Ashraf Ghani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ashraf-ghani/ un blog di approfondimento culturale Mon, 14 Apr 2014 14:38:13 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Ashraf Ghani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/ashraf-ghani/ 32 32 Diario afghano, seconda parte https://minimaetmoralia.it/reportage/diario-afghano-seconda-parte/ https://minimaetmoralia.it/reportage/diario-afghano-seconda-parte/#respond Mon, 14 Apr 2014 14:04:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19994 Qui la prima parte del diario. (Le foto sono di Giuliano Battiston.)

Lunedì 31 marzo, Faizabad

La sala conferenze dell’hotel Setara-e-Shar è colma di gente. Duecento, duecentocinquanta persone, molti giovani, qualche barba lunga, tante donne. Sono qui per sentire cos’hanno da dire alcuni candidati al consiglio provinciale. Il 5 aprile, insieme al successore di Hamid Karzai, gli afghani dovranno scegliere anche i rappresentanti delle 34 province. Qui ce ne sono una quindicina. “Li abbiamo invitati per dare l’opportunità di far conoscere i loro programmi, se ne hanno”, mi spiega Saifuddin Sais, a capo del Badakhshan civil society forum, un cartello di associazioni “che include 32 diverse organizzazioni”. Completo scuro, cravatta a righe, un ciuffo ribelle sulla fronte, Saifuddin Sais rivendica il lavoro svolto dal forum che dirige, “con i nostri programmi abbiamo raggiunto più di mille persone nei distretti rurali, ora sanno quali sono le procedure elettorali e come votare”.

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il governatore di NangarharLudin al voto

Qui la prima parte del diario. (Le foto sono di Giuliano Battiston.)

Lunedì 31 marzo, Faizabad

La sala conferenze dell’hotel Setara-e-Shar è colma di gente. Duecento, duecentocinquanta persone, molti giovani, qualche barba lunga, tante donne. Sono qui per sentire cos’hanno da dire alcuni candidati al consiglio provinciale. Il 5 aprile, insieme al successore di Hamid Karzai, gli afghani dovranno scegliere anche i rappresentanti delle 34 province. Qui ce ne sono una quindicina. “Li abbiamo invitati per dare l’opportunità di far conoscere i loro programmi, se ne hanno”, mi spiega Saifuddin Sais, a capo del Badakhshan civil society forum, un cartello di associazioni “che include 32 diverse organizzazioni”. Completo scuro, cravatta a righe, un ciuffo ribelle sulla fronte, Saifuddin Sais rivendica il lavoro svolto dal forum che dirige, “con i nostri programmi abbiamo raggiunto più di mille persone nei distretti rurali, ora sanno quali sono le procedure elettorali e come votare”.

In sala sembrano tutti già molto attrezzati per affrontare il voto: il giornalista Samiullah Saihwn modera l’incontro, dando la parola ai candidati e subito interrompendoli se la fanno troppo lunga. “Ma la domanda era un’altra”, sollecita spesso. Dal pubblico, le domande fioccano senza reticenze. “Lei ha detto di aver conseguito la laurea in India, ma come ci è riuscito in meno di due anni? È proprio vero che è laureato?”, chiede polemicamente una ragazza ad Abdullah Naji Azari. Giovane, con la risposta pronta e una gamma di metafore nel suo serbatoio di retorica elettorale, Azari è uno dei candidati con il più ampio consenso, qui nella provincia di Badakhshan. I maligni dicono che lo stia comprando.

“Ha fatto un mucchio di soldi, per questo è probabile che venga eletto”, mi dice sottovoce Wahidullah Haidari, che insegna inglese nelle scuole superiori e mi aiuta con le traduzioni. Quanto alla fonte dei guadagni, le voci si sprecano: “ha lavorato per 8 anni con la cooperazione tedesca, ma il tenore di vita che ha, le case comprate qui e a Kabul, i viaggi che fa, lasciano credere che quei soldi vengano da attività illecite”, suggerisce Haidari. In altre parole, dal commercio della droga, che in questa provincia nord-orientale, al confine con il Tajikistan, è un settore in crescita. Un candidato accusa il governo afghano di chiudere gli occhi con i Talebani, “rilasciandoli subito dopo che vengono catturati”. Giù una caterva di applausi. Un altro invita il pubblico “a votare non necessariamente me, ma uno dei pochi candidati che non prendono bustarelle”. Altri applausi. Una donna sulla cinquantina irrompe nella discussione: “In 4 anni i membri del vecchio consiglio provinciale non hanno combinato granché per noi. Dormono tutto il giorno. Chi ci dice che non dormirete anche voi?”. Il pubblico ride e applaude fragorosamente.

L’incontro finisce con un invito al voto da parte di ogni singolo candidato: “Bismillah ir-Rahman ir-Rahim….In nome di Dio, il misericordioso e compassionevole…”, la formula rituale con cui viene introdotto il discorso. Qui la parola laicità non compare nel vocabolario. E l’Islam è il vero collante dell’identità personale e collettiva, oltre le etnie, gli interessi sociali, la nazione. Ciò che conta è l’ummah islamica. Vado incontro al giornalista Samiullah Saihwn. Gli faccio i complimenti. Abituato ai lacchè italici, vedere un giornalista che fa il suo mestiere con i politici fa piacere. Ci sediamo a parlare. Mi racconta di un voto fortemente differenziato per aree geografiche: “qui a Faizabad la gente in qualche modo conosce i propri diritti, sa che può scegliere il candidato che ritiene migliore. Nelle aree rurali, nei distretti fuori città, le cose vanno diversamente. Lì l’informazione è scarsa, come l’istruzione. Non c’è consapevolezza della posta in gioco”, continua. “Nei villaggi le competenze non sono un criterio di scelta. Lì conta chi ha la barba più lunga. La gente segue quel che gli viene detto dal mullah, dal comandante o dal potente di zona”.

Tra i potenti dell’intera provincia c’è un sessantenne dalla folta barba bianca e il soprabito tradizionale poggiato sulle spalle, Qazi Sadullah Abu Aman, uno dei pesi massimi della politica del Badakhshan. Già senatore, capo della sezione provinciale dell’Alto consiglio di pace – l’ente governativo che deve favorire il dialogo con gli insorti -,  è un illustre esponente del Jamiat-e-Islami, il partito a prevalenza tajika fondato negli anni Settanta da Burhanuddin Rabbani, l’ex presidente afghano fatto fuori dai Talebani nel settembre 2011.

Abu Aman è candidato alle elezioni provinciali e capo della Shura-e-Ulema, il consiglio dei religiosi. Per lui non ci sono dubbi: a vincere sarà Abdullah Abdullah, già ministro degli Esteri, esponente del Jamiat e leader dell’Alleanza del nord. “La gente lo voterà perché è stato un mujahed che ha combattuto con coraggio i sovietici e perché conosce bene i problemi della povera gente”, racconta Abu Aman, per il quale “il dottor Abdullah è l’uomo giusto per sostituire Karzai, che è corrotto e non ha saputo dare niente agli afghani”. Si dice certo: “Abdullah vincerà”. L’unico ostacolo potrebbero essere le frodi. “Karzai sta usando le istituzioni governative per aiutare il suo candidato, Zalmai Rassoul”, sostiene.

Il ricordo delle presidenziali del 2009, quando Abdullah rinunciò al ballottaggio accusando Karzai di aver manipolato i risultati, è ancora forte nel paese. Fortissime sono le preoccupazioni che le frodi possano ripetersi. Tanto che perfino Abdullah è arrivato a minacciare velatamente il ricorso alle armi, se qualcosa dovesse andare storto. Abu Aman può permettersi di essere più esplicito: “Se Abdullah sarà nominato presidente, la volontà degli afghani sarà rispettata. Altrimenti – specie se dovesse essere eletto Rassoul – scoppierà un nuovo conflitto e il paese sarà più instabile di quanto non sia ora, perché vorrà dire che ci sono state frodi”, sostiene con convinzione, prima di accogliere un gruppo di visitatori.

A poche centinaia di metri dalla casa di Abu Aman, nella sede principale del comitato elettorale pro-Rassoul, l’accusa viene respinta al mittente. “Ma quale aiuto, io qui sono il capo e posso garantire personalmente che non abbiamo ricevuto alcun sostegno dal governo, né finanziario né logistico”, ribatte a distanza Basir Khalid. Anche lui nel Badakhshan è un peso massimo. Tutti lo conoscono. Molti lo rispettano. Qualcuno lo teme. In ogni caso è capace di mobilitare consenso e migliaia di voti. È stato un mujahed contro i russi, “a fianco di Masoud” tiene a precisare. Conosce personalmente Abdullah. Per questo non fatica ad ammettere che è un rivale di tutto rispetto: “Certo, qui lo conoscono vecchi e bambini, e quando si va al bazar si tende a comprare un prodotto già provato, invece che uno nuovo. Questo è vero, ma Rassoul ha più possibilità di vincere perché ha un programma migliore: ha promesso nuove strade, scuole, ospedali, oltre che nuovi posti di lavoro nel settore minerario”, sostiene. Nel 2009 Basir Khalid coordinava la campagna elettorale per Abdullah. Oggi lo fa per Rassoul. Non sembra vederci niente di strano. Anzi, rivendica ancora l’appartenenza al Jamiat: “Sono un jamiatì da quando era ragazzino, da più di 40 anni. Sono stato il primo comandante a respingere i russi fuori dal Badakhshan. Nessuno può espellermi dal partito, tantomeno Abdullah, che in confronto a me è un ragazzino”, risponde con sarcasmo.

Per Basir Khalid, Zalmai Rassoul non ha bisogno del sostegno governativo per vincere. A dimostrazione della sua forza elettorale cita il comizio fa proprio qui a Faizabad, a cui avrebbero partecipato migliaia di persone. Gli osservatori più smaliziati non si lasciano ingannare dalle adunate. “Tutti i candidati hanno speso molti soldi per assicurare che ai loro comizi partecipasse un elevato numero di persone”, spiega Samiullah Saihwn. “Hanno pagato i vari comandanti locali, i capo-villaggio e i leader delle comunità locali, così da esserne certi. Sono loro ad aver organizzato le macchine e i pranzi. C’è chi ha partecipato ai comizi di tutti e tre i candidati più forti, Rassoul, Ghani e Abdullah. Per questo è difficile prevedere a chi andranno a finire i voti”, argomenta Saihwn, per il quale come abbiamo visto il voto sarà effettivamente libero solo nelle città.

Per la dottoressa Anisgul Akhgar – già a capo del Dipartimento per gli affari femminili della provincia di Badakhshan e direttrice della Relation & Cooperation Women Organisation (RCWO) -, il voto sarà fortemente differenziato tra città e campagne. “A Faizabad ho percepito una gran desiderio di cambiamento, una forte volontà di voltare pagina con il voto. Qui lo si può fare perché si è liberi di scegliere chi si vuole. Nei distretti rurali sono i potenti locali a raccogliere le carte elettorali o a imporre un candidato”, spiega. Per questo, Anisgul Akhgar ritiene che il voto non sarà regolare: “Non è stato presa nessuna seria iniziativa per impedire le frodi. La Commissione elettorale indipendente – l’ente che deve gestire il processo elettorale, ndr – è tale sono di nome. Conosce come vanno le cose, ma non interviene”, denuncia.

Najia Sorush lavora per la Commissione elettorale indipendente, e sostiene invece che la commissione stia facendo tutto il possibile “per evitare frodi, voti comprati, voti irregolari”. Vestita di nero, il trucco pesante, il naso schiacciato, Najia si lamenta che l’ufficio centrale di Kabul abbia ridotto il numero dei seggi elettorali: “sono troppo pochi, non tutti riusciranno a votare”.  A dispetto di tutto, la dottoressa Akhgar – attivista per i diritti delle donne sin dai tempi del regime talebano – non rinuncerà al voto. “Eserciterò il mio diritto costituzionale”, dice, “e continuo a incoraggiare tutte le donne che conosco a fare lo stesso”. Anche l’attuale direttrice del Dipartimento per gli affari femminili ci prova. Mi accoglie nel suo ufficio, nella parte nuova della città, appena sopra al fiume Kokcha. Alle sue spalle, un ritratto incorniciato del presidente uscente Karzai, con qualche anno di meno e un viso rilassato. Nella libreria a vetri, le foto di Rabbani, leader del Jamiat. “Grazie ai nostri programmi di informazione siamo riuscite a raggiungere più di 2.000 donne”, racconta Zofanoon Hassam.  “Qui nel nostro ufficio centrale abbiamo un centro di registrazione. Molte donne hanno ottenuto la carta elettorale proprio qui. Secondo gli ultimi dati, a Faizabad l’hanno ricevuta 78.000 donne, il 44% del totale. Potranno andare a votare, se lo vogliono”. È un risultato di cui Zofanoon Hassam si dice fiera. Anche se riconosce che la strada di una piena partecipazione femminile alla politica è ancora lunga: “In molte zone sono i mariti a dire alle donne chi votare. È una cattiva abitudine culturale che stiamo cercando di archiviare. Ma ci vorrà ancora del tempo”, ammette prima di congedarmi.

È tardo pomeriggio, il sole comincia a calare. Entro nella sede principale del comitato elettorale pro-Abdullah. Di solito ospita gli uffici del partito Jamiat, da qualche settimana è il cuore della macchina elettorale per l’ex ministro degli Esteri, che in città domina il paesaggio, grazie a poster giganteschi che lo ritraggono in tutte le pose. “Peccato che sia venuto a quest’ora”, mi dice il sessantenne Abdul Kuduz. “A pranzo qui diamo da mangiare a 1500/2000 persone”. I voti si ottengono anche così. Dando il pane a chi non ce l’ha. E promettendone altro in futuro. Abdul Kuduz mostra ottimismo: “Abdullah è il sicuro vincitore, non ci sono candidati preparati come lui”. Poi si irrigidisce quando accenno alle presunte frodi a favore di Rassoul. “Abbiamo prove che Karzai lo stia aiutando, certo!”. Infine mi mostra un poster che ritrae “i nostri martiri, uccisi da quei codardi dei Talebani”. Gli chiedo che cosa faranno, se Abdullah non dovesse vincere. “Siamo stanchi di combattere, come tutti gli afghani. Ma vogliamo che i nostri diritti siano rispettati. Se qualcuno ti attacca, tu, cosa fai?”.

Martedì 1/giovedì 3 aprile, Faizabad-Kabul

Si avvicina il giorno delle elezioni. C’è poco tempo e molte cose da fare. Scelgo di prendere l’aereo, risparmiandomi le dodici ore di viaggio su strada da Faizabad a Kabul. L’aeroporto di Faizabad è appena fuori città, puntando verso Taloqan. Per raggiungerlo, si attraversano campi coltivati, dove i contadini sono piegati a lavorare la terra e buoi tirano l’aratro. L’aeroporto è una lingua di asfalto circondata da basse colline e, sullo sfondo, dalle cime innevate. Fino a poco tempo fa, da qui partivano solo i voli costosi delle Nazioni Unite o della linea Pactec, che serve gli operatori delle organizzazioni non governative. Ora c’è un’alternativa ragionevole, offerta dalla compagnia East Horizon. Collega Kabul con le città più periferiche, come Faizabad appunto. Molti posti prima raggiungibili solo via terra, e non senza pericolo, ora fanno parte della sua rete: Farah, nel sud-ovest del paese; Maimana, al confine con il Turkmenistan, nella zona nord-occidentale; Ghor, nel cuore dell’Afghanistan. All’ingresso ci sono cinque poliziotti. Uno di loro, barba rossa e crespa, controlla il bagaglio in modo sbrigativo.

Il controllo vero e proprio avviene all’interno, nella sala check-in. Una donna con la faccia truccata di bianco e i denti d’oro svuota le valigie di un passeggero. A me tocca un ragazzo serio e meticoloso: mutande, panni sporchi, sacco a pelo, libri, appunti, quaderni. Verifica tutto. Controlla anche il contenuto del dentifricio, le imbottiture delle zaino, la pila a batterie, la macchina fotografica, l’hard disk. Nel Badakhshan la coltivazione dell’oppio cresce, anziché diminuire, e uno straniero che viaggia da solo puzza di trafficante. Potrebbe portarsi via dell’oppio di prima qualità, eroina già raffinata, oppure pietre preziose, l’altra grande risorsa di questa provincia. Pochi giorni fa un italiano è stato beccato all’aeroporto di Kabul con più di un chilo di hashish e qualche centinaio di grammi di oppio. Quando nel mio bagaglio non trova niente, il ragazzo sembra deluso. Mi augura comunque buon viaggio. L’aereo atterra quasi in orario. È un vecchio aero russo, un MA60, con le scritte interne in cirillico. Scendono i passeggeri che vengono da Kabul. Passeggeri benestanti, che possono permettersi i 50 euro del volo. O infermi, come la vecchia che fatica a camminare e viene trasportata dai figli. I controlli all’arrivo sono blandi. Viene aperta solo una cassa di plastica dura. Dentro, fucili e mitragliatori. “Per il nostro esercito”, si affretta a precisare il ragazzo che mi  aveva controllato la valigia.

A Kabul vado a incontrare Timur Hakimyar, direttore della Foundation for Culture and Civil Society. Mi racconta del successo dell’incontro che ha organizzato all’Intercontinental Hotel di Kabul. “Abbiamo convocato i candidati presidenziali, che sono venuti di persona o hanno delegato un loro rappresentante, e gli abbiamo fatto firmare pubblicamente una carta di 7 punti”, spiega. Dove si dice che “accetteranno i risultati elettorali”, e dove si impegna il governo “a non interferire nello svolgimento delle elezioni o nella fase successiva”. Conosco da tempo Hakimyar. È una persona intelligente. Sa che non basta la firma su un pezzo di carta per evitare le frodi. Rivendica comunque il risultato ottenuto: “si tratta di un atto pubblico, ripreso dalle televisioni, e se qualcosa dovesse andar storto, la gente ne sarebbe consapevole”, spiega. L’incontro rientra nelle iniziative promosse dall’Afghanistan Civil Society Elections Network (Acsen), che raccoglie circa  60 organizzazioni, ed è finanziato dagli americani. Per Hakimyar, nessuna interferenza: “il finanziamento è loro, ma la gestione del processo è nostra”, assicura. “Direttamente o indirettamente, gli Stati Uniti mandano avanti con i loro soldi gran parte delle attività del governo, finanziano i ministeri, le forze dell’ordine. Se dovessimo rinunciare al loro aiuto, non so cosa faremmo”, aggiunge.

Mentre parliamo, sentiamo un gran botto. Ci affacciamo sulla terrazza. Insieme a noi si affaccia anche qualche collega di Hakimyar. Proviamo a capire dove sia avvenuta l’esplosione. Facciamo qualche telefonata. Hakimyar commenta a suo modo, con disinvoltura: “It’s normal”, si aggiusta il completo rigato e fa per rientrare. Entro nella stanza del responsabile amministrativo della Foundation for Culture and Civil Society, sempre sintonizzato sui notiziari televisivi. Una ragazza gioca a carte sul pc. Lui fuma, sfogliando distrattamente il giornale. Veniamo a sapere che un attentatore suicida si è fatto esplodere all’ingresso del ministero dell’Interno, a 300 metri da dove siamo. Sono 6 i soldati morti. La discussione con Hakimyar riprende.

Per entrare nei seggi elettorali serve un accredito rilasciato dalla Commissione elettorale indipendente. Per i giornalisti stranieri c’è un formulario da riempire, il nome di un referente a cui scrivere, il suo numero di telefono e un indirizzo email. Scrivo da giorni, senza risposte. Chiamo da giorni, senza risposte. Decido di andare alla sede principale della Commissione. È sulla Jalalabad-road, la strada che da Kabul punta verso il confine con il Pakistan. Le misure di sicurezza sono rigorose. Decine e decine di poliziotti e soldati. Mentre arrivo, una colonna di camioncini sta per partire. Trasportano materiale elettorale da distribuire nelle province. Materiale sensibile, protetto da poliziotti ben armati. Superato il primo cancello, mi inoltro tra le mura di cemento verso l’ufficio per le relazioni con gli stranieri. Ottenere l’accredito è più facile del previsto.

Chiedo di intervistare Noor Mohammad Noor, portavoce della Commissione elettorale indipendente. Completo blu e camicia chiara, la fronte alta e lo sguardo miope, Noor si dice pronto per il gran giorno: “abbiamo fatto un gran lavoro, abbiamo circa 300.000 osservatori, nazionali e stranieri, che monitoreranno il voto, c’è un’attenzione da parte dei media che non c’era in passato, e una sensibilità dei candidati prima sconosciuta”. Ammette che le minacce dei Talebani fanno paura, ma scommette che ci sarà un’alta partecipazione al voto: “ho girato molto, e dovunque ho sentito una forte voglia di partecipare e di votare”. Gli racconto che nei miei giri pre-elettorali ho incontrato molte persone che sbandieravano più tessere elettorali. Non sembra sorpreso: “il problema c’è, lo riconosco, ma quest’anno abbiamo introdotto un doppio sistema di controllo. Sul dito di chi vota metteremo dell’inchiostro blu e uno spray che si illumina sotto la luce. Una doppia precauzione che impedirà qualsiasi frode”, assicura.

Lascio Noor Mohammad Noor alle sue convinzioni e vado a incontrare Jamila Mujahed, giornalista. È stata lei nel 2001 ad annunciare in tv che il regime talebano erano venuto giù. Volto noto del giornalismo afghano, in questi anni ha accumulato una lunga lista di riconoscimenti internazionali, come direttrice dell’Afghan Women Radio, oltre che come responsabile del magazine “Malalai”, ora chiuso per mancanza di fondi. Nel suo ufficio scrupolosamente arredato, mi mostra i premi ricevuti dal comune di Napoli e di Bologna. La prefazione a un libro di fumetti, edito da Donzelli. I libri da lei scritti e pubblicati. Scommette in un’alta partecipazione delle donne al voto. Critica Karzai per aver lasciato troppo spazio di manovra ai signori della guerra, fondamentalisti e contrari ai diritti delle donne. Non si aspetta nessun cambiamento radicale, con l’elezione del nuovo presidente, “perché dovunque, qui in Afghanistan in particolare, le cose cambiano molto lentamente”.

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Venerdì 4, Kabul-Jalalabad.

Lascio una Kabul irriconoscibile. Le strade quasi deserte. I negozi perlopiù chiusi. Le vie d’accesso alla città bloccate, presidiate dall’esercito e dalla polizia. Gira voce che anche la strada da Kabul a Jalalabad sia chiusa. Al parcheggio dei taxi collettivi per Jalalabad c’è poca gente. Non ci sono le solite urla dei tassisti che provano a convincere i passeggeri a viaggiare con loro. Salgo in macchina. C’è un solo passeggero. Aspettiamo un po’. Poi decidiamo di viaggiare da soli, senza aspettare gli altri tre passeggeri. Il prezzo è maggiorato, ma abbiamo la certezza di arrivare in tempo a Jalalabad. L’ingresso in città è vietato alle automobili, motivi di sicurezza. Si scende e si cammina. Lo Spinghar Hotel mi accoglie con un giardino rigoglioso, coltivato da giardinieri attenti e da un clima tropicale. I miei fidati amici di Jalalabad mi hanno annunciato un interessante incontro, proprio allo Spinghar Hotel. Aspetto nella hall, fino a quando non vedo arrivare dei volti conosciuti.

Babrak Miakheil, giornalista per la Bbc, preside della facoltà di giornalismo dell’università di Nangarhar. Ci conosciamo da anni. Quando passo per Jalalabad vado sempre a trovarlo. C’è anche Asif Shinwari, altro giornalista di razza, autore di manuali giornalistici adottati all’università. Arriva Baz Mohammad Abid, giornalista per Radio Free Europe, altra vecchia conoscenza. Uno dopo l’altro, arrivano tutti i giornalisti di Jalalabad. L’incontro è organizzato dall’associazione dei giornalisti dell’Afghanistan orientale, presieduta da Lal Pach “Azmoon”, veterano dei media. In ordine gerarchico, al microfono si alternano alcuni giornalisti. Bisogna concordare una strategia comune. Viene nominata un’unità di coordinamento di 3 persone, che avranno il compito di raccogliere le informazioni dagli inviati nei vari distretti e girarle agli altri. “È un momento storico”, ripetono in molti, “noi giornalisti siamo chiamati a un compito difficile, di grande responsabilità: garantire l’informazione, monitorare la correttezza del voto, a dispetto delle minacce dei Talebani”. Si decide di non dare troppo risalto ai piccoli atti di sabotaggio compiuti dai Talebani, “per non metter paura alla popolazione”. La riunione finisce. I giornalisti sono soddisfatti.

Lal Pach “Azmoon” annuncia l’inizio di un’altra riunione: “ora lasciamo l’abito professionale e indossiamo quello di cittadini. Sta per cominciare una riunione per sostenere Ashraf Ghani”, uno dei candidati alla presidenza, annuncia “Azmoon”. “Chi vuole andar via, lo faccia pure”. Rimangono tutti. Tutti i giornalisti, a quanto pare, sostengono il tecnocrate Ghani, già alto funzionario della Banca mondiale e, in Afghanistan, ministro delle Finanze e rettore dell’università di Kabul. “Qui prenderà un mucchio di voti”, mi spiega a margine dell’incontro Miakhail. “E’ il candidato che più convince, quello che meglio raccoglie la voglia di cambiamento della gente”.

Sabato 5 aprile, Jalalabad

Sveglia presto. È il giorno delle elezioni. Con il traduttore, raggiungo uno dei centri elettorali, la facoltà di medicina dell’università. Mi è stato detto che proprio lì sarebbe andato a votare il nuovo governatore della provincia di Nangarhar, Attaullah Ludin, che sostituisce Gul Agha Sherzai, dimessosi per presentarsi alle presidenziali. Ludin arriva. Entra nel seggio seguito da un codazzo di notabili, ufficiali della polizia e dell’esercito, giornalisti locali. Aspetta il collegamento televisivo da Kabul per riporre le schede nelle urne di plastica trasparente. I fotografi si pestano i piedi per riprendere il momento solenne. All’uscita rassicura gli afghani: non temiate, i seggi sono sicuri. Segue il discorso del capo della Polizia provinciale, il generale Fazel Hahmad Sherzad: “mi assumo personalmente la responsabilità. Votate”, dice. Un atto di coraggio: sono appena le otto del mattino, la giornata è ancora lunga e i Taleban potrebbero colpire in qualsiasi momento. Gli elettori che incontro non sembrano troppo preoccupati, almeno qui in città.

“Sono stato il primo a votare. Ero davanti all’ingresso un’ora prima che aprissero il cancello, alle 6 del mattino. No, non ho paura dei Talebani. Rappresentano il passato, e noi dobbiamo pensare al futuro”. Haroun Nayebzai mostra con orgoglio l’indice, macchiato d’inchiostro blu. È il segno che ha votato e che – almeno sulla carta – non potrà farlo due volte. Poco più che ventenne, Nayebzai è uno dei tanti osservatori legati ai candidati provinciali. Prima che osservatore, si sente però un cittadino che crede nella forza del voto. “Per cambiare le cose, mandare a casa Karzai e far insediare Ashraf Ghani”. È lui il candidato che va per la maggiore qui a Jalalabad, città a prevalenza pashtun, a pochi chilometri dal confine con il Pakistan. Nella sede della facoltà di medicina tutti dicono di aver votato per lui. I giovani soprattutto: Nasir Ahmad Shinwari ha 19 anni. Anche lui sembra riporre grandi aspettative nel tecnocrate. “Tutti i miei compagni di università votano per lui. È l’unico che può trasformare il paese. Gli altri candidati sono tutti corrotti o ex comandanti militari”. Eppure anche Ghani si è scelto come eventuale vice-presidente un ex “warlord”, Abdul Rashid Dostum, leader della comunità uzbeca, fondatore del partito Jumbesh-e-Milli, con le mani sporche di sangue. “E’ la politica: per vincere devi ottenere più voti possibili, e Dostum ne ha 3 milioni”, replica con realismo Shinwari. Cerco altri punti di vista. E scopro che non sono soltanto i giovani ad aver votato.

A un chilometro dalla facoltà di Medicina vengo accolto nell’ufficio elettorale di un candidato locale, l’ingegnere (qui il titolo conta) Haji Rais Khan. Ha buone probabilità di essere eletto. Dietro di lui ci sono infatti i notabili locali come Haji Gul Miran. È un malek, figura a metà tra il leader religioso e comunitario. Controlla uno dei distretti più “turbolenti” dell’intera provincia, Chaparhar, che fa quasi 60.000 abitanti. Siede su dei cuscini, insieme ad altri 6 anziani con la barba lunga. Mostrano il dito: hanno tutti votato. Non ce l’hanno con Karzai, che “ha fatto quanto poteva, il paese partiva da zero”, ma vogliono comunque voltare pagina. Uno di loro dice di aver votato per Ghani, “perché noi siamo vecchi, è tempo di dare spazio ai giovani, Ghani è l’unico che lo farà”.

Il malek Haji Gul Miran non è d’accordo. “Ghani è competente, ma Dostum è un killer”, sostiene. Per lui il candidato migliore è Qutbuddin Helal, sostenuto da Gulbuddin Hekmatyar, leader del partito radicale islamista Hezb-e-Islami. “Tra tutti, è l’unico candidato che non è sostenuto dai paesi stranieri”, dice il malek, che rivendica la militanza nel partito di Hekmatyar. “E l’unico che non firmerà il trattato militare con gli americani”, aggiunge Haji Gul Miran, per il quale “è fondamentale avere buoni rapporti con gli stranieri, ma senza diventarne schiavi, e gli americani dove vanno fanno danni”. Il candidato di Hekmatyar non verrà eletto, ma potrebbe posizionarsi al quinto, sesto posto.

In molti si dicono sicuri che nell’eventuale ballottaggio tra Ashraf Ghani e il dottor Abdullah, l’Hezb-e-Islami sosterrà Ghani. L’importante è che all’Arg, il palazzo presidenziale, non entri Abdullah, il rappresentante del Jamiat-e-Islami, il partito a prevalenza tajika, forte soprattutto al nord. “I tajiki non sono veri afghani, ma ormai vivono qui da molto tempo e li accettiamo”, dice Haji Gul Miran. “Ma un presidente tajiko, questo no. Se dovesse vincere Abdullah, verrà lanciato un jihad contro di lui”, si dice convinto il malek di Chaparhar. Per lui, lo scettro del potere deve rimanere nelle mani di un pashtun. Così come è stato da duecento anni a questa parte.

Raggiungiamo la sede del comitato elettorale di Ashraf Ghani. È presidiata da alcuni soldati. Ci perquisiscono. Chiamiamo il nostro “uomo” all’interno. Ci fanno entrare. Cerchiamo Ihsanullah Kamawal, responsabile per l’intera zona orientale della campagna per Ashraf Ghani. Alto e scuro in volto, porta un cappello pakul schiacciato sulla fronte, una giacca a scacchi marrone sopra una veste chiara. È stato a lungo responsabile delle dogane qui a Jalalabad. Si dice abbia accumulato una fortuna. Ora la sta mettendo a disposizione di Ghani. Kamawal è indaffarato. Non ha tempo per le interviste. Valuta i resoconti dell’unità “anti-frode” messa su dai suoi uomini, che via telefono ricevono dagli osservatori mandati in ogni dove le segnalazioni di irregolarità nel voto. Kamawal è impaziente. Dice di dover andar via, fuori Jalalabad, per monitorare il voto. Chiediamo di andare con lui.

Da Kabul chiama un collega, giornalista di rango di una delle maggiori testate italiane: “Giuliano, dove sei, che si dice? Io sono a Kabul, al Serena Hotel, non credo uscirò”. Partiamo con Kamawal. Un convoglio di 6 macchine, la maggior parte blindate. Qui tutti hanno paura di restarci secchi. I Talebani fanno sul serio. Chiunque lavori per la politica istituzionale è un nemico. Le jeep di Kamawal e degli altri notabili partono di gran carriera. A seguirle, i pick-up pieni di soldati armati. Raggiungiamo il distretto di Surkhrod. Ci fermiamo in una scuola elementare. Scendono i soldati, fucili alla mano. Entriamo in  una delle aule adibite a seggio. Gli uomini di Kamawal fanno un gran casino, vogliono fare foto, riprendere le votazioni. Una ragazza della Commissione elettorale li ammonisce: “Non è permesso. Se non la smettete, vi mando via”. Qualcuno se la prende. Gli altri accettano il rimbrotto. Poi si va via, di fretta, così come siamo arrivati. È ora di pranzo. Ci accoglie il governatore del distretto, offrendoci un pranzo abbondante. Riesco finalmente a intervistare Kamawal. Elogia Ghani, “l’unico che ha un programma economico vero e proprio”. Critica gli altri candidati. Sostiene che Ghani è il solo che possa “portare un cambiamento vero nel paese, quello che tutti i giovani desiderano”. Per lui Dostum, il warlord che Ghani ha scelto come eventuale vice-presidente, è solo una pedina nella partita elettorale: “Ghani saprà gestirlo. Darà vita a una squadra di governo dove a contare sono le competenze, non altro”.

Gli chiedo se per lui, in caso di vittoria, non si annunci un posto da ministro: “non mi interessa, replica, quel che mi sta a cuore è il benessere del paese”. E le frodi, la preoccupano? “Certo, Rassoul è aiutato da Karzai, già abbiamo raccolto molte testimonianze di funzionari governativi che lo stanno aiutando”. Quando finisce l’intervista si lascia però scappare una frase rivelatoria: “Vuole votare anche lei? Basta che me lo dica. Gliela trovi io una tessera elettorale”. Interviene anche Ahmad Tooryalai, un businessman di Kabul con un’influenza crescente nella cerchia di Ghani: “le faccio una previsione. Ghani prenderà tra il 35 e il 40% dei voti, Abdullah non più del 25%, Rassoul meno del 10”, sostiene sicuro. “Se la partecipazione sarà superiore al 60%, potremmo farcela al primo colpo”, raggiungendo quel 50% più un voto necessario a evitare il ballottaggio. Non c’è tempo per contestare le previsioni di Tooryalai. Si è fatto tardi e bisogna tornare indietro. Si corre più del solito, al ritorno. Rientrati a Jalalabad, il mio traduttore tira un sospiro di sollievo: “per fortuna non è successo nulla, a Surkhorod”. Subito dopo, un gran botto. Un incidente a catena coinvolge tre delle 6 macchine del convoglio di Kamawal, compresa la nostra. Scendiamo dal pick-up.  Rintronati ma sani. Attorno, già una folla di curiosi. La jeep di Kamawal è già ripartita. Neanche il tempo di ringraziarlo per il passaggio.

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Diario afghano, prima parte https://minimaetmoralia.it/reportage/diario-afghano-prima-parte/ https://minimaetmoralia.it/reportage/diario-afghano-prima-parte/#comments Mon, 31 Mar 2014 16:30:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19695 Sabato 21 marzo, Kabul

Un’isola di calma ed eleganza in un mare di traffico e clacson. Un fortino sempre più militarizzato. Nel corso degli anni il Serena Hotel – dove giovedì 20 marzo 4 giovani barbuti sono riusciti a infiltrarsi e a uccidere 8 persone al ristorante – si è chiuso su se stesso. Le mura di cemento esterne più alte e robuste, i controlli più attenti. Per difendersi dai taleban, che qui già erano entrati nel 2008 facendo sette vittime. Ma un po' anche dai poveracci che dal bazar sul lungofiume Kabul spuntano sulla grande piazza del parco Zarnegar, gesticolando ai conducenti dei taxi collettivi. Fuori i gas di scarico anneriscono il mausoleo dell’emiro Abdur Rahman Khan, appena restaurato. Dentro, dall’altro lato della strada, l’aria pulita dell’hotel Serena. Le stanze linde, arredate all’orientale ma senza ammiccamenti. Attrezzate sale conferenze.

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Sabato 21 marzo, Kabul

Un’isola di calma ed eleganza in un mare di traffico e clacson. Un fortino sempre più militarizzato. Nel corso degli anni il Serena Hotel – dove giovedì 20 marzo 4 giovani barbuti sono riusciti a infiltrarsi e a uccidere 8 persone al ristorante – si è chiuso su se stesso. Le mura di cemento esterne più alte e robuste, i controlli più attenti. Per difendersi dai taleban, che qui già erano entrati nel 2008 facendo sette vittime. Ma un po’ anche dai poveracci che dal bazar sul lungofiume Kabul spuntano sulla grande piazza del parco Zarnegar, gesticolando ai conducenti dei taxi collettivi. Fuori i gas di scarico anneriscono il mausoleo dell’emiro Abdur Rahman Khan, appena restaurato. Dentro, dall’altro lato della strada, l’aria pulita dell’hotel Serena. Le stanze linde, arredate all’orientale ma senza ammiccamenti. Attrezzate sale conferenze. Un ristorante ricercato, dove perfino l’inglese parlato ai tavoli risulta ovattato. Cene professionali o galanti, qualche scollatura. Occidentali impacciati nei loro ampi vestiti all’afghana. Disinvolti afghani in completi scuri, tagliati con cura dai sarti del quartiere Bahrestan. L’hotel Serena è il posto dove incontrarsi, per chi conta qualcosa in città. Il posto da espugnare, per i Talebani. Un fragoroso effetto mediatico con risorse ridotte. Pezzi grossi locali e soprattutto stranieri, cioè importanti. Nei giorni scorsi due altre stragi erano passate quasi inosservate: al bazar di Maimana (provincia di Faryab, nord-ovest del paese, confine con il Turkmenistan) e a Jalalabad, verso il confine con il Pakistan. I morti erano di più, ma afghani, con un minor peso specifico sul piatto della comunicazione. Colpendo il Serena hotel, la capitale e gli stranieri, i turbanti neri hanno fatto il loro spot elettorale. E già annunciano i prossimi.

Domenica 22 marzo, Kabul

Solo oggi il bazar è tornato a macinare affari a pieno regime, le macchine a intasare le strade e Kabul a essere la città chiassosa e inquinata di sempre. Venerdì e sabato erano ancora giorni di festa. Giorni in cui stare in famiglia o con gli amici, per festeggiare il Nowroz, il nuovo anno. “Ma qui a Kabul non si festeggia più come prima. Una volta si ballava di più, si faceva musica. Ora è tutto cambiato”. A rimpiangere i bei tempi andati è un distinto signore cinquantenne. Abita a qualche centinaio di metri da Chicken Street – la via prediletta dai freakettoni negli anni Settanta che venivano a cercare le prelibate resine afghane -, a qualche edificio di distanza dall’ambasciata dell’India, più volte presa di mira dai barbuti, a due passi dalla sede dell’Unione europea. È un uomo che può rivendicare nobili discendenze. Veste un abito cucito su misura, porta un foulard al collo, i capelli accompagnati all’indietro con il gel. Venerdì ero suo ospite per cena. In una casa retrò, costruita negli anni Sessanta, sopravvissuta alla furia edilizia, arredata con cura dall’anziana madre e amministrata da una governante cicciottella dallo sguardo bonario. Le foto appese alle pareti raccontavano degli avi, dei legami di sangue, della storia passata del paese. Quella attuale non piace molto a quest’uomo che vive molti mesi in Belgio e rientra in Afghanistan solo per stare con la madre e curare gli affari. Per lui, la parentesi del governo talebano, anche se breve, ha interrotto molte tradizioni. “Per fortuna, non quelle culinarie”, aggiunge prima che vengano portate in tavola delle coppe di frutta secca: “deve mangiarle, è tradizione qui da noi”, dice. “Le abbiamo fatte in casa”.

Lunedì 23/martedì 24 marzo, Kabul/Mazar-e-Sharif

8 milioni di dollari e qualche spiccio. Qui a Kabul c’è chi pretende di sapere la cifra intascata in questi anni da Karzai con il suo “sistema mafioso”, fatto di politica e affari. Il posticipo della firma sul trattato bilaterale di sicurezza con gli Usa? Una mossa per prendere tempo mentre negozia la buona uscita e mette al riparo dalle brutte sorprese il patrimonio accumulato. Il futuro quando lascerà l’Arg, il palazzo presidenziale? Anche se il suo candidato – Zalmai Rasoul – non dovesse vincere, continuerebbe a influenzare il quadro politico. Nessuno dei candidati è poi così autonomo. Neanche lo storico rivale, Abdullah Abdullah, leader dei tajiki dell’Alleanza del nord.

A Kabul non si fa che parlare di politica. Della transizione dal sistema di potere Karzai a un nuovo sistema, che dovrà convivere con il precedente, chiunque vinca il 5 aprile. Zalmai Rasoul, già ministro degli Esteri dal 2010 al 2013, è il candidato di Karzai. Ma è debole. Privo di carisma. Senza sostanza. Così dicono in molti, temendo che Karzai gli metta a disposizione le risorse – economiche e non solo – dello Stato e del governo. Mobilitando o facendo comparire  voti essenziali. Un aiuto per sostenere una candidatura sbiadita.

Abdullah Abdullah – anche lui già ministro degli Esteri dal primo governo a interim fino al 2005 – gira in lungo e in largo il paese. In ogni comizio ripete il mantra preventivo e accusatorio delle frodi. Alle presidenziali del 2009 rinunciò al ballottaggio, accusando Karzai di aver rubato. Oggi ammonisce dal “commettere errori”. Ma secondo alcuni si starebbe già annusando con il presidente uscente, per evitare che l’eventuale ballottaggio diventi infuocato e veda entrambe le cordate perdenti. Abdullah Abdullah non è il solo a insistere sulle frodi. Ogni tanto un leader politico si affaccia in tv o alla radio e minaccia peste e corna in caso di brogli. L’accusa è rivolta a tutti. Tutti frodano, pare. Degli 11 candidati nella lista iniziale solo due non avrebbero falsificato le 100.000 firme necessarie per la candidatura, mi raccontano qui a Kabul. Per tutti gli altri, la Commissione elettorale indipendente avrebbe dovuto fare buon viso a cattivo gioco. L’ultimo in ordine di tempo a invocare trasparenza è stato il potente governatore di Balkh, Mohammad Atta. Non è candidato ma sta facendo valere tutto il suo peso politico (aiutando proprio Abdullah Abdullah), con cui condivide l’appartenenza al partito Jamiat-e-Islami.

Chi sembra acquistare peso politico è il terzo grande favorito, Ashraf Ghani, il tecnocrate colto a cui Karzai ha affidato il coordinamento del processo di transizione. Nel 2009 guadagnò un misero 2.9% di voti. Oggi è forte. Rischia di vincere. Anche grazie a una piccola, grande rivoluzione: l’aver rotto la tradizionale formula del ticket presidenziale. Quello che rispetta il peso demografico delle “etnie politiche”: il candidato presidente pashtun (il gruppo maggioritario), il primo vice tajiko, il secondo hazara. Ghani come secondo ha scelto invece Dostum, leader della comunità uzbeca. Senza di lui l’ex rettore dell’università di Kabul e funzionario della Banca mondiale sarebbe un cavallo spompato. Con il secondo vice Sarwar Danish (già ministro della Giustizia), punta ai voti degli hazara delle province centrali. Con Dostum farà il pieno di voti in alcune province settentrionali. Ghani ha mandato giù il curriculum insanguinato del generale Dostum, pur di averlo con sé. Ma a condizione che il leader del Jumbesh-e-Milli facesse mea culpa sui crimini passati: Dostum ha farfugliato qualcosa sulle proprie colpe, “simili a quelle di tanti”.

E Ghani – dipinto come un uomo metodico e supponente votato al potere – ha incassato il suo appoggio. Potrebbe essere quello fondamentale per entrare dalla porta principale dell’Arg. È temuto dai rivali. Tanto da essere al centro di una vera e propria campagna diffamatoria: nei villaggi rurali gira la voce che non sia musulmano. Che sia un kafir, un infedele. E che sua moglie sia perfino ebrea. Certo Ghani non piace ai mullah, ai conservatori religiosi. Ma piace molto ai giovani istruiti. E’ su di loro che conta. Sena disdegnare il consenso dei comandanti locali – quanti hanno guadagnato il potere combattendo negli anni precedenti. Perché in Afghanistan senza di loro non si va da nessuna parte. E senza buoni interlocutori si capisce poco della politica locale: per capirne qualcosa di più mi sono affidato ai miei referenti più fidati: Mir Ahmad Joyenda, già parlamentare, attivista della società civile, commentatore televisivo ambito da tutti; Hamidullah Zazai, direttor di una organizzazione non governativa che promuove il pluralismo dei media. Aziz Rafiee, il volto più noto della società civile post-talebana. Timur Hakymiar, direttore di una fondazione culturale. E l’italiano Fabrizio Foschini, analista politico dell’Afghanistan Analysts Network. Oltre a un paio di altre persone.

Giovedì 27 marzo, Mazar-e-Sharif/Kunduz

1 Toyota corolla, 5 passeggeri, 300 km, 4 ore di percorso, tre posti di blocco, due soste per pisciare e 700 afghanì (9 euro circa) da pagare. E’ il bilancio del viaggio di oggi da Mazar-e-Sharif a Kunduz (passando per Pul-e-Khumri). Mazar è la principale città della provincia di Balkh, il centro culturale del nord-Afghanistan, dove ha sede l’università più prestigiosa e più ambita di questa parte del paese e dove la gente viene per lavorare o cercare lavoro. Qui l’economia tira. Grazie ai traffici transfrontalieri con l’Uzbekistan, favoriti dall’unico tratto di ferrovia dell’intero Afghanistan. E grazie alla gestione autoritaria ma convincente del governatore Mohammad Atta Noor. Ha convinto gli imprenditori locali e stranieri che Mazar può davvero diventare un hub commerciale dell’Asia centrale. Sono arrivati soldi e coperture politiche. Lo scorso giugno è stato inaugurato il nuovo aeroporto internazionale. 63 milioni di dollari, sborsati principalmente dai tedeschi e dagli arabi degli Emirati. È un gioiello di efficienza, a paragone degli altri scali afghani, Kabul compresa. Atta rivendica di aver fatto bene. È un pezzo grosso della politica nazionale. Non è in corsa per le presidenziali del 5 aprile ma come mi racconta Zamir Saar, già giornalista per Pajhwok e lettore di lingua pashto alla Balkh University, sta usando il suo peso politico per assicurarsi un ruolo di primo piano. Quello di governatore o di ministro, se vincesse Abdullah Abdullah, leader dei tajiki dell’Alleanza del nord. Ora che è morto il maresciallo Fahim, il vice-presidente sostituito da Qanooni, i margini di manovra per Atta sono ancora più ampi. Staremo a vedere su quale poltrona si siederà in futuro.

Anche Kunduz, capoluogo dell’omonima provincia, cerca di crescere grazie ai legami con il nord, in questo caso con il Tajikistan. Ma le cose non vanno come dovrebbero. Rispetto a qualche anno fa l’intera provincia è molto più sicura, ma ogni tanto arriva qualche “scossa”. E’ successo un paio di giorni fa, quando un kamikaze si è fatto esplodere tra la folla che seguiva una partita di buzkashi. Venti i morti, molti i feriti. La notizia è stata poco raccontata, fuori dall’Afghanistan. Perché Kunduz non è Kabul. E perché nel frattempo, proprio a Kabul, i turbanti neri mettevano a segno un colpaccio: l’attacco alla sede della Commissione elettorale indipendente, l’organismo che ha il compito di organizzare le elezioni. Gli scontri tra i Talebani e le forze di sicurezza sono andati avanti per ore, catturando l’attenzione dei media. Il contraccolpo psicologico è stato forte: prima l’attacco al Serena Hotel di Kabul, destinato agli osservatori internazionali, che lì alloggiavano. Poi quello agli osservatori nazionali. Due su due. Un successo per la propaganda dei seguaci del mullah Omar, che hanno minacciato e ribadito di voler colpire i seggi elettorali e chiunque sia legato alla “farsa delle elezioni”.

Girando per le animate vie del centro di Kunduz (vedi foto), il ricordo dell’attentato di pochi giorni fa sembra già svanito. Me lo conferma Jamaluddin Saberi, giovane lettore alla facoltà di Legge e scienze politiche dell’università privata Salam. “Più che degli attentati, la gente teme le frodi. In più, è molto disillusa. Anni fa aveva molte aspettative, oggi disilluse”. Per Saberi la partecipazione al voto potrebbe essere scoraggiata dal disincanto, piuttosto che dalla paura degli attentati. Il giorno dopo l’attacco, c’erano migliaia di persone per il comizio di Abdullah Abdullah, che qui macina consenso anche grazie all’appoggio dell’uomo forte della provincia, Mir Alam Khan. Non ha posti governativi, ma almeno duemila uomini pronti a prendere le armi in qualunque momento. Fa quel che vuole nella provincia di Kunduz. E si accorda con chi gli pare, come mi raccontnoa molte delle persone incontrate: Hedajatullah Haqmal, giovane preside della facoltà di Legge e scienze politiche dell’università di Kunduz; l’energica Marzia Rostami, direttrice di un’organizzazione non governativa che lavora per i diritti delle donne e degli adolescenti; Habibullah Shinwari, dell’Afghan Civil Society Forum Organization; il ricercatore Taib Zundai; l’attivista Jawad Aiazi, che cerca di convertirmi all’Islam e di farmi sorbire 30 puntate di un programma tv su uno dei compagni di strada del profeta Maometto, etc etc.

Tra i sostenitori del dottor Abdullah c’è anche Sami, uno dei ragazzi dello staff del Kunduz hotel. Albergo statale gestito in modo svogliato ma simpatico, ha il fascino dei vecchi edifici dalla bellezza tramandata. Di giorno, quando è illuminato dal sole, sembra tornare a splendere. Di notte, quando la città si fa silenziosa e le luci si spengono, diventa spettrale. Gli ampi corridoi deserti, dove bighellonano solo i ragazzi dello staff, pronti a sfottersi e inseguirsi. Il più piccolo è proprio ,Sami, ed è il bersaglio di tutti. Lui sta al gioco e rilancia divertito. Alle 18.30 bussano alla porta. Mi trovo davanti un omone con la barba brizzolata. È il capo della Nds, la National Directorate of Security, i servizi segreti che qui sono un po’ meno segreti che altrove. Dietro di lui, gli uomini armati. “La solita storia”, penso: con un paio di giorni di ritardo le forze di sicurezza si accorgono di uno straniero che scorazza per la città. Poco abituati, quasi increduli, vanno a controllare. A volte finisce bene, con una pacca sulle spalle e tante scuse. Altre volte meno. Come quella volta a Farah, nel sud-ovest del paese, quando in piena notte mi tirarono fuori – “per motivi di sicurezza” – da una stanza offerta dal direttore dell’ospedale provinciale.

Qui a Kunduz è tutt’altra storia. Sono venuti a controllare che l’unico cliente dell’hotel sia in regola. Che non sia una minaccia. È in arrivo un pezzo grosso: Gul Agha Sherzai. Già governatore della provincia di Kandahar e, fino a poche settimane fa, di quella di Nangarhar (al confine con il Pakistan), Sherzai è uno dei personaggi politici più conosciuti del paese. E anche uno dei più criticati. E’ accusato di aver trafficato armi, droga, di aver fatto accordi sottobanco con i Talebani quando era governatore di Kandahar, di essersi intascato milioni di dollari con le tasse sui traffici transfrontalieri con il Pakistan, da wali di Nangarhar. Lui ha sempre negato. Ma le accuse sono aumentate di anno in anno. Così come il suo peso politico. Cresciuto a tal punto che ha rassegnato le dimissioni pur di presentarsi alle presidenziali. Non vincerà, questo è certo. Ma potrà vendersi al miglior offerente, per il ballottaggio.

Il suo arrivo al Kunduz hotel provoca uno sconquasso. I ragazzi dello staff, abituati alla letargia, schizzano da tutte le parti. Ufficiali dell’esercito, della polizia e della Nds si alternano, facendo su e giù tra il primo e il secondo piano. Arrivano degli anziani signori con dei turbantoni in testa, da pashtun doc. Si mettono in fila, l’uno dietro l’altro ad aspettare l’uomo-buldozer, come viene soprannominato (il soprannome gli è stato dato da Karzai, e Sherzai ha scelto prorprio il buldozer come smbolo elettorale). Gul Agha Sherzai arriva su una jeep bianca sulle cui fiancate fanno bella mostra due manifesti elettorali con il suo faccione ben pasciuto. Si avvia verso l’ingresso dell’hotel, riceve un mazzo di fiori. Entra e dispensa molte strette di mano e qualche abbraccio. Sale al primo piano portandosi dietro una scia di persone. Nella sala conferenze concede qualche battuta al pubblico, poi dà l’arrivederci a domani, per il gran comizio. Vedi foto

Sherzai e gli uomini del suo staff vanno via. Rimangono tutti gli altri. Aspettano la cena. Gentilmente offerta dalla ditta. Ci sono sostenitori venuti fin da Kabul. Businessmen che lo rispettano “perché ha ricostruito la provincia di Nangarhar e saprà ricostruire l’intero paese”. Fanno finta di credere nella sua vittoria. Sanno che non ha chance. E che la sua partita si gioca tutta al secondo turno, quando potrà offrire un bel pacchetto di voti al migliore offerente in cambio di un ministero. Finita la cena, tutti a casa. In albergo rimane qualche ospite. E una nutrita schiera di militari. “Noi stanotte non dormiamo”, dicono rassegnati.

KUNDUZ, sabato 29 marzo

I giornalisti di Ariana tv hanno perso di vista il candidato. “È dal governatore di Kunduz, andiamo!”. “No, no, sta raggiungendo il Pamir hotel per il comizio”. Al Pamir Hotel Sherzai ancora non c’è. La sala è semivuota. Qualche decina di persone e i molti volontari che gli organizzano la campagna elettorale. Ne incontro due, entrambi di Jalalabad, che sono qui a Kunduz da una ventina di giorni. Sono venuti in anticipo per assicurare che la sala si riempia. Nel nord Sherzai è debole. Anche qui a Kunduz. I sostenitori vanno trovati con ogni mezzo. Gli si organizza il viaggio dai villaggi, in cambio di qualche spicciolo e di un pranzo assicurato. Prima però dovranno sorbirsi il comizio. Qualcuno dovrà perfino sventolare dei cartelli che inneggiano a Sherzai.

Quando la sala è gremita, arriva il buldozer. Prima di lui parlano i notabili locali, i leader comunitari e religiosi, che cominciamo a riscaldare la sala. Poi è il suo turno. Il dito puntato verso il pubblico, Sherzai alterna accuse a Karzai e agli altri contendenti con battute ben piazzate. Il pubblico applaude e ride. Lui suda e ingrana la marcia. “Il governo Karzai è corrotto”, urla. “Zalmai Rasoul e Ashraf Ghani sono sostenuti dai russi e dagli iraniani”. Rivendica di essere un uomo semplice, che si è fatto da solo. Di aver sempre vissuto in Afghanistan, di essere legato alla sua terra, di rispettare tutte le etnie e di volere una patria forte e indipendente (proprio come lui). Ogni tanto qualcuno del giro più stretto sale sul palco, gli ruba il microfono con una mossa concordata e lancia lo slogan sicuro: “Nari Takbi – Allah Akbar”.

Il comizio si chiude tra grandi applausi e turbanti poggiati sulle teste di alcuni sostenitori. Sherzai sale al piano superiore, dove sono segregate le donne e i bambini. Anche lì viene accolto trionfalmente, mentre il pubblico è invitato a raggiungere la sala da pranzo. Tutti corrono. Si forma una ressa. Con il mio traduttore Enajatullah siamo invitati al piano superiore. Dopo pranzo ci sarà l’intervista, concordata il giorno prima con il suo consigliere politico, che non lo perde di vista un attimo. Appena ci vede, Sherzai non si trattiene: “Karzai? Un gran figlio di puttana”.

Domenica 30 marzo

Non è stato facile lasciare i ragazzi dello staff del Kunduz hotel (vedi foto). Scalcagnati, poco professionali, ma sempre sorridenti e generosi. Ieri sera abbiamo mangiato insieme, divorando due polli in pochi secondi. Ci ha poi raggiunto Khaluddin Dawlat, che ha insistito per fare una foto insieme, così da postarla su facebook (da queste parti uno straniero è cosa rara). Khaluddin lavora per una organizzazione non governativa. Ha una faccia così simpatica da conquistarti subito. Un viso buffo e plastico che sembra di gomma. E’ un bravo ragazzo, dicono tutti di lui, qui a Kunduz. Eppure non disdegna qualche scorrettezza: gli chiedo delle elezioni presidenziali come faccio con tutti – piccoli e grandi, mullah e aspiranti bevitori di vino. Mi mostra la tessera elettorale, senza la quale non si è ammessi al voto. Poi ne mostra un’altra. Poi un’altra ancora. Infine un’altra. 4 tessere elettorali, rivendica tutto contento, con ingenuità disarmante. 4 voti anziché uno. Se tutti facessero come lui, la comunità internazionale potrebbe brindare alla grande partecipazione del popolo afghano alle elezioni del 5 aprile. Mi sarebbe piaciuto saperne di più di lui e dei suoi “traffici elettorali”, ma a un tratto si è accorto di aver detto ciò che non si deve dire. Ha cambiato discorso.

Il giorno dopo, al mattino, ho lasciato Kunduz per Faizabad. Ancora una volta con un taxi collettivo. Una Toyota corolla con 5 passeggeri e un autista dal sorriso smagliante, gli occhi azzurri, i capelli impomatati e una parlantina fitta fitta da togliere il respiro. Tra i passeggeri, un vecchio con la barba e tre ragazzetti dalla faccia furba. Avevano fatto compere a Kunduz, dove le cose costano meno che a Faizabad. Kunduz è collegata al nord a Dushanbe (Tajikistan), a sud con Kabul e a ovest con Mazar-e-Sharif. E’ un centro di passaggio. Faizabad invece è all’estremità nord-orientale del “grande impero” afghano, a pochi passi con il Tajikistan più povero. La Cina è a due passi, ma i commerci ancora latitano, anche perché il governo cinese ritarda la costruzione della strada che dal Wakhan afghano condurrebbe nel Xinjiang, il Turkestan cinese: teme che i musulmani uighuri del Xinjiang possano radicalizzare la lotta con il governo centrale di Pechino, se influenzati dai jihadisti e dai Talebani.

Per questo molti commercianti del bazar di Faizabad fanno spesso la spola fino a Kunduz. I 500 afghani (6,5 euro circa) del viaggio si recuperano rivendendo a prezzi più alti le cose acquistate a Kunduz. Ci vogliono soltanto 4 ore di macchina. L’ultima volta che ero capitato da queste parti venendo proprio dal Tajikistan era nel 2009. La strada – pessima – era in costruzione. Oggi è liscia come l’olio, almeno per gli standard afghani. È una delle più sicure del paese e anche delle più belle

Da Kunduz a Taloqan, a circa un’ora di tragitto, si procede in pianura, immersi nei campi coltivati, di un verde brillante in questo periodo. Si costeggiano canyon scavati dai fiumi, protetti da basse montagne accartocciate su se stesse, dove il colore orca si mischia al verde intenso e al rosa degli alberi in fiore. Nei campi, pastori con le greggi di pecore, mucche, bambini a dorso di asino. Sui bordi della strada, bambine che escono da scuola, donne che tornano verso casa, custodite dal burqa. Superata Taloqan, la strada comincia a salire e scendere, di nuovo a salire con una serie di dolci curve, per poi aprirsi sulle cime innevate che indicano il Badakhshan, una delle province più povere del paese, di cui Faizabad è capoluogo. L’unico checkpoint è proprio al confine tra la provincia di Kunduz e quella di Badakhshan. I poliziotti conoscono l’autista e gli fanno cenno di passare, altrove gli chiederanno qualche soldo.

Più ci si inoltra nel Badakhshan e più si ritrova l’Afghanistan contadino, l’Afghanistan povero e contadino. L’Afghanistan che riesce a vivere senza elettricità (a Faizabad c’è soltanto per 4 ore al giorno), ma che non riuscirebbe a farlo senza gli asini. Animali preziosi come la vita. Se ne vedono tanti anche a Faizabad, che rimane un centro agricolo. Eppure la città è cambiata molto, negli ultimi anni. Shar-e-now, la città nuova, ha conquistato posizioni. Qualche nuovo ponte collega Faizabad ai distretti oltre il fiume. Una volta saliti nella parte alta, nella città vecchia, il colpo basso: il bazar non c’è più. Al posto di quella stretta via sui cui lati si affacciavano le botteghe di legno, un’ampia strada, sterrata per ora, ma talmente larga da aver rotto l’equilibrio del luogo. Rimane Pul-e-Khosti, il ponte sotto il quale si tiene il mercato del bestiame. E rimane la guesthouse della cooperazione tedesca (GIZ), anche se vuota: con il 2014 che si avvicina perfino i tedeschi – che qui hanno fatto cose importanti, sostengono i badakhshì, con “poche chiacchiere e molto pragmatismo” – stanno tirando i remi in barca.

Vengono a trovarmi Khooshqadan Osmani e Wahidullah Haidari. Il primo fa il giornalista. L’altro insegna letteratura dari in una scuola superiore. Osmani è anche uno dei candidati per il rinnovo del consiglio provinciale. In città, ogni tanto spunta qualche suo poster elettorale. Sono pochi, e piccoli. Niente in confronto a quelli dei notabili della città. Tra questi c’è Abu Aman. È un signore con la barba lunga e bianca, vestito da dignitario, lo sguardo un po’ annacquato dei vecchi. Si è fatto la reputazione come muhajed, poi come religioso, infine come politico. E’ stato senatore, capo della sezione provinciale dell’Alto consiglio di pace (l’ente governativo che ha il compito di negoziare con i barbuti), capo della Shura-e-ulema (il consiglio dei religiosi). È candidato alle provinciali. E uno dei sostenitori più accaniti del candidato presidente Abdullah Abdullah. Come lui tajiko, e come lui membro del Jamiat-e-Islami. Abu Aman dice che se Abdullah non dovesse vincere (per lui è scontato che vinca) i Jamiati prenderanno le armi. Perché Abdullah è il presidente che tutti gli afghani vogliono. L’equazione è semplice per lui: se Abdullah non sarà eletto, sarà a causa di brogli.

Abu Aman dice cose interessanti, su cui varrà la pena tornare. Molto meno interessante l’intervista con un altro religioso, il mawlawi Ziahuddin, anche lui membro della Shura-e-ulema. Ha il naso lungo e storto, gli occhi grandi e un po’ invasati, i capelli neri schiacciati sulla fronte, il sorriso generoso. Abita in campagna, a 6 km da Faizabad e due passi dall’università statale, in una casa semplice. Nel cortile scorazzano galline e agnellini. Lo intervisto ma è reticente. Bisogna tirargli fuori le risposte con le pinze. Si sbilancia solo sull’accordo con gli americani, che non gli piace. Sostiene che andrà a votare, ma non dice per chi. “Ancora non sono convinto”. Uscendo di casa, su un davanzale noto un volantino elettorale di Abdul Rasul Sayyaf, il candidato dei mullah e di chi vuole custodire la purezza dell’Islam afghano.

La delusione per l’intervista svanisce di fronte allo spettacolo maestoso del gran finale del buzkashi di Faizabad, un evento che si tiene due sole volte all’anno. Migliaia di persone si accalcano su una collina che domina un grande spazio di terra battuta. Altre sono accovacciate sulle mura che ne delimitano il perimetro. Al centro, i giocatori a cavallo. Oggi è l’ultimo di dieci giorni di competizione. 10 i distretti coinvolti. 2 le squadre a fronteggiarsi. Migliaia i dollari messi in palio, oltre alla fama e al prestigio. Questa volta a conquistare il vessillo blu è la squadra del distretto di Argo. I vincitori a cavallo si fanno travolgere dalla folla. Girano per gli spalti. Tornano a rivendicare l’entusiasmo dei fan. Poi, dopo l’ennesimo giro, si allontanano. Tornano in campagna. A dorso dei cavalli.

I sostenitori salgono sui camion, gonfi di gente. Io punto in direzione opposta, verso la città vecchia. Lì mi fermo in una chaikhana (sala da tè) della piazzetta principale. È al secondo piano, un ottimo punto di osservazione. Entro in sala. Passo inosservato. Un uomo col pakol in testa e la barba nera come il carbone sta tenendo un infuocato comizio improvvisato. Critica tutti i candidati alla presidenza tranne uno, il dottor Abdullah. Gli altri lo ascoltano silenziosi, annuendo con la testa e scambiandosi sguardi complici. Poi si alzano uno a uno. Tolgono le sciarpe dal collo e le stendono con cura. Fanno segno di unirmi. Si aspettano che preghi con loro. “Sono uno straniero”, farfuglio. Sono un po’ increduli. Poi cominciano a pregare. Io li guardo, in un angolo.

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I buoni, i criminali e i corrotti. L’Afghanistan post-2014 https://minimaetmoralia.it/reportage/afghanistan-post-2014/ https://minimaetmoralia.it/reportage/afghanistan-post-2014/#respond Wed, 26 Mar 2014 16:23:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19331 Questo pezzo è uscito sul numero 9/2013 di MicroMega. Da venerdì riprendiamo il diario di Giuliano Battiston da Kabul. (La foto è di Giuliano Battiston.)

In Afghanistan la guerra dura ormai da dodici anni. Alcune settimane fa è entrata nel suo tredicesimo anno di vita, celebrato con l’ennesimo, triste record di vittime civili. Il paese attraversa uno dei periodi più delicati della sua storia recente, la transizione (Inteqal), il processo con cui la responsabilità della sicurezza viene trasferita dalle forze internazionali a quelle afghane. A un anno dal compimento della transizione, che avverrà alla fine del 2014, è tempo di tirare le somme: sul piano militare, gli americani e le forze che fanno capo alla missione Isaf-Nato sono stati sconfitti; sul piano simbolico, la comunità internazionale ha sperperato l’intero capitale politico di cui godeva nei primi anni post-talibani.

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Questo pezzo è uscito sul numero 9/2013 di MicroMega. Da venerdì riprendiamo il diario di Giuliano Battiston da Kabul. (La foto è di Giuliano Battiston.)

In Afghanistan la guerra dura ormai da dodici anni. Alcune settimane fa è entrata nel suo tredicesimo anno di vita, celebrato con l’ennesimo, triste record di vittime civili. Il paese attraversa uno dei periodi più delicati della sua storia recente, la transizione (Inteqal), il processo con cui la responsabilità della sicurezza viene trasferita dalle forze internazionali a quelle afghane. A un anno dal compimento della transizione, che avverrà alla fine del 2014, è tempo di tirare le somme: sul piano militare, gli americani e le forze che fanno capo alla missione Isaf-Nato sono stati sconfitti; sul piano simbolico, la comunità internazionale ha sperperato l’intero capitale politico di cui godeva nei primi anni post-talibani.

Per questo, nelle cancellerie occidentali oggi non si discute più di come conquistare i cuori e le menti della popolazione, ma di come girare i tacchi senza perdere del tutto la faccia, mentre nelle città afghane non ci si chiede più quali benefici porteranno gli stranieri, ma cosa avverrà una volta che avranno lasciato il paese. Agli stranieri basterà prendere in mano le valigie e abbandonare l’Afghanistan con la stessa facilità con cui è stato occupato nel 2001. Gli afghani dovranno invece restare e affrontare un futuro incerto. Per cercare di capirne qualcosa di più, abbiamo adottato una chiave di lettura “interna”, analizzando i punti di forza e di debolezza dei tre principali attori dello spettro politico e sociale afghano: i Taliban, il governo, la società civile.

 I Taliban

Tattiche e strategie. A dodici anni dall’avvio dell’intervento militare in Afghanistan, il principale gruppo antigovernativo – i Taliban – risulta militarmente e politicamente più forte di allora. Dal punto di vista della tenuta territoriale, gli strateghi dei ‘turbanti neri’ sono riusciti a trasformare un elemento di debolezza – la crescente pressione militare subita nel sud del paese – in un pretesto per espandersi progressivamente nel nord (a partire dal 2006) e ad est, nella zona di confine con il Pakistan (soprattutto a partire dal 2010). Ciò rivela la flessibilità strategica dei Taliban, capaci di adattare le tattiche militari a un mutato contesto di guerra. Un’abilità dimostrata da almeno un altro elemento: il tentativo, avviato nel 2008, di rivedere la forma organizzativa del gruppo, incrementando il controllo centralizzato sulle unità di combattimento locali e favorendo il coordinamento interno.

Questo sforzo ha portato all’apertura di una vera e propria Commissione militare a Peshawar, in Pakistan, con il compito di coordinare le attività delle unità di combattimento. E ha dato vita a un processo ancora in corso: la transizione da un tipo di guerriglia decentralizzata, basata sul “franchising” del marchio talibano, a una guerriglia centralizzata, gestita in modo più “burocratizzato”. Gli esiti di questo processo sono difficili da prevedere, anche perché ha già provocato un dissidio tra la direzione politica (la shura di Quetta, riconducibile alla vecchia guardia e alla leadership storica del mullah Omar), e la nuova direzione militare (la shura di Peshawar, che gestisce la strategia nel breve termine, più vicina ai servizi segreti pakistani). La decisione di avviare una simile rivoluzione strutturale dimostra comunque che i Taliban guardano al futuro, non al passato. Non sono una forza residuale, ma un gruppo consapevole delle proprie potenzialità.

I successi politici. Un gruppo che ai successi strategici somma quelli politici: deboli, divisi e sfiduciati all’inizio del 2002, a dispetto dei dissidi interni e grazie agli aiuti esterni oggi i Taliban possono rivendicare di essere l’unico “vero, partito di opposizione in Afghanistan”, come sostiene Antonio Giustozzi[1], tra i più autorevoli studiosi della galassia talibana. Politicamente, il loro maggiore successo è l’essere riusciti a sedersi al tavolo negoziale in una posizione di forza. Anzi, il fatto stesso di essere riusciti a far digerire perfino agli americani l’idea che l’opzione militare è ormai impraticabile e che l’unica opzione è quella politico-diplomatica: fino a pochi anni fa soltanto dei “terroristi”, oggi i Taliban godono di una patente di legittimità politica. Ad attribuirgliela, sono stati proprio gli americani. Lo dimostra l’apertura lo scorso giugno del loro Ufficio politico di rappresentanza a Doha, in Qatar. Fortemente voluta dagli statunitensi, dai tedeschi e dalla monarchia qatarina e altrettanto fortemente contestata dal presidente Karzai, l’apertura dell’Ufficio indica due aspetti centrali, ormai inconfutabili, esposti con la consueta chiarezza dallo studioso Gilles Dorronsoro in uno dei suoi ultimi lavori, Waiting for the Taliban in Afghanistan[2]: “la coalizione non può più sconfiggere i Taliban, che rimarranno una forza politica e militare in Afghanistan nel prossimo futuro […] Date le circostanze, gli Stati Uniti devono cominciare a considerare la  situazione che si creerebbe con la caduta del regime e il ritorno dei Talebani al potere”.

Taliban di nuovo al potere? L’idea del ritorno dei Taliban al potere potrà scandalizzare qualcuno, ma quando si parla di processo di pace, di negoziato, è di questo che si discute: di quale forma assumerà il sistema politico afghano in futuro, e, dunque, di quanto potere avranno i Taliban: l’ipotesi di un governo di ‘ampia coalizione’ – al cui interno figurino esponenti del movimento talebano – non è affatto remota. Lo sanno bene gli afghani e lo sanno ancora più chiaramente i Taliban. Anche per questo il mullah Omar ha cominciato ad assumere una postura da futuro capo di Stato (o comunque da leader nazionale), tenendo discorsi politici a tutto tondo. Come quello scritto in occasione delle celebrazioni per la fine del Ramadan e affidato alla propaganda virale del sito dell’Emirato islamico d’Afghanistan, Voice of Jihad. In quell’occasione, da veterano della comunicazione politica, il leader degli studenti coranici ha adottato un doppio registro: internamente, ha rivendicato una politica unitaria e moderata; ha rassicurato le etnie minoritarie (i Taliban sono un movimento di matrice pashtun, maggioritaria nel paese); ha ribadito che i Taliban “non hanno intenzione di monopolizzare il potere”; ha parlato di un “sistema inclusivo” e garantito che, dopo il ritiro degli stranieri, “non ci saranno rappresaglie”, per poi invitare al boicottaggio delle elezioni presidenziali che si terranno ad aprile 2014 (“una perdita di tempo decisa dagli americani”).

Esternamente, ha ammonito gli americani dall’evitare una presenza militare prolungata nel paese; ha sbandierato i successi strategici della campagna militare di primavera Khaled Bin Waleed, inaugurata il 28 aprile; ha aperto in modo esplicito sull’educazione “moderna”, definita “un bisogno fondamentale di ogni società nei tempi attuali”; ha sottolineato che il teatrino dei negoziati di pace è inutile, perché l’unico vero obiettivo è “la fine dell’occupazione”. Soprattutto, ha rinnegato ancora una volta i legami con l’universo qaedista, ribadendo che i Taliban non intendono “danneggiare nessuno, né permettere a nessuno di danneggiare gli altri dal loro territorio”.

La forza dei Taliban è la debolezza del governo. Il suo discorso ha rassicurato gli ambienti diplomatici di Kabul, dove le valigie sono pronte da tempo per il ritiro, ma non ha affatto convinto la maggioranza degli afghani, soprattutto quelli che vivono in città, per i quali l’ipotesi di un governo di ampia coalizione suscita forti preoccupazioni. Ed è questo il vero punto debole dei Taliban: resistenti sul campo di battaglia, forti al tavolo negoziale, finanziariamente solidi grazie al sostegno di diversi paesi stranieri, appaiono fragili in casa, in termini di consenso. Se in alcune aree rurali godono di un appoggio logistico e dell’adesione ideologica della popolazione, altrove sono guardati con sospetto: troppo pesante l’eredità del loro governo, troppo pesante il bilancio delle vittime civili da loro provocate, troppo lontani dal sentire comune le loro idee sull’economia e sulla società.

Il mullah Omar ha cercato di rivedere alcuni punti programmatici, stilando un nuovo codice di condotta dei guerriglieri e – come abbiamo visto – mostrandosi più aperto sui temi dell’educazione, ma il sospetto rimane. La domanda da porsi allora è la seguente: perché, nonostante il sospetto nei loro riguardi, i Taliban rimangono un attore fondamentale nel panorama politico afghano? Per due motivi. Perché la presenza delle truppe straniere è di per sé un fattore di mobilitazione antigovernativa, un carburante per la macchina della propaganda jihadista. E perché il governo afghano è del tutto screditato e ormai privo di ogni legittimità agli occhi della popolazione. In altri termini, la vera forza dei Taliban è la debolezza del governo.

Il governo afghano

Il deficit di fiducia verso il governo

Chiunque si prenda la briga di viaggiare in Afghanistan, se ne accorge presto: il deficit di fiducia nei confronti del governo e delle istituzioni è uno degli elementi che più alimentano la mobilitazione antigovernativa. Secondo le interviste raccolte da chi scrive in 7 diverse province afghane nel corso di cinque mesi di ricerca[3] per il network “Afgana” (www.afgana.org), il governo è percepito come totalmente illegittimo, perché impermeabile alle richieste dei cittadini, incapace di provvedere ai loro bisogni essenziali, corrotto, animato da interessi egoistici e predatori. Alla base del conflitto afghano c’è dunque anche il profondo divario tra il governo e la popolazione, che diffida di un sistema incapace di sconfiggere i gruppi ribelli, garantire la sicurezza ai cittadini, assicurare la pace nel paese. Il primo punto – la “tenuta” dei ribelli – lo abbiamo già analizzato. Quanto al secondo, bastano i dati dell’ultimo rapporto semestrale sulla protezione dei civili in Afghanistan pubblicato da Unama, la missione dell’Onu in Afghanistan: nei primi mesi del 2013 c’è stato un aumento del 23% delle vittime e dei feriti tra la popolazione civile, rispetto al 2012. Sul terzo punto, quello relativo al processo di pace, al governo viene contestato un metodo di lavoro troppo opaco e l’assenza di una reale strategia su quali debbano essere gli esiti del negoziato, su quanto e quale potere debba essere accordato ai movimenti antigovernativi e sul come cederlo senza che il governo perda la residua legittimità istituzionale e politica.

L’ingiustizia: corruzione e cultura dell’impunità

Il sentimento di sfiducia verso il governo è crescente, ed è riconducibile a un diffuso senso di ingiustizia. Per “ingiustizia”, gli afghani intendono molte cose: la mancanza di giustizia penale e dello stato di diritto; l’ingiustizia sociale; l’ineguale distribuzione delle risorse e del potere politico ed economico; la mancanza di servizi sociali e di opportunità di lavoro. Sono due però i fattori su cui tutti, unanimemente, insistono: la corruzione e la cultura dell’impunità. Per gli afghani, la corruzione è infatti uno dei pericoli maggiori per la stabilità del paese e uno degli ostacoli verso la stabilizzazione, perché – diffusa e capillare – mina alle fondamenta la legittimità del governo.

I numeri confermano le percezioni: nel 2012, la metà dei cittadini ha pagato una mazzetta per richiedere un servizio pubblico, mentre il costo totale della corruzione è arrivato nel corso dell’anno a 3.9 miliardi di dollari, secondo le stime di Corruption in Afghanistan. Recent Patterns and Trends, un rapporto realizzato dall’Ufficio anticorruzione afghano (High Office for Oversight and Anticorruption, HOO) insieme allo United Nations Office on Drugs and Crime (UNODC).

Sulle cause della corruzione, vale la pena aggiungere due elementi: il primo è che gli afghani rigettano l’accusa che si tratti di una pratica endogena. Piuttosto, considerano gli internazionali responsabili: la quantità di aiuti erogati, ma soprattutto i meccanismi della loro distribuzione e assegnazione, eccederebbero la capacità di assorbimento complessivo della società e le capacità di gestione delle istituzioni. Ecco la seconda considerazione. Per molti, la corruzione dipende dal repentino passaggio da un sistema economico fortemente burocratizzato, di derivazione sovietica, a un sistema basato sull’economia di mercato: l’apertura improvvisa al sistema del libero mercato in un paese privo di adeguate strutture istituzionali di controllo e di indirizzo delle politiche economiche avrebbe generato la corruzione. Alla cui origine ci sarebbe l’idea contraddittoria di costruire un nuovo stato con i soldi dell’aiuto allo sviluppo, senza un contestuale rafforzamento del quadro istituzionale.

I signori della guerra: il potere istituzionalizzato dalla comunità internazionale

Anche per la diffusione della cultura dell’impunità, gli afghani puntano il dito verso gli stranieri, soprattutto a causa del sostegno accordato ai “signori della guerra”, formula generica ma efficace per descrivere quei leader politici e militari che prima hanno sventrato il paese e poi, grazie al sostegno della comunità internazionale, hanno istituzionalizzato il proprio potere. Anziché favorire un cambio di leadership e rimuovere dal potere quanti in passato si sono macchiati di crimini di guerra o hanno compiuto abusi dei diritti umani, la comunità internazionale ha preferito adottare una spregiudicata politica di cooptazione: oggi a detenere il potere politico, economico e militare sono proprio i leader considerati più corrotti e violenti dalla popolazione. In una situazione simile, aspettarsi che gli afghani sostengano le istituzioni post-talebane sarebbe ingenuo. Quel che gli afghani sostengono è invece un processo che accerti la verità sui crimini passati e che conduca a un rinnovamento del quadro politico.

Nell’attuale contesto, entrambi sono processi titanici e, insieme, necessari: necessari perché a gravare sul conflitto di oggi è l’eredità di quelli precedenti. Titanici perché, anche se hanno dismesso le uniformi militari sostituendole con il doppiopetto, anche se i loro kalashnikov sono più silenziosi e meno esibiti di prima, i signori della guerra non sono meno pericolosi, potenti e temuti. Ma sono processi titanici soprattutto perché manca la volontà politica di fare i conti con il passato, sia da parte del governo afghano, sia da parte della comunità internazionale. Lo dimostra il caso del “Conflict Mapping Report”, il rapporto realizzato dalla Commissione indipendente dei diritti umani che da mesi il governo Karzai impedisce di rendere pubblico. Il dossier, ci ha spiegato nel suo ufficio di Kabul Sima Samar, la portavoce della Commissione, “individua gli abusi compiuti in passato” e “viene incontro alle richieste di giustizia della popolazione, già emerse al tempo del nostro sondaggio A Call for Justice, del 2005. Da allora, ci siamo impegnati a lavorare all’Action Plan per la Transitional Justice, ma abbiamo potuto realizzare solo alcuni punti del piano, a causa del mancato impegno da parte del governo e a causa del disinteresse della comunità internazionale”. Per Sima Samar, “entrambi hanno preferito lavarsene le mani, pensando che la questione della giustizia si esaurisse con la rimozione dei Taliban dal potere”.

Volti noti, alle prossime elezioni presidenziali

La rimozione dei Talebani dal potere non ha però esaurito la questione della giustizia. Né lo potranno fare le elezioni provinciali e presidenziali che si terranno il prossimo 5 aprile, quando gli elettori dovranno scegliere il sostituto di Hamid Karzai, il cui secondo mandato è in scadenza. Le elezioni del 5 aprile sono fondamentali. “Il vero evento politico spartiacque per l’Afghanistan saranno le elezioni del 2014”, e “il verdetto sulla guerra in Afghanistan potrebbe essere scritto meno sui campi di battaglia che negli uffici elettorali della prossima primavera”, hanno scritto pochi mesi fa l’ex comandante della missione Isaf in Afghanistan, il generale John Allen, l’ex sotto-segretario alla Difesa americano, Michèle Flournoy e Michael O’Hanlon – Senior Fellow alla Brookings Institution – nel saggio Toward a Successful Outcome in Afghanistan (Center for a New American Security). Quale che sia il verdetto delle urne, la popolazione appare sfiduciata. Tutti si augurano un profondo rinnovamento del quadro politico-istituzionale, ma nessuno crede davvero che possa accadere. Non ora. Non con questi candidati. Non con politici che hanno alle spalle simili curricula. L’alleanza tra il tecnocrate Ashraf Ghani e il generale Dostum esemplifica bene il vicolo cieco della politica afghana. E la sfiducia che genera tra la popolazione.

Lo strano sodalizio tra il tecnocrate e il generale dalle mille alleanze

Ashraf Ghani è il candidato che piace agli stranieri, soprattutto agli occidentali, perché incarna il volto dell’Afghanistan che molti vorrebbero: liberale nei modi, liberista in economia, libero dal conservatorismo culturale di molti afghani. Ha vissuto per 24 anni fuori dal paese, ha studiato alla Columbia University, lavorato per la Banca Mondiale, scritto un libro (Fixing the Failed States) sui processi di ricostruzione dei paesi in stato di crisi. Rientrato in Afghanistan, è stato rettore dell’Università di Kabul, ministro delle Finanze nel primo governo ad interim di Karzai, che poi gli ha affidato il compito cruciale di gestire la complicata fase della transizione. Piace molto agli afghani educati, a quanti hanno studiato e vivono nelle città principali, molto meno a quel 70% di popolazione che vive nelle aree rurali (alle presidenziali precedenti ha ottenuto il 2.9%). Negli ultimi anni ha fatto di tutto per dimostrare che, a dispetto di tutto, anche lui è un afghano come gli altri, e ormai non c’è occasione pubblica in cui non sfoggi un bel turbantone in testa, come a dire che è un pashtun d’origine controllata. Forse riuscirà a vincere la diffidenza sul suo lungo soggiorno all’estero. Più difficile che riesca a vincere la diffidenza di chi critica la sua decisione di scegliere come vice-presidente Abdul Rashid Dostum.

Generale dalle mille alleanze, tra i più spietati comandanti nel periodo della guerra civile tra mujaheddin (1992-1996), fondatore del partito Jombesh-e-Melli (National Islamic Movement of Afghanistan), Dostum ha dominato a lungo con mano pesante il suo personale feudo settentrionale, nelle province di Balkh, Jowzyan, Sar-e-pul, Faryab, abitate soprattutto da tajiki, che per il voto guardano altrove, e uzbeki, il suo bacino elettorale. Costretto a scappare in Turchia nel 1997 sotto pressione dei Taliban, è stato uno dei signori della guerra su cui gli americani hanno fatto affidamento per “liberare” il paese dai turbanti neri, nel 2001. Ashraf Ghani l’ha voluto per rafforzare la propria candidatura e prendere voti anche nelle province settentrionali. Che gli riesca o meno, rimane un fatto: anche il tecnocrate illuminato è dovuto scendere a patti con un signore della guerra con le mani sporche di sangue, come testimoniano le denunce di Human Rights Watch e Amnesty International. Il patto tra il tecnocrate e il generale dalle mille alleanze ci dice una cosa: la politica afghana è ancora in balia dei criminali di guerra, nonostante le promesse di dodici anni fa sulla democrazia da esportazione e sul rafforzamento della società civile, che appare stretta tra due fuochi: da un lato un governo corrotto e inefficiente, sostenuto da una comunità internazionale distratta quanto basta per legittimare il potere dei criminali di guerra; dall’altro un fronte antigovernativo che non esita a uccidere i civili per cacciare l’invasore infedele. In una situazione simile, quale ruolo può assumere la società civile?

 La società civile afghana

L’interpretazione burocratica della società civile[4]

Per rispondere a questa domanda, per prima cosa è indispensabile capire cosa si intende per società civile, e cosa può significare un concetto simile in un contesto come quello afghano, dove il sistema politico-sociale opera secondo meccanismi differenti da quelli che hanno dato vita agli Stati-nazione europei (nel cui ambito è stata sviluppata la nozione classica di società civile). Se negli Stati-nazione prevale la corrispondenza tra autorità politica, sovranità giuridica e confini territorialmente definiti, in Afghanistan esiste invece una differenza tra sovranità formale e sovranità reale, tra autorità de jure e autorità de facto, con una centralizzazione statale che si combina storicamente a una frammentazione centrifuga del potere, distribuito tra una varietà di attori locali e regionali.

A dispetto di questa diversità, sin dal trattato di Bonn del 2001 (che ha delineato il quadro della transizione post-talebana), tutti i principali paesi donatori hanno accordato alla società civile un ruolo centrale nei processi di peace-building e di ricostruzione. Il guaio è che si è trattato di un sostegno perlopiù formale, basato su una concezione miope e riduttiva di società civile. I paesi donatori hanno infatti sostenuto  soprattutto le organizzazioni formalmente istituite, le Ong in primo luogo, perché percepite come politicamente neutre e più efficaci nel raggiungere i beneficiari dei loro progetti. La preferenza accordata alle Ong e alle associazioni inclini a sottoscrivere l’agenda e l’orientamento politico dei paesi donatori – quella che è stato definita “l’interpretazione burocratica della società civile” – non riguarda infatti solo l’Afghanistan. È invece un fenomeno caratteristico del connubio stabilito a partire dagli anni Novanta nelle politiche allo sviluppo tra l’agenda della “good governance” e la progressiva riaffermazione del discorso sulla società civile. È allora che, sulla spinta dell’ideologia neoliberista, si è cercato di liberare lo Stato dalla sua responsabilità nei confronti dei cittadini. Ed è allora che le funzioni e i servizi della macchina burocratica statale, considerata inefficace ed elefantiaca, sono stati trasferiti alle Ong, giudicate più flessibili, capaci di attuare politiche di compensazione sociale senza sollevare obiezioni politiche.

Come altrove, anche in Afghanistan ne è derivata una semplice equivalenza tra società civile e organizzazioni non governative (le forme associative più familiari dal punto di vista occidentale, quelle più strumentali all’agenda della “good governance”), insieme all’idea che, erogando soldi per le politiche di aiuto umanitario, si sarebbe di per sé sostenuta la società civile, ridotta dunque a semplice erogatrice di servizi. A farne le spese sono state le forme locali di associazionismo, come i gruppi culturali, le shura e le jirga (i consigli locali), organizzate secondo criteri diversi da quelli propri della concezione liberale della società civile. Ma a farne le spese è stata anche l’idea della società civile come attore dell’agone politico, agente di cambiamento e di conflitto. Si tratta di un processo storico ancora in corso, le cui conseguenze appaiono comunque già evidenti: a uno Stato rentier, è stata affiancata una società civile rentier, donor-driven, sostanzialmente dipendente dalle risorse esterne.

Alcuni dati, anche se generali, ci aiutano ad avere un’idea del fenomeno: secondo le stime della Banca mondiale, tra il 90 e 95% del prodotto interno lordo afghano dipende dall’aiuto esterno. L’economia nazionale in questi anni è cresciuta a ritmi invidiabili, intorno al 9-10% annuo e con un aumento del Pil del 79% in pochi anni, ma rischia di collassare, con l’inevitabile, fisiologica diminuzione della mole di aiuti, dopo il ritiro dei soldati previsto alla fine del 2014. I precedenti sono chiari, e dimostrano che gli aiuti umanitari sono il braccio destro dell’interventismo militare: una volta che i soldati vengono ritirati, si chiudono anche i rubinetti degli aiuti. Il ritiro della Nato dalla Bosnia nel 2004, per esempio, ha fatto scendere il volume degli aiuti da un massimo del 57% del Pil nel 1995 all’8% del 2004. Anche per questo gli afghani hanno accolto come una boccata d’ossigeno – momentanea – l’impegno assunto dai donatori alla conferenza di Tokyo del luglio 2012, quando la comunità internazionale si è impegnata per 16 miliardi di dollari in aiuti fino al 2016-17. Ma la questione rimane: l’economia afghana dipende dagli aiuti esterni; gli aiuti esterni sono destinati inevitabilmente a diminuire; con essi, anche il “sostegno” alla società civile. È un bene o un male?

Se si sgonfia la bolla della società civile

A prima vista sembrerebbe un male. Ma per alcuni attivisti, quelli che lavorano nei gruppi minoritari, nelle associazioni senza fini di lucro, nelle organizzazioni informali di welfare comunitario, nelle organizzazioni strutturate ma più oneste, la riduzione degli aiuti potrebbe avere conseguenze positive. Per diverse ragioni: perché sgonfierà la “bolla della società civile”, portando i livelli della spesa per gli aiuti allo sviluppo in linea con la capacità di assorbimento della società; perché interromperà il paternalismo dei donatori, che crea dipendenza senza stimolare lo sviluppo; perché potrebbe portare alla politicizzazione di un settore fin qui depoliticizzato; perché potrebbe finalmente rivelare la contraddizione dell’ideologia dell’internazionalismo liberale, quella tra ‘ownership’ e controllo (il tanto sbandierato principio della ‘local ownership’ contraddice infatti la richiesta della comunità internazionale di esercitare il controllo sul processo di ricostruzione). Ma soprattutto perché forse farà emergere quei gruppi che con più consapevolezza cercano di costruire percorsi autonomi, indipendenti tanto dallo Stato e dagli attori politico-militari locali quanto da quelli internazionali.

Non li vediamo, ma questi gruppi ci sono. A volte rivendicano una lunga storia di attività riconducibili all’idea di società civile, anche se espresse in forme diverse da quelle più familiari alla comunità internazionale. Altre volte rivendicano la necessaria maturità per modellare sulla realtà locale, in modo originale e produttivo, un concetto che sanno essere politicamente connotato, ma che non rinunciano a usare. Questi gruppi ci sono e operano concretamente, ogni giorno: organizzano incontri, dibattiti, discussioni; forniscono assistenza al livello comunitario; realizzano campagne di opinione e informazione; rimettono in circolazione le idee, fanno funzionare i circoli letterari e culturali; esercitano pressioni sulla politica affinché si assuma le sue responsabilità.

La coesione sociale e il processo di pace: il vero ambito della società civile

Ma è nel lavoro svolto per la coesione sociale che questi gruppi mostrano le potenzialità maggiori. Tutte le associazioni che operano in questo ambito condividono una diagnosi di partenza: alla base dell’instabilità dell’Afghanistan ci sono molti fattori, ma uno di questi è sicuramente la crisi identitaria – di natura sociale e culturale – che ha investito il paese in seguito a quasi quattro decenni di guerra. Il tessuto sociale che fa di un paese una nazione sarebbe stato fortemente indebolito dalla guerra, causando tra le varie comunità etniche sospetti reciproci non ancora superati (anche perché sfruttati strumentalmente dai politici), fratture non ancora ricomposte. Affrontare l’eredità del passato, ricreare un tessuto sociale condiviso, costruire legami fondati sulla fiducia, evitare i ripiegamenti verso interessi egoistici e circoscritti, rendere le comunità più consapevoli e dunque meno manipolabili dai leader militari che sfruttano le divisioni esistenti: sono questi i compiti che si assegnano questi gruppi. L’obiettivo, spesso implicito, è quello di affiancare al percorso per la “pace politica”, costruita dall’alto al basso dagli attori politico-istituzionali privi di legittimità, una pace sociale, costruita dal basso all’alto dalle comunità locali e dagli attivisti che rappresentano legittimamente interessi sociali ampi. Perché – così sostengono molti attivisti afghani – senza una sottostante pace sociale che gli dia solidità e consistenza, ogni accordo politico è destinato a produrre risultati effimeri: se il dialogo politico-diplomatico è lo strumento più adatto per porre fine al conflitto nel breve periodo, il dialogo sociale, la ricostruzione della fiducia reciproca è invece lo strumento privilegiato per impedire che esploda di nuovo.

Schiacciata tra i barbuti talebani da una parte e un governo corrotto e incapace dall’altra, la società civile afghana può trovare con fatica la sua strada proprio qui, là dove sfugge ai radar della comunità internazionale. Troppo impegnata a fare le valigie per accorgersi che qualcosa di buono si muove anche tra le montagne dell’Hindu Kush.

 


[1] Le valutazioni appena riportate su tattiche e strategie dei Taliban riprendono uno dei saggi di Antonio Giustozzi, Taliban Military Adaptation, in Theo Farrell, Frans Osinga e James A. Russell (eds.), Military Adaptation in Afghanistan, Stanford University Press 2013.

[2] Carnegie Endowment for International Peace 2013.

[3] Promossa dal network “Afgana” (www.afgana.org), nell’ambito di un progetto che ha ricevuto il sostegno della Direzione generale della Cooperazione allo sviluppo, la ricerca è intitolata “Aspettando il 2014. La società civile su pace, giustizia e riconciliazione”.

[4] Riprendiamo qui alcune delle analisi presentate nella ricerca “La società civile afghana: uno sguardo dall’interno”, promossa da “Afgana” e “Intersos-Link 2007”, con il contributo del Ministero degli Affari Esteri, Direzione Generale allo Sviluppo.

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