Alberto Laiseca Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alberto-laiseca/ un blog di approfondimento culturale Fri, 18 Mar 2022 08:57:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Alberto Laiseca Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alberto-laiseca/ 32 32 La Torre di Babele galleggiante https://minimaetmoralia.it/racconti/la-torre-di-babele-galleggiante/ https://minimaetmoralia.it/racconti/la-torre-di-babele-galleggiante/#respond Wed, 30 Mar 2022 06:57:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50146 Pubblichiamo un racconto di Alberto Laseica da “Grazie Chanchúbelo”, in uscita oggi per Wojtek. di Alberto Laseica Demetrio l’Assediatore, re di mezza Macedonia, della Tracia e delle coste del Ponto Eusino (il suo impero era piuttosto discontinuo, per questo reclamava sempre corridoi che gli permettessero di unire le varie parti), dispose la costruzione di una […]

L'articolo La Torre di Babele galleggiante proviene da Minima et Moralia.

]]>
Pubblichiamo un racconto di Alberto Laseica da “Grazie Chanchúbelo”, in uscita oggi per Wojtek.

di Alberto Laseica

Demetrio l’Assediatore, re di mezza Macedonia, della Tracia e delle coste del Ponto Eusino (il suo impero era piuttosto discontinuo, per questo reclamava sempre corridoi che gli permettessero di unire le varie parti), dispose la costruzione di una nave babelica, gigantesca, con 400 ordini di rematori, per avere il dominio del mar Mediterraneo. L’idea era costruire una nave-città-torre, spinta da 40.000 galeotti. Equipaggio: 28.000 soldati e 4.000 marinai. Per completare l’opera ci vollero dieci anni di duro lavoro. L’orribile mostro misurava 1.280 metri di lunghezza ed era alto 265 metri dai possenti merli fino alla linea di galleggiamento. La nave era dotata di ogni sorta di torri di vedetta, fossati e trincee di legno, scale, rampe, paraventi scorrevoli, feritoie per i balestrieri, fortificazioni d’acciaio, muraglioni bronzei, ecc., nonché di tunnel e uscite segrete per sorprendere il nemico alle spalle, qualora avesse abbordato la nave occupando parte della coperta. L’armamento era impressionante: 800 catapulte maggiori, capaci di lanciare macigni di dieci talenti di peso a grande distanza; 30 lanciafrecce composti da 25 cerbottane ciascuno (katiuscia), in cui il soffio dell’uomo era rimpiazzato dal vapore: scagliavano in un sol colpo 25 pesanti lance di un talento l’una, che avrebbero avuto un effetto assolutamente devastante nelle file di qualsiasi esercito. Una cosa davvero prodigiosa. L’imbarcazione aveva, fin dal principio, un unico inconveniente serio: il peso. I 40.000 rematori, sudando sette camicie, riuscivano a portarla a una velocità di crociera di 0,013 nodi (25 metri all’ora). Infine Demetrio la battezzò con il nome di Tisistene (il Potente Vendicatore). Nella prima battaglia fu distrutta in men che non si dica.

Le navi del nemico erano piccole, ma numerose e rapidissime, mentre quella cosa inutile non riusciva nemmeno a fare una semplice manovra. La prima cosa che fecero i nemici fu rompere il timone colpendolo con lo sperone di prua di una delle loro imbarcazioni. Così quel gigantopithecus marino si mise a girare in cerchio, inerme, e nulla poterono i remi per ovviare a quel disgraziatissimo fatto.

Gli avversari, da lontano (poiché le sue catapulte la rendevano ancora temibile), la prendevano in giro e le facevano battute panamegne: «Oh! Guarda: la Cosa! E s’è pure ‘ncazzata». «Dentro, che ti entro, mulatta, magari ci facciamo una sveltina». «Tisiste, Tisiste, ti sistemo io». «Chiudi la gabbia, bellezza, che sta arrivando Capitan Trinchetto».

«Sei tutta infuocata. Ti ci vuole una doccia fredda». «Ma che fa la tardona?». «Attento, stalle alla larga! Stavolta, s’è storzellata veramente». «L’ha detto che se qualcuno si avvicina, le viene la schiuma alla bocca. Uomo avvisato mezzo salvato». «Senti, e a Portobello ci sono i tram? Eh? A Portobello hanno già messo i tram?». «Ehi, cosa, panterona».

«Olga Guillot». «Maestuosa nuotava per il fiume la pignorca, quando Lucas Manuel si buttò in acqua. Vedi che ti morde, ti morde, ti ha morso: aaahhh!». «Ma tu guarda la mulatta: si è messa il meglio vestito per andare al Dancin nella Zona del Canale». «Ma che è? Che è?». «Ahè!». «Dio ti benedica». «Vedi di non fare la fine di mio cugino José, che gli hanno messo un piede con tutta la scarpa nel buco del culo e l’hanno portato a spasso come uno zoccolo».

«Che scoppola! Ma si dice zoccola». «Zitto tu che sei un cilano».

Si burlavano in questo modo e con frasi del genere dell’impotente e imputtanita nave. Ogni tanto una delle barchette si avvicinava come per affondarla ficcandole lo sperone nel costato, ma poi si allontanava per far durare di più la sua agonia: «Daaai… stavolta c’è mancato poco», le dicevano per sbeffeggiarla e per vessarla, e si credevano pure spiritosi, quei miserabili. E dopo un po’ ripetevano:

«Mi sembra che stavolta daaai… per un pelo». Se la spassarono così per una settimana. Finché non si stancarono del loro sadismo e la polverizzarono. Mentre la gigantesca struttura sprofondava negli abissi insondabili, tra i membri dell’equipaggio in preda al terrore, si vide il capitano suonare una marcia funebre con un rubinetto d’argento. Nel naufragio morirono 72.000 persone.

Il disastro non scoraggiò in nessun modo Demetrio l’Assediatore, il quale, non appena ricevette l’infausta notizia, ordinò di costruire un’altra Torre di Babele galleggiante, ma questa volta alta 1.000 metri. Morì quando i suoi uomini cominciarono ad abbattere i cedri del Libano e il progetto fu abbandonato.

L'articolo La Torre di Babele galleggiante proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/racconti/la-torre-di-babele-galleggiante/feed/ 0
I nemici di stanza. Un estratto da “Los Sorias” di Alberto Laiseca https://minimaetmoralia.it/estratti/nemici-stanza-un-estratto-los-sorias-alberto-laiseca/ https://minimaetmoralia.it/estratti/nemici-stanza-un-estratto-los-sorias-alberto-laiseca/#respond Thu, 23 Jan 2020 13:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42152 “Los sorias” è un romanzo di Alberto Laiseca. Si tratta di un’opera di culto in Argentina, definita da Ricardo Piglia “il miglior romanzo che sia stato scritto in Argentina dai tempi de ‘I sette pazzi’” – un’opera, tuttavia, poco conosciuta fuori dai confini nazionali, mai tradotta (la prima edizione argentina è del 1998). Qui vi […]

L'articolo I nemici di stanza. Un estratto da “Los Sorias” di Alberto Laiseca proviene da Minima et Moralia.

]]>
“Los sorias” è un romanzo di Alberto Laiseca. Si tratta di un’opera di culto in Argentina, definita da Ricardo Piglia “il miglior romanzo che sia stato scritto in Argentina dai tempi de ‘I sette pazzi’” – un’opera, tuttavia, poco conosciuta fuori dai confini nazionali, mai tradotta (la prima edizione argentina è del 1998). Qui vi presentiamo un estratto del primo capitolo, tradotto da Raul Schenardi. Il testo è apparso nel dossier monografico “Alberto Laiseca, autore de Los sorias” di CrapulaClub il 20 novembre 2019, per gentile concessione dell’editore argentino Simurg. Si ringrazia Alfredo Zucchi.

di Alberto Laiseca

Quando Personaggio Iseka aprì gli occhi quella mattina, la prima cosa che vide fu un Soria. Ma non Luis, quello che aveva vicino, bensì il più lontano: Juan Carlos Soria.
“Questo Soria, quando si alza la mattina”, pensò Iseka “lo fa alla maniera di una lezione magistrale, senza discussione, come si usava nelle facoltà in passato. Ottimista d’un balzo. Io no. Indugio per tutti i minuti che posso: pelandronissimo a letto.
“Tutta l’inerzia necessaria per cominciare la giornata, lui la posticipa. A mo’ di tromba e musica utilizza, rispettivamente, lo yoghurt e la respirazione. È soltanto quando si sveglia dalla siesta che ci delude. Si è costruito una specie di fascia abbassabile, di carta, per far sì che la luce non gli impedisca di dormire. Dicevo che dopo la siesta delude. Infatti: non si alza più d’un balzo; in quel momento, invece, con il suo tappaocchi sui capelli di stoppa somiglia a un cacicco toba sconfitto e avviato alla conversione o a una riserva.
“Lui mi dà consigli”.
Quando Iseka cominciò a svegliarsi, nell’intermezzo fra il Soria e l’incoscienza vide, come attraverso un caleidoscopio, tutto il processo e i suoi riflussi, con andate e ritorni: incoscienza, subconscio, pareti della stanza, Soria; e viceversa: Soria, pareti della stanza, discesa nell’intimo, fin quasi a cadere nei più profondi abissi subliminali. E così, nella sua caotica mescolanza di veglia e sonno, poté osservare:

Batraci dai dorsi gialli / cattedrali con vetrate grigie / concentrazioni centrali di materia / concentrazioni periferiche / una mosca chiassosa che sbatteva mille volte sullo specchio dell’armadio della stanza.
Una cornice immonda dello stesso guardaroba da condividere.

Gli occhi un po’ cisposi di Iseka si spostarono a sinistra e in basso, toccarono la parete, e siccome la sua testa ne accompagnava il movimento, confrontandoli, proseguirono in caduta libera fino ad arrivare al più lontano dei due Soria. La sua vista, a quel punto, indietreggiò bruciacchiata verso l’oblio del sogno, come il corno di una lumaca che avesse toccato un ferro incandescente.

“Un tale va a dissotterrare qualcuno e mi invita a seguirlo. Tiriamo fuori una bara che ne contiene altre, in successione, come le scatole cinesi. Ogni coperchio presenta strani disegni che ricordano il voodoo. Scoperchiamo l’ultima, estraendo dal sarcofago finale un uomo vivo, di bronzo, che si contorce fra i legacci”.

L’altro corno della lumaca – le palpebre si dischiusero ancora una volta nel reiterato tentativo di arrivare alla coscienza – toccò la faccia del Soria più vicino e, nel bruciarsi anch’esso, indietreggiò disordinatamente verso il sogno.

“Non emette neanche un suono, ma il volto dell’uomo di bronzo rivela che, almeno per il momento, sta impazzendo di dolore. Il suo fallo, grande ed eretto, è legato al ventre – con delle corde, come tutto il resto – con tanta forza che le funi devono provocargli un male enorme” / aerorazzi / mosche dalla testa rossa / grandi piani color nero sogno / batraci vitrei / fiori in aria liquida / altopiani pietrosi / gioielli elementali / la faccia di quella che continuo ad amare nonostante la Dea dell’Abisso / terremoti / disintegrazione di nuclei.

Siccome la lumaca non aveva più occhi sulla punta dei corni, si agitò, simile a un sisma, per svegliarsi malgrado il Soria.
E Iseka si svegliò.
Juan Carlos Soria non era più nel suo letto. Era stato il primo ad alzarsi, e d’un balzo. Girò il volto e disse a quello del letto di mezzo, suo fratello:
“Luis: alzati che sto già preparando il caffè”.
Luis Soria si mosse e si tirò su. Impiegò solo una frazione della velocità utilizzata dall’altro perché, a sentire lui, farlo con rapidità gli provocava le vertigini. Questo secondo Soria, sonnolento, guardò Iseka – che ora aveva gli occhi ben aperti – sprigionando l’odio primitivo che aveva sempre provato per lui, sebbene di nascosto (anche a se stesso). Il fatto che fosse ancora mezzo addormentato annullava la censura, e in quei momenti poteva permettersi ciò che reprimeva per tutto il resto della giornata.
Luis Soria abbassò lo sguardo e trovò i suoi calzini neri, decorati con artistici rombi rossi, gialli e verdi. Se li mise. Anche le scarpe. Grottesco e carico d’odio e in mutande si diresse alla cieca verso i pantaloni, che giacevano vicino al tavolo, su una delle due sole sedie della stanza. Quando cominciò a infilarseli, Iseka si stava già alzando, e cercava di convincere se stesso che nel giro di quattro minuti avrebbe preparato il mate, e tutto avrebbe avuto un sapore migliore. Non era vero, ma bisognava crederci disperatamente. “Inoltre, pensaci, Iseka, oggi è sabato e non devi lavorare”.
Iseka finì di alzarsi.
In realtà, il peggio della giornata ormai era passato.
Ma non anticipiamo nulla, perché magari la precedente affermazione è solo frutto del nostro ottimismo. I fratelli Soria gli davano consigli. Soprattutto Juan Carlos, il maggiore, quello che tra i due aveva l’ultima parola; il più grosso, faccia da indio, con i capelli simili a stoppa (l’altro Soria aveva i capelli ricci e piccoli grani sulla faccia). Super Soria, per i suoi atteggiamenti e le sentenze, era una specie di scorrettissimo Lao Tse, un tànghero cerimonioso, un furbacchione rozzo e zotico. Quel gentiluomo di Versailles lanciava grugniti cortesi. Quasi madrigalesco nella sua villana sgarbataggine; risoluto e scaltro nel diffondere vizi e idiozie. Un vero Budda oligofrenico. Un autentico Maestro Illuminato, ma privo di elettricità cerebrale. Coscienzioso nella missione che si proponeva: mettere la sua pesante zampa nelle sabbie mobili di ciò che si ignora. Era il vuoto letterale. Un’autorità in fatto di vaghezza e imprecisioni (nel commetterle, voglio dire). Documentatissimo nelle tecniche più avanzate per incorrere in errori minuziosi. Solo per un margine millimetrico le sue frasi sfuggivano al raggiungimento dell’impossibile falsità assoluta. Inamovibile, inalterabile nella sua idiozia. Un autentico monaco zen al quale un indio jivaro avesse rimpicciolito il cervello, lasciandogli però un bel testone. Un SS; magari non per la razza, ma di sicuro per la fronte: mezzo dito. Un’unica circonvoluzione.
Riporterò alcune frasi di Juan Carlos Soria; non come le pronunciava lui, ma come suonavano per Iseka, dopo averle tradotte da un gergo impossibile: “Il Tao di cui si può parlare non è il vero Tao; è chiaro, capo?”. “I nomi che possono designarlo non sono i nomi assoluti, non è così, governer?”. (Fotografia scattata in volo dalla macchina per viaggiare nel tempo cockney). “Il senza nome è il principio del Cielo e della Terra. Il nominato, la matrice di tutte le cose. Smetti di frugarti fra le dita dei piedi, Lui’”. “Entrambi, quello che non si può nominare e quello che si può nominare, in realtà sono lo stesso. Ignoro il suo nome, perciò lo chiamerò Tao. Non conosco il suo nome, pertanto lo chiamerò Grande”. (Firmato: Lao Tsoria). Figlio di mille puttane. Confusoria disse: “La violenza è deplorevole”. E ancora: “L’uomo prudente deve commettere pochi errori e non morirà mai della morte delle mille ferite”, disse Juan Carlucio. Eccetera, e altre. Soria che mangia yoghurt zuccherato. Budda disse: “Tutte le teorie sono grigie. Verde è soltanto l’Albero della Vita”. Soria, che aveva pescato questa frase dal suo unico libro, che leggeva ogni giorno per dieci minuti – I diecimila migliori pensieri dei forzuti cerebrali –, procedette a interpretarla. La sua rivelazione era la seguente: L’Albero della Vita è lo yoghurt. Bisogna consumarlo ogni mattina per diventare verde come l’Albero ed essere giovane e forte e bello come me, il Soria. Confucio disse: “Iseka: questa è la cosa più salutare del mondo. Invece del bicchierozzo di vino pieno di coloranti che butti giù tutte le sere, comprati mezzo chilo di pane e uno yoghurt, che ti nutre senza farti danno” – la parola “danno” invece di “male” l’ha trovata scritta nel libro menzionato sopra. In quel caso era usata correttamente; succedeva che lui la impiegasse anche in circostanze tipo “il carburatore sta danno”, ecc. Poi proseguiva, guardando i manoscritti del romanzo incompiuto di Iseka: “Perché, invece di scrivere cazzate – bah, non so cosa sono, ma a che ti servono, eh? –, non vieni con noi all’autolavaggio, lavori nove, dieci ore al giorno, quelle che vuoi, e fai quattrini? In questo modo cominci a farti una posizione e un domani puoi comprarti un chiosco o un negozio o qualcosa del genere. Io te lo dico sinceramente: penso di fare così. Ecco perché lavoro e risparmio. E tu devi fare lo stesso. Ragiona”. “Non immischiarti nella mia vita privata, Soria”. “Ma come posso non immischiarmi!? Devo aiutarti a ragionare”. Con il livello più basso di rispetto per l’altro, ficcanaso e figlio di puttana.

Mentre l’acqua per il mate si scaldava, Iseka, come tante altre volte, rivide momenti della sua convivenza con i Soria in tempo reale, come se l’attualità non gli bastasse: s’impadroniscono delle sue cose e/o le usano. Si fanno la barba nel suo bricco di alluminio che gli serve per scaldare il latte, non lo lavano, e il suddetto bricco rimane pieno di peluzzi corti. Si siedono sul suo letto gracchiando, strepitando, cinguettando, cicalando allegramente, ecc. Lanciano squittii di gioia analoghi a quelli dei sordomuti nei bar, ecc. Si rivolgono a Iseka, che beve vino per riuscire a sopportarli: “Non bisogna bere vino. Fa male. Mangia lo yoghurt, che non ti fa male allo stomaco ed è buono per il fegato e inoltre nutre”. Poi loro arrivano alle tre di notte brilli, sbronzi o ciucchi, accendono la radio, chiacchierano mentre si svestono e si infilano a letto. “Perché Beto”, un altro dei loro fratelli: erano dieci, “mi ha detto: “Tu con quella tipa…””. “Sì, chiaro, ma tu sai com’è Beto. Lui è all’antica. Ora, ti dirò, sinceramente: lei è una cretina”. “Certo!, però è anche bona”. “Non dico che non sia bona. Dico che è una cretina. Le piace andare in cerca di rogne”. “E… sì. Però è bona”. “Sicuro che è bona. O perlomeno ha un bel culo. Lo giuro sulla mia sborra, come dice il basco dell’altra stanza. E quindi dopo Beto non voleva entrare nel taxi”. “Chiaro, lui all’inizio non capiva quello che gli dicevamo… be’, a quel punto eravamo tutti sbronzi; io credo che fosse sbronzo persino il poliziotto”. (Risate di entrambi). “Chiaro, tu lo sai quanto è forte Beto: forte come un toro è. Voleva già prendere a pugni il poliziotto… Eh… Eh? Non è vero che voleva già prendere a pugni il poliziotto? Tu che ne pensi?”. “E, sì. Io credo… Allora vuol dire che dopo Beto…”. E via così. Personaggio Iseka non riesce a dormire a causa delle voci di questi tipi. Se adesso si zittissero, malgrado lo abbiano svegliato, magari potrebbe conciliare il sonno. Mezz’ora dopo, però, quando è completamente sveglio, stanno ancora parlando. Finalmente tacciono, ma Iseka non riesce più a riposare e vede gli altri che dormono come sassi. “E domani devo alzarmi… ma quale domani del cazzo: adesso, nel giro di un paio d’ore devo essere in piedi e andare al lavoro”.

[…]

Iseka finì il secondo bollitore di mate. Era una bella giornata e così si preparò per uscire. Si infilò frettolosamente in tasca diversi fogli in bianco di un brogliaccio, una penna a sfera, e se la svignò bombardato da vicino dalla musica soriatica. “Torna presto, Iseka, ricordati che il pranzo è alle…”. “Sì, sì. Lo so a che ora è il pranzo, Soria”. Rompicoglioni. Che imbecille sei, Soria. E va bene. Evacuiamo il settore. L’esercito napoleonico si ritira dalla Russia. Ci cacciano. I russi non ci vogliono. Comunque, devo ammetterlo, i soria sono i migliori nemici di stanza che abbia mai avuto. Le azioni di questi balordi non sono esenti dal militarismo. Un fervore castrense soria, naturalmente. O russo. Perché i soria, come quegli altri, annientano il nemico per saturazione. Là dove devono impiegare dieci soldati ne mandano mille; quando occorrono cinquanta cannoni ne usano diecimilacinquecento. Non attaccano finché non sono sicuri che il rapporto di carrarmati è di ottanta a tre in loro favore.

Il Nord e il Centro della stanza – chiamiamo l’insieme geografico Stanza del Nord, per semplificare –, saturi di soria, ci costringono alla corsa agli armamenti. Sono soliti farci offerte di pace, ma noi tecnocrati non partecipiamo ai tavoli delle conferenze. Stanza del Sud Resiste su Tutti i Fronti. Viktoria. Il Wagner Trionfante[1] decora il maresciallo von Mozart con la spirale di uccelli con diamanti e il clavicordio di prima classe munito di spade. E questo è tutto. Soria finocchi. Bisognerebbe essere in grado di difendersi dai propri nemici mediante cose come: l’arte di combinare i suoni, il tempo, o qualsiasi altra. Creare musicalmente: una delle differenze tra la morte e la musica. E così, con una presa di judo musicale, obbligare Thanatos, che viene per te, a ruotare sul proprio asse facendo sì che giri di centottanta gradi e si rivolga contro i tuoi nemici.

Piano d’attacco soria: far saltare i miei ponti; bloccare le vie d’accesso per impedire che mi arrivino vettovaglie; far tacere le mie guarnigioni con il fuoco dei mortai. Infine: prendere d’assalto la mia posizione. Fino a questo momento le mie difese sono state: fumare narghilè magici fatti di arbusti e legni dalle strane fragranze. La mia collezione di pipe giganti. Ne ho una formata da giungle tropicali: il fumo passa attraverso un labirinto di ligustri. Un’altra è stranamente piena di uccelli variopinti e di scimmie urlatrici. Per niente pigra, lo garantisco. Dà la stessa sicurezza di un elefante che pronunci un discorso carismatico di fianco a un vaso Ming. Eppure, mi ha dato solo soddisfazioni. Ne possiedo anche una attraverso la quale si respira un deserto immenso. Oggi è il mio compleanno e mi sono visto obbligato a passarlo con i soria. Con i Soria. In effetti: oggi ho ventisei anni e sei mesi. Un’altra settimana è andata a finire nella camera a gas. Sento ogni lunazione come un giorno unico. Si vive quattro giorni al mese. Si capisce il motivo della disperazione? Quarantotto giorni all’anno.

Personaggio Iseka monologava tutto questo fuori dalla stanza fondamentalmente soria. Ma non era uscito dalla pensione. Si fermò nel corridoio che la lavandaia usava per stendere le lenzuola di tutti gli inquilini. Come si è già detto, era una giornata piena di sole. Sì. Ma nei quattro giorni precedenti, di pioggia ininterrotta, non vi fu povertà o miseria che non venisse a galla: indecente come la gravidanza di un mostro. Poi arrivava il sole totale. Allora la lavandaia della pensione ne approfittava per lavare tutte le lenzuola; e queste, insieme ai panni degli inquilini, riempivano completamente la terrazza. Una terrazza che, dopo la brutale oppressione della pioggia, sarebbe stata adatta per una sfilata. Gli indumenti bagnati, soprattutto quelli di una certa grandezza, creavano un labirinto di logoramento analogo a quello creato dalla pioggia. Non potevi fare un passo senza andare a sbattere il naso contro un lenzuolo o un paio di mutande a fiorellini. Iseka, oltretutto, doveva far asciugare i suoi stivali e le calze bagnate dalla pioggia dei giorni precedenti – dinanzi all’impossibilità di riparare i buchi delle sue calzature per mancanza di mezzi. Cioè: gli sottraevano il suo giorno di sole totale con le miserie della pioggia dei giorni precedenti; come un plusvalore che non finiva mai di pagare. Le miserie di Iseka erano una sorta di potenziale in agguato che aspettava il momento per scatenarsi. Quelle figlie di puttana erano capaci di attendere un anno intero, se necessario; ma alla prima pioggia, zac. Così, questa aggressione permanente, questo crimine assoluto. Anche uccidere un individuo è genocidio. Camminare in modo molto precario sulla lama del castratore, non sul filo del rasoio. I campi di concentramento e una Dien Bien Phu circondata da soria.

Iseka salutò la lavandaia, una brava donna santiagueña che gli voleva bene e che varie volte gli aveva dato un piatto di zuppa. Scese la scala sinistra e si ritrovò in strada. Dato che era troppo stanco per prendere un autobus o il metrò, cominciò a camminare in mezzo alla gente. Ogni folla nasconde un cimitero, come si suol dire. Ma i cadaveri non sono i corpi dei componenti della folla, bensì quelli dei tizi che quei bastardi hanno assassinato.
Una vetrina. Iseka Personaggio, perché insisti a ricordare che mancano ancora ventiquattro giorni e un’ora per riscuotere? Perché non pensi invece a quelle mani ortopediche che vedi dietro il vetro? Di un bel colore rosa.
Iseka entrò in una zona pedonale affollata di soria; ma da un appartamento, fatto insolito per il luogo e l’ora, si sentì Wagner in uno dei suoi Blitzkrieg sessuali. Ah, Richard!: i palazzi che hai costruito per Cosima, tenendo conto della zona sud della donna.
Iseka decise di affrontare il peggio una volta per tutte e di infilarsi in mezzo alla calca. Era l’offensiva di primavera. L’offensiva russa, però. Si avvicinò a un assembramento. Domandò. “Non so”. “Non so”, rispondevano fingendosi ignoranti. “Sarà che mi vedo così diverso?”. Comunque, alla fine venne informato. “Hanno ammazzato un tipo”, disse un soria. Un altro commentò: “Uh, pitty“. Personaggio Iseka vide chiaramente cadere dal cielo, coprendo i tetti degli edifici, una precipitazione radioattiva. Nessuno si rese conto che una gioventù era stata assassinata con una carica nucleare di 1.200 ore, cioè 78.000 minuti, equivalenti a 4.680.000 secondi. Come sarebbe bello avere una riserva temporale per attaccare i soria in ogni luogo contemporaneamente. L’attacco alla Russia: un’estate qualsiasi in un’alba inaspettata. Ma la gioventù non basta. Mi accontento di mettere da parte un minuto lucido e di allungarlo senza spoletta a Luis e Juan Carlos Soria mentre stanno mangiando distratti. Non sarà facile. Le ore dei soria si infiltrano attraverso le zone smilitarizzate e si lanciano come kamikaze contro le mie posizioni. Mi metto a scrivere, e migliaia di minuti, sputati dalle loro mitragliatrici pesanti, si conficcano nel terreno accanto al mio letto. Vicino a me un cieco finge di mangiare un cioccolatino e mi allunga la carta stagnola. Un minuto senza scoppiare. Bisogna togliere il detonatore. Chiamate la squadra che smonta i minuti. Occhio all’anti-Mozart figlio di puttana.

Personaggio Iseka comprò il quotidiano. La prima cosa che lesse:

“Scontro sulla frontiera. In un episodio non del tutto chiaro, in un posto di frontiera della Tecnocrazia, guardie di quel paese si sarebbero scontrate con i membri di un plotone soria provenienti dall’Ottima Delegazione, che avrebbero attraversato il confine per errore, confusi a causa della nebbia. Una granata soria è esplosa vicino a un soldato tecnocrate. A tale soldato sono state estratte quaranta schegge di minuto che gli si erano conficcate in corpo. È stato necessario toglierle con una pinza, un secondo alla volta. La cancelleria di Soria ha presentato le sue scuse a quella tecnocrate per l’incidente.”

Iseka accartocciò il quotidiano e lo buttò via. Che peccato. Sarebbe venuto a conoscenza di molte notizie interessanti.
Frammenti del giornale che Personaggio Iseka ha buttato via:

“Le bombe di rotelio in genere sono congegni con una capacità temporale complessiva fra le 2 e le 6 ore (ci riferiamo all’ora megatempoton, chiaro). Negli arsenali termonucleari si trovano i Superspaventosi Orrorifinali, di 40 e 60 ore. Anche se padroneggiano la tecnologia per produrre l’arma di 120 ore sofisticatissime (sono così potenti perché vengono allattate con latte di porco), entrambe le potenze si sono accordate per non usarla in caso di conflitto, perché metterebbe in pericolo la struttura temporale dell’Universo. E allora sì che sono cazzi da cacare.”

Un altro brano del giornale:

“Racconti di soldati. Come i nostri lettori sanno, la guerra civile che dissangua Chanchín – divisa in Chanchín del Nord e Chanchín del Sud – da più di dieci anni ha dato luogo a innumerevoli racconti di guerra. Per un chanchinita è una banalità che non merita di essere raccontata dire che un soldato, entrando in un campo minato, ha calpestato un minuto ed è diventato merdavolante. Ma per i nostri lettori che vivono – fortunatamente per tutti – in pace, forse queste storie possono avere qualche interesse.”

Alle ore 3:15 abbiamo attraversato la zona smilitarizzata per dirigerci verso il nemico. Un’ora prima, i nostri aerei avevano fiaccato la postazione con un bombardamento di 1.200 minuti.
Che cadevano fischiando. Scoppiavano nell’impatto con il terreno e anche un po’ prima, sparando centinaia di secondi a grande velocità. Una volta in prossimità del nemico, ho dato l’ordine di mitragliare la postazione con secondi traccianti. Poi, a un mio ordine, le truppe sono avanzate con l’appoggio dei blindati. Gli effettivi di Chanchín del Sud hanno contrattaccato quasi subito. Mi ha sempre stupito la capacità dei loro comandi di riprendersi dalle peggiori sorprese e di costituire nuove riserve. A ogni istante si sentivano dal nostro lato ordini come questo: “Carrarmato a destra! 450! Fuoco!”. Nella nostra avanzata scorgevamo a entrambi i lati un mucchio di carrarmati in fiamme, nemici e nostri. Non c’è niente di più spaventoso che vedere per la prima volta un carrarmato incendiato. È deprimente constatare che anche un mostro simile può essere distrutto. Poi ci si fa l’abitudine.
Una casamatta ci disturbava. Un ufficiale ha preso un minuto di grande potere esplosivo e di elevata disgregazione e lo ha lanciato dalla bocca. Il minuto è esploso in 60 secondi, che a loro volta hanno deflagrato in 60.000 millisecondi. La via era sgombra e abbiamo continuato ad avanzare!

In un’altra pagina:

“I fisici temporali che lavorano all’accelerazione delle particelle sono esposti a un grande pericolo. Un secondo radioattivo è riuscito ad attraversare il blindaggio protettivo di uno studioso – un giovane promettente di trentadue anni – mettendolo nella merda per sempre.”

Personaggio però non lesse niente di tutto questo. Il giornale era rimasto molto indietro e Iseka osservava i vetri dei palazzi, come se questi fossero enormi armadi di una pensione. “Nel nascondiglio; sempre nel nascondiglio con i miei fantasmi, in mezzo a foreste sfuggenti. Come specchi. Una pensione è una porzione di terra circondata dall’acqua. Un anno e mezzo fa vivevo in calle Carlos Calvo. Ora, dopo le nostre grandi vittorie in Russia, vivo in calle Alberti: una porzione d’acqua circondata dalla terra. Magnifico.

“Il suicidio è praticato dai più grandi sportivi. Si può catturare al volo la preda solo una volta[2]. È talmente costoso che viene attuato solo da persone molto ricche. Dopo averle prese, si contano e si esibiscono le prede, che vengono guardate e anti-toccate da quelli che non si sono arrischiati ad acchiapparle.

“O magari no. Uno non si uccide affatto. E che schiattino i soria che devono sopportarmi. Io, per le mie origini, ero una persona eminentemente agricolo-allevatrice. Seminavo grano e mais in immense estensioni. Un giorno comparvero le cavallette. Non rimase neanche un filo d’erba. Allora mi misi a mangiare gli insetti colpevoli: ridurli nel mortaio in una pappetta che, trasformata in torte seccate al sole, mitigasse la mia scarsità di cibo. Dopo aver perso nello stesso modo vari raccolti di seguito, nella mia mente nacque l’idea di industrializzarli. Vale a dire: smettere di lottare invano contro gli ortotteri locusta[3] e, come nel judo, sfruttare lo slancio del nemico e volgerlo a mio favore. Così seminai tanto grano e mais come non avevo mai fatto, affinché gli animaletti se li mangiassero. Riuscii a impiantare una catena di produzione industriale. All’inizio, dagli insetti ottenevo soltanto pane e olio. Poi, progressivamente, tutta l’industria pesante. Quando lei arriva, comincia la primavera. E se le cose stanno così, perché sopporto i soria? Perché sono uno sfasato e un coglione. Sono venuto a vivere qui, proprio sul confine, in questa città condivisa da soria e tecnocrati. Da qui si vedono i territori di Soria. Credo che mi restino due soluzioni. O diventare completamente soria anch’io, o trasferirmi nei domini tecnocrati del Controllore. Vuole dirmi chi cazzo mi ha ordinato, per un senso di purezza malintesa, di sfidare i soria qui alla frontiera, di rendermi visibile? La pensione in cui vivo e lo stesso lavoro che faccio – spazzino – sono sul confine tra l’essere e l’anti-essere, equidistante da Tecnocrazia e Soria. “Da parecchi anni sono stato espulso all’Est di Mozart e posto sulla frontiera tra il sesso e il nulla. All’ingresso hanno messo degli angeli wagneriani armati di spade di fuoco per impedirmi di tornare”, ho scritto tempo fa. E perché deve continuare a essere vero? Ciò di cui ho bisogno è imparare qualche astuzia. Lo sfruttamento delle cavallette mi sembra un buon inizio. Sarà una disgrazia se neanche con questo procedimento ti va bene e i soria continuano a individuarti. I metafisici si sbagliano: il problema non è “essere o non essere”. Essere o Antiessere è la questione. Il nulla costituisce soltanto una delle conseguenze che subiscono gli uomini e l’essere stesso a causa della loro sconfitta di fronte all’Antiessere. Entità diabolica, quest’ultima, che, lungi dal limitarsi come un pazzo a colpire un gruppo di persone, compie un attentato contro il cosmo intero, imponendogli la discordanza in progressione geometrica. Ma, come dicevo: occorre avere un po’ di astuzia… e di humor. Il procedimento di mangiarsi le cavallette, ecco”.

E Personaggio Iseka, come in un gigantesco teatro, cominciò a balbettare con mille labbra, come diceva Wilde: “Sono terribilmente preoccupato, Ettore ettoride: quest’anno le cavallette sono in ritardo. L’invasione si fa attendere. Dove sono le cavallette benefattrici? Non potremo far altro che mangiarci il grano e il mais, a cui il nostro palato si è disabituato. Crisi dell’industria pesante. Razionamento dell’olio. La Langostian & Company sta per fallire. Le cavallette: bisognerà cadere nel paradosso di doverle sintetizzare? Osso delle Tombe, il suo aiutante, si presenta a Personaggio e gli dice: “Devo informarla, Superduca, come se le nostre disgrazie fossero poche, che hanno rubato i tini dove conservavamo le olive sacre dell’Imperatore”. Iseka: “Che orrore. E dimmi: non puoi portarmi almeno una zuppa di volatili e una braciola di chelonidi?”. Osso delle Tombe: “Impossibile, Sire. I volatili a cui non hanno tirato il collo poco fa li hanno fatti doremifasol. In quanto ai chelonidi, sono scomparsi”. Iseka, disgustato e spaventato: “Aaaah! Dove sono i chelonidi? È possibile che si siano rubati anche i chelonidi, dopo che li nutrivamo con pane e latte?! Si sono rubati le olive sacre e i chelonidi!””.

Personaggio Iseka fa svanire il teatro della sua mente e spazza gli edifici con le dita usandole come se fossero un rastrello gigante con cinque denti.
Dice fra sé: “Speriamo che non sia così. Perlomeno vale la pena provarci”.
Diede le spalle alle terre di Soria e si diresse da una sua zia, che gli voleva bene, perché gli trovasse un lavoro nella compagnia telefonica. Che non era un granché, ma sempre meglio del Campo di Concentramento. Ciononostante, doveva ripercorrere per l’ultima volta la strada già fatta. Entrò nella stanza. I Soria erano andati al cinema. Fece un fagotto con le sue opere e i suoi scarsi effetti personali, secondo la famosa espressione, consegnò la chiave a Don Flores e se la svignò. Era ora. Se fosse rimasto ancora un minuto, chissà cosa gli sarebbe potuto succedere. Uscì in strada. Attraversò gli edifici smilitarizzati della frontiera e si inoltrò nella zona tecnocrate della città.
Era nel paese del Controllore.


[1] Il Don Giovanni de Il fantasma dell’opera di Leroux.

[2] Doppio senso intraducibile: il termine pieza in questo contesto indica un animale preda dei cacciatori, ma anche una stanza, difficile da trovare; la sottostante metafora è che se il suicidio fosse un animale sarebbe difficile catturarlo [NdT].

[3] In realtà si tratta della grossa locusta terribilissorialor, specie nuova – o molto vecchia –, secondo come la si guardi. Pertanto sarà un’impresa disperata cercarla nel dizionario, a meno che si tratti di un dizionario soria.

L'articolo I nemici di stanza. Un estratto da “Los Sorias” di Alberto Laiseca proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/estratti/nemici-stanza-un-estratto-los-sorias-alberto-laiseca/feed/ 0
Intervista ad Alberto Laiseca https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-ad-alberto-laiseca/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-ad-alberto-laiseca/#comments Wed, 22 Jun 2011 10:49:16 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4594 bblichiamo di seguito una lunga intervista – uscita per la Revista de Cultura Ñ a cura di Gabriela Cabezon Camara – allo scrittore Alberto Laiseca. Originario di Rosario, la sua opera è pressoché sconosciuta in Italia, ma in patria ha influenzato scrittori del calibro di Fogwill e Ricardo Piglia. Scrive di lui Cesar Aira: «Laiseca non solo è un grande scrittore [...]: è uno degli inventori della letteratura, unici e imprevedibili, con i quali tutto termina e comincia di nuovo». Il suo libro più importante, Las Sorias, è considerata l’opera più ampia della letteratura argentina.

Traduzione di Gianluca Cataldo

L'articolo Intervista ad Alberto Laiseca proviene da Minima et Moralia.

]]>

Pubblichiamo di seguito una lunga intervista – uscita per la Revista de Cultura Ñ a cura di Gabriela Cabezon Camara – allo scrittore Alberto Laiseca. Originario di Rosario, la sua opera è pressoché sconosciuta in Italia, ma in patria ha influenzato scrittori del calibro di Fogwill e Ricardo Piglia. Scrive di lui Cesar Aira: «Laiseca non solo è un grande scrittore […]: è uno degli inventori della letteratura, unici e imprevedibili, con i quali tutto termina e comincia di nuovo». Il suo libro più importante, Las Sorias, è considerata l’opera più ampia della letteratura argentina.

Traduzione di Gianluca Cataldo

Interno. Luce artificiale. Scrittorio con una quantità smisurata di fogli. Voce grave, mediamente rauca e però dolce, di una melodia sottile che non viene da Buenos Aires. Dice “Attento”. È Alberto Laiseca, che in qualche modo si arrangia ogni giorno della sua vita per scrivere, a mano, perché così scrive, su questo tavolo, dove inoltre, quasi sempre, c’è una bottiglia di birra, una tazza di birra coperta da un panno e un posacenere ricolmo: “è un tavolo vaticano, tutto si perde per 700 anni, il tuo registratore si può perdere per 700 anni”, avverte e si siede al suo scrittoio. Un istante prima dell’impressione che la sua testa colpisca la lampada: è una montagna Laiseca. Una montagna con dei baffoni alla Nietzsche che emette fumo tutto il giorno. Il resto della scena: due gatte dormono sul letto, che è attaccato allo scrittoio. Fuori dalla finestra, due cani di impronta giapponese vivacchiano in un cortile coperto. Circondando il letto, una biblioteca conosciuta perché tutti i suoi libri hanno le copertine foderate.
Lasieca è magro, cenerino, stanco. Una polmonite lo ha colpito poco più di un mese fa, fino al ricovero all’ospedale. Qualche settimana dopo, quando stava un po’ meglio, furono messi in vendita i suoi Cuentos completos (ed. Simurg), e la coppia di registi Cohn e Duprat[1] licenziarono Querida, voy a comprar cigarrillos y vuelvo, film basato su un suo racconto e attraversato dalla sua voce e dal suo istrionismo.
Dovrebbe essere un buon momento della sua vita, però la mancanza di denaro, la necessità di trovare una casa per trasferirsi con tutta la sua fauna e l’eccessivo lavoro, “quasi non sto scrivendo né studiando” affaticano questo scrittore, padrone di un’opera tanto originale che sembra non avere tradizione né eredi, così figlia delle opere di Wagner, l’archeologia egizia, le filosofie orientali, l’opera di Shakespeare e i racconti di Edgar Allan Poe come della “Billiken”[2] degli anni Quaranta, i libri di avventura, i film horror e il porno di serie z.
La lingua di Laiseca è fatta di registro scientifico, formula esoterica, racconto di fate e delirio paranoico, triturati fino a raggiungere una polvere che, innaffiata con birra, gli servì per costruire la propria piramide, un monumento attorno al potere nei suoi versanti più tortuosi e tormentosi: il dittatore onnipotente, arbitrario e folle, e l’amore sadomasochista.
Può trattarsi di un libro come il leggendario Los Sorias, che tardò dieci anni a scrivere e altri sedici a pubblicare. O di racconti di due pagine. Possono svolgersi, come nel racconto del 1971 che apre i suoi Cuentos completos, “nell’anno 200 della Egira in un remoto paese arabo”, dove gli autobus hanno un motore a combustione umana: i galeotti morti sono scambiati alle stazioni di servizio. O una decade fa, nel cimitero della Recoleta[3], dove un nobile parla con la sua amata defunta, come nella “Verdadera historia de la mujer de Blanco”, il racconto che terminò qualche mese fa e che chiude lo stesso libro. Possono essere molto diverse. Però sono variazioni dell’identico: Laiseca è riuscito a fare alta poesia con le frattaglie più putride e gli artigli più affilati del potere, in buona parte della sua opera.
Una produzione che quasi lo uccide, e che anche gli salvò la vita, una vita che fu difficile, e però “il cammino più duro è il più facile”, dirà lui. E tutto iniziò così:
“A papà capitò una tragedia, era profondamente innamorato di mamma e mamma morì molto giovane. Papà impazzì, impazzì del tutto.

– Doppia tragedia per te.
– Sì, ho vissuto agli ordini contraddittori di un pazzo, povero papà. Castighi, lasciarmi solo di fronte a una domestica prepotente, sadica: così come ebbi buone domestiche, ne ho avute di cattive, e dovetti soffrirle. Mio padre evitava di agire, mai ci mise la faccia per me. Le domestiche avevano il potere totale e assoluto, soffrii abbastanza.
– E questo ti portò alla lettura.
– Io sostengo che la lettura, i libri furono ciò che mi salvò la vita, altrimenti impazzisci come tuo padre o ti suicidi, ci sono bambini che si suicidano, lo sapevi?
– Non lo sapevo.
– Non ne hai mai sentito parlare?
– No.
– Sì, ci sono bambini che si suicidano.
– Che disastro.
– Sì, bimbi che si impiccano.
– Avevi paura.
– Sì, avevo paura del mostro che viveva sotto il letto. Era un mostro in abstractum, che stava sotto il letto, non ne dubito, però non sbavava dalla bocca, neanche aveva una bocca o zanne, non faceva rumore. Passai decadi prima di capire che questo mostro era mio padre, e siccome gli volevo bene, non riuscivo a capire, cadevo in contraddizione.
– Scrivesti in quel periodo il tuo primo racconto?
– No. Da bambino provai a scrivere una cosa e non la terminai mai. Era totalmente autobiografica: un bambino che aveva perso sua madre e uscì a cercarla per la strada, e sembra che si accorse che non riusciva a trovarla. Quindi l’autore preferì abbandonare il racconto. Dopo tornai a scrivere, da grande, suppongo che avessi venti anni, e scrivevo molto male.
– Lo racconti sempre.
– Ed è la verità.
– Studiavi ingegneria?
– Cominciai a migliorare come scrittore quando cambiai vita.
– Ti aveva iscritto tuo padre?
– Sì, e anche il piano lo studiai perché lo voleva papà, già.
– Nella tua opera si nota che hai nozioni di matematica, meccanica.
Negra querida, vediamo se ci capiamo, io amo la scienza ma non pretendere che io sia ingegnere, perché non fa per me. Studiai fisica teorica fuori dall’università perché mi piaceva, perché avevo voglia, e feci abbastanza progressi.
– E il tuo amore per Wagner risale a quando studiavi musica?
– Fu dopo. Dovetti conoscerlo da solo, perché in primo luogo a nessuno della mia famiglia piaceva Wagner, a nessuno. Papà era innamorato di Beethoven e devo confessarti, querida negra, che all’inizio a me non piaceva per rabbia nei confronti del mio vecchio. Però Beethoven è un genio.
– Come mai hai abbandonato l’ingegneria e la vita da studente?
– Hai letto la frase che disse Mijail Sergueivich (Gorvachov), l’ultimo presidente sovietico quando impose la Perestroika? “Adesso non abbiamo un luogo al quale tornare, o cambiamo o cadiamo”. Bene, loro caddero. Però io inventai la frase o l’ho vissuta prima. E per fortuna, mi andò meglio che all’Unione Sovietica.
– La Russia è un paese sfortunato.
– Dai tempi più lontani: i poveri russi prima dovettero beccarsi lo zarismo, una cosa orrenda, quindi i sovietici e adesso i gangsters.
– E tu non potevi tornare indietro.
– Chiaro, malgrado scrivessi così male, dovevo essere scrittore perché era l’unica possibilità che mi restava, e per fortuna lo sono diventato. Avevo un piano B: essere ricco, andare a lavorare in Africa del sud, in una piantagione o che so io quale merda, cominciare come operaio e terminare comprando la terra al proprietario. Fantasia, però anche lo scrittore vive di fantasie.
– Con questa fantasia andasti a lavorare come vendemmiatore?
– No. Andai per rompere con le mie abitudini.
– E che rottura.
– Sì. Come disse qualcuno, non è una mia frase, ricordati negrita per favore di chiarirlo o mi accusano di plagio: “il cammino duro è il più facile”. Ne feci la legge della mia vita. È per questo che mollai ingegneria, smisi di ricevere il mio stipendio mensile e seguii il cammino duro che fu il più facile.
– Perché?
– Perché se avessi continuato in quel modo sarei morto.
– Cosa hai imparato coi i vendemmiatori?
– Imparai a osservare gli altri, imparai quanto è dura la vita nel campo, le ingiustizie che vi si commettono.
– Sono grandi.
– Enormi. C’è una frase che appresi dai capisquadra e che ho dovuto ascoltare anche fuori dalle cuadrillas[4]: “Se non le piace se ne vada”.
– Lo dicono quasi tutti i cattivi capi del mondo.
– Io lo appresi con i capisquadra delle cuadrillas.
– E quanto tempo sei rimasto?
– Due anni, due stagioni. E dopo andai a Buenos Aires e feci il netturbino per quattro anni e mezzo. Dopo, ero già stufo, una zia molto in gamba, che poveretta morì, mi trovò un lavoro nell’ ENTel[5], ti ricordi?
– Sì, ho ancora un cospel[6]
– Erano simpatici, di alluminio.
– Sembravano di rame.
– Hai ragione. Sono un coglione, mi sono confuso con quelli del subte, che erano sì di alluminio.
– Hai cominciato a scrivere con i vendemmiatori?
– Sì. Scrivevo molto male, però meno di prima.
– Sarai stato stanco.
– Non era questa la ragione. Scrivevo male perché non conoscevo niente della vita e dell’arte, e perché vivevo schiavizzato eseguendo ordini. Allora un giorno ti liberi, ma non è da un giorno all’altro che cominci a scrivere bene.
– E come sei riuscito a introdurti nel mondo intellettuale di Buenos Aires pur essendo un netturbino?
– Guarda, fu una di quelle cose ingenue che a volte portano dei risultati. Stavo lavorando quando vidi un uomo barbuto, “deve essere un intellettuale”, pensai. Gli parlai, “senti, vengo da fuori, sto a Buenos Aires da poco, non c’è un luogo dove si riuniscono gli scrittori?”. E curiosamente il tipo non mi derise e mi rispose: “Sì, c’è un luogo dove si riuniscono pittori, scrittori, poeti, è il Bar Moderno, all’800 e qualcosa di calle Maipù”. E lì andai, cominciai a conoscere gente, leggevo le mie cose, i miei manoscritti, sempre con una vita molto underground. Che può arrivare a essere una perfetta maledizione.
– È stato un prima e un dopo.
– Il Moderno mi cambiò la vita, non esiste più, poveretto, che disgrazia. Sai cosa c’è dove c’era Il Moderno? Un enorme buco, un pozzo.
– Perché?
– Perché adesso in questo luogo ci hanno messo un parcheggio sotterraneo; a volte vado non so perché, da masochista, questa cosa impossibile dei bambini, spero di trovare il locale, sapendo che non c’è più. Ritrovo sempre il grande buco.
– Come nel tuo racconto da bambino.
– Sì, qualcosa così, hai ragione.
– Chi ricordi con più affetto di quell’epoca?
– Molta gente, Sergio Mulet per esempio, un tipo che mi ha protetto abbastanza. Marcelo Fox – si riferisce a due scrittori del gruppo Opium, che si definivano come “satiri-cinici-ubriachi-innamorati figli della decadenza dell’occidente”.
– Dicono che Marcelo Fox fosse un genio. E non c’è niente di suo.
– Non c’è, si è perso nell’oblio più assoluto. Scrisse un libro di racconti che si chiama Invitaciòn al masacro. Io dico sempre che Fox non aveva nessun talento: aveva esclusivamente genio, niente più che genio, solo genio.
– Dicono che scrisse della sua morte.
– Ti dico come comincia il primo dei suoi racconti: “è ora di morire, tutto finisce, l’immondizia la allontanano, allontanano me. La ghigliottina cadrà lucida e esatta”. Sai come morì Fox? Decapitato, lo decapitò un treno a Belgrano R, così immagina tu se scrisse della propria morte.
– Chi altri hai conosciuto?
– Molta gente, non voglio ricordarmi di nessuno.
– Raccontami dei “buoni”.
– Conobbi Reynaldo Mariani, un poeta tremendo, lo cito in Los Sorias, cito una delle sue poesie. Poeta geniale Mariani, sì.
– Che anno era più o meno?
– Quando passai per Il Moreno avrò avuto venticinque anni, sarà stato il 1966.
– Che scrivevi in quell’epoca?
– Quelli che chiamavo “Testi caotici”. C’era un argomento a volte, però senza inizio né fine, erano il medium dell’argomento, e dopo frasi, riflessioni, questo.
– Sarà stato strano.
– Era stranissimo, attirò molto l’attenzione, c’era gente che voleva pubblicarmi, io non volevo pubblicare perché ero impazzito, avevo una questione che non c’entra niente. Una questione con i sindacati.
– Come con in sindacati?
– Ah, non farmelo spiegare. Scrissi un romanzo in quel periodo che si chiama Sindacalia, la fuente de la eterna anti-juventud. Ora mi hanno offerto di pubblicarla, dirò di sì. Però la semplice pubblicazione di questo romanzo sarà in contraddizione con quello che dice: che non si deve pubblicare.
– Perché pensavi che non si doveva pubblicare?
– Perché ero pazzo: pensavo “pubblicherò soltanto in un luogo dove ci sia libertà corporativa”.
– E come arrivasti a pubblicare?
– Bene, mi passò questa follia. Penso di lasciare il romanzo com’è, non traviserò la sua essenza, anche se devo fare un prologo esplicativo. I venti libri che pubblicai esistettero perché non continuai a pensarla così. C’è una frase in questo romanzo che è incredibile: “Chi scrisse questo libro, è già morto”, ed è la pura verità, io stesso ero molto vicino al suicidio.
– Come ti sei salvato?
– Vuoi che ti dica la verità? Mi aiutò il cielo. Voglio dire che il cielo e la terra, come ti direbbe un cinese, perché i cinesi non menzionano solamente il cielo, ma anche la terra, il ying e lo yang. Mi hanno protetto il cielo e la terra. Sì, perché senza aiuto celeste e materiale, per un tipo nella mia situazione l’unica via d’uscita era il suicidio, così che hai bisogno di molto aiuto terreno e celeste. Io sono credente, come saprai.
– L’esoterico è molto presente nei tuoi libri.
– Sono pagano, eterodosso diciamo, non ho religione particolare. Sì, sono pagano.
– Non vuoi parlare di politica, me lo hai detto e non ti chiedo di raccontarmi del tuo anticomunismo. Però quando seppi che avevi spedito una lettera al presidente Johnson chiedendo di arruolarti all’esercito degli Stati Uniti pensai: pensa se gli dicevano di sì.
– No, piuttosto cosa provai quando mi dissero che non mi avrebbero mandato in Vietnam.
– Sollievo.
– No. Orrore: e ora che faccio, perché adesso il suicidio sì che era più vicino che mai, e io non volevo uccidermi. Sono sempre stato molto pauroso. Pensavo che andando in Vietnam sarei tornato dentro un sacco verde con una bandiera piegata sopra, o che mi sarebbe passata la paura. Io non sono un indovino, tesoro, tra le mie molte doti non si annovera questa, però sì credo che mi avrebbero ammazzato. E c’è qualcosa di molto peggio, gli atei bolscevichi avevano bombe molto buone.
– Lo credo che vinsero.
– Avevano qualcosa chiamato “La Betty salterina”, che era una mina che saltava fino a quest’altezza e ti mozzava le braccia, ti lasciava cieco, cosette così. C’erano anche lattine di Coca-Cola interrate e piene di pallini da caccia o di pietruzze, con polvere da sparo e una specie di miccia, restavi castrato.
– Molto…
– Sfortunati furono quelli che morirono. Ah, un dato che conosce poca gente: tutti sanno che morirono 58 mila ragazzi in Vietnam, 58 mila soldati nordamericani, però poca gente sa che dei ragazzi che tornarono se ne suicidarono 50 mila. Così che abbiamo 108 mila caduti.
– Sono contento che Lyndon Johnson non ti abbia arruolato.
– Che vuoi che ti dica negra, anch’io sono contento. E ti dichiaro che se dovessi cominciare di nuovo non invierei la lettera a Johnson, farei quello che feci molto dopo: andare in un dojo a imparare il karate. Non se ne va la paura però sì, hai un po’ più di fiducia, controllo sul tuo corpo e ti aiuta con la salute. Se avessi continuato con il karate, dubito molto che mi sarei beccato questa merda di polmonite.
– Ti tranquillizzerebbe anche.
– Ti aiuta anche a livello di testa. Il karate, sia giapponese o cinese, è qualcosa di più di un’arte marziale, è un’arte integrale che fa in modo che tu non sia tanto aggressivo, curiosamente. La prima cosa che ti dice il tuo maestro è: “Non deve litigare con la gente, lei litiga fuori dal dojo, non serve, fuori”. Il karate cinese è il kung fu.
– Sono bellissimi i film di kung fu.
– Alcune cose sono fantasiose.
– Ho visto un documentario di monaci, e sembravano maghi.
– Sì. Vidi una foto di un karateka giapponese, un vecchietto, l’istantanea presa nel momento esatto di un colpo, con la sua mano destra tagliò la testa a un toro. L’ho visto, ci credo.
– Sanno cose che noi non sappiamo.
– Sì, chiaro.
– Come quel monaco che si diede fuoco in posa da loto.
– Ah, sì, in Vietnam, a Saigon. Però gli faceva male, gli fece male.
– Ma lo dominò.
– Lo dominò, ma gli fece male.
– Si bruciarono in circa 64.
– Non so quanti, però ti dico che era un governo pessimo quello che c’era nel Vietnam del sud.
– Che perseguitava i religiosi per qualunque sciocchezza.
– Ngo Dihn Diem, un dittatore tremendo. Non ho niente contro i cattolici se non contro i cattolici fanatici, tutto il gabinetto di questo governo era fanatico-cattolico e i buddisti erano perseguitati  in un paese a maggioranza buddista. Come se qui io fossi dittatore, mi faccio buddista e perseguito i cattolici, sono pazzo, sto perseguitando la maggioranza del paese, un pazzo. Ci tengo a dirti che non si giustifica nemmeno la persecuzione a una minoranza, fai che fosse una minoranza, nemmeno.
– Il Vietnam era un manicomio.
– Diem era un uomo molto cattivo e molto pazzo. Era sposato con una donna, la signora Nu, che era molto bella come alcune vitnamite, anche lei cattolica fanatica e quella che realmente comandava, al punto che per il golpe, dove uccisero Diem, aspettarono che lei fosse a fare shopping a Parigi, ti giuro.
– Questi personaggi ti affascinano.
– Ah, sì, chiaro. Il potere deve esistere, però che fare allora con il potere, perché questo, ti dico,  mi tocca molto da vicino; devi sapere che ero anarchico, ero contro lo Stato. Anarchico fino alla morte e da lì passai a rispettare il potere, lo Stato deve esistere. Ossia; abbandonai l’anarchia. Molto bene: secondo Laiseca lo Stato e il potere devono esistere, che facciamo allora con loro?
– Può essere mostruoso.
– Bene, però cara amica, ben scrissi Los Sorias per parlare di tutto questo.
– Tutto chiaro.
– E che te ne pare, se avessi continuato a essere anarchico Los Sorias non sarebbe esistito, avrei scritto un altro romanzo ma non Los Sorias. Ero anarchico, sì, per questo il mio odio verso i sindacati unici.
– Veniva dall’anarchia.
– Dal mio periodo anarchico. Però i miei amici anarchici, che erano meno pazzi di me, dicevano “sì, Laiseca, però devi pubblicare, non ha senso, così non combatti i sindacati unici”. Chiamavamo sindacati unici i sindacati monolitici di una CGT[7] unica.
– Bene, avevi una qualche ragione.
– Sì, ad ogni modo, piccola, i miei amici, gli anarchici avevano ragione, io dovevo pubblicare. Loro non erano pazzi.
– Eri nichilista.
– No. Ero folle. Perché vuoi chiamarlo in un altro modo? Vuoi che ti dica che ero orticoltore? No, ero un pazzo.
– E quando vivevi a Escobar eri orticoltore?
– No. A quei tempi viaggiavo tutti i giorni per andare all’atro lavoro che avevo, fui correttore nel giornale La Razòn, a Barracas.
– Avresti viaggiato 4 ore…
– Sì, un sacrificio enorme. Ma fu l’unica volta che ebbi una casa mia, una casa molto umile, però era magico, entravo a casa e dicevo vado a scrivere. E questo che stavo quasi per sdraiarmi senza togliermi i vestiti. Però no, accendevo la luce, chiudevo la porta a chiave, guardo i miei passerotti e passava la stanchezza. Mi preparavo una tazzona di acqua bollente e un sacchettino di te ben forte, lasciavo quasi un dito e aggiungevo rum Negrita, allo scopo di scrivere. Ma la stanchezza non se ne andava con questa bibita, se ne andava in maniera magica una volta entrato.
– Ti piaceva.
– Sì. Fui molto felice e fui molto sfortunato in quella casa, certamente fui molto felice quando ebbi ragazze che mi amavano, e fui molto sfortunato quando mi abbandonarono.
– Succede in tutte le case.
– Chiaro, però io sto parlando dell’unica casa che ho avuto, anche qui mi hanno abbandonato però questa è una casa affittata, mi viene adesso in mente che è più grave che ti abbandonino in casa tua. Mi viene in mente proprio adesso, hai una primizia per il giornale.
– E perché?
– Sei del tutto tu in casa tua. Che ti lascino in casa tua è morire integralmente. È sempre terribile che ti abbandonino, ma è più facile che ti abbandonino in una casa affittata.
– Non ci avevo mai pensato.
– Nemmeno io ci avevo mai pensato, per questo ti dico che è una primizia.
– Ti ho sentito dire che la letteratura ti fu molto cara.
– Ti sembra poco tutto quello che ti ho raccontato?
– Beh, però dici che ti salvò dalla pazzia e dalla morte.
– Sì, però dovetti pagare un prezzo molto alto, non sai quanto fu dura lavorare alla vendemmia, lavorare come netturbino. Abbandonare tutto quello che conoscevo, mettermi a nuotare senza sapere nuotare. Sapevo così poco delle mie capacità che a Mendoza, durante una vendemmia, nel mio primo giorno di lavoro avevo una paura enorme, cosa se muoio dopo il lavoro perché il mio corpo non resiste. No, non mi successe un cazzo. Terminò il lavoro, ero morto di sete, l’unica acqua che c’era era quella del canale, e se muoio avvelenato? Ah, ma la sete era troppa. Ho bevuto tantissimo e pensa che non morii, no.
– A volte dici che anche le donne ti salvarono. Nei tuoi testi i personaggi maschili sono molto crudeli e a volte…
– Sono totalmente sottomessi alla donna.
– Come mai?
– è una contraddizione, però è così. Senza le donne non sarei stato neanche la metà di un uomo, il tuo genere mi ha fatto crescere, essere uomo. Mi ha anche fatto diventare scrittore, essere davvero uno scrittore lo devo alle donne.
– Perché?
– Signora, lei che è donna mi fa questa domanda, mi sorprende.
– Ma perché ti fecero diventare scrittore, ti domando.
– Bene, perché mi dedicai alla letteratura e mi fecero crescere come essere umano, sì. Non ho debiti, attenta, da saldare con alcuna donna, neanche con quelle che mi fecero soffrire. Sai perché?
– Perché ne scrivesti?
– No, perché gliene sono grato. Voglio dire: tu, non tu, qualche mia ragazza dico, mi avrai fatto soffrire molto quando mi hai abbandonato, d’accordo, ma tutta la felicità che mi hai dato quando stavamo insieme non si può dimenticare. Sai come si chiamo questo nel mio paese? Essere grato. E mai sarò ingrato. Mai mi sentirai parlare male delle donne, no, non sono misogino.
– Me ne rallegro. Un’ultima domanda e terminiamo.
– Per favore, cara, che la polmonite mi ha sfinito.
– Cosa consiglieresti a uno scrittore principiante, oltre a venire al tuo workshop.
– Che venga al mio workshop, di sicuro. Stephen King, che molti guardano dall’alto in basso per invidia, suppongo, perché guadagna tantissimo, è un gran maestro, e però te lo citavo perché lui quasi muore in un incidente, e convalescente scrisse un libro che si chiama On writing: Autobiografia di un mestiere, uno scritto nel quale parla dei problemi dello scrittore; dice King: “Non c’è nessuna isola segreta piena di idee”. E anche che “l’unico consiglio che io posso dare a chi vuole essere scrittore è leggere di più e scrivere di più”, e mi sorprese perché sono due dei tre consiglio che do io. Io aggiungo: vivere di più. Ho sempre detto queste tre cose.



[1] Laiseca ha anche recitato nel film El artista, pellicola tratta da un suo romanzo, e diretta dai due registi argentini.

[2] “Billiken” è una rivista infantile argentina. Dal 1919 continua a uscire, oggi, con cadenza settimanale.

[3] El cementerio de La Recoleta è uno storico cimitero di Buenos Aires situato nell’omonimo quartiere.

[4] Cuadrilla: Gruppo di operai.

[5] ENTel: Empresa Nacional de Telecomunicaciones, ex compagnia statale che deteneva il monopolio delle telecomunicazioni pubbliche, privatizzata nel 1990.

[6] Cospel: tipo di gettone simile ai nostri gettoni telefonici. Ricordate?

[7] CGT: Confederación General del Trabajo della Repubblica Argentina.

L'articolo Intervista ad Alberto Laiseca proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-ad-alberto-laiseca/feed/ 8