tutti i libri di Wallace nei «Sotterranei».

Einaudi alle riedizioni affiancò alcuni inediti. Uno degli ultimi testi scritti da Wallace era una conferenza, un commencement address (ossia una prolusione) pronunciato di fronte ai neolaureati del Kenyon College il 15 maggio 2005. Qualche mese dopo la morte dell’autore, la Little, Brown & Co. (che a partire da Infinite Jest era diventata la casa editrice di Wallace) lo aveva pubblicato col titolo This Is Water. Some Thoughts, Delivered on a Significant Occasion, about Living a Compassionate Life. In quel volumetto a ogni singola frase del breve e intenso discorso era riservata un’intera pagina, così che le parole dell’autore venivano a trovarsi circondate da grandi spazi bianchi, una sorta di aura che trasmetteva al lettore la sensazione di avere fra le mani un testo sapienziale, o magari, come ebbe a scrivere Zadie Smith, «un librettino di self-help da leggere al cesso» (Smith 2010, 378).

L’insolita scelta editoriale della Little, Brown & Co. si inseriva in quella che qualcuno definì la «beatificazione» di David Foster Wallace (Salis 2011), uno scrittore che, se agli esordi era stato considerato un epigono dei postmodernisti, un ironico acrobata delle parole (Bajani 1999), col tempo si era spostato sempre più verso una concezione morale, se non esplicitamente spirituale, della letteratura (un’evoluzione già ben compresa nel 1998 da Mattia Carratello nella sua lucidissima postfazione a La ragazza con i capelli strani), e che proprio per questo aveva suscitato nei suoi lettori un coinvolgimento così viscerale. In un articolo su «Slate», Nathan Heller si era chiesto perché Wallace ispirasse una tale devozione nei suoi ammiratori, e al termine di un’approfondita analisi delle sue opere si era risposto:

È stato l’intellettuale del 21° secolo che ha insegnato ai lettori a provare sentimenti, lo scrittore che ha spiegato come sia possibile vivere in modo ricettivo e umano senza rinnegare una cultura pesantemente, eminentemente critica (Heller 2011; traduzione mia).

Anche Tim Jacobs, su «Rain Taxi», aveva azzardato una risposta: «Non era Gandhi e non è morto per i vostri peccati, ma i concetti di servizio e di sacrificio personale, soprattutto nell’ambito della scrittura, li prendeva palesemente sul serio» (Jacobs 2008-2009; traduzione mia).

In questo contesto Einaudi «Stile libero» preferì non incoraggiare ulteriormente una lettura di Wallace che molti ritengono fuorviante, o comunque dannosa. Wallace era sì un genio, precisa ad esempio Martina Testa, ma

penso che connotarlo come una specie di unicum, di “monstrum”, di prodigio sia inopportuno, non giovi alla percezione che il pubblico ha di lui, gli faccia più male che bene, e personalmente non vorrei contribuire ad alimentare in nessun modo l’aura quasi mitica che ormai lo circonda (Testa 2012).

Sulla stessa posizione Giovanna Granato, la traduttrice di This Is Water: «È un errore farne un culto perché non era l’immagine che lui voleva dare di sé» (Granato 2013). La casa editrice italiana decise dunque di far uscire, in concomitanza col primo anniversario della morte dell’autore, il discorso intitolato Questa è l’acqua in un omonimo volume, curato da Luca Briasco, che recuperava anche cinque racconti, perlopiù giovanili, ancora inediti in Italia (e tuttora uncollected negli Stati Uniti), fra cui il primo in assoluto mai pubblicato da Wallace (nel 1984), Il pianeta Trillafon in relazione alla Cosa Brutta, in cui lo scrittore raccontava l’insorgere della depressione e della dipendenza dai farmaci.

C’era però in cantiere un inedito ben più importante. Alle Conversazioni a Capri Wallace aveva letto un brano di prosa chiamato Estratto senza titolo da un qualcosa di più lungo che ancora non è neanche lontanamente scritto (pubblicato all’epoca in una plaquette con a fronte una traduzione di Martina Testa). Quel brano era poi stato ritrovato, insieme a centinaia di altre pagine, sulla scrivania di Wallace il giorno del suo suicidio (Max 2009; Pietsch 2011). Quelle pagine erano il dattiloscritto incompiuto di quello che avrebbe dovuto diventare il suo terzo romanzo e, dopo un lungo e complesso lavoro di riordinamento e collazione da parte di Michael Pietsch (l’editor di Little, Brown & Co. che già aveva lavorato a Infinite Jest), sarebbero uscite nel 2011 col titolo The Pale King. Einaudi affidò anche questo libro a Giovanna Granato, che ricorda:

La difficoltà più superficiale, ma molto fastidiosa è stata dover cercare tantissimi riferimenti, cosa che porta via un sacco tempo. Invece non è difficile la struttura della frase, perché la sua scrittura, per quanto complessa e piena di meandri, non è mai ambigua, è lucida e solida. Le sue architetture verbali sono di una solidità mostruosa. Il difficile è restituire il grandissimo spessore che si cela sotto quelle che possono anche apparire storielle in cui non succede niente di che. Le strutture sono ripetitive ma leggere e limpidissime, la difficoltà sta sotto, nella fittissima rete dei riferimenti che danno un senso profondo al tutto. Affrontare la lunghezza delle frasi è solo una cosa muscolare. Basta allenarsi, fare un respiro profondo e buttarsi nel vortice. La sua scrittura non dà grandi margini di movimento, perciò devi per forza essere letterale. È tutto troppo solido, non si lascia scalfire (Granato 2013).

In questo caso però, racconta ancora la traduttrice, c’era una difficoltà più profonda:

Lavorare al Re pallido è stato come mettere le mani nella carne viva, dovendo affrontare in molte parti un testo “sporco”, non ancora ripulito dall’autore con la sua solita cura maniacale. Mi capitava di provare un imbarazzo da voyeur, come trovandomi a vedere quello che lui non avrebbe voluto farci vedere, il corpo nudo della sua scrittura. È stato pesantissimo dal punto di vista psicologico. Anche perché in passato Wallace non aveva mai scritto in modo così nudamente autobiografico. È stato come camminare costantemente sui confini di un territorio in cui non mi sembrava giusto entrare, intrattenendo con l’autore un rapporto personale, mentre non deve essere così. Per questo ho cercato di avere il massimo rispetto del testo, trattandolo non tanto come un romanzo, ma come un documento. Perciò, dove la scrittura è sporca, è stata lasciata sporca. In questo caso la resa è stata ancora più letterale del solito, e mi sono data la regola di non correggere anche laddove evidentemente Wallace in un secondo tempo sarebbe intervenuto. Ad esempio, di solito la punteggiatura è meravigliosa, perfetta, chiarissima. In questo caso invece a volte non lo era, ma non è stata toccata. In questo l’Einaudi, e soprattutto Alessandra Montrucchio, che ha fatto la revisione e mi ha aiutata nelle ricerche sui termini tecnici, mi hanno sostenuta molto (Granato 2013).

Con Il re pallido può dirsi conclusa la grande stagione editoriale di David Foster Wallace in Italia, sebbene altre nuove uscite ci siano state e continueranno probabilmente a esserci. Nel 2012 da Einaudi è stato pubblicato, ancora in una traduzione di Giovanna Granato, e con grande successo, Il tennis come esperienza religiosa, che raccoglie due reportage, uno inedito in Italia, Democrazia e commercio agli US Open, e uno, già uscito nel 2010 da Casagrande in una traduzione di Matteo Campagnoli, dal titolo Roger Federer come esperienza religiosa. Per il 2013 sono annunciate diverse novità di non poco conto: Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi, ovvero la prima biografia di Wallace, scritta da D. T. Max e tradotta da Alessandro Mari; la traduzione di Giovanna Granato dei saggi uncollectedpubblicati nel 2012 da Little, Brown & Co. col titolo Both Flesh and Not; una nuova edizione di Brevi interviste con uomini schifosi che finalmente recupera i tre racconti mancanti; una nuova edizione del Re pallido (negli «Einaudi Tascabili») che presenta in appendice le quattro nuove scene inserite nel paperback dell’edizione statunitense; e infine una nuova edizione di Infinite Jest in cui sono stati corretti i numerosi refusi presenti nelle edizioni cartacee (solo in e-book, un assaggio di quella che sarà l’edizione speciale per il ventennale del libro nel 2016).

Da minimum fax invece è in uscita la traduzione delle Conversations with David Foster Wallace curate da Stephen J. Burn (2012), una raccolta delle non molte ma preziose interviste rilasciate nel corso degli anni da Wallace, fra cui, essenziali e citatissime, quelle di Larry McCaffery per la «Review of Contemporary Fiction» (1993) e di Laura Miller per «Salon» (1996). Resta da tradurre la tesi di laurea in filosofia del 1985 Fate, Time, and Language: An Essay on Free Will (Columbia University Press, 2010), e ben poco altro.

Oggi, a vent’anni dalla prima comparsa di un suo testo in Italia, e a cinque dalla morte, la popolarità e l’influenza David Foster Wallace nel nostro paese non accennano a diminuire. Lo dimostrano, oltre alle molte nuove uscite annunciate, la nascita nell’aprile 2011 del sito Archivio David Foster Wallace Italia e la pubblicazione di alcuni saggi critici e libri di interviste (Pennacchio 2009; Lipsky 2011; Susca 2012; Karmodi 2012), nonché di un «diario del dolore» scritto subito dopo la sua morte (Infinite Loss di Salvatore Toscano, 2009). E se è certamente vero che la sua scomparsa tragica e prematura ha contribuito a trasformare lo scrittore in una sorta di personaggio leggendario – e non è certo la prima volta che succede: basti pensare, senza scomodare le rockstar, al caso per certi versi analogo di Roberto Bolaño, e da noi a Sergio Atzeni o, fra i traduttori, Angelo Morino -, non si può non riconoscere che, se per tanti lettori e scrittori del nostro paese Wallace è diventato un punto di riferimento, il merito va anche ai traduttori. Ci troviamo di fronte a un felice paradosso: un autore che molti consideravano intraducibile (e che si considerava intraducibile) è stato non solo tradotto ma tradotto con grandissima fortuna.

I termini della sfida li aveva spiegati lui stesso nell’intervista rilasciata a «Salon» in occasione dell’uscita di Infinite Jest:
Il progetto che vale la pena portare avanti è fare della roba che mantenga la ricchezza e il coraggio e la difficoltà emotiva e intellettuale dell’avanguardia, roba che costringa il lettore ad affrontare le cose invece di ignorarle, ma farlo in modo tale che sia anche piacevole da leggere. Allora il lettore sente che qualcuno sta parlando con lui invece di mettersi in posa (Miller 1996; traduzione mia).

È una sfida che, nonostante le tortuosità, e talvolta le ambigue opacità, delle vicende editoriali di David Foster Wallace in Italia, i traduttori hanno vinto.

 

L’elenco completo delle traduzioni italiane e dei riferimenti bibliografici è sul sito della rivista Tradurre

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Il diario di Cheever https://minimaetmoralia.it/libri/john-cheever-una-specie-di-solitudine/ https://minimaetmoralia.it/libri/john-cheever-una-specie-di-solitudine/#comments Wed, 11 Sep 2013 12:19:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14789 Questo pezzo è uscito sul Messaggero.

Il più bel libro pubblicato in Italia negli ultimi mesi ha compiuto da poco trent’anni. Si può leggere come un romanzo ma si tratta di un diario. Un lunghissimo diario che attraversa quattro decenni, dalla fine degli anni Quaranta fino a una mattina del giugno 1982, quando John Cheever, uno dei più straordinari scrittori di racconti d’America, scrisse “non ho mai conosciuto niente di simile a questa spossatezza”. Si tratta di un libro eccezionale. In realtà sapevo da tempo che Una specie di solitudine (Feltrinelli, pp. 505, euro 20) avrebbe scalato la vetta della mia classifica immaginaria.

Me ne aveva parlato chi lo ha tradotto per noi in una bellissima versione italiana piena di luce: Adelaide Cioni. È difficile che un traduttore possa convincervi a parole della bellezza di ciò su cui ha lavorato. Ma se vi dice: “dopo aver tradotto questo libro ho deciso che non tradurrò più opere di narrativa per almeno due anni”, si può tranquillamente fare un’eccezione. Senza paura di sbagliare. E infatti ci troviamo davanti a un diario che è un’opera di narrativa, un’opera che ha potenza sconvolgente.

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JohnCheever

Questo pezzo è uscito sul Messaggero.

Il più bel libro pubblicato in Italia negli ultimi mesi ha compiuto da poco trent’anni. Si può leggere come un romanzo ma si tratta di un diario. Un lunghissimo diario che attraversa quattro decenni, dalla fine degli anni Quaranta fino a una mattina del giugno 1982, quando John Cheever, uno dei più straordinari scrittori di racconti d’America, scrisse “non ho mai conosciuto niente di simile a questa spossatezza”. Si tratta di un libro eccezionale. In realtà sapevo da tempo che Una specie di solitudine (Feltrinelli, pp. 505, euro 20) avrebbe scalato la vetta della mia classifica immaginaria.

Me ne aveva parlato chi lo ha tradotto per noi in una bellissima versione italiana piena di luce: Adelaide Cioni. È difficile che un traduttore possa convincervi a parole della bellezza di ciò su cui ha lavorato. Ma se vi dice: “dopo aver tradotto questo libro ho deciso che non tradurrò più opere di narrativa per almeno due anni”, si può tranquillamente fare un’eccezione. Senza paura di sbagliare. E infatti ci troviamo davanti a un diario che è un’opera di narrativa, un’opera che ha potenza sconvolgente.

La forza dei pensieri sparsi, gli schizzi, i racconti di giornate altrimenti dimenticabili, viaggi, matrimoni, successi e fallimenti, la forza di Una specie di solitudine, sta tutta nel motivo che ha spinto Adelaide Cioni a decidere di smettere di tradurre: “perché mai avevo letto un libro in cui l’autore si denuda progressivamente, fino a toccare quel punto”. Quale punto? Qui è il segreto del libro e la sua capacità a passare di mano in mano e parlare ai lettori che incontra. Perché Cheever ci racconta le sue battaglie. Che sono le battaglie di tutti, di ogni giorno. La famiglia (la moglie di una vita, amatissima e odiatissima: Mary; e i figli: Ben, Susan, il piccolo Federico). La famiglia d’origine (genitori sfuggenti e sopravvissuti a un piccolo tracollo economico; un fratello esaltato e alcolista: specchio oscuro di John). Il sesso (le amanti giovani ma soprattutto gli amanti, gli uomini con cui Cheever affronta una drammatica lotta per definire le proprie pulsioni). L’alcol (la dipendenza costante, una caduta continua, fino alla vittoria con gli Alcolisti Anonimi). La religione (un cattolicesimo sofferto, a tratti punitivo, a tratti liberatorio). E infine, la scrittura (l’arte, il mestiere, la via per trovare un successo che non è mai pieno, e mai potrebbe esserlo, nel confronto con i colleghi, che siano vivi o morti).

Ora, in tutte queste battaglie, Cheever non può che servirsi del suo sguardo ma soprattutto della sua capacità di disegnare quello sguardo. E così ci troviamo immersi in uno sforzo che ambisce a “non camuffare nulla, non nascondere nulla, scrivere di quelle cose che sono più vicine al nostro dolore, alla nostra felicità”. Un progressivo spogliarsi di inutili veli fino a sfiorare la più atroce essenzialità: a volte amara (“Ieri si è sposato il maggiore dei miei figli. Ho suonato la campana della chiesa”), a volte dura (“Sono immerso in una vasca di autocommiserazione, limpida come il gin”), a volte sacra (“Venerdì santo. Non cantano le colombre a lutto, non suonano le campane”), a volte evocativa (“Sono giù, sono giù, sono sempre tanto giù. Raccolgo i cocci, raccolgo i cocci, ma incollarli non si può. Sono giù, sono giù, il vaso è rotto ma non è il mio”).

Durante questo cammino, costante è la ricerca della luce. La luce di ogni epoca, ogni stagione, ogni cielo, dal cielo della fanciullezza fino al cielo osservato o sognato dal letto di morte, passando, fra i tanti, dal cielo romano dopo una pioggia, raccolto nel lungo soggiorno che appassionerà i lettori di qui (antiche residenze nobiliari, donne che attraversano un mercato, logori tabaccai, macchine aperte in estate, giovani che corrono verso Ostia, quartieri improbabili che sorgono oltre Corso Francia).

La precisione di Cheever lascia eccome spazio alla fantasia (“sulle rive scoscese del fiume splende una luce così pura che l’ombra, nera, sembra un’oscurità depositata nella pietra, sulla pietra, dal passaggio della notte”), ma nelle mani dello scrittore l’apprensione dello slancio descrittivo dovrebbe essere universale (“La verità possiede, credo, il senso della rivelazione e della luce”). E così, affinando il mestiere, dedicandosi con disciplina e costanza, nonostante le infinite piccole battaglie quotidiane, alla sua più grande guerra, quella per la scrittura che sappia raccogliere la luce della verità, troveremo Cheever esangue in un inarrivabile lamento in onore della cagna appena scomparsa, o perduto appresso all’immagine di un fratello tanto inafferrabile (“Il mio vero amore è stato mio fratello. Che fosse un amore sterile e perverso non ne diminuisce in alcun modo la profondità”). E scopriremo che la più grande e lunga delle guerre si può vincere solo in un caso, quando la nostra umiltà ci spinge a inginocchiarci e pregare, che sia un dio o la nostra coscienza, come fa Cheever quando trema: “prego che mi sia concesso il coraggio”. Sapendo bene, del resto, che in quel momento, se dovesse mai capitarci, non potremmo che ignorare, come lo ignora Cheever, quanta luce si sia addensata sulle nostre spalle.

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