Quando Sanguineti, in risposta a Fortini, scriveva che il suo stile era non avere stile, il programma della poesia novissima trovava realizzazione piena (cfr. qui). Poesia che s’innestava nel nervo scoperto e vago di una rottura epocale, nutrita da una schiera schietta e inquieta di “illeggibili”, come scriveva nel 1967 Moravia quando lamentava la conquista del potere di massa da parte dei neoavanguardisti (A. Moravia, Illeggibilità e potere, in “Nuovi Argomenti”, n. 7-8, 1967). Per la verità, con quello scritto, Moravia gettava sale sulle ferite infertegli dalla stroncatura di Manganelli, che lo aveva definito “leggibile”, nel senso di “buono per tutti”, commerciale, adatto ai gusti facili. Un anno dopo, in La letteratura come mafia, Manganelli replica con quella amabilissima salacità che dei suoi interventi critici fa compendi di scrittura allegorica: “È vero: il racket degli illeggibili detiene ed esercita un duro potere: radio, cinema, teatro, jets, premi, tutti i premi, liquori costosi, tirature planetarie; e intanto, i leggibili e validi languono, appartati nelle loro soffitte, con mano scarna e tremula vergano le loro storie educative, ed ogni inverno muoiono come le mosche e, non fosse la pietas dei parrocchiani, li seppellirebbero nelle fosse comuni” (G. Manganelli, Il rumore sottile della prosa, Adelphi 1994, pp. 100-101).

A me pare che se qualcosa di quella contrapposizione tutt’altro che dialettica, perché insuperata e forse insuperabile, torna utile a quasi sessant’anni di distanza, questo qualcosa lo si ritrovi nell’opera di Alfredo Giuliani, di cui meritoriamente Adelphi ha di recente pubblicato La biblioteca di Trimalcione (Adelphi 2023), a cura di Andrea Cristiani. Il libro raccoglie una serie di testi comparsi principalmente sulle pagine de La Repubblica tra il 1977 e il 1998. E varrà la pena scriverci su due righe, non senza passare però prima per quella che, a mio avviso, rimane la chiave di lettura, cui facevo cenno in apertura. L’avvio cioè di una poesia che si preoccupi meno del riscatto morale dell’umanità e che non s’invischi nella produzione dei valori utili al rischiaramento delle coscienze. In Poesia ed errore, l’obiettivo polemico di Giuliani è di nuovo Fortini con la sua “poetica della diffidenza” che “sa di provincia depressa e ostile”, incapace di “un discorso veramente vitale”, carica di troppa cautela e incapace di recare doni. Il problema, secondo Giuliani, è che Fortini assegna alla sua lirica “neocrepuscolare” lo “scopo autobiografico di piangere sull’infelicità storica” e che, sulla base di tale insoddisfacibile premessa, la poesia “se cambia il mondo lo cambia soltanto in peggio” (A. Giuliani, Immagini e maniere, Feltrinelli, Milano 1965, pp. 89-105).

Il tono polemico di cui si caricano gli strali di Giuliani è la cifra collettiva di una generazione impegnata in una battaglia comune nella determinazione di quale sia lo spazio della poesia e quale sia il suo rapporto con i destini del mondo. Nel Discorso sulla cultura tenuto l’8 aprile 1968 al Movimento di Collaborazione Civica, Manganelli intrattiene il pubblico con una controintuitiva idea di impegno letterario (G. Manganelli, Discorso sulla cultura, in Riga 44. Giorgio Manganelli, a cura di A. Cortellessa e M. Belpoliti, Quodlibet 2022, pp. 128-152). La letteratura per Manganelli ha da produrre macchine inutili, innescare fallimenti programmatici, senz’altro privi dell’“affettuoso didatticismo” di quanti “selezionano i drammi per le masse”. Rifiutare la “teologia dell’efficienza sociale” che vuole scolpire il mondo a forze di parole e buoni sentimenti. Tutt’altro che uno scientifico disinteresse per i mali morali, sia chiaro, quanto l’idea, più che sensata, secondo cui poesia e letteratura non possano essere messe al servizio di principi politici senza correre il rischio di rendere entrambe le glosse di un autobiografismo implicito e fondamentalmente compiaciuto. E in effetti, cos’è che Manganelli e Giuliani rimproverano a Pasolini e Fortini se non il vizio di voler imitare la vita e di uscirne invece con la caricatura di una similvita: una macchina sintetica e fredda, che senza dirlo si propone di realizzare un obiettivo troppo personale. Il problema, se si vuole, è di un contenutismo che si fa, per colpa o dolo, squisitamente egolatrico. Dietro la similvita sta la paura di chi scrive – paura che impedisce alla poesia e alla letteratura di svolgere la propria funzione, sacrificata com’è a un gesto di riscatto moralistico e personale.

Ecco: nella sua introduzione a I novissimi, Giuliani è chiarissimo circa lo “scopo” della poesia: “accrescere la vitalità” (A. Giuliani, Introduzione, in I novissimi. Poesie per gli anni ’60, a cura di A. Giuliani, Einaudi 1965, pp. 15-32). La poesia, scrive, “agisce direttamente sulla vitalità del lettore”: “Una poesia è vitale quando ci spinge oltre i propri inevitabili limiti, quando cioè le cose che hanno ispirato le sue parole ci inducono il senso di altre cose e di altre parole, provocando il nostro intervento; si deve poter profittare di una poesia come di un incontro un po’ fuori dall’ordinario” (Giuliani, Introduzione, p. 20). Ma persino più interessante dello scopo che realizza è quel che la vitalità rende possibile, vale a dire “una reale ‘riduzione dell’io’, quale produttore di significati, e una corrispondente versificazione, priva di edonismo, libera da quella ambizione rituale che è propria della ormai degradata versificazione sillabica e dei suoi moderni camuffamenti” (Giuliani, Introduzione, p. 21). Il problema della poesia che s’inguaina di eroismo mentre invece langue alle luci basse del crepuscolo è il pidocchio del pensiero chiamato “io” – l’io che, secondo Giuliani, si nasconde dietro la presunzione di oggettività, la quale con sé reca sottopancia, come nel cavallino mitologema, un soggetto bell’e fatto. Ma questa riduzione egoica non è tanto una scelta ideologica, quanto un limite nella fantasia linguistica di chi scrive e versifica.

La biblioteca di Trimalcione per chi volesse seguire questa strada è un libro colmo d’indizi. Ma dacché qui di poesia s’è perlopiù parlato, vorrei far cenno a quanto si trova nelle righe dedicate a Leopardi, Pascoli e Dickinson. Se il richiamo a Leopardi apriva l’introduzione a I novissimi, con quell’accenno alla vitalità come scopo della poesia, di nuovo egli fa da tirante per una poesia non “didascalica”, capace d’ammettere che la natura è assurda, al punto tale da non poter negare agli scienziati “il piacere di essere bizzarri e temerari” (p. 42). Al di là di complicate incursioni nel campo dell’ontologia, il punto dirimente è che la poesia, come la scienza, ha rinunciato a ogni rapporto di semplice descrizione, a ogni inclinazione mimetica, se non, forse, per raggiungere quella vertigine di assurdità che tocca la natura quando si prova a coglierne le leggi più profonde: Leopardi aperto e sensibile (termine cui possiamo pur riconoscere una qualche connotazione tecnica) a “fatti che si evidenziano alla ragione, certi quand’anche essa non ne intenda né il come, né il perché” (p. 41). Le scienze – questo l’avvertimento – avevano via via intuito che la natura nascondeva crittogrammi non decifrabili da poeti e letterati, ché troppo intenso e spossante era il salto di fantasia richiesto per offrire un quadro affidabile delle dinamiche del reale. Questa la ragione profonda di una poesia non didascalica, cinica e inane davanti alla richiesta di cogliere i nessi.

E se, ad avviso di Giuliani, “gli scienziati hanno scritto e scrivono saggi più appassionanti delle inutili narrazioni di tanti romanzieri” (p. 42), è perché accettano di farsi guidare da quelle “allucinazioni veridiche” che superano la semplicità di un sensorio limitato e si rilasciano a quella posizione incontrovertibile che è il credo quia absurdum. Non fantasticherie per anime semplici, ma la forza certosina di accogliere quei tratti bizzarri che producono crepe nella similvita dell’esperienza sensibile, quella cui figure come Fortini e Pasolini credono di rendere omaggio ricalcandone la neghittosa umiltà, e perseguire in “ricerca della conoscenza attraverso le peripezie nell’orrendo e nel meraviglioso (schema e seme di pressoché tutte le opere letterarie)”. Per questo e non altro, pagine notevoli de La biblioteca di Trimalcione sono dedicate a Eraclito, Parmenide, Gilgamesh e Giorgio Colli, epigono orfico nostrano. Ma vorrei qui restare nel solco che mi sono ricavato sopra per indicare il senso profondo del rifiuto di Giuliani di una poesia che descriva la vita e ne ricalchi le dinamiche ordinarie.

L’agguato “alla razionalità comunicativa […], che tendeva ancora a caricarsi di una valenza politicamente oppositiva (cfr. M. Zaffarano, È un problema di artigianato?, in “L’Ulisse”, n. 25, 2022, pp. 147-160) è quindi a mio avviso da leggersi come deliberata e ultimativa dismissione di un linguaggio che imita la vita e la restituisce più che dimidiata, solo simile a sé stessa. La poesia non descrive né ricalca, non indica stili per darsi un indirizzo nel mondo. Così come per Pascoli sarebbe erronea una lettura che si fidasse delle dichiarazioni programmatiche. All’opposto, “c’è da domandarsi se nel Fanciullino la difesa strategica non si faccia esplicitamente puerile per tenere a bada ciò che la poesia, forse, chissà, nella sua purezza ingovernabile, potrebbe voler dire” (p. 336). Il laboratorio della poesia è la messa in opera di un sistema in cui riferimenti, allusioni, descrizioni spesso falsanti, mimesi studiate sono atti a destare un po’ di disagio, a creare una “normalità allucinata” di immagini “affidate a prescelti effetti fonici”. Una poesia che “non deve spiegare ai lettori che sta per essere misteriosa” (p. 338). All’interno di questa macchina falsificatrice e inutile, Pascoli può “pigliare le cose, tutte quante, le piccole e le grandi, animate o inanimate, il fuscello, il musco su una pietra, un uccello, una nuvola, un oceano, uno scroscio, un sibilo, una voce, una gallina, un sogno, una persona viva o morta, pigliare le cose e miracolarle. Ma per Pascoli miracolarle non voleva dire risanarle; al contrario: voleva dire farle apparire, nelle parole lucide e sonanti, per quello che sono, ombre struggenti, fantasmi variopinti che scemano verso l’oscurità e l’ignoto” (p. 338).

Solo attraverso questo détour misterico e artificiale – eppure realissimo, certo mai incantato – si può arrivare a un qualche processo di individuazione (termine tecnico, se si vuole, date le proclività junghiane di Giuliani), come si vede nelle pagine dedicate a Dickinson. Giuliani commenta la poesia che qui fa seguito:

Finding is the first Act
The second, loss.
Third, Expedition for
The Golden Fleece.

Fourth, no Discovery.
Fifth, no Crew.
Finally, no Golden Fleece.
Jason sham – too.

La prima quartina, spiega sinteticamente Giuliani, è “una ricognizione completa dell’esistente e del concepibile”, mentre la seconda offre “una critica radicale dell’azione e del mito”. E in questo egli vede “nientemeno che il processo di individuazione” (p. 297). Qui trova sintesi la risposta alla domanda di quale sia lo spazio della poesia e quale il suo rapporto con i destini del mondo. Senza dubbio, si tratta di poesia impolitica, vale a dire di una poesia che non supera i propri limiti per via politica, come in Poesie ed errore ribadiva Giuliani sempre a critica di Fortini. Una poesia, quindi, che non intende procurarsi efficacia trasformativa delle condizioni in cui viene prodotta – beninteso: non perché queste condizioni non vadano vagliate e censurate, ma perché a questo compito il verso è di per sé inadatto. Tutt’altro il ruolo del poeta: dare vitalità al mondo oggettuale, trasporlo in un mezzo espressivo senza farlo infiacchire dal fare concettoso del pensiero, quindi “far diventare i pensieri visibili come cose, non quali argomenti”. Per questo sempre ne La biblioteca di Trimalcione Giuliani insiste sull’intraducibilità dei versi di Keats, accesso alle cose che alle cose porta nella misura in cui lo si attraversa nella sua limitata perscrutabilità.

Non c’è nulla di arcano e atavico – mai sia. E “misterico” fa pur sempre rima con “materico”, non con “etereo”. La poesia, se si vuole, è massimamente politica in quanto la si mette in opera come pratica che rappresenta qualcosa di più che il linguaggio ordinario, e le si fa violenza quando le si chiede di farsi ordinaria e cambiare il mondo. La poesia ha da accrescere la vitalità delle cose per farle così piene e voraci da scarnificare l’io che scrive e legge attraverso un cosmo linguistico senza altro scopo che sé medesimo. Di qui, ne esce un individuo nuovo, senza critica dell’alienazione o rassegna dei rapporti di dominio, se si vuole, ma per certo capace di stare dalla parte delle cose, vale a dire di superare la drammaticità angusta del proprio perimetro per “raddoppiare l’esperienza” (p. 246). Il linguaggio poetico continua allora a rimanere all’esterno del reale, eppure si pone tra lingua e realtà con abilità allucinatoria, in virtù della quale le cose tornano a svelarsi, foriere di verità nuove su chi si è.

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Autore

marianocroce@minimaetmoralia.it

Mariano Croce insegna Filosofia politica presso Sapienza Università di Roma. Si occupa di critica sociale, postcritica, battaglie LGBTIAQ+ e politiche della trasformazione sociale.

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