Antonia Truppo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/antonia-truppo/ un blog di approfondimento culturale Thu, 31 Jan 2013 08:10:51 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Antonia Truppo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/antonia-truppo/ 32 32 Colonoscopia per manieristi https://minimaetmoralia.it/teatro/colonoscopia-per-manieristi/ https://minimaetmoralia.it/teatro/colonoscopia-per-manieristi/#comments Thu, 31 Jan 2013 00:02:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12798   C’è una vecchia barzelletta che fa così. Ci sono due tizi che s’incontrano, uno è molto triste, così l’altro gliene chiede il motivo. “Sai, è morto mio nonno…”. “Mi dispiace… ma aveva una certa età?”. “Sì, ma dimostrava 20 anni! Pensa, il giorno che è morto si è portato tre ragazze in una pensione!”. […]

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C’è una vecchia barzelletta che fa così. Ci sono due tizi che s’incontrano, uno è molto triste, così l’altro gliene chiede il motivo.
“Sai, è morto mio nonno…”.
“Mi dispiace… ma aveva una certa età?”.
“Sì, ma dimostrava 20 anni! Pensa, il giorno che è morto si è portato tre ragazze in una pensione!”.
“Ah, capisco… il cuore…”.
“Ma no, figurati! È che si è incendiata la pensione…”.
“Ah, è morto carbonizzato nell’incendio… Che fine atroce…”.
“No, no! Sono arrivati i pompieri con il telone e lui si è buttato…”.
“Ah, è morto perchè ha mancato il telone?”.
“No, l’ha preso in pieno, ma è rimbalzato ed è andato a sbattere sui fili dell’alta tensione…”.
“O mio Dio, è morto fulminato…”.
“No, è rimbalzato ed è finito sul terrazzo di una signora…”.
“Ma insomma come cacchio è morto??”.
“Abbiamo dovuto ucciderlo!!”.

Non c’è niente da fare, sarà un istinto anti-patetico, una cupio resolvi, ma a un certo punto il prolungarsi dell’agonia ci fa ridere. Lo sapeva bene – per fare l’esempio più palmare – Gustave Flaubert quando pensava di far morire la sua eroina, la signora Bovary, tra tali e tante e allungatissime sofferenze che a un certo punto la scena assumeva anche per gli animi più inclini al sentimentale dei toni esplosivamente grotteschi se non comici.

Questo meccanismo sfuggiva invece altrettanto evidentemente a Mario Martone e Carlo Cecchi quando hanno deciso di mettere in scena-  prima al Carignano a Torino, da ieri all’Argentina a Roma – Una serata a Colono da un testo di Elsa Morante mai rappresentato negli ultimi 45 anni (se ve lo chiedete già da ora, sì, c’era un motivo), convinti di trovare in un’agonia esasperata un’allegoria della condizione umana, e raccattando invece soltanto una reazione di sovraccarico di pathos che finiva per far sperare che al povero Cecchi-Edipo fosse praticabile il prima possibile un’eutanasia liberatoria. La medicina tanto agognata (“quella vera” come strepita per tutta la seconda parte). Per lui e per noi.

Eppure le recensioni per questo spettacolo (che parla di un uomo pazzo ricoverato in un reparto psichiatrico negli anni ’60 che si crede Edipo e che evoca il mondo sofocleo), recensioni osannanti fioccano: Rodolfo Di Gianmarco su Repubblica, Masolino D’Amico sulla Stampa (“Il pubblico capisce poco – ma c’è poco da ‘capire’ – ma avverte la presenza della Poesia e si abbandona al suo fascino”), Enrico Fiore sul Mattino (“uno spettacolo importante perché va oltre lo spettacolo”), e trascorsa l’ora e quaranta, il pubblico della prima che fino a poco prima cercava un appiglio contro il sonno applaude: unanime, colpevole forse, soterizzato.

Com’è possibile, mi dico io (io che avevo pensato di lasciare la sala a un certo punto se non fosse stato che c’erano degli attori che come vi spiego più giù vagavano per la platea e di fatto presidiavano le uscite) che a me sia parso così prepotentemente brutto uno spettacolo che viene acclamato come una delle perle della stagione italiana, “lo spettacolo che si aspettava da anni”, “la conclusione del lavoro di ricerca di Martone su Edipo”? Per varie piccole ragioni abbastanza ovvie, provo a rispondermi. La prima è che – opinabile, opinabile certo, ma vi prego allora leggetelo – il testo di Elsa Morante non è proprio niente di che. L’invenzione linguistica se non vogliamo sputare sentenze che è derivativa, scolastica, enfatica, accontentiamoci di dire che è datata: la sua mimesi del delirio è semplicemente affastellamento. La seconda è che l’errore di Martone e Cecchi sta nell’aver considerato Morante una divinità e questo testo di Morante un testo sacro, nonostante i limiti espressivi e soprattutto nonostante l’argentina non drammaturgicità (non un climax, non una scena, non un dialogo funzionante). Il risultato è 1) una regia monocorde, un’eco continua, sinusoidale come la linea della macchina a cui veniamo attaccati quando ci devono operare (firmata da uno dei migliori registi italiani, ok); e  2) una recitazione incredibilmente monocorde e manierista di uno dei più grandi attori che l’Italia abbia mai avuto, Carlo Cecchi, che plausibilmente non contento di aver considerato Morante un testo da venerare, ha fatto anche di sé un mostro sacro, scivolando fin dalla prima sillaba che pronuncia in una prova d’attore buona forse per qualche esibizione didattica – e invece emotivamente nulla. Ancillari a Cecchi, Antonia Truppo nella figlia che si trasforma – nel delirio – in Antigone, e Angelica Ippolito, la suora che lo accudisce. Brave loro due? Chi può dirlo? Si adattano anche loro al gioco della maniera. Truppo lavorando su una nenia ipotattica, insopportabile dopo dieci minuti; Ippolito mostrando l’aspetto virago della suora che tanto poteva ricordarci certe commedie anni ’70 e facendoci illudere che per un attimo invece di Cecchi si materializzasse Renzo Montagnani sul lettino dell’infermo.

Nella platea, a formare il coro dei malati di mente, una serie di attori uno più bravo dell’altro (da Franco Ravera a Giovanni Calcagno), umiliati da una scelta registica che li faceva vagare come dementi appunto tra le file di poltrone quasi tutto il tempo, a simulare un manicomio permanente. Così, capitava che noi, mentre si era sopraffatti dal monologo infinito di Cecchi, cercassimo sollievo da qualunque altro avvenimento degno di nota (perché questa volta abbiamo preso sul serio l’avviso di spegnere i cellulari?) e ci girassimo ogni tanto verso qualcuno di loro e lo scorgessimo che si strofinava lungo il davanzale di uno dei balconcini della prima platea dove dormicchiava chessò un Curzio Maltese: tutto questo provocava un sentimento di tenerezza che non soltanto ci faceva invocare – con un po’ d’immedesimazione nel dramma – l’avvento della legge Basaglia ma anche la speranza che questi attori venissero pagati profumatamente, in nome di una giustizia marxista.

A decretare l’apologia dell’enfasi manierista però non ci pensavano soltanto una serie di scelte scenograficamente invadenti – per fare esempi: i due musicisti in scena, il sipario che alla fine viene lasciato cadere, denudando di nuovo la scena e facendo risvegliare metà del pubblico all’improvviso. Ma anche le musiche di Piovani, avvolgenti come una Scaldasonno Beghelli, che aggiungevano alla modulazione di Cecchi una sottolineatura continua, quasi appunto fosse stabilito dall’inizio che in questo spettacolo controcanti mai, vietati, tutto un’unica nota, diretta a quel nervo lì.

Ora, il rischio si profila incombente. Orde di ragazzini delle medie e delle superiori verranno deportati a vedere Sofocle + Morante + Martone + Cecchi. Ecco, viene da dire, se siete dei professori e volete continuare a farvi voler bene dai vosti studenti e ormai avevate già preso i biglietti per questa Serata a Colono, provate a vedere se al botteghino del Teatro Argentina ve li cambiano con degli ingressi per quel capolavoro d’installazione che è Art you lost. Altrimenti, che altro vi possiamo dire: buona fortuna.

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