C’è una vecchia barzelletta che fa così. Ci sono due tizi che s’incontrano, uno è molto triste, così l’altro gliene chiede il motivo.
“Sai, è morto mio nonno…”.
“Mi dispiace… ma aveva una certa età?”.
“Sì, ma dimostrava 20 anni! Pensa, il giorno che è morto si è portato tre ragazze in una pensione!”.
“Ah, capisco… il cuore…”.
“Ma no, figurati! È che si è incendiata la pensione…”.
“Ah, è morto carbonizzato nell’incendio… Che fine atroce…”.
“No, no! Sono arrivati i pompieri con il telone e lui si è buttato…”.
“Ah, è morto perchè ha mancato il telone?”.
“No, l’ha preso in pieno, ma è rimbalzato ed è andato a sbattere sui fili dell’alta tensione…”.
“O mio Dio, è morto fulminato…”.
“No, è rimbalzato ed è finito sul terrazzo di una signora…”.
“Ma insomma come cacchio è morto??”.
“Abbiamo dovuto ucciderlo!!”.
Non c’è niente da fare, sarà un istinto anti-patetico, una cupio resolvi, ma a un certo punto il prolungarsi dell’agonia ci fa ridere. Lo sapeva bene – per fare l’esempio più palmare – Gustave Flaubert quando pensava di far morire la sua eroina, la signora Bovary, tra tali e tante e allungatissime sofferenze che a un certo punto la scena assumeva anche per gli animi più inclini al sentimentale dei toni esplosivamente grotteschi se non comici.
Questo meccanismo sfuggiva invece altrettanto evidentemente a Mario Martone e Carlo Cecchi quando hanno deciso di mettere in scena- prima al Carignano a Torino, da ieri all’Argentina a Roma – Una serata a Colono da un testo di Elsa Morante mai rappresentato negli ultimi 45 anni (se ve lo chiedete già da ora, sì, c’era un motivo), convinti di trovare in un’agonia esasperata un’allegoria della condizione umana, e raccattando invece soltanto una reazione di sovraccarico di pathos che finiva per far sperare che al povero Cecchi-Edipo fosse praticabile il prima possibile un’eutanasia liberatoria. La medicina tanto agognata (“quella vera” come strepita per tutta la seconda parte). Per lui e per noi.
Eppure le recensioni per questo spettacolo (che parla di un uomo pazzo ricoverato in un reparto psichiatrico negli anni ’60 che si crede Edipo e che evoca il mondo sofocleo), recensioni osannanti fioccano: Rodolfo Di Gianmarco su Repubblica, Masolino D’Amico sulla Stampa (“Il pubblico capisce poco – ma c’è poco da ‘capire’ – ma avverte la presenza della Poesia e si abbandona al suo fascino”), Enrico Fiore sul Mattino (“uno spettacolo importante perché va oltre lo spettacolo”), e trascorsa l’ora e quaranta, il pubblico della prima che fino a poco prima cercava un appiglio contro il sonno applaude: unanime, colpevole forse, soterizzato.
Com’è possibile, mi dico io (io che avevo pensato di lasciare la sala a un certo punto se non fosse stato che c’erano degli attori che come vi spiego più giù vagavano per la platea e di fatto presidiavano le uscite) che a me sia parso così prepotentemente brutto uno spettacolo che viene acclamato come una delle perle della stagione italiana, “lo spettacolo che si aspettava da anni”, “la conclusione del lavoro di ricerca di Martone su Edipo”? Per varie piccole ragioni abbastanza ovvie, provo a rispondermi. La prima è che – opinabile, opinabile certo, ma vi prego allora leggetelo – il testo di Elsa Morante non è proprio niente di che. L’invenzione linguistica se non vogliamo sputare sentenze che è derivativa, scolastica, enfatica, accontentiamoci di dire che è datata: la sua mimesi del delirio è semplicemente affastellamento. La seconda è che l’errore di Martone e Cecchi sta nell’aver considerato Morante una divinità e questo testo di Morante un testo sacro, nonostante i limiti espressivi e soprattutto nonostante l’argentina non drammaturgicità (non un climax, non una scena, non un dialogo funzionante). Il risultato è 1) una regia monocorde, un’eco continua, sinusoidale come la linea della macchina a cui veniamo attaccati quando ci devono operare (firmata da uno dei migliori registi italiani, ok); e 2) una recitazione incredibilmente monocorde e manierista di uno dei più grandi attori che l’Italia abbia mai avuto, Carlo Cecchi, che plausibilmente non contento di aver considerato Morante un testo da venerare, ha fatto anche di sé un mostro sacro, scivolando fin dalla prima sillaba che pronuncia in una prova d’attore buona forse per qualche esibizione didattica – e invece emotivamente nulla. Ancillari a Cecchi, Antonia Truppo nella figlia che si trasforma – nel delirio – in Antigone, e Angelica Ippolito, la suora che lo accudisce. Brave loro due? Chi può dirlo? Si adattano anche loro al gioco della maniera. Truppo lavorando su una nenia ipotattica, insopportabile dopo dieci minuti; Ippolito mostrando l’aspetto virago della suora che tanto poteva ricordarci certe commedie anni ’70 e facendoci illudere che per un attimo invece di Cecchi si materializzasse Renzo Montagnani sul lettino dell’infermo.
Nella platea, a formare il coro dei malati di mente, una serie di attori uno più bravo dell’altro (da Franco Ravera a Giovanni Calcagno), umiliati da una scelta registica che li faceva vagare come dementi appunto tra le file di poltrone quasi tutto il tempo, a simulare un manicomio permanente. Così, capitava che noi, mentre si era sopraffatti dal monologo infinito di Cecchi, cercassimo sollievo da qualunque altro avvenimento degno di nota (perché questa volta abbiamo preso sul serio l’avviso di spegnere i cellulari?) e ci girassimo ogni tanto verso qualcuno di loro e lo scorgessimo che si strofinava lungo il davanzale di uno dei balconcini della prima platea dove dormicchiava chessò un Curzio Maltese: tutto questo provocava un sentimento di tenerezza che non soltanto ci faceva invocare – con un po’ d’immedesimazione nel dramma – l’avvento della legge Basaglia ma anche la speranza che questi attori venissero pagati profumatamente, in nome di una giustizia marxista.
A decretare l’apologia dell’enfasi manierista però non ci pensavano soltanto una serie di scelte scenograficamente invadenti – per fare esempi: i due musicisti in scena, il sipario che alla fine viene lasciato cadere, denudando di nuovo la scena e facendo risvegliare metà del pubblico all’improvviso. Ma anche le musiche di Piovani, avvolgenti come una Scaldasonno Beghelli, che aggiungevano alla modulazione di Cecchi una sottolineatura continua, quasi appunto fosse stabilito dall’inizio che in questo spettacolo controcanti mai, vietati, tutto un’unica nota, diretta a quel nervo lì.
Ora, il rischio si profila incombente. Orde di ragazzini delle medie e delle superiori verranno deportati a vedere Sofocle + Morante + Martone + Cecchi. Ecco, viene da dire, se siete dei professori e volete continuare a farvi voler bene dai vosti studenti e ormai avevate già preso i biglietti per questa Serata a Colono, provate a vedere se al botteghino del Teatro Argentina ve li cambiano con degli ingressi per quel capolavoro d’installazione che è Art you lost. Altrimenti, che altro vi possiamo dire: buona fortuna.
Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

Ah si, la barzelletta raccontata da Berlusconi a Mara Venier. Che bei ricordi… 😐
adesso però, se sei imparziale, fammi fuori PPP
Vado a vedere lo spettacolo venerdi (domani sra). Con molto meno entusiasmo dopo questa efficace recensione
Cosa vuol dire “soterizzato”? Non c’è neppure sullo Zingarelli.
Andrò a vederlo Martedì cercando, inutilmente, di defilarmi dalle efficaci affilature di Christian. Però a me le prolungate agonie non fanno ridere; e la signora Bovary mi ha sempre provocato una specie di pena colpevole (sarà perché Flaubert non è un manierista)
Non credo che sia un bel testo della Morante. Non è adatta a scrivere sceneggiature ,testi teatrali., che poi andrebbero rappresentati come faceva Carmelo Bene o Officna laboratorio di Enzo Caputo LMC TRapani,di cui ho visto un testo della Maraini, completamente trasformato.
Ma non mi sembra il caso di dire che la Morante ha scritto cose bruttine, quando si è letto l’isola di Arturo e Corpo Celeste. E’ una delle più grandi autrici del 900. Migliore anche del marito, Moravia. Se Martone ha ripescato un testo sull’Edipo a Colono, che oggi non si potrebbe rappresentare neanche nella versione greca originale di Sofocle, non significa che Elsa abbia scritto brutti testi. Se si va a pescare tra appunti, lettere, tentativi nel cassetto di un grande autore, si può trovare anche spazzatura. Martone fa dei tentativi teatrali, come tanti altri. Non è detto che vadano attribuiti all’autrice. Conosco bene la Morante, ho letto tutto e l’Edipo a Colono non era tra i migliori, neanche completato. Andava tutto rivisto per il teatro.
Parliamo allora solo di Martone. E facciamo onore alla Morante per quello che ha scritto di valido. Anche l’adelchi di Manzoni è di una noia terribile, eppure Gassman lo rappresentò con grande successo. Non vuol dire che Manzoni era bravo nella scrittura teatrale. E nenache Gassman. Ma ormai si può mettere mano dovunque.
Tutti lo hanno fatto e lo faranno.
Ma ,per onestà, devo dire che la Morante era gravemente malata e delirante quando lo scrisse.
Va fatta giustizia alla scrittura dei bei testi di Elsa. Che è una grande.
Stimo molto Christian Raimo, ma mi aspettavo che differenziasse i libri e gli scritti della Morante.
Perchè proprio lei viene trattata così, senza argomentare meglio quando per altri autori,si analizza tutto?
Il titolo che mi è stato inviato è che la Morante ha scritto anche’ testi bruttini’.
Non è giusto.Non è corretto. Non è così.
Rileggete Sofocle, e vedete se anche la tragedia in greco non è enfatica e noiosa per in post-post moderni
Eppure rispettate Flaubert, che ha scritto un’opera di un realismo molto dettagliato e proprio per questo non fu amato dalla piccola borghesia bigotta. Ma scrittura di Flaubert è straordinaria, la rappresentazione di una certa classe è interessantissima, sia dal punto di vista psicologico che sociale. La descrizione della morte di Emma è biologica e colpisce molto. Anche per coloro che comprano libri horror,o gialli thriller di maniera.
Refusi:va messa una virgola dopo ‘Edipo a Colono’
Chiedo sempre di fare io un articolo su Elsa Morante, la Ortese, Ferrante, Ramondino, Cilento, Castaldi, grandi autrici che hanno scritto nell’ambiente napoletano. (la Morante vi passò e scrisse alla Ortese, prima di andare a Procida,per scrivere l’isola di Arturo.).Ma c’ è numero chiuso di critici,in questo blog. E io vi ho sempre letti edifesi anche per la chiusura di Orwell, comunicandolo a tutti i network.
Ma stavolta , non posso conesntire con l’immagine che Raimo,critico competente, ha dato di Elsa Morante. Vorrei fare giustizia.
Scusa, forse non si era capito, ma io giudicavo solo quest’opera di Morante, non la sua figura eminente di scrittrice. La giudicavo innanzitutto debole poi da un punto di vista teatrale. Se poi vuoi scrivere qualcoaasa sugli autori che citavi manda il tuo pezzo alla redazione e certo se è buono lo pubblichiamo.
Ho visto lo spettacolo e sono molto sorpresa della stroncatura di Raimo, che fra l’altro mi aveva convinta con le sue argomentazioni e indotta in un atteggiamento di sospetto preventivo. Ora posso dire sinceramente che abbiamo visto, lui e io, due spettacoli diversi. Io ho assistito a un capolavoro. Un grandissimo testo portato in scena con una rara capacità di interpretazione registica, sobria e spietata. Attori grandiosi. Anche la musica di Piovani ha aderito al rigore di Martone, senza imporsi, ma aggiungendo bellezza e movimento ad alcuni momenti importanti. Non vado volentieri a teatro, perché mi annoia quasi sempre. In questo caso ho provato l’emozione, sempre più rara, di trovarmi nel mezzo di un rito, qualcosa che coinvolge intimamente attori e pubblico in un’esperienza comune e necessaria. Certo, per capire il testo e lo spettacolo tutto, bisogna aver attraversato, almeno una volta nella vita, seriamente il dolore, l’esperienza della morte, il panico di esistere per soffrire e per morire.
Annotazione di una certa rilevanza che mi par strano sia sfuggita all’estensore di questa intrigante (e ben scritta) recensione: Martone è l’anagamma di Morante. Ci troverei dei significati.
Ho visto il pezzo prima dello spettacolo, letto dopo perché avevo intuito affondasse un bel po’… non ho osannato come altri che citi, ma ho cercato di capire e rendere un contesto.
Se vi va…si dibatta pure.
http://www.teatroecritica.net/2013/02/metti-una-serata-a-colono-con-mario-martone-e-elsa-morante/
SN
Un vero scrittore, Savinio, nelle sue recensioni raccolte nella pubblicazione Adelphi ‘Palchetti romani’, mostrava la strada maestra della scrittura critica come reinvenzione linguistico-letteraria di un mondo. Traduzioni insomma. Argute, penetranti e leggere come sferze. Nel panorama acquiescente della critica nostrana mi piace scoprire il tratto di Raimo. Al di là degli apprezzamenti o delle stroncature (anche se resta chiaro che una stroncatura offre margini più ampi all’invenzione letteraria) voglio testimoniare qui la mia gratitudine ad un modo di recensire che non avendo remore o timori reverenziali, si inoltra dentro l’oggetto per restituirne la propria personale versione, senza collusioni. Molto si può ancora fare e non mancano qui le discese poco ardite. L’auspicio è quello di veder fiorire innumerevoli critici-artisti
Cristian Raimo la tua recensione su Colono è divertentissima…sincera, de panza e allo stesso tempo raffinata e dotta. Per una volta non si è detto solo su Lavia, come direttore artistico di un teatro pubblico, che dovrebbe esimersi o ben pensarci dal mettere in scena suoi spettacoli con gli stessi soldi del teatro pubblico che gestisce…Ma siamo in Italia, regna la patria podestà. In quei ministeri che sono i teatri pubblici. Ma al di là del valore artistico dello spettacolo e delle scelte personali e intime di un direttore regista davanti al modo di utilizzare i denari che dovrebbe distribuire per il teatro contemporaneo, su come promuoverlo, oltre che metterlo in scena, in teatri vuoti, perché sono tutti stipendiati gli interni che operano negli stabili e quindi nessuno rischia, se non l’artista che dovrebbe anche rapire le persone e metterle in sala…ma la cosa che ho ammirato è che davanti a Martone nessuno osa aprire bocca, perché è la sinistra, perchè è la ‘cultura’ perbenista, ammansita, che ci propinano orami come forma di sapere, che vuol dire: annoiati e batti le mani che sei davanti al solenne…al sacro. Il teatro è un luogo di rivolta, qualunque ne sia la forma,un luogo di opposizione… La moda ora è mettere Pasolini, la Morante, in cartellone anche le loro foto sulle locandine, le copertine, ma i maestri, veri, non i maestrini, loro per primi non aspettano altro che di essere traditi, rovesciati, ognuno lascia un segno se è un grande, ma che può servire a qualcun’altro come esempio di rischiare con un linguaggio personale, proprio,…qui invece viviamo di mummie, di questi oppositori che ora nelle mani dei padroni della cultura ‘buona’ sono stati messi in musei, teche, sbranati e sfruttati fino all’ultima foto, l’ultima intervista. Noi viviamo sulla loro assenza, senza essere capaci di dare vita… La tua visione è aria fresca, non ho visto lo spettacolo, lo vedrò in questi giorni, ma in assoluto, qualunque sia la mia visione, ti dico grazie per questa botta di vita.