Alfredo Giuliani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alfredo-giuliani/ un blog di approfondimento culturale Mon, 23 Jan 2023 17:09:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Alfredo Giuliani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alfredo-giuliani/ 32 32 Poesia politica o poesia vitale? Per una lettura di Alfredo Giuliani https://minimaetmoralia.it/libri/poesia-politica-o-poesia-vitale-per-una-lettura-di-alfredo-giuliani/ https://minimaetmoralia.it/libri/poesia-politica-o-poesia-vitale-per-una-lettura-di-alfredo-giuliani/#respond Mon, 23 Jan 2023 16:58:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51783 Quando Sanguineti, in risposta a Fortini, scriveva che il suo stile era non avere stile, il programma della poesia novissima trovava realizzazione piena (cfr. qui). Poesia che s’innestava nel nervo scoperto e vago di una rottura epocale, nutrita da una schiera schietta e inquieta di “illeggibili”, come scriveva nel 1967 Moravia quando lamentava la conquista […]

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Quando Sanguineti, in risposta a Fortini, scriveva che il suo stile era non avere stile, il programma della poesia novissima trovava realizzazione piena (cfr. qui). Poesia che s’innestava nel nervo scoperto e vago di una rottura epocale, nutrita da una schiera schietta e inquieta di “illeggibili”, come scriveva nel 1967 Moravia quando lamentava la conquista del potere di massa da parte dei neoavanguardisti (A. Moravia, Illeggibilità e potere, in “Nuovi Argomenti”, n. 7-8, 1967). Per la verità, con quello scritto, Moravia gettava sale sulle ferite infertegli dalla stroncatura di Manganelli, che lo aveva definito “leggibile”, nel senso di “buono per tutti”, commerciale, adatto ai gusti facili. Un anno dopo, in La letteratura come mafia, Manganelli replica con quella amabilissima salacità che dei suoi interventi critici fa compendi di scrittura allegorica: “È vero: il racket degli illeggibili detiene ed esercita un duro potere: radio, cinema, teatro, jets, premi, tutti i premi, liquori costosi, tirature planetarie; e intanto, i leggibili e validi languono, appartati nelle loro soffitte, con mano scarna e tremula vergano le loro storie educative, ed ogni inverno muoiono come le mosche e, non fosse la pietas dei parrocchiani, li seppellirebbero nelle fosse comuni” (G. Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Adelphi 1994, pp. 100-101).

A me pare che se qualcosa di quella contrapposizione tutt’altro che dialettica, perché insuperata e forse insuperabile, torna utile a quasi sessant’anni di distanza, questo qualcosa lo si ritrovi nell’opera di Alfredo Giuliani, di cui meritoriamente Adelphi ha di recente pubblicato La biblioteca di Trimalcione (Adelphi 2023), a cura di Andrea Cristiani. Il libro raccoglie una serie di testi comparsi principalmente sulle pagine de La Repubblica tra il 1977 e il 1998. E varrà la pena scriverci su due righe, non senza passare però prima per quella che, a mio avviso, rimane la chiave di lettura, cui facevo cenno in apertura. L’avvio cioè di una poesia che si preoccupi meno del riscatto morale dell’umanità e che non s’invischi nella produzione dei valori utili al rischiaramento delle coscienze. In Poesia ed errore, l’obiettivo polemico di Giuliani è di nuovo Fortini con la sua “poetica della diffidenza” che “sa di provincia depressa e ostile”, incapace di “un discorso veramente vitale”, carica di troppa cautela e incapace di recare doni. Il problema, secondo Giuliani, è che Fortini assegna alla sua lirica “neocrepuscolare” lo “scopo autobiografico di piangere sull’infelicità storica” e che, sulla base di tale insoddisfacibile premessa, la poesia “se cambia il mondo lo cambia soltanto in peggio” (A. Giuliani, Immagini e maniere, Feltrinelli, Milano 1965, pp. 89-105).

Il tono polemico di cui si caricano gli strali di Giuliani è la cifra collettiva di una generazione impegnata in una battaglia comune nella determinazione di quale sia lo spazio della poesia e quale sia il suo rapporto con i destini del mondo. Nel Discorso sulla cultura tenuto l’8 aprile 1968 al Movimento di Collaborazione Civica, Manganelli intrattiene il pubblico con una controintuitiva idea di impegno letterario (G. Manganelli, Discorso sulla cultura, in Riga 44. Giorgio Manganelli, a cura di A. Cortellessa e M. Belpoliti, Quodlibet 2022, pp. 128-152). La letteratura per Manganelli ha da produrre macchine inutili, innescare fallimenti programmatici, senz’altro privi dell’“affettuoso didatticismo” di quanti “selezionano i drammi per le masse”. Rifiutare la “teologia dell’efficienza sociale” che vuole scolpire il mondo a forze di parole e buoni sentimenti. Tutt’altro che uno scientifico disinteresse per i mali morali, sia chiaro, quanto l’idea, più che sensata, secondo cui poesia e letteratura non possano essere messe al servizio di principi politici senza correre il rischio di rendere entrambe le glosse di un autobiografismo implicito e fondamentalmente compiaciuto. E in effetti, cos’è che Manganelli e Giuliani rimproverano a Pasolini e Fortini se non il vizio di voler imitare la vita e di uscirne invece con la caricatura di una similvita: una macchina sintetica e fredda, che senza dirlo si propone di realizzare un obiettivo troppo personale. Il problema, se si vuole, è di un contenutismo che si fa, per colpa o dolo, squisitamente egolatrico. Dietro la similvita sta la paura di chi scrive – paura che impedisce alla poesia e alla letteratura di svolgere la propria funzione, sacrificata com’è a un gesto di riscatto moralistico e personale.

Ecco: nella sua introduzione a I novissimi, Giuliani è chiarissimo circa lo “scopo” della poesia: “accrescere la vitalità” (A. Giuliani, Introduzione, in I novissimi. Poesie per gli anni ’60, a cura di A. Giuliani, Einaudi 1965, pp. 15-32). La poesia, scrive, “agisce direttamente sulla vitalità del lettore”: “Una poesia è vitale quando ci spinge oltre i propri inevitabili limiti, quando cioè le cose che hanno ispirato le sue parole ci inducono il senso di altre cose e di altre parole, provocando il nostro intervento; si deve poter profittare di una poesia come di un incontro un po’ fuori dall’ordinario” (Giuliani, Introduzione, p. 20). Ma persino più interessante dello scopo che realizza è quel che la vitalità rende possibile, vale a dire “una reale ‘riduzione dell’io’, quale produttore di significati, e una corrispondente versificazione, priva di edonismo, libera da quella ambizione rituale che è propria della ormai degradata versificazione sillabica e dei suoi moderni camuffamenti” (Giuliani, Introduzione, p. 21). Il problema della poesia che s’inguaina di eroismo mentre invece langue alle luci basse del crepuscolo è il pidocchio del pensiero chiamato “io” – l’io che, secondo Giuliani, si nasconde dietro la presunzione di oggettività, la quale con sé reca sottopancia, come nel cavallino mitologema, un soggetto bell’e fatto. Ma questa riduzione egoica non è tanto una scelta ideologica, quanto un limite nella fantasia linguistica di chi scrive e versifica.

La biblioteca di Trimalcione per chi volesse seguire questa strada è un libro colmo d’indizi. Ma dacché qui di poesia s’è perlopiù parlato, vorrei far cenno a quanto si trova nelle righe dedicate a Leopardi, Pascoli e Dickinson. Se il richiamo a Leopardi apriva l’introduzione a I novissimi, con quell’accenno alla vitalità come scopo della poesia, di nuovo egli fa da tirante per una poesia non “didascalica”, capace d’ammettere che la natura è assurda, al punto tale da non poter negare agli scienziati “il piacere di essere bizzarri e temerari” (p. 42). Al di là di complicate incursioni nel campo dell’ontologia, il punto dirimente è che la poesia, come la scienza, ha rinunciato a ogni rapporto di semplice descrizione, a ogni inclinazione mimetica, se non, forse, per raggiungere quella vertigine di assurdità che tocca la natura quando si prova a coglierne le leggi più profonde: Leopardi aperto e sensibile (termine cui possiamo pur riconoscere una qualche connotazione tecnica) a “fatti che si evidenziano alla ragione, certi quand’anche essa non ne intenda né il come, né il perché” (p. 41). Le scienze – questo l’avvertimento – avevano via via intuito che la natura nascondeva crittogrammi non decifrabili da poeti e letterati, ché troppo intenso e spossante era il salto di fantasia richiesto per offrire un quadro affidabile delle dinamiche del reale. Questa la ragione profonda di una poesia non didascalica, cinica e inane davanti alla richiesta di cogliere i nessi.

E se, ad avviso di Giuliani, “gli scienziati hanno scritto e scrivono saggi più appassionanti delle inutili narrazioni di tanti romanzieri” (p. 42), è perché accettano di farsi guidare da quelle “allucinazioni veridiche” che superano la semplicità di un sensorio limitato e si rilasciano a quella posizione incontrovertibile che è il credo quia absurdum. Non fantasticherie per anime semplici, ma la forza certosina di accogliere quei tratti bizzarri che producono crepe nella similvita dell’esperienza sensibile, quella cui figure come Fortini e Pasolini credono di rendere omaggio ricalcandone la neghittosa umiltà, e perseguire in “ricerca della conoscenza attraverso le peripezie nell’orrendo e nel meraviglioso (schema e seme di pressoché tutte le opere letterarie)”. Per questo e non altro, pagine notevoli de La biblioteca di Trimalcione sono dedicate a Eraclito, Parmenide, Gilgamesh e Giorgio Colli, epigono orfico nostrano. Ma vorrei qui restare nel solco che mi sono ricavato sopra per indicare il senso profondo del rifiuto di Giuliani di una poesia che descriva la vita e ne ricalchi le dinamiche ordinarie.

L’agguato “alla razionalità comunicativa […], che tendeva ancora a caricarsi di una valenza politicamente oppositiva (cfr. M. Zaffarano, È un problema di artigianato?, in “L’Ulisse”, n. 25, 2022, pp. 147-160) è quindi a mio avviso da leggersi come deliberata e ultimativa dismissione di un linguaggio che imita la vita e la restituisce più che dimidiata, solo simile a sé stessa. La poesia non descrive né ricalca, non indica stili per darsi un indirizzo nel mondo. Così come per Pascoli sarebbe erronea una lettura che si fidasse delle dichiarazioni programmatiche. All’opposto, “c’è da domandarsi se nel Fanciullino la difesa strategica non si faccia esplicitamente puerile per tenere a bada ciò che la poesia, forse, chissà, nella sua purezza ingovernabile, potrebbe voler dire” (p. 336). Il laboratorio della poesia è la messa in opera di un sistema in cui riferimenti, allusioni, descrizioni spesso falsanti, mimesi studiate sono atti a destare un po’ di disagio, a creare una “normalità allucinata” di immagini “affidate a prescelti effetti fonici”. Una poesia che “non deve spiegare ai lettori che sta per essere misteriosa” (p. 338). All’interno di questa macchina falsificatrice e inutile, Pascoli può “pigliare le cose, tutte quante, le piccole e le grandi, animate o inanimate, il fuscello, il musco su una pietra, un uccello, una nuvola, un oceano, uno scroscio, un sibilo, una voce, una gallina, un sogno, una persona viva o morta, pigliare le cose e miracolarle. Ma per Pascoli miracolarle non voleva dire risanarle; al contrario: voleva dire farle apparire, nelle parole lucide e sonanti, per quello che sono, ombre struggenti, fantasmi variopinti che scemano verso l’oscurità e l’ignoto” (p. 338).

Solo attraverso questo détour misterico e artificiale – eppure realissimo, certo mai incantato – si può arrivare a un qualche processo di individuazione (termine tecnico, se si vuole, date le proclività junghiane di Giuliani), come si vede nelle pagine dedicate a Dickinson. Giuliani commenta la poesia che qui fa seguito:

Finding is the first Act
The second, loss.
Third, Expedition for
The Golden Fleece.

Fourth, no Discovery.
Fifth, no Crew.
Finally, no Golden Fleece.
Jason sham – too.

La prima quartina, spiega sinteticamente Giuliani, è “una ricognizione completa dell’esistente e del concepibile”, mentre la seconda offre “una critica radicale dell’azione e del mito”. E in questo egli vede “nientemeno che il processo di individuazione” (p. 297). Qui trova sintesi la risposta alla domanda di quale sia lo spazio della poesia e quale il suo rapporto con i destini del mondo. Senza dubbio, si tratta di poesia impolitica, vale a dire di una poesia che non supera i propri limiti per via politica, come in Poesie ed errore ribadiva Giuliani sempre a critica di Fortini. Una poesia, quindi, che non intende procurarsi efficacia trasformativa delle condizioni in cui viene prodotta – beninteso: non perché queste condizioni non vadano vagliate e censurate, ma perché a questo compito il verso è di per sé inadatto. Tutt’altro il ruolo del poeta: dare vitalità al mondo oggettuale, trasporlo in un mezzo espressivo senza farlo infiacchire dal fare concettoso del pensiero, quindi “far diventare i pensieri visibili come cose, non quali argomenti”. Per questo sempre ne La biblioteca di Trimalcione Giuliani insiste sull’intraducibilità dei versi di Keats, accesso alle cose che alle cose porta nella misura in cui lo si attraversa nella sua limitata perscrutabilità.

Non c’è nulla di arcano e atavico – mai sia. E “misterico” fa pur sempre rima con “materico”, non con “etereo”. La poesia, se si vuole, è massimamente politica in quanto la si mette in opera come pratica che rappresenta qualcosa di più che il linguaggio ordinario, e le si fa violenza quando le si chiede di farsi ordinaria e cambiare il mondo. La poesia ha da accrescere la vitalità delle cose per farle così piene e voraci da scarnificare l’io che scrive e legge attraverso un cosmo linguistico senza altro scopo che sé medesimo. Di qui, ne esce un individuo nuovo, senza critica dell’alienazione o rassegna dei rapporti di dominio, se si vuole, ma per certo capace di stare dalla parte delle cose, vale a dire di superare la drammaticità angusta del proprio perimetro per “raddoppiare l’esperienza” (p. 246). Il linguaggio poetico continua allora a rimanere all’esterno del reale, eppure si pone tra lingua e realtà con abilità allucinatoria, in virtù della quale le cose tornano a svelarsi, foriere di verità nuove su chi si è.

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Umberto Eco, un grande italiano https://minimaetmoralia.it/interviste/gruppo-63-intervista-a-umberto-eco/ https://minimaetmoralia.it/interviste/gruppo-63-intervista-a-umberto-eco/#comments Sat, 20 Feb 2016 06:30:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14534 È mancato ieri sera Umberto Eco, intellettuale e scrittore italiano tra i più noti e apprezzati al mondo. Ripubblichiamo quest'intervista apparsa originariamente sul Venerdì, basata sulla sua esperienza del Gruppo 63.

Un intero scaffale. Nella biblioteca di Umberto Eco – immensa, una Babele affascinante, l’Eden sognato e immaginato da qualsiasi amante dei libri – la letteratura sul Gruppo 63 occupa un bel po’ di spazio. Eppure nessun libro restituisce la risata, piena e fragorosa, dello scrittore quando ricorda quell’esperienza. Questo movimento letterario, definito di neoavanguardia per distinguerlo dalle avanguardie storiche, nasceva ben cinquant’anni fa. Il suo carattere di sperimentazione faceva il paio con le polemiche, incandescenti, che riuscì a innescare. Una su tutte: Carlo Cassola, Vasco Pratolini e Giorgio Bassani, scrittori già noti e consacrati dalla fama e ironicamente bollati come “Liale”, sprezzante richiamo ai romanzetti rosa firmati Liala. Robe da salotti letterari, si dirà. Se non fosse però che alcuni membri del Gruppo 63 saranno destinati a diventare fra i maggiori protagonisti della cultura del Novecento.

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È mancato ieri sera Umberto Eco, intellettuale e scrittore italiano tra i più noti e apprezzati al mondo. Ripubblichiamo quest’intervista apparsa originariamente sul Venerdì, basata sulla sua esperienza del Gruppo 63.

Un intero scaffale. Nella biblioteca di Umberto Eco – immensa, una Babele affascinante, l’Eden sognato e immaginato da qualsiasi amante dei libri – la letteratura sul Gruppo 63 occupa un bel po’ di spazio. Eppure nessun libro restituisce la risata, piena e fragorosa, dello scrittore quando ricorda quell’esperienza. Questo movimento letterario, definito di neoavanguardia per distinguerlo dalle avanguardie storiche, nasceva ben cinquant’anni fa. Il suo carattere di sperimentazione faceva il paio con le polemiche, incandescenti, che riuscì a innescare. Una su tutte: Carlo Cassola, Vasco Pratolini e Giorgio Bassani, scrittori già noti e consacrati dalla fama e ironicamente bollati come “Liale”, sprezzante richiamo ai romanzetti rosa firmati Liala. Robe da salotti letterari, si dirà. Se non fosse però che alcuni membri del Gruppo 63 saranno destinati a diventare fra i maggiori protagonisti della cultura del Novecento. Da Guglielmi a Sanguineti, passando per Manganelli e Malerba, Elio Pagliarani ed Enrico Filippini, Alfredo Giuliani e Antonio Porta, Sebastiano Vassalli, Alberto Arbasino e Nanni Balestrini, forse il più attivo di tutti. E poi naturalmente Umberto Eco, che quando parla degli amici e delle vicende dell’epoca s’illumina in volto. Val la pena cominciare dall’inizio, poiché il Gruppo 63 non nacque certo dal nulla.

Professore, qual era il clima che l’ha generato?

Mettiamo subito in chiaro una cosa: si continua a parlare del Gruppo 63 come di una neoavanguardia, come se fosse un gruppo che ha lanciato un modo nuovo di scrivere, un po’ come il futurismo. Non è così. Nel Gruppo 63 confluiva ciò che esisteva da almeno cinque o sei anni. Era già dalla metà degli anni Cinquanta che la rivista “Il Verri” ospitava i primi scritti dei poeti e dei critici che poi faranno parte del Gruppo. Poi c’era stata l’antologia I Novissimi, uscita all’inizio degli anni Sessanta. Esisteva perciò già un contesto ben preciso.

Che però accomunava personalità estremamente differenti.

Basti pensare all’abissale differenza fra Manganelli e Sanguineti, o fra Malerba e Balestrini…

Gira un aneddoto sul suo incontro con Balestrini, propiziato dal filosofo Luciano Anceschi.

Sì, un giorno Anceschi mi prende sotto braccio e mi dice: “Eco veda un po’ che si può fare per questo ragazzo, è un po’ pigro…”. Poi passato qualche tempo, dopo la nascita del Gruppo 63, Anceschi mi prende sotto braccio e mi dice: “Eco, veda un po’ che cosa si può fare con Balestrini, forse bisognerebbe frenarlo un po’”. Erano ancora i tempi del Blu Bar di piazza Meda, a Milano: è lì che in fondo si è disegnata non dirò una frattura ma una differenza generazionale. In questo bar, al sabato, si riunivano Montale, Sereni, Bo, l’alta e vecchia guardia, dove non dico il più giovane ma di certo il più avanzato era proprio Anceschi. Lui aveva cominciato a portare alcuni di noi giovani: per noi era davvero un’esperienza, incontrare questi grandi “guru” e poter conversare con loro. Però man mano che noi entravamo – arrivava Cambon con il suo ultimo saggio su Joyce o Giuseppe Guglielmi con la poesia sull’Anifructus brunito per la cena dove si parlava di merda – noi eravamo sempre di più e alcuni anziani non riuscivano a entrare nella nuova atmosfera, così non venivano più. Non era avvenuto nessuno scontro, intendiamoci, il clima era tutto sommato idillico. Poi capitava anche che qualche volta, visto che alcuni di noi lavoravano in televisione, si arrivava lì con bellissime fanciulle. Non è che agli anziani dispiacesse, direi il contrario, ma certamente si sentivano fuori posto.

Invece come avvenne l’atto di nascita formale del Gruppo 63?

Da un delirio di Balestrini. Secondo me attorno a un tavolo di ristorante a Milano. Invece Balestrini stesso, proprio pochi giorni fa, mi diceva che era iniziato tutto a Palermo, un giorno, durante una chiacchierata, tanto che poi sempre lì ci ritrovammo per il primo incontro ufficiale del Gruppo.

Qual era l’idea fondante?

Ricordo benissimo la frase di Balestrini: “faremo incazzare un sacco di gente”. L’idea fondante era un atto puramente terroristico. Si trattava di un progetto sociologico ancor prima che letterario. Nel senso che il letterario c’era già prima col “Verri” e altri circoli, perciò poteva andar benissimo avanti anche senza Gruppo 63.

E a livello “sociologico” suscitaste uno straordinario clamore.

Il clima era piuttosto favorevole. Ricordo quando nel ’62 uscì “Il Menabò” di Vittorini con un mio lungo testo e quelli di Sanguineti, Filippini, Colombo e altri: fummo duramente attaccati da Vittorio Salvini su «l’Espresso», che rappresentava allora un’“estrema destra” crociana. E ricordo anche un dibattito nella libreria Einaudi di Via Veneto, allora diretta da Cesare Cases: arrivò Achille Perilli, uno dei pittori (non c’erano tra noi solo uomini di penna ma anche uomini di pennello), con un manico di scopa nascosto sotto l’impermeabile, una sorta di manganello, dicendo: “se stasera si deve menare, allora si mena!”. Un poco come accadeva alle serate futuriste.

C’era una certa euforia della critica…

Sì, le polemiche verbali erano all’ordine del giorno. Sempre su «l’Espresso», recensendo un mio intervento, Vittorio Saltini menzionava con sarcasmo una mia citazione da Blaise Cendrars, che diceva “Tutte le donne che ho incontrato si profilano agli orizzonti –coi gesti pietosi e gli sguardi tristi dei semafori sotto la pioggia”. Versi bellissimi, ma Saltini commentava che a me “solo i semafori evocavano pensieri erotici”. Bene, gli risposi di mandarmi sua sorella!

L’impressione è che vi divertivate davvero molto.

Ci divertivamo un mondo. Ed è questo in qualche modo l’idea balestriniana di tipo terroristico. In cosa consisteva? C’era stata l’esperienza del Gruppo 47 tedesco, scrittori sperimentali che si ritrovavano a leggere i propri testi e poi criticarsi ferocemente l’un l’altro. Ma in Italia questo era impensabile, perché l’etichetta era di estrema educazione e, anzi, d’incensamento reciproco, visto che in fondo quella letteraria era una piccola comunità che doveva autodifendersi.

Invece voi?

Noi eravamo differenti. È mia la battuta che la nostra era “un’avanguardia in vagone letto”. Noi eravamo già “sistemati”, tutti lavoravamo già nelle case editrici, nei giornali, in televisione e nell’università. Non dovevamo scalare il potere, non avevamo bisogno di arroccarci in una difesa corporativa. Ma quello che è apparso più intollerabile è che nessuno degli scrittori di tipo tradizionale avrebbe mai accettato di presentare i suoi testi a una pubblica critica, meno che mai fatta dai colleghi. Ebbene, ecco in cosa consisteva l’atto terroristico di Balestrini: lanciare nell’ambiente letterario un modo nuovo di interagire.

Quindi non era soltanto un costrutto “teorico” a tenervi insieme.

Se si va a vedere chi ha partecipato alla riunione di Palermo e poi alle altre, si troveranno alcuni scrittori difficilmente ascrivibili a una qualche forma di neoavanguardia. Basti pensare a Malerba, un narratore modernissimo ma leggibile. Non era soltanto un’associazione di “illeggibili”, come qualcuno indubbiamente era. Ciò che ci teneva insieme era il senso del reciproco duello. E poi tutto sarebbe finito se “gli altri” non si fossero offesi.

In che senso?

L’esperienza sarebbe probabilmente terminata lì, a Palermo, come si conclude un qualsiasi convegno. E invece quelli che erano stati attaccati si offesero. E risposero creando una gran cagnara. Quando Sanguineti ha definito Bassani e Cassola le “Liale del nostro tempo”, Bassani ha reagito pubblicamente con vigore dando così rilievo a quella che era stata una battuta detta di passaggio. Altri invece si incuriosirono: Moravia per esempio era a Palermo in quei giorni, forse non era venuto per quello, ma pareva voler annusare da vicino cosa stava succedendo. Vittorini partecipò alla seconda riunione di Reggio Emilia, e lo stesso Calvino ci guardava con simpatia.

Più che avanguardisti o neo, eravate piuttosto sperimentali.

L’avanguardia presuppone una sorta di attacco violento, lo sperimentalismo è un lento lavoro sulla pagina. Bisogna rileggersi il saggio di Renato Poggioli, bellissimo, sulle avanguardie: ne faceva una fenomenologia fissandone le caratteristiche. E fra queste diceva che per l’avanguardia deve esser terroristica e suicida. In ogni caso espressione polemica di un gruppo bohémien ancora escluso dal potere. Il Gruppo era terroristico ma non suicida, perciò non eravamo come l’avanguardia storica. Joyce non era avanguardia ma scrittore sperimentale. Possiamo metterci anche Proust e ci sta benissimo. Quindi nella “neoavanguardia” del Gruppo 63 gli autori più interessanti e più visibili erano gli sperimentali.

C’era una componente goliardica che vi permise di realizzare la premessa di Balestrini, quella cioè di far arrabbiare molta gente?

Direi proprio di sì. Ricordo l’istituzione del Premio Fata, in opposizione al Premio Strega, per il romanzo più brutto dell’anno. L’idea venne a me insieme alla Cederna e i fiorentini. Lo assegnammo a Pasolini, che lo prese talmente sul serio che ci scrisse per argomentare che non potevamo dare quel premio a lui.

Veniamo ai vostri “nemici”, ai vecchi rappresentanti del mondo letterario che si piccarono delle vostre uscite. In definitiva vi rimproverarono per tre cose: la prima quella di fare gruppo.

Esatto: se c’è un gruppo “c’è un golpe”, “ci attaccano perché vogliono il potere”.

Seconda: fate gruppo su base generazionale.

Era vero, anche se qualcuno, come per esempio Manganelli, non era un adolescente di primo pelo.

Terza: fate gruppo contro qualcosa o contro qualcuno.

Polemizzavamo contro quello che all’epoca, con linguaggio della critica americana, veniva chiamato “il romanzo ben fatto”. Quindi in un certo senso la polemica era contro il romanzo consolatorio, indirettamente contro la letteratura commerciale. Certo, oggi riconosco che l’aver messo sullo stesso piano Cassola e Bassani non fu giusto. Salverei Bassani e non Cassola.

Inizialmente si diceva che il Gruppo produceva solo programmi o poetiche, ma nessuna opera di valore.Poi si è dovuto ammettere che alcuni erano scrittori da non sottovalutare, come Arbasino, Manganelli, poeti come Pagliarani e Porta… Allora cosa è successo?

Si è creata la sindrome del carciofo. Se si riconosceva via via che qualcuno era davvero uno scrittore, subito si diceva: sì, ma lui non c’entra veramente col Gruppo 63, ci è passato per caso. Manganelli? Era lì di passaggio. Si scopre Porta come grande poeta? Ma partecipava solo marginalmente al Gruppo. Man mano che non si poteva negare il talento di qualcuno di noi lo si scartava dal Gruppo come si sfoglia un carciofo. Col risultato che alla fine rimanevano soltanto i personaggi di secondo piano.

Per esempio?

Si pensi agli sperimentali radicali, gli illeggibili per sfida. Ricordo il libro di Gian Pio Torricelli Coazione a ripetere: un intero libro dove per centinaia di pagine apparivano stampati in lettere alfabetiche, uno dopo l’altro e senza virgole, i numeri da uno a cinquemilacentotrentatrè. Una provocazione, oggi si direbbe, alla Cattelan.

Lei ritiene che un’esperienza simile, in cui si fa gruppo, sia oggi ripetibile?

Mi pare difficile. È cambiato il clima. Balestrini ha cercato di far nascere un Gruppo ’93, ma ciascuno poi ha corso per conto proprio. È un po’ per lo stesso motivo per cui oggi i giovani non si riuniscono più in associazioni o partiti. Siamo in un’epoca di cani sciolti.

Non crede sia anche un po’ colpa degli scrittori, sempre più interessati a vendere il proprio libro che non a imporsi come autori?

Anzitutto, se alcuni giovani scrittori sono presi da esigenze di mercato questo non esclude che, se ci guardiamo in giro, esista il gruppo che fa la rivistina dove per vocazione si produce senza pretese di far cassa. Poi, negli anni Cinquanta in televisione la rubrica sui libri di Luigi Silori s’intitolava “Decimo Migliaio”, il che voleva dire che se un libro riusciva ad arrivare a diecimila copie era un successo al pari di Via col vento. Quindi chi faceva letteratura (ma anche pittura: il contemporaneo allora non veniva venduto certo per milioni di dollari) sapeva benissimo che non era da quella attività che avrebbe tratto da vivere. Ora, si metta nella situazione di uno scrittore che vede intorno a sé un mercato che può trasformare il suo prodotto in qualcosa che gli permette di vivere.

L’aspetto di marketing della letteratura è evidente…

Il libro di successo non fa più diecimila copie, ma parte da centomila per arrivare in alcuni casi al milione. Ma non è detto che uno come Philip Roth, che vende milioni di copie, non sia un grande autore.

E cosa avevate all’epoca voi del Gruppo 63 che oggi non c’è più nel mondo letterario?

La possibilità e il gusto del confronto. Immagini la scena: uno di noi aveva appena scritto una pagina e veniva in pubblico a discuterla. Se oggi uno facesse una cosa simile sarebbe preso per le orecchie dal suo editor. È cambiata l’atmosfera generale. Il gusto del confronto forse è rimasto solo nell’università: lì i giovani si confrontano, fanno seminari, si attaccano, litigano. Ma solo perché non c’è da guadagnarci. Uno può fare un feroce dibattito sulla sua interpretazione di Heidegger, ma questo non fa salire le sue vendite.

Voi del Gruppo 63 non avevate un’identità politica ben definita.

Diciamo che eravamo “vaga sinistra”.

Appunto, “vaga”…

C’erano comunisti come Sanguineti e socialisti come Barilli. E altri che semplicemente non facevano politica.

Vi rimproverarono di non essere abbastanza “engagés”?

Uscivamo dal periodo di dominio del PCI sulla cultura che aveva creato una neoscolastica marxista – per cui si attaccava persino Visconti solo perché si stava occupando di drammi ottocenteschi e non più di ponti della Ghisolfa. Era più che ovvio che il Gruppo non potesse e non volesse collocarsi in qualche “chiesa”. Però questo non escludeva che ciascuno, per conto proprio, avesse le proprie compromissioni politiche.

Dopo il Gruppo 63 si può parlare di altre correnti o generi?

Non in maniera visibile. E comunque non con lo stesso impatto che avemmo noi allora.

Gli scrittori pulp italiani degli anni Novanta?

Ci stavano dentro persino gli Skiantos, ai quali Maria Corti dedicò un bellissimo saggio. Ma erano fenomeni più locali e più disseminati. L’ultima possibilità data a una generazione di fare gruppo fu il ’68, ma non era gruppo letterario bensì politico. Diciamo che molte di quelle energie che in un’altra epoca sarebbero confluite in un’attività letteraria allora confluirono nella politica. L’unico tentativo di diversificazione fu quello di Bifo nel 1977, dei deleuziani bolognesi, ma anche lì sul piano letterario non ha prodotto molto.

Se dovesse fare un bilancio del Gruppo 63 oggi, cinquant’anni dopo?

Una delle accuse che ci muovevano era, come ho detto, che si producevano poetiche e non opere. Ecco, direbbe che La ragazza Carla di Pagliarani o le poesie di Porta non sono opere che sono sopravvissute ai loro autori?In ogni caso la sopravivenza di un’opera va però giudicatasull’arco di un secolo, non di qualche decennio. Pensi che nella prima metà del Novecento c’erano scrittori che contavano e oggi sono dimenticati – come Virgilio Brocchi o Papini. Persino Bacchelli, che pure per me continua a essere uno dei grandi scrittori della prima metà del Novecento. Vedremo se fra 50 anni si leggerà ancora Sanguineti o no. Se sì, ci saranno certamente ancora alcuni che diranno che però lui, tutto sommato, non apparteneva al Gruppo…

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