il governatore di NangarharLudin al voto

Qui la prima parte del diario. (Le foto sono di Giuliano Battiston.)

Lunedì 31 marzo, Faizabad

La sala conferenze dell’hotel Setara-e-Shar è colma di gente. Duecento, duecentocinquanta persone, molti giovani, qualche barba lunga, tante donne. Sono qui per sentire cos’hanno da dire alcuni candidati al consiglio provinciale. Il 5 aprile, insieme al successore di Hamid Karzai, gli afghani dovranno scegliere anche i rappresentanti delle 34 province. Qui ce ne sono una quindicina. “Li abbiamo invitati per dare l’opportunità di far conoscere i loro programmi, se ne hanno”, mi spiega Saifuddin Sais, a capo del Badakhshan civil society forum, un cartello di associazioni “che include 32 diverse organizzazioni”. Completo scuro, cravatta a righe, un ciuffo ribelle sulla fronte, Saifuddin Sais rivendica il lavoro svolto dal forum che dirige, “con i nostri programmi abbiamo raggiunto più di mille persone nei distretti rurali, ora sanno quali sono le procedure elettorali e come votare”.

In sala sembrano tutti già molto attrezzati per affrontare il voto: il giornalista Samiullah Saihwn modera l’incontro, dando la parola ai candidati e subito interrompendoli se la fanno troppo lunga. “Ma la domanda era un’altra”, sollecita spesso. Dal pubblico, le domande fioccano senza reticenze. “Lei ha detto di aver conseguito la laurea in India, ma come ci è riuscito in meno di due anni? È proprio vero che è laureato?”, chiede polemicamente una ragazza ad Abdullah Naji Azari. Giovane, con la risposta pronta e una gamma di metafore nel suo serbatoio di retorica elettorale, Azari è uno dei candidati con il più ampio consenso, qui nella provincia di Badakhshan. I maligni dicono che lo stia comprando.

“Ha fatto un mucchio di soldi, per questo è probabile che venga eletto”, mi dice sottovoce Wahidullah Haidari, che insegna inglese nelle scuole superiori e mi aiuta con le traduzioni. Quanto alla fonte dei guadagni, le voci si sprecano: “ha lavorato per 8 anni con la cooperazione tedesca, ma il tenore di vita che ha, le case comprate qui e a Kabul, i viaggi che fa, lasciano credere che quei soldi vengano da attività illecite”, suggerisce Haidari. In altre parole, dal commercio della droga, che in questa provincia nord-orientale, al confine con il Tajikistan, è un settore in crescita. Un candidato accusa il governo afghano di chiudere gli occhi con i Talebani, “rilasciandoli subito dopo che vengono catturati”. Giù una caterva di applausi. Un altro invita il pubblico “a votare non necessariamente me, ma uno dei pochi candidati che non prendono bustarelle”. Altri applausi. Una donna sulla cinquantina irrompe nella discussione: “In 4 anni i membri del vecchio consiglio provinciale non hanno combinato granché per noi. Dormono tutto il giorno. Chi ci dice che non dormirete anche voi?”. Il pubblico ride e applaude fragorosamente.

L’incontro finisce con un invito al voto da parte di ogni singolo candidato: “Bismillah ir-Rahman ir-Rahim….In nome di Dio, il misericordioso e compassionevole…”, la formula rituale con cui viene introdotto il discorso. Qui la parola laicità non compare nel vocabolario. E l’Islam è il vero collante dell’identità personale e collettiva, oltre le etnie, gli interessi sociali, la nazione. Ciò che conta è l’ummah islamica. Vado incontro al giornalista Samiullah Saihwn. Gli faccio i complimenti. Abituato ai lacchè italici, vedere un giornalista che fa il suo mestiere con i politici fa piacere. Ci sediamo a parlare. Mi racconta di un voto fortemente differenziato per aree geografiche: “qui a Faizabad la gente in qualche modo conosce i propri diritti, sa che può scegliere il candidato che ritiene migliore. Nelle aree rurali, nei distretti fuori città, le cose vanno diversamente. Lì l’informazione è scarsa, come l’istruzione. Non c’è consapevolezza della posta in gioco”, continua. “Nei villaggi le competenze non sono un criterio di scelta. Lì conta chi ha la barba più lunga. La gente segue quel che gli viene detto dal mullah, dal comandante o dal potente di zona”.

Tra i potenti dell’intera provincia c’è un sessantenne dalla folta barba bianca e il soprabito tradizionale poggiato sulle spalle, Qazi Sadullah Abu Aman, uno dei pesi massimi della politica del Badakhshan. Già senatore, capo della sezione provinciale dell’Alto consiglio di pace – l’ente governativo che deve favorire il dialogo con gli insorti -,  è un illustre esponente del Jamiat-e-Islami, il partito a prevalenza tajika fondato negli anni Settanta da Burhanuddin Rabbani, l’ex presidente afghano fatto fuori dai Talebani nel settembre 2011.

Abu Aman è candidato alle elezioni provinciali e capo della Shura-e-Ulema, il consiglio dei religiosi. Per lui non ci sono dubbi: a vincere sarà Abdullah Abdullah, già ministro degli Esteri, esponente del Jamiat e leader dell’Alleanza del nord. “La gente lo voterà perché è stato un mujahed che ha combattuto con coraggio i sovietici e perché conosce bene i problemi della povera gente”, racconta Abu Aman, per il quale “il dottor Abdullah è l’uomo giusto per sostituire Karzai, che è corrotto e non ha saputo dare niente agli afghani”. Si dice certo: “Abdullah vincerà”. L’unico ostacolo potrebbero essere le frodi. “Karzai sta usando le istituzioni governative per aiutare il suo candidato, Zalmai Rassoul”, sostiene.

Il ricordo delle presidenziali del 2009, quando Abdullah rinunciò al ballottaggio accusando Karzai di aver manipolato i risultati, è ancora forte nel paese. Fortissime sono le preoccupazioni che le frodi possano ripetersi. Tanto che perfino Abdullah è arrivato a minacciare velatamente il ricorso alle armi, se qualcosa dovesse andare storto. Abu Aman può permettersi di essere più esplicito: “Se Abdullah sarà nominato presidente, la volontà degli afghani sarà rispettata. Altrimenti – specie se dovesse essere eletto Rassoul – scoppierà un nuovo conflitto e il paese sarà più instabile di quanto non sia ora, perché vorrà dire che ci sono state frodi”, sostiene con convinzione, prima di accogliere un gruppo di visitatori.

A poche centinaia di metri dalla casa di Abu Aman, nella sede principale del comitato elettorale pro-Rassoul, l’accusa viene respinta al mittente. “Ma quale aiuto, io qui sono il capo e posso garantire personalmente che non abbiamo ricevuto alcun sostegno dal governo, né finanziario né logistico”, ribatte a distanza Basir Khalid. Anche lui nel Badakhshan è un peso massimo. Tutti lo conoscono. Molti lo rispettano. Qualcuno lo teme. In ogni caso è capace di mobilitare consenso e migliaia di voti. È stato un mujahed contro i russi, “a fianco di Masoud” tiene a precisare. Conosce personalmente Abdullah. Per questo non fatica ad ammettere che è un rivale di tutto rispetto: “Certo, qui lo conoscono vecchi e bambini, e quando si va al bazar si tende a comprare un prodotto già provato, invece che uno nuovo. Questo è vero, ma Rassoul ha più possibilità di vincere perché ha un programma migliore: ha promesso nuove strade, scuole, ospedali, oltre che nuovi posti di lavoro nel settore minerario”, sostiene. Nel 2009 Basir Khalid coordinava la campagna elettorale per Abdullah. Oggi lo fa per Rassoul. Non sembra vederci niente di strano. Anzi, rivendica ancora l’appartenenza al Jamiat: “Sono un jamiatì da quando era ragazzino, da più di 40 anni. Sono stato il primo comandante a respingere i russi fuori dal Badakhshan. Nessuno può espellermi dal partito, tantomeno Abdullah, che in confronto a me è un ragazzino”, risponde con sarcasmo.

Per Basir Khalid, Zalmai Rassoul non ha bisogno del sostegno governativo per vincere. A dimostrazione della sua forza elettorale cita il comizio fa proprio qui a Faizabad, a cui avrebbero partecipato migliaia di persone. Gli osservatori più smaliziati non si lasciano ingannare dalle adunate. “Tutti i candidati hanno speso molti soldi per assicurare che ai loro comizi partecipasse un elevato numero di persone”, spiega Samiullah Saihwn. “Hanno pagato i vari comandanti locali, i capo-villaggio e i leader delle comunità locali, così da esserne certi. Sono loro ad aver organizzato le macchine e i pranzi. C’è chi ha partecipato ai comizi di tutti e tre i candidati più forti, Rassoul, Ghani e Abdullah. Per questo è difficile prevedere a chi andranno a finire i voti”, argomenta Saihwn, per il quale come abbiamo visto il voto sarà effettivamente libero solo nelle città.

Per la dottoressa Anisgul Akhgar – già a capo del Dipartimento per gli affari femminili della provincia di Badakhshan e direttrice della Relation & Cooperation Women Organisation (RCWO) -, il voto sarà fortemente differenziato tra città e campagne. “A Faizabad ho percepito una gran desiderio di cambiamento, una forte volontà di voltare pagina con il voto. Qui lo si può fare perché si è liberi di scegliere chi si vuole. Nei distretti rurali sono i potenti locali a raccogliere le carte elettorali o a imporre un candidato”, spiega. Per questo, Anisgul Akhgar ritiene che il voto non sarà regolare: “Non è stato presa nessuna seria iniziativa per impedire le frodi. La Commissione elettorale indipendente – l’ente che deve gestire il processo elettorale, ndr – è tale sono di nome. Conosce come vanno le cose, ma non interviene”, denuncia.

Najia Sorush lavora per la Commissione elettorale indipendente, e sostiene invece che la commissione stia facendo tutto il possibile “per evitare frodi, voti comprati, voti irregolari”. Vestita di nero, il trucco pesante, il naso schiacciato, Najia si lamenta che l’ufficio centrale di Kabul abbia ridotto il numero dei seggi elettorali: “sono troppo pochi, non tutti riusciranno a votare”.  A dispetto di tutto, la dottoressa Akhgar – attivista per i diritti delle donne sin dai tempi del regime talebano – non rinuncerà al voto. “Eserciterò il mio diritto costituzionale”, dice, “e continuo a incoraggiare tutte le donne che conosco a fare lo stesso”. Anche l’attuale direttrice del Dipartimento per gli affari femminili ci prova. Mi accoglie nel suo ufficio, nella parte nuova della città, appena sopra al fiume Kokcha. Alle sue spalle, un ritratto incorniciato del presidente uscente Karzai, con qualche anno di meno e un viso rilassato. Nella libreria a vetri, le foto di Rabbani, leader del Jamiat. “Grazie ai nostri programmi di informazione siamo riuscite a raggiungere più di 2.000 donne”, racconta Zofanoon Hassam.  “Qui nel nostro ufficio centrale abbiamo un centro di registrazione. Molte donne hanno ottenuto la carta elettorale proprio qui. Secondo gli ultimi dati, a Faizabad l’hanno ricevuta 78.000 donne, il 44% del totale. Potranno andare a votare, se lo vogliono”. È un risultato di cui Zofanoon Hassam si dice fiera. Anche se riconosce che la strada di una piena partecipazione femminile alla politica è ancora lunga: “In molte zone sono i mariti a dire alle donne chi votare. È una cattiva abitudine culturale che stiamo cercando di archiviare. Ma ci vorrà ancora del tempo”, ammette prima di congedarmi.

È tardo pomeriggio, il sole comincia a calare. Entro nella sede principale del comitato elettorale pro-Abdullah. Di solito ospita gli uffici del partito Jamiat, da qualche settimana è il cuore della macchina elettorale per l’ex ministro degli Esteri, che in città domina il paesaggio, grazie a poster giganteschi che lo ritraggono in tutte le pose. “Peccato che sia venuto a quest’ora”, mi dice il sessantenne Abdul Kuduz. “A pranzo qui diamo da mangiare a 1500/2000 persone”. I voti si ottengono anche così. Dando il pane a chi non ce l’ha. E promettendone altro in futuro. Abdul Kuduz mostra ottimismo: “Abdullah è il sicuro vincitore, non ci sono candidati preparati come lui”. Poi si irrigidisce quando accenno alle presunte frodi a favore di Rassoul. “Abbiamo prove che Karzai lo stia aiutando, certo!”. Infine mi mostra un poster che ritrae “i nostri martiri, uccisi da quei codardi dei Talebani”. Gli chiedo che cosa faranno, se Abdullah non dovesse vincere. “Siamo stanchi di combattere, come tutti gli afghani. Ma vogliamo che i nostri diritti siano rispettati. Se qualcuno ti attacca, tu, cosa fai?”.

Martedì 1/giovedì 3 aprile, Faizabad-Kabul

Si avvicina il giorno delle elezioni. C’è poco tempo e molte cose da fare. Scelgo di prendere l’aereo, risparmiandomi le dodici ore di viaggio su strada da Faizabad a Kabul. L’aeroporto di Faizabad è appena fuori città, puntando verso Taloqan. Per raggiungerlo, si attraversano campi coltivati, dove i contadini sono piegati a lavorare la terra e buoi tirano l’aratro. L’aeroporto è una lingua di asfalto circondata da basse colline e, sullo sfondo, dalle cime innevate. Fino a poco tempo fa, da qui partivano solo i voli costosi delle Nazioni Unite o della linea Pactec, che serve gli operatori delle organizzazioni non governative. Ora c’è un’alternativa ragionevole, offerta dalla compagnia East Horizon. Collega Kabul con le città più periferiche, come Faizabad appunto. Molti posti prima raggiungibili solo via terra, e non senza pericolo, ora fanno parte della sua rete: Farah, nel sud-ovest del paese; Maimana, al confine con il Turkmenistan, nella zona nord-occidentale; Ghor, nel cuore dell’Afghanistan. All’ingresso ci sono cinque poliziotti. Uno di loro, barba rossa e crespa, controlla il bagaglio in modo sbrigativo.

Il controllo vero e proprio avviene all’interno, nella sala check-in. Una donna con la faccia truccata di bianco e i denti d’oro svuota le valigie di un passeggero. A me tocca un ragazzo serio e meticoloso: mutande, panni sporchi, sacco a pelo, libri, appunti, quaderni. Verifica tutto. Controlla anche il contenuto del dentifricio, le imbottiture delle zaino, la pila a batterie, la macchina fotografica, l’hard disk. Nel Badakhshan la coltivazione dell’oppio cresce, anziché diminuire, e uno straniero che viaggia da solo puzza di trafficante. Potrebbe portarsi via dell’oppio di prima qualità, eroina già raffinata, oppure pietre preziose, l’altra grande risorsa di questa provincia. Pochi giorni fa un italiano è stato beccato all’aeroporto di Kabul con più di un chilo di hashish e qualche centinaio di grammi di oppio. Quando nel mio bagaglio non trova niente, il ragazzo sembra deluso. Mi augura comunque buon viaggio. L’aereo atterra quasi in orario. È un vecchio aero russo, un MA60, con le scritte interne in cirillico. Scendono i passeggeri che vengono da Kabul. Passeggeri benestanti, che possono permettersi i 50 euro del volo. O infermi, come la vecchia che fatica a camminare e viene trasportata dai figli. I controlli all’arrivo sono blandi. Viene aperta solo una cassa di plastica dura. Dentro, fucili e mitragliatori. “Per il nostro esercito”, si affretta a precisare il ragazzo che mi  aveva controllato la valigia.

A Kabul vado a incontrare Timur Hakimyar, direttore della Foundation for Culture and Civil Society. Mi racconta del successo dell’incontro che ha organizzato all’Intercontinental Hotel di Kabul. “Abbiamo convocato i candidati presidenziali, che sono venuti di persona o hanno delegato un loro rappresentante, e gli abbiamo fatto firmare pubblicamente una carta di 7 punti”, spiega. Dove si dice che “accetteranno i risultati elettorali”, e dove si impegna il governo “a non interferire nello svolgimento delle elezioni o nella fase successiva”. Conosco da tempo Hakimyar. È una persona intelligente. Sa che non basta la firma su un pezzo di carta per evitare le frodi. Rivendica comunque il risultato ottenuto: “si tratta di un atto pubblico, ripreso dalle televisioni, e se qualcosa dovesse andar storto, la gente ne sarebbe consapevole”, spiega. L’incontro rientra nelle iniziative promosse dall’Afghanistan Civil Society Elections Network (Acsen), che raccoglie circa  60 organizzazioni, ed è finanziato dagli americani. Per Hakimyar, nessuna interferenza: “il finanziamento è loro, ma la gestione del processo è nostra”, assicura. “Direttamente o indirettamente, gli Stati Uniti mandano avanti con i loro soldi gran parte delle attività del governo, finanziano i ministeri, le forze dell’ordine. Se dovessimo rinunciare al loro aiuto, non so cosa faremmo”, aggiunge.

Mentre parliamo, sentiamo un gran botto. Ci affacciamo sulla terrazza. Insieme a noi si affaccia anche qualche collega di Hakimyar. Proviamo a capire dove sia avvenuta l’esplosione. Facciamo qualche telefonata. Hakimyar commenta a suo modo, con disinvoltura: “It’s normal”, si aggiusta il completo rigato e fa per rientrare. Entro nella stanza del responsabile amministrativo della Foundation for Culture and Civil Society, sempre sintonizzato sui notiziari televisivi. Una ragazza gioca a carte sul pc. Lui fuma, sfogliando distrattamente il giornale. Veniamo a sapere che un attentatore suicida si è fatto esplodere all’ingresso del ministero dell’Interno, a 300 metri da dove siamo. Sono 6 i soldati morti. La discussione con Hakimyar riprende.

Per entrare nei seggi elettorali serve un accredito rilasciato dalla Commissione elettorale indipendente. Per i giornalisti stranieri c’è un formulario da riempire, il nome di un referente a cui scrivere, il suo numero di telefono e un indirizzo email. Scrivo da giorni, senza risposte. Chiamo da giorni, senza risposte. Decido di andare alla sede principale della Commissione. È sulla Jalalabad-road, la strada che da Kabul punta verso il confine con il Pakistan. Le misure di sicurezza sono rigorose. Decine e decine di poliziotti e soldati. Mentre arrivo, una colonna di camioncini sta per partire. Trasportano materiale elettorale da distribuire nelle province. Materiale sensibile, protetto da poliziotti ben armati. Superato il primo cancello, mi inoltro tra le mura di cemento verso l’ufficio per le relazioni con gli stranieri. Ottenere l’accredito è più facile del previsto.

Chiedo di intervistare Noor Mohammad Noor, portavoce della Commissione elettorale indipendente. Completo blu e camicia chiara, la fronte alta e lo sguardo miope, Noor si dice pronto per il gran giorno: “abbiamo fatto un gran lavoro, abbiamo circa 300.000 osservatori, nazionali e stranieri, che monitoreranno il voto, c’è un’attenzione da parte dei media che non c’era in passato, e una sensibilità dei candidati prima sconosciuta”. Ammette che le minacce dei Talebani fanno paura, ma scommette che ci sarà un’alta partecipazione al voto: “ho girato molto, e dovunque ho sentito una forte voglia di partecipare e di votare”. Gli racconto che nei miei giri pre-elettorali ho incontrato molte persone che sbandieravano più tessere elettorali. Non sembra sorpreso: “il problema c’è, lo riconosco, ma quest’anno abbiamo introdotto un doppio sistema di controllo. Sul dito di chi vota metteremo dell’inchiostro blu e uno spray che si illumina sotto la luce. Una doppia precauzione che impedirà qualsiasi frode”, assicura.

Lascio Noor Mohammad Noor alle sue convinzioni e vado a incontrare Jamila Mujahed, giornalista. È stata lei nel 2001 ad annunciare in tv che il regime talebano erano venuto giù. Volto noto del giornalismo afghano, in questi anni ha accumulato una lunga lista di riconoscimenti internazionali, come direttrice dell’Afghan Women Radio, oltre che come responsabile del magazine “Malalai”, ora chiuso per mancanza di fondi. Nel suo ufficio scrupolosamente arredato, mi mostra i premi ricevuti dal comune di Napoli e di Bologna. La prefazione a un libro di fumetti, edito da Donzelli. I libri da lei scritti e pubblicati. Scommette in un’alta partecipazione delle donne al voto. Critica Karzai per aver lasciato troppo spazio di manovra ai signori della guerra, fondamentalisti e contrari ai diritti delle donne. Non si aspetta nessun cambiamento radicale, con l’elezione del nuovo presidente, “perché dovunque, qui in Afghanistan in particolare, le cose cambiano molto lentamente”.

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Venerdì 4, Kabul-Jalalabad.

Lascio una Kabul irriconoscibile. Le strade quasi deserte. I negozi perlopiù chiusi. Le vie d’accesso alla città bloccate, presidiate dall’esercito e dalla polizia. Gira voce che anche la strada da Kabul a Jalalabad sia chiusa. Al parcheggio dei taxi collettivi per Jalalabad c’è poca gente. Non ci sono le solite urla dei tassisti che provano a convincere i passeggeri a viaggiare con loro. Salgo in macchina. C’è un solo passeggero. Aspettiamo un po’. Poi decidiamo di viaggiare da soli, senza aspettare gli altri tre passeggeri. Il prezzo è maggiorato, ma abbiamo la certezza di arrivare in tempo a Jalalabad. L’ingresso in città è vietato alle automobili, motivi di sicurezza. Si scende e si cammina. Lo Spinghar Hotel mi accoglie con un giardino rigoglioso, coltivato da giardinieri attenti e da un clima tropicale. I miei fidati amici di Jalalabad mi hanno annunciato un interessante incontro, proprio allo Spinghar Hotel. Aspetto nella hall, fino a quando non vedo arrivare dei volti conosciuti.

Babrak Miakheil, giornalista per la Bbc, preside della facoltà di giornalismo dell’università di Nangarhar. Ci conosciamo da anni. Quando passo per Jalalabad vado sempre a trovarlo. C’è anche Asif Shinwari, altro giornalista di razza, autore di manuali giornalistici adottati all’università. Arriva Baz Mohammad Abid, giornalista per Radio Free Europe, altra vecchia conoscenza. Uno dopo l’altro, arrivano tutti i giornalisti di Jalalabad. L’incontro è organizzato dall’associazione dei giornalisti dell’Afghanistan orientale, presieduta da Lal Pach “Azmoon”, veterano dei media. In ordine gerarchico, al microfono si alternano alcuni giornalisti. Bisogna concordare una strategia comune. Viene nominata un’unità di coordinamento di 3 persone, che avranno il compito di raccogliere le informazioni dagli inviati nei vari distretti e girarle agli altri. “È un momento storico”, ripetono in molti, “noi giornalisti siamo chiamati a un compito difficile, di grande responsabilità: garantire l’informazione, monitorare la correttezza del voto, a dispetto delle minacce dei Talebani”. Si decide di non dare troppo risalto ai piccoli atti di sabotaggio compiuti dai Talebani, “per non metter paura alla popolazione”. La riunione finisce. I giornalisti sono soddisfatti.

Lal Pach “Azmoon” annuncia l’inizio di un’altra riunione: “ora lasciamo l’abito professionale e indossiamo quello di cittadini. Sta per cominciare una riunione per sostenere Ashraf Ghani”, uno dei candidati alla presidenza, annuncia “Azmoon”. “Chi vuole andar via, lo faccia pure”. Rimangono tutti. Tutti i giornalisti, a quanto pare, sostengono il tecnocrate Ghani, già alto funzionario della Banca mondiale e, in Afghanistan, ministro delle Finanze e rettore dell’università di Kabul. “Qui prenderà un mucchio di voti”, mi spiega a margine dell’incontro Miakhail. “E’ il candidato che più convince, quello che meglio raccoglie la voglia di cambiamento della gente”.

Sabato 5 aprile, Jalalabad

Sveglia presto. È il giorno delle elezioni. Con il traduttore, raggiungo uno dei centri elettorali, la facoltà di medicina dell’università. Mi è stato detto che proprio lì sarebbe andato a votare il nuovo governatore della provincia di Nangarhar, Attaullah Ludin, che sostituisce Gul Agha Sherzai, dimessosi per presentarsi alle presidenziali. Ludin arriva. Entra nel seggio seguito da un codazzo di notabili, ufficiali della polizia e dell’esercito, giornalisti locali. Aspetta il collegamento televisivo da Kabul per riporre le schede nelle urne di plastica trasparente. I fotografi si pestano i piedi per riprendere il momento solenne. All’uscita rassicura gli afghani: non temiate, i seggi sono sicuri. Segue il discorso del capo della Polizia provinciale, il generale Fazel Hahmad Sherzad: “mi assumo personalmente la responsabilità. Votate”, dice. Un atto di coraggio: sono appena le otto del mattino, la giornata è ancora lunga e i Taleban potrebbero colpire in qualsiasi momento. Gli elettori che incontro non sembrano troppo preoccupati, almeno qui in città.

“Sono stato il primo a votare. Ero davanti all’ingresso un’ora prima che aprissero il cancello, alle 6 del mattino. No, non ho paura dei Talebani. Rappresentano il passato, e noi dobbiamo pensare al futuro”. Haroun Nayebzai mostra con orgoglio l’indice, macchiato d’inchiostro blu. È il segno che ha votato e che – almeno sulla carta – non potrà farlo due volte. Poco più che ventenne, Nayebzai è uno dei tanti osservatori legati ai candidati provinciali. Prima che osservatore, si sente però un cittadino che crede nella forza del voto. “Per cambiare le cose, mandare a casa Karzai e far insediare Ashraf Ghani”. È lui il candidato che va per la maggiore qui a Jalalabad, città a prevalenza pashtun, a pochi chilometri dal confine con il Pakistan. Nella sede della facoltà di medicina tutti dicono di aver votato per lui. I giovani soprattutto: Nasir Ahmad Shinwari ha 19 anni. Anche lui sembra riporre grandi aspettative nel tecnocrate. “Tutti i miei compagni di università votano per lui. È l’unico che può trasformare il paese. Gli altri candidati sono tutti corrotti o ex comandanti militari”. Eppure anche Ghani si è scelto come eventuale vice-presidente un ex “warlord”, Abdul Rashid Dostum, leader della comunità uzbeca, fondatore del partito Jumbesh-e-Milli, con le mani sporche di sangue. “E’ la politica: per vincere devi ottenere più voti possibili, e Dostum ne ha 3 milioni”, replica con realismo Shinwari. Cerco altri punti di vista. E scopro che non sono soltanto i giovani ad aver votato.

A un chilometro dalla facoltà di Medicina vengo accolto nell’ufficio elettorale di un candidato locale, l’ingegnere (qui il titolo conta) Haji Rais Khan. Ha buone probabilità di essere eletto. Dietro di lui ci sono infatti i notabili locali come Haji Gul Miran. È un malek, figura a metà tra il leader religioso e comunitario. Controlla uno dei distretti più “turbolenti” dell’intera provincia, Chaparhar, che fa quasi 60.000 abitanti. Siede su dei cuscini, insieme ad altri 6 anziani con la barba lunga. Mostrano il dito: hanno tutti votato. Non ce l’hanno con Karzai, che “ha fatto quanto poteva, il paese partiva da zero”, ma vogliono comunque voltare pagina. Uno di loro dice di aver votato per Ghani, “perché noi siamo vecchi, è tempo di dare spazio ai giovani, Ghani è l’unico che lo farà”.

Il malek Haji Gul Miran non è d’accordo. “Ghani è competente, ma Dostum è un killer”, sostiene. Per lui il candidato migliore è Qutbuddin Helal, sostenuto da Gulbuddin Hekmatyar, leader del partito radicale islamista Hezb-e-Islami. “Tra tutti, è l’unico candidato che non è sostenuto dai paesi stranieri”, dice il malek, che rivendica la militanza nel partito di Hekmatyar. “E l’unico che non firmerà il trattato militare con gli americani”, aggiunge Haji Gul Miran, per il quale “è fondamentale avere buoni rapporti con gli stranieri, ma senza diventarne schiavi, e gli americani dove vanno fanno danni”. Il candidato di Hekmatyar non verrà eletto, ma potrebbe posizionarsi al quinto, sesto posto.

In molti si dicono sicuri che nell’eventuale ballottaggio tra Ashraf Ghani e il dottor Abdullah, l’Hezb-e-Islami sosterrà Ghani. L’importante è che all’Arg, il palazzo presidenziale, non entri Abdullah, il rappresentante del Jamiat-e-Islami, il partito a prevalenza tajika, forte soprattutto al nord. “I tajiki non sono veri afghani, ma ormai vivono qui da molto tempo e li accettiamo”, dice Haji Gul Miran. “Ma un presidente tajiko, questo no. Se dovesse vincere Abdullah, verrà lanciato un jihad contro di lui”, si dice convinto il malek di Chaparhar. Per lui, lo scettro del potere deve rimanere nelle mani di un pashtun. Così come è stato da duecento anni a questa parte.

Raggiungiamo la sede del comitato elettorale di Ashraf Ghani. È presidiata da alcuni soldati. Ci perquisiscono. Chiamiamo il nostro “uomo” all’interno. Ci fanno entrare. Cerchiamo Ihsanullah Kamawal, responsabile per l’intera zona orientale della campagna per Ashraf Ghani. Alto e scuro in volto, porta un cappello pakul schiacciato sulla fronte, una giacca a scacchi marrone sopra una veste chiara. È stato a lungo responsabile delle dogane qui a Jalalabad. Si dice abbia accumulato una fortuna. Ora la sta mettendo a disposizione di Ghani. Kamawal è indaffarato. Non ha tempo per le interviste. Valuta i resoconti dell’unità “anti-frode” messa su dai suoi uomini, che via telefono ricevono dagli osservatori mandati in ogni dove le segnalazioni di irregolarità nel voto. Kamawal è impaziente. Dice di dover andar via, fuori Jalalabad, per monitorare il voto. Chiediamo di andare con lui.

Da Kabul chiama un collega, giornalista di rango di una delle maggiori testate italiane: “Giuliano, dove sei, che si dice? Io sono a Kabul, al Serena Hotel, non credo uscirò”. Partiamo con Kamawal. Un convoglio di 6 macchine, la maggior parte blindate. Qui tutti hanno paura di restarci secchi. I Talebani fanno sul serio. Chiunque lavori per la politica istituzionale è un nemico. Le jeep di Kamawal e degli altri notabili partono di gran carriera. A seguirle, i pick-up pieni di soldati armati. Raggiungiamo il distretto di Surkhrod. Ci fermiamo in una scuola elementare. Scendono i soldati, fucili alla mano. Entriamo in  una delle aule adibite a seggio. Gli uomini di Kamawal fanno un gran casino, vogliono fare foto, riprendere le votazioni. Una ragazza della Commissione elettorale li ammonisce: “Non è permesso. Se non la smettete, vi mando via”. Qualcuno se la prende. Gli altri accettano il rimbrotto. Poi si va via, di fretta, così come siamo arrivati. È ora di pranzo. Ci accoglie il governatore del distretto, offrendoci un pranzo abbondante. Riesco finalmente a intervistare Kamawal. Elogia Ghani, “l’unico che ha un programma economico vero e proprio”. Critica gli altri candidati. Sostiene che Ghani è il solo che possa “portare un cambiamento vero nel paese, quello che tutti i giovani desiderano”. Per lui Dostum, il warlord che Ghani ha scelto come eventuale vice-presidente, è solo una pedina nella partita elettorale: “Ghani saprà gestirlo. Darà vita a una squadra di governo dove a contare sono le competenze, non altro”.

Gli chiedo se per lui, in caso di vittoria, non si annunci un posto da ministro: “non mi interessa, replica, quel che mi sta a cuore è il benessere del paese”. E le frodi, la preoccupano? “Certo, Rassoul è aiutato da Karzai, già abbiamo raccolto molte testimonianze di funzionari governativi che lo stanno aiutando”. Quando finisce l’intervista si lascia però scappare una frase rivelatoria: “Vuole votare anche lei? Basta che me lo dica. Gliela trovi io una tessera elettorale”. Interviene anche Ahmad Tooryalai, un businessman di Kabul con un’influenza crescente nella cerchia di Ghani: “le faccio una previsione. Ghani prenderà tra il 35 e il 40% dei voti, Abdullah non più del 25%, Rassoul meno del 10”, sostiene sicuro. “Se la partecipazione sarà superiore al 60%, potremmo farcela al primo colpo”, raggiungendo quel 50% più un voto necessario a evitare il ballottaggio. Non c’è tempo per contestare le previsioni di Tooryalai. Si è fatto tardi e bisogna tornare indietro. Si corre più del solito, al ritorno. Rientrati a Jalalabad, il mio traduttore tira un sospiro di sollievo: “per fortuna non è successo nulla, a Surkhorod”. Subito dopo, un gran botto. Un incidente a catena coinvolge tre delle 6 macchine del convoglio di Kamawal, compresa la nostra. Scendiamo dal pick-up.  Rintronati ma sani. Attorno, già una folla di curiosi. La jeep di Kamawal è già ripartita. Neanche il tempo di ringraziarlo per il passaggio.

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g.battiston@gmail.com

Giornalista e ricercatore freelance, direttore dell’associazione di giornalisti indipendenti Lettera22, collabora con quotidiani e riviste tra cui l’Espresso, il manifesto, Gli asini, il Venerdì di Repubblica, oltre che con Radio3 e l’Ispi. Docente di “Tecniche di reportage” alla Scuola di giornalismo della Fondazione Lelio Basso, è coordinatore scientifico di Collettiva.org e dal 2010 al 2018 ha curato il programma del Salone dell’editoria sociale. Con Giulio Marcon ha curato "La sinistra che verrà. Le parole chiave per cambiare" (minimum fax 2018). Per le edizioni dell’asino ha pubblicato "Arcipelago jihad. Lo Stato islamico e il ritorno di al-Qaeda" (2017) e due libri-intervista: "Zygmunt Bauman. Modernità e globalizzazione" (2009) e "Per un’altra globalizzazione" (2010). Dal 2008 si dedica all’Afghanistan con viaggi, ricerche, saggi.

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