Pubblichiamo un racconto di Alberto Laseica da “Grazie Chanchúbelo”, in uscita oggi per Wojtek.
di Alberto Laseica
Demetrio l’Assediatore, re di mezza Macedonia, della Tracia e delle coste del Ponto Eusino (il suo impero era piuttosto discontinuo, per questo reclamava sempre corridoi che gli permettessero di unire le varie parti), dispose la costruzione di una nave babelica, gigantesca, con 400 ordini di rematori, per avere il dominio del mar Mediterraneo. L’idea era costruire una nave-città-torre, spinta da 40.000 galeotti. Equipaggio: 28.000 soldati e 4.000 marinai. Per completare l’opera ci vollero dieci anni di duro lavoro. L’orribile mostro misurava 1.280 metri di lunghezza ed era alto 265 metri dai possenti merli fino alla linea di galleggiamento. La nave era dotata di ogni sorta di torri di vedetta, fossati e trincee di legno, scale, rampe, paraventi scorrevoli, feritoie per i balestrieri, fortificazioni d’acciaio, muraglioni bronzei, ecc., nonché di tunnel e uscite segrete per sorprendere il nemico alle spalle, qualora avesse abbordato la nave occupando parte della coperta. L’armamento era impressionante: 800 catapulte maggiori, capaci di lanciare macigni di dieci talenti di peso a grande distanza; 30 lanciafrecce composti da 25 cerbottane ciascuno (katiuscia), in cui il soffio dell’uomo era rimpiazzato dal vapore: scagliavano in un sol colpo 25 pesanti lance di un talento l’una, che avrebbero avuto un effetto assolutamente devastante nelle file di qualsiasi esercito. Una cosa davvero prodigiosa. L’imbarcazione aveva, fin dal principio, un unico inconveniente serio: il peso. I 40.000 rematori, sudando sette camicie, riuscivano a portarla a una velocità di crociera di 0,013 nodi (25 metri all’ora). Infine Demetrio la battezzò con il nome di Tisistene (il Potente Vendicatore). Nella prima battaglia fu distrutta in men che non si dica.
Le navi del nemico erano piccole, ma numerose e rapidissime, mentre quella cosa inutile non riusciva nemmeno a fare una semplice manovra. La prima cosa che fecero i nemici fu rompere il timone colpendolo con lo sperone di prua di una delle loro imbarcazioni. Così quel gigantopithecus marino si mise a girare in cerchio, inerme, e nulla poterono i remi per ovviare a quel disgraziatissimo fatto.
Gli avversari, da lontano (poiché le sue catapulte la rendevano ancora temibile), la prendevano in giro e le facevano battute panamegne: «Oh! Guarda: la Cosa! E s’è pure ‘ncazzata». «Dentro, che ti entro, mulatta, magari ci facciamo una sveltina». «Tisiste, Tisiste, ti sistemo io». «Chiudi la gabbia, bellezza, che sta arrivando Capitan Trinchetto».
«Sei tutta infuocata. Ti ci vuole una doccia fredda». «Ma che fa la tardona?». «Attento, stalle alla larga! Stavolta, s’è storzellata veramente». «L’ha detto che se qualcuno si avvicina, le viene la schiuma alla bocca. Uomo avvisato mezzo salvato». «Senti, e a Portobello ci sono i tram? Eh? A Portobello hanno già messo i tram?». «Ehi, cosa, panterona».
«Olga Guillot». «Maestuosa nuotava per il fiume la pignorca, quando Lucas Manuel si buttò in acqua. Vedi che ti morde, ti morde, ti ha morso: aaahhh!». «Ma tu guarda la mulatta: si è messa il meglio vestito per andare al Dancin nella Zona del Canale». «Ma che è? Che è?». «Ahè!». «Dio ti benedica». «Vedi di non fare la fine di mio cugino José, che gli hanno messo un piede con tutta la scarpa nel buco del culo e l’hanno portato a spasso come uno zoccolo».
«Che scoppola! Ma si dice zoccola». «Zitto tu che sei un cilano».
Si burlavano in questo modo e con frasi del genere dell’impotente e imputtanita nave. Ogni tanto una delle barchette si avvicinava come per affondarla ficcandole lo sperone nel costato, ma poi si allontanava per far durare di più la sua agonia: «Daaai… stavolta c’è mancato poco», le dicevano per sbeffeggiarla e per vessarla, e si credevano pure spiritosi, quei miserabili. E dopo un po’ ripetevano:
«Mi sembra che stavolta daaai… per un pelo». Se la spassarono così per una settimana. Finché non si stancarono del loro sadismo e la polverizzarono. Mentre la gigantesca struttura sprofondava negli abissi insondabili, tra i membri dell’equipaggio in preda al terrore, si vide il capitano suonare una marcia funebre con un rubinetto d’argento. Nel naufragio morirono 72.000 persone.
Il disastro non scoraggiò in nessun modo Demetrio l’Assediatore, il quale, non appena ricevette l’infausta notizia, ordinò di costruire un’altra Torre di Babele galleggiante, ma questa volta alta 1.000 metri. Morì quando i suoi uomini cominciarono ad abbattere i cedri del Libano e il progetto fu abbandonato.
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