di Simone Bachechi

È da poco nelle sale il nuovo film di Pietro Marcello, il cineasta casertano che dopo il successo di quattro anni fa con Martin Eden torna sul grande schermo con Le vele scarlatte, il lungometraggio già presentato e accolto con entusiasmo all’ultimo Festival di Cannes nella Quinzaine des Realisateurs, la sezione parallela del festival francese.

Produzione franco-italo-tedesca, il film è un libero adattamento dell’omonimo romanzo del 1923 dello scrittore neoromantico russo Aleksandr Grin. Sulla scia del romanzo di Grin da notare che si svolge tuttora a San Pietroburgo, alla fine di giugno, alla conclusione dell’anno scolastico dei maturandi, una manifestazione con l’ingresso nel bacino della Neva di un vascello che dispiega delle grandi vele rosse.

Il film di Pietro Marcello è una commovente fiaba, semplice e antica, nella quale l’azione dalla Russia viene trasposta nella Francia martoriata dalla Prima guerra mondiale e lungo i venti anni successivi, quel periodo nel quale assistiamo alla crescita di Juliette, la debuttante Juliette Jouan, la vera eroina del film, la quale insieme al padre Raphaël, che ha il volto da bestia buona di Raphaël Thjéry, già uomo di teatro oltreché musicista, si prende la scena, e con un ritmo lento e cadenzato e una poeticità intrisa di realismo magico accompagnano lo spettatore nell’ora e quaranta di visione.

Raphaël è un soldato sopravvissuto alla Prima guerra mondiale; torna nel villaggio della Normandia dove non ritrova la moglie Marie, morta anni prima a seguito di una violenza a sfondo sessuale su di lei perpetrata dall’oste del villaggio con la complicità omertosa dei compaesani. La figlia Juliette, la quale a sua volta subirà un tentativo di violenza, è allevata da Adeline, una vedova e maestosa matriarca che accoglie ambedue nella propria fattoria a dispetto degli sguardi torvi e della diffidenza degli abitanti del villaggio. La figlia diventa la ragione di vita di Raphaël, il quale cercherà di inserirsi in qualche modo nel contesto sociale lavorando come falegname.

La storia di questa famiglia non ortodossa attraversa tutto il film e parla soprattutto del ruolo delle donne in un contesto storico, la grande guerra e gli anni tra i due conflitti mondiali, che ha costituito una tappa fondamentale nell’emancipazione femminile, quando le donne per effetto dell’assenza degli uomini sono rimaste da sole a gestire la vita da cui erano escluse. Significativa è anche nel finale del film la citazione di una poesia di Louise Michel, anarchica, scrittrice e rivoluzionaria francese della seconda metà dell’Ottocento, ricordata per il suo ruolo di primo piano durante la Comune di Parigi e il suo sostegno all’emancipazione femminile.

Il lungometraggio di Pietro Marcello appartiene a quelle categorie di film di un cinema che non siamo quasi più abituati a vedere, dal ritmo lento e avvolgente, una poesia dei volti e dei paesaggi che sembra arrivare da un’epoca quasi pioneristica della settima arte,  semplice e diretto, magnificamente essenziale, con una trama di colori di una corposità pittorica ottocentesca grazie al mirabile lavoro del direttore della fotografia Marco Graziaplena che è riuscito a collocare “storicamente” il racconto con quelle grane grosse, ricreando immagini e suggestioni di un’epoca lontana. Il ricorso a immagini di archivio di oltre un secolo fa serve allo stesso scopo e conferma la vocazione al documentario di Pietro Marcello, i cui esordi sono infatti nel genere, da ricordare su tutti il suo La bocca del Lupo del 2009 che gli è valso l’affermazione al Torino Film Festival.

Nella fiaba di Pietro Marcello sono le donne ad avere un ruolo predominante, sono infatti le figure femminili a dare un senso al film; oltre alle già citate Juliette e Adelaide indimenticabile è la figura della maga, una quanto mai azzeccata e penetrante Yolande Moreau che profetizzerà il passaggio di una nave dalle vele rosse che porterà Juliette lontana dall’angusto orizzonte del suo villaggio. Le vele rosse sono il simbolo arcano e poetico dell’altrove, della speranza, del sogno e della visione, di un reale che soprattutto l’animo femminile può e deve trascendere.

Il film assume così anche una sua valenza politica universalmente valida per ogni epoca, una sorta di poetico manifesto cinematografico femminista contro ogni forma di prevaricazione e violenza che nello svolgimento della vicenda narrata pare ineluttabilmente destinata a tramandarsi attraverso le generazioni. Le vele scarlatte assumono un significato trascendente, oltre gli uomini, oltre le donne e le presunte guerre dei sessi. È il finale del bel film di Pietro Marcello a suggerirlo e a farlo sperare, con le donne che continueranno a prendersi cura degli uomini e questi che continueranno a fare altrettanto, come si auspica.

 

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