JohnCheever

Questo pezzo è uscito sul Messaggero.

Il più bel libro pubblicato in Italia negli ultimi mesi ha compiuto da poco trent’anni. Si può leggere come un romanzo ma si tratta di un diario. Un lunghissimo diario che attraversa quattro decenni, dalla fine degli anni Quaranta fino a una mattina del giugno 1982, quando John Cheever, uno dei più straordinari scrittori di racconti d’America, scrisse “non ho mai conosciuto niente di simile a questa spossatezza”. Si tratta di un libro eccezionale. In realtà sapevo da tempo che Una specie di solitudine (Feltrinelli, pp. 505, euro 20) avrebbe scalato la vetta della mia classifica immaginaria.

Me ne aveva parlato chi lo ha tradotto per noi in una bellissima versione italiana piena di luce: Adelaide Cioni. È difficile che un traduttore possa convincervi a parole della bellezza di ciò su cui ha lavorato. Ma se vi dice: “dopo aver tradotto questo libro ho deciso che non tradurrò più opere di narrativa per almeno due anni”, si può tranquillamente fare un’eccezione. Senza paura di sbagliare. E infatti ci troviamo davanti a un diario che è un’opera di narrativa, un’opera che ha potenza sconvolgente.

La forza dei pensieri sparsi, gli schizzi, i racconti di giornate altrimenti dimenticabili, viaggi, matrimoni, successi e fallimenti, la forza di Una specie di solitudine, sta tutta nel motivo che ha spinto Adelaide Cioni a decidere di smettere di tradurre: “perché mai avevo letto un libro in cui l’autore si denuda progressivamente, fino a toccare quel punto”. Quale punto? Qui è il segreto del libro e la sua capacità a passare di mano in mano e parlare ai lettori che incontra. Perché Cheever ci racconta le sue battaglie. Che sono le battaglie di tutti, di ogni giorno. La famiglia (la moglie di una vita, amatissima e odiatissima: Mary; e i figli: Ben, Susan, il piccolo Federico). La famiglia d’origine (genitori sfuggenti e sopravvissuti a un piccolo tracollo economico; un fratello esaltato e alcolista: specchio oscuro di John). Il sesso (le amanti giovani ma soprattutto gli amanti, gli uomini con cui Cheever affronta una drammatica lotta per definire le proprie pulsioni). L’alcol (la dipendenza costante, una caduta continua, fino alla vittoria con gli Alcolisti Anonimi). La religione (un cattolicesimo sofferto, a tratti punitivo, a tratti liberatorio). E infine, la scrittura (l’arte, il mestiere, la via per trovare un successo che non è mai pieno, e mai potrebbe esserlo, nel confronto con i colleghi, che siano vivi o morti).

Ora, in tutte queste battaglie, Cheever non può che servirsi del suo sguardo ma soprattutto della sua capacità di disegnare quello sguardo. E così ci troviamo immersi in uno sforzo che ambisce a “non camuffare nulla, non nascondere nulla, scrivere di quelle cose che sono più vicine al nostro dolore, alla nostra felicità”. Un progressivo spogliarsi di inutili veli fino a sfiorare la più atroce essenzialità: a volte amara (“Ieri si è sposato il maggiore dei miei figli. Ho suonato la campana della chiesa”), a volte dura (“Sono immerso in una vasca di autocommiserazione, limpida come il gin”), a volte sacra (“Venerdì santo. Non cantano le colombre a lutto, non suonano le campane”), a volte evocativa (“Sono giù, sono giù, sono sempre tanto giù. Raccolgo i cocci, raccolgo i cocci, ma incollarli non si può. Sono giù, sono giù, il vaso è rotto ma non è il mio”).

Durante questo cammino, costante è la ricerca della luce. La luce di ogni epoca, ogni stagione, ogni cielo, dal cielo della fanciullezza fino al cielo osservato o sognato dal letto di morte, passando, fra i tanti, dal cielo romano dopo una pioggia, raccolto nel lungo soggiorno che appassionerà i lettori di qui (antiche residenze nobiliari, donne che attraversano un mercato, logori tabaccai, macchine aperte in estate, giovani che corrono verso Ostia, quartieri improbabili che sorgono oltre Corso Francia).

La precisione di Cheever lascia eccome spazio alla fantasia (“sulle rive scoscese del fiume splende una luce così pura che l’ombra, nera, sembra un’oscurità depositata nella pietra, sulla pietra, dal passaggio della notte”), ma nelle mani dello scrittore l’apprensione dello slancio descrittivo dovrebbe essere universale (“La verità possiede, credo, il senso della rivelazione e della luce”). E così, affinando il mestiere, dedicandosi con disciplina e costanza, nonostante le infinite piccole battaglie quotidiane, alla sua più grande guerra, quella per la scrittura che sappia raccogliere la luce della verità, troveremo Cheever esangue in un inarrivabile lamento in onore della cagna appena scomparsa, o perduto appresso all’immagine di un fratello tanto inafferrabile (“Il mio vero amore è stato mio fratello. Che fosse un amore sterile e perverso non ne diminuisce in alcun modo la profondità”). E scopriremo che la più grande e lunga delle guerre si può vincere solo in un caso, quando la nostra umiltà ci spinge a inginocchiarci e pregare, che sia un dio o la nostra coscienza, come fa Cheever quando trema: “prego che mi sia concesso il coraggio”. Sapendo bene, del resto, che in quel momento, se dovesse mai capitarci, non potremmo che ignorare, come lo ignora Cheever, quanta luce si sia addensata sulle nostre spalle.

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Autore

matteonucci@minimaetmoralia.it

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha pubblicato con Ponte alle Grazie i romanzi Sono comuni le cose degli amici (2009, finalista al Premio Strega), Il toro non sbaglia mai (2011), È giusto obbedire alla notte (2017, finalista al Premio Strega), e il saggio narrativo L'abisso di Eros (2018). Con Einaudi ha pubblicato traduzione e commento del Simposio di Platone (2009) e i saggi narrativi Le lacrime degli eroi (2013), Achille e Odisseo (2020), Il grido di Pan (2023). Per HarperCollins sono usciti il romanzo Sono difficili le cose belle (2022) e il saggio narrativo Sognava i leoni. L'eroismo fragile di Ernest Hemingway (2024). I suoi racconti sono apparsi in riviste, antologie e ebook (come Mai, Ponte alle Grazie 2014), mentre i reportage di viaggio e le cronache letterarie escono su La Stampa e L'Espresso. Cura un sito di cultura taurina: www.uominietori.it

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