Aung San Suu Kyi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/aung-san-suu-kyi/ un blog di approfondimento culturale Sat, 07 Nov 2015 10:28:00 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Aung San Suu Kyi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/aung-san-suu-kyi/ 32 32 La Birmania pronta a scegliere il suo futuro https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-birmania-pronta-a-scegliere-il-suo-futuro/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-birmania-pronta-a-scegliere-il-suo-futuro/#respond Fri, 06 Nov 2015 16:00:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28997 Questo pezzo è uscito sull'Unità. Ringraziamo l'autore e la testata (Foto di Luisa Altobelli).

di Alessandro Mazzarelli

L’aereo atterra puntuale sulla pista di Yangon, anche se per smaltire la coda del controllo passaporti servono quasi due ore. È da poco passata l’alba ma la città già brulica di traffico, l’aria satura di smog e clacson, le strade intasate di furgoni e motorini. La Birmania sembra avere fretta. Il prossimo 8 novembre si svolgeranno le elezioni politiche, un appuntamento che in Europa ha suscitato molte speranze democratiche.

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Questo pezzo è uscito sull’Unità. Ringraziamo l’autore e la testata (Foto di Luisa Altobelli).

di Alessandro Mazzarelli

L’aereo atterra puntuale sulla pista di Yangon, anche se per smaltire la coda del controllo passaporti servono quasi due ore. È da poco passata l’alba ma la città già brulica di traffico, l’aria satura di smog e clacson, le strade intasate di furgoni e motorini. La Birmania sembra avere fretta. Il prossimo 8 novembre si svolgeranno le elezioni politiche, un appuntamento che in Europa ha suscitato molte speranze democratiche.

Il tassista che ci accompagna dice soddisfatto che Barack Obama ha visitato il Paese ben due volte, e quando passiamo davanti all’albergo dove ha alloggiato il Presidente americano rallenta indicandolo con il braccio. In linea d’aria è vicino alla casa di Aung San Suu Kyi, dice. Avevamo capito che bisognasse essere prudenti con i discorsi sulla politica, ma il nostro tassista non ha dubbi, The Lady (come tutti la chiamano) vincerà.

Premio Nobel per la pace nel 1991, agli arresti domiciliari per quasi dieci anni, gli ultimi terminati solo nel 2010, The Lady è la principale oppositrice del governo e in molti, oltre al nostro tassista, ci dicono che senza dubbio il suo National League for Democracy (NLD) vincerà le elezioni, ma. Già, ci sono parecchi ma in questa storia. Aung San Suu Kyi, in base alla Costituzione Birmana modificata dalla Giunta militare nel 2008, non può diventare Presidente perché l’articolo 59 F lo vieta a chiunque sia sposato con uno straniero o abbia figli cittadini di paesi stranieri. No, non è un caso che Aung San Suu Kyi fosse sposata con un cittadino britannico e i suoi due figli abbiano passaporto inglese.

In giro per Yangon veniamo travolti da un flusso di persone indaffarate, e chi non va da qualche parte staziona davanti a bancarelle di cibo fritto, o ciotole fumanti, o consulta uno smartphone seduto sui mini sgabelli di plastica colorata, tantissimi gli smartphone non solo tra i ragazzi, non solo a Yangon. Anche i monaci capita di vederli con il capo chino e lo sguardo sul display. A terra sputi rossi di betel, e nelle orecchie il rumore di quegli sputi, parabole blu su balconi scrostati, cani randagi e odori forti, e ogni tanto, svoltando un angolo, alti i palazzi coloniali di una decadenza struggente. O forse è solo il caldo umido che col passare delle ore si fa asfissiante. Quando il fuso orario e la corrente elettrica lo permettono, in tanti si accalcano nei bar per guardare le partite di calcio, la Premier League è la più amata, segue la Liga, di italiani si sentono solo nomi di calciatori anni ‘90.

La comunità internazionale ha salutato con favore la recente liberazione di circa settemila detenuti per “ragioni umanitarie”, ma. Ancora dei ma sulle speranze democratiche birmane. E sono di nuovo le modifiche alla Costituzione del 2008 a suscitare preoccupazioni, a prescindere dal risultato di novembre, infatti, il 25% dei posti nel Parlamento sarà riservato ai militari e per poter effettuare modifiche alla Costituzione serve la maggioranza di almeno il 75%. Che tradotto vuol dire potere di veto dell’esercito su qualunque modifica significativa.

Alcuni esponenti del National Democratic Force (NDF), formazione nata da una costola dell’NDL, chiedono che i militari considerino l’ipotesi di ridursi volontariamente quel 25% che la Costituzione assicura loro. Sembra una posizione velleitaria, ma non sono i soli a sostenerla. Anche il Shan Nationalities League for democracy (SNLD) è su questa linea. Ecco, la formazione di un fronte democratico con al centro l’NLD, insieme al NDF e ad alcuni dei partiti etnici come l’Arankan National Party (ANP) e appunto l’SNLD potrebbe essere una delle chiavi di queste elezioni; il fatto che i governi locali stiano provando a ritagliarsi uno spazio di autonomia dal governo centrale viene letto come un segnale in questa direzione.

In attesa di capire come si muoverà l’Europa, a giugno Aung San Suu Kyi è andata per la prima volta in Cina per incontrare il Presidente Xi Jinping. Gli investimenti cinesi sono di gran lunga i più consistenti, insieme a quelli indiani e thailandesi, e i rapporti con l’ingombrante vicino non sono da sottovalutare nemmeno in queste elezioni. La Birmania, del resto, soffre di carenze infrastrutturali, e le piogge monsoniche di fine luglio hanno causato allagamenti e vittime in molte zone del Paese, quasi cento i morti e un milione le persone colpite.

Ai semafori di Yangon, e lungo la carreggiata tra le macchine che sfrecciano, ragazzi giovanissimi raccolgono soldi per le vittime dell’alluvione. Ci fermiamo per parlare con alcuni di loro, ci dicono tutti di essere volontari. E mentre parliamo la pioggia torna all’improvviso, intensa, scrosciante, gli uomini si tirano su i longyi (una specie di saio-pantalone legato in vita e lungo fino ai piedi), le ragazze aprono gli ombrelli, li tengono aperti anche in motorino, sedute dietro con le gambe di lato, come da noi facevano un tempo le signore italiane portate in vespa, ma a differenza che altrove, le ragazze birmane non siedono solo dietro, in molti casi guidano, escono da sole, si vestono come vogliono, studiano.

Proseguiamo a nord fino a Mandaly, sul pullman i rallentamenti sono frequenti, per l’allagamento e per le strettoie dei lavori, ma anche per far salire nuovi passeggeri e pagare pedaggi, rallentiamo ma non ci fermiamo mai del tutto, un uomo accanto all’autista fa tutto al volo, con un braccio tira su persone, con la mano lascia scivolare soldi. Non ci sono ricevute, non ci sono resti. È sempre lui, l’aiutante di complemento, che durante il viaggio, sporgendosi dal finestrino, suggerirà all’autista quando sorpassare. In Birmania la guida è a destra ma il senso di marcia è quello dei Paesi con guida a sinistra, e questo – soprattutto nelle strade strette a doppio senso – crea per l’autista zone cieche inquietanti. L’aria condizionata al massimo, invece, è una certezza sempre.

Mandalay è una città caotica, rumorosa quanto Yangon ma con meno fascino. Andiamo a parlare con i Muostache Brothers, il taxi ci lascia davanti a una casa con una rampa. Erano tre fratelli, e per anni hanno fatto satira politica in giro per il Paese. Lu Maw, il baffo numero due come usa chiamarsi, quando sente che veniamo dall’Italia ci fa l’imitazione di Dario Fo e Roberto Benigni, e durante lo spettacolo cita più volte Sophia Loren, di cui si dichiara innamorato da sempre, di nascosto dalla moglie (anche lei sul palco); è un uomo segaligno di 65 anni, Lu Maw, con due lunghi baffi bianchi e una vitalità travolgente, ma sulle elezioni di novembre non nutre molte speranze.

È tutto un trucco, ci dice, è una farsa, non mi aspetto niente. Nel 1989 Par Par Lay (il baffo n. 1) fu arrestato e condannato a sei mesi di prigione per una gag sulla corruzione dei militari e di nuovo nel 1996, a seguito di un nuovo spettacolo di satira, fu prelevato di notte dalla sua abitazione e condannato a undici anni di lavori forzati, a spaccare pietre nel Mytkna. A me non mi hanno mai arrestato, dice, perché ero più intelligente di lui. Ride, ma si vede quanto ha sofferto per il carcere del fratello. Par Par Lay, che anche grazie alle pressioni di Amnesty International venne rilasciato nel 2001 dopo cinque anni e sette mesi di carcere, è morto nel 2013. Alle pareti di quello che è uno stanzone al piano terra della loro casa (dove sono costretti a fare gli spettacoli), le foto dei tre Moustache Brothers con Aung San Suu Kyi.

È lì davanti che nel 2000 The Lady ha pronunciato uno dei suoi famosi discorsi. Oggi gli spettacoli di Baffo n. 2 e Baffo n. 3 sono in inglese, per un pubblico di turisti, un mix colorato di battute e danze tradizionali, Quando sono andato dal dentista in Thailandia mi ha chiesto, ma perché fino a qui? Non avete bravi dentisti in Birmania? Sì, ma in Birmania non possiamo aprire la bocca. Ride sornione e poi saltella sul palco per una nuova gag sulla corruzione dei vigili urbani, mentre si aiuta con cartelli colorati per farsi capire da tutti. Obama è venuto in Birmania, dice mostrando una foto in cui il Presidente americano dà un bacio a Aung San Suu Kyi, uno a zero per gli americani, ma noi abbiamo risposto, e tira fuori una foto in cui Aung San Suu Kyi dà un bacio a Obama. Uno a uno, pari.

Sulla strada di ritorno ci fermiamo a Bago, sono le sei del mattino quando vediamo i monaci sciamare silenziosamente fuori dal monastero in due file ordinate, scalzi, nel loro saio bordeaux, ciascuno con in mano una ciotola, escono per ricevere le offerte dalla popolazione, riso soprattutto e in alcuni casi soldi, rientrati al Monastero metteranno tutto in comune, per poi alle 11.00 mangiare insieme l’unico pasto della giornata. In Birmania i monaci sono circa 500mila (su 55 milioni di abitanti), sono stati loro a iniziare le proteste di piazza del 2007 e da allora molti non accettano più le offerte dei militari.

Rientrati a Yangon, percorriamo a piedi il lungo viale fino alla casa di Aung San Suu Kyi. Arriviamo davanti al 54 di University Avenue senza essere fermati, non c’è più il blocco che impediva il passaggio fino al 2011, ma un alto muro circonda la casa e impedisce la vista. Sul portone il simbolo e le bandiere dell’NLD. Non sono settimane facili per la regale leader birmana, dopo le polemiche seguite alla mancata presa di posizione sulla questione della minoranza mussulmana rohingya vittima di attacchi da parte di estremisti buddisti (sic!), deve ancora sciogliere il nodo del candidato presidente del suo partito.

Fallito ogni tentativo di modificare l’articolo 59 F, Aung San Suu Kyi ha dichiarato che sarà comunque scelta una personalità dell’NLD, anche se uno dei nomi che venivano fatti con più insistenza, quello dell’ottantanovenne U Tin Oo, in un’intervista al The Irrawaddy ha fermamente smentito di essere interessato. Le beghe della politica giornaliera non sono facili da affrontare nemmeno per un Premio Nobel.

L’8 novembre si avvicina e gli appelli affinché i rappresentanti dei partiti abbiano libero accesso ai seggi si moltiplicano. La paura d’irregolarità continua a essere molta. Lungo le strade i ragazzi proseguono la raccolta per le vittime dell’alluvione, sono tanti i birmani che si fermano e allungano la mano per fare una donazione; nonostante le difficoltà economiche, aggravate da anni di isolamento, si avverte un forte spirito di comunità, di aiuto reciproco, del resto già Orwell faceva dire al suo Flory che i birmani non lasciano morire nessuno di fame.

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Cronache dall’Asia 4: letteratura e confini, da Amitav Ghosh a Aung San Suu Kyi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/cronache-dallasia-4/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/cronache-dallasia-4/#respond Fri, 14 Feb 2014 14:21:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18045 Questo pezzo è uscito, in versione ridotta, per Asia Magazine, collaborazione tra China Files e il manifesto. Qui le altre puntate della rubrica.
«Sarebbe possibile parlare della fine dell'Unione Sovietica senza nominare Solzhenitsyn? Possiamo pensare alla caduta della cortina di ferro senza fare riferimento a Milan Kundera e un mucchio di altri scrittori? Gli scrittori del Myanmar hanno giocato un ruolo altrettanto significativo, nei cambiamenti che adesso stanno travolgendo il paese, delle loro controparti dell'Europa orientale e della Russia. Che questo sia così poco riconosciuto dice molto della visione mondiale della cultura in Asia». Amitav Ghosh

Di quanto il mondo occidentale sottovaluti la cultura asiatica, perché non la conosce, si inizia fortunatamente a discutere sempre di più e nuove pubblicazioni per colmare questa profonda separazione stanno finalmente comparendo anche in Italia. Ma il motivo per cui il confine tra Oriente e Occidente sta assumendo un aspetto meno inaccessibile è in gran parte dovuto ad interessi economici, che, come Amitav Ghosh fa notare in un altro passaggio di questo intervento nel suo blog, adombrano altri cruciali aspetti che aiutano a capire paesi sconosciuti ai più.

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Questo pezzo è uscito, in versione ridotta, per Asia Magazine, collaborazione tra China Files e il manifesto. Qui le altre puntate della rubrica. (Fonte immagine)
«Sarebbe possibile parlare della fine dell’Unione Sovietica senza nominare Solzhenitsyn? Possiamo pensare alla caduta della cortina di ferro senza fare riferimento a Milan Kundera e un mucchio di altri scrittori? Gli scrittori del Myanmar hanno giocato un ruolo altrettanto significativo, nei cambiamenti che adesso stanno travolgendo il paese, delle loro controparti dell’Europa orientale e della Russia. Che questo sia così poco riconosciuto dice molto della visione mondiale della cultura in Asia». Amitav Ghosh

Di quanto il mondo occidentale sottovaluti la cultura asiatica, perché non la conosce, si inizia fortunatamente a discutere sempre di più e nuove pubblicazioni per colmare questa profonda separazione stanno finalmente comparendo anche in Italia. Ma il motivo per cui il confine tra Oriente e Occidente sta assumendo un aspetto meno inaccessibile è in gran parte dovuto ad interessi economici, che, come Amitav Ghosh fa notare in un altro passaggio di questo intervento nel suo blog, adombrano altri cruciali aspetti che aiutano a capire paesi sconosciuti ai più.

La difficoltà a penetrare la cultura asiatica deriva per molti versi dal fatto che incessantemente noi occidentali adoperiamo categorie formali e interpretative proprie della nostra cultura, innalzandole, come ben sappiamo, a categorie universali. Si aggiunge la tendenza a perpetrare meccanismi etnocentrici veicolati nelle svariate forme del liberismo economico, ma anche, a sorpresa, in quello che dovrebbe essere il regno del confronto, la cultura.

Il pubblico birmano è, in generale, molto entusiasta delle nuove iniziative che stanno nascendo in Myanmar, si raccolgono frasi come “qualsiasi cosa va bene, qualsiasi cosa di nuovo, da fuori“. A febbraio di quest’anno la moglie dell’Ambasciatore britannico ha deciso di organizzare il primo Festival di Letteratura del Myanmar: quale modo migliore di sancire la fine di decenni di censura e incarcerazione di pensatori, scrittori, poeti, animatori culturali della repressa cultura birmana?

Come in ogni grande manifestazione, non mancano le critiche, che, in un contesto culturalmente delicato come quello birmano, vale la pena capire. Un osservatore locale (uno straniero), lamenta che non ci si sia concentrati sul celebrare innanzitutto gli autori birmani, coloro che in questi decenni hanno resistito, ma che energie e fondi siano stati dedicati ad accogliere al meglio gli ospiti stranieri.

Un’occasione da rinnovare, quindi, in particolare se crediamo nelle recenti riflessioni di Alessandra Chiricosta (Filosofia interculturale e valori asiatici, 2013 ObarraO edizioni), secondo cui “le questioni sollevate dalla coesistenza, nell’orizzonte globale, di culture differenti, ma che sempre di più condividono luoghi, non-luoghi e tempi, paiono invocare una modalità diversa di indagine, maggiormente in grado di pensare, al contempo, non solo equità e differenza, ma anche di render conto di tutto ciò che ancora “l’Occidente” non ha pensato e che, invece, dà origine a dibattiti e orizzonti di senso in altri contesti“.

Aung San Suu Kyi è stata la madrina della manifestazione, figura di confine tra Oriente e Occidente, protagonista delle ambiguità del processo odierno di riforma del Myanmar.

A Yangon si dibatte di come Aung San Suu Kyi, presidente del partito di opposizione al governo birmano, venga percepita in Occidente. O meglio, di come venga ancora percepita da noi: monolitica icona della pace. Ma l’evoluzione della sua figura in seguito alla liberazione dagli arresti domiciliari nel novembre 2010 richiede una rielaborazione del personaggio, di ciò che rappresenta per il futuro del paese e del composito popolo che abita entro i confini del Myanmar.

Aung San Suu Kyi è la figlia dell’eroe della patria Aung San e un’illustre dissidente birmana. La sua storia familiare e personale unica l’ha portata a varcare confini fisici e culturali per tutta la vita, sin dall’infanzia.

Aung San Suu Kyi prende il nome dal padre Aung San, dalla nonna Suu e dalla madre Kyi; un nome assolutamente anomalo in un paese in cui non si usano cognomi né altri segni per dimostrare da dove si provenga.

Nata tre anni prima dell’indipendenza birmana, nel 1945, due anni prima che il padre venisse assassinato. Dopo la strenua lotta di Aung San contro i colonizzatori occidentali, ASSK ha condotto una vita assolutamente internazionale: accompagnò la madre Ambasciatrice in India nel 1960, dove studiò in una scuola cattolica a New Delhi; si spostò poi a Oxford per studiare all’università; lavorò a New York all’ONU e con altri incarichi in Giappone e India. Quindi tornò nel Regno Unito per sposare Michael Aris, cittadino britannico esperto in studi tibetani. Insieme andranno in Buthan e poi torneranno a Oxford, per continuare a studiare, lavorare, avere due figli. La Lady ha avuto un’educazione formale occidentale, una famiglia inglese e una vita da straniera, donna asiatica, in Europa.

Finché non ha varcato di nuovo il confine della terra natia, per tornare dalla madre malata, e trovarlo poi improvvisamente rigido, politico, geografico. È il 1988 e nel paese si protesta contro la dittatura. ASSK decide di intervenire, fondando il suo partito, la Lega Nazionale per la Democrazia, che nelle elezioni del 1990 (le prime in trent’anni) vincerà clamorosamente. La giunta militare non accetterà il risultato e ASSK verrà arrestata e costretta a scegliere: puoi andare via e tornare dalla tua famiglia straniera, ma non è detto che ti faremo rientrare. La famiglia o la patria, insomma.

Sceglie l’eredità del padre. Chiusa entro i confini della sua casa scopre i limiti di una vita da dissidente e diventa un grande simbolo della resistenza non violenta e dell’attivismo per l’instaurazione della democrazia in Myanmar. Vincerà diversi premi, tra cui il Nobel per la Pace nel 1991.

Come sappiamo, la giunta militare ha deciso di cambiare veste e di liberare ASSK. Oggi la Lady dichiara di essere (sempre stata) una politica e di porre il suo confine operativo entro quello della professione che ha mantenuto anche mentre era carcerata in casa. Le sue scelte, nel Myanmar riformato di oggi, raccolgono critiche da più parti. Come uno dei più illustri prigionieri politici, il popolo birmano per tanti anni l’ha considerata il proprio riferimento per il futuro. Le sue immagini erano appese speranzose ovunque, appena è stato possibile mostrarle.

Ma la negazione del conflitto etnico perpetrato ai danni dei Rohingya, il mancato appoggio ai residenti di aree espropriate per l’ampliamento di una miniera di rame, la sua vicinanza ai militari, la richiesta di chiudere i confini con il Bangladesh perché permettono a persone straniere di infiltrarsi illegalmente nel paese, per citare alcuni episodi, ribadiscono con forza il suo porsi a difesa dell’élite bamar, deludendo molti supporter.

Qual è il confine tra un politico e un difensore dei diritti umani? Nella porosità della vita politica, ASSK oggi per molti è troppo concentrata a lavorare sulla sua corsa per le elezioni presidenziali del 2015.

Lavorare all’interno di questi confini implica aprire molte vie che un attivista non aprirebbe, concessioni che non verrebbero fatte, ad esempio accettare, o forse chiedere, come documenta Irrawaddy, supporto finanziario ai magnati che si sono arricchiti negli anni della dittatura grazie alla connivenza con i militari. In fase di “riconciliazione”, molti considerano naturale che gli attori economici si mettano in gioco secondo le nuove regole dell’economia di mercato, includendo iniziative di Corporate Social Responsibility.

Il Myanmar oggi è travolto dalle aspettative internazionali, che, in tempi di crisi economica occidentale, pretendono che sia il contemporaneo El Dorado, abile con i suoi potenziali 60 milioni di consumatori a pancia vuota di ridare slancio alle nostre industrie e investimenti. Molti birmani oggi chiedono tempo, “Roma non è stata costruita in un giorno” dicono. L’Occidente fa pressioni, ma è necessario assumere un approccio dialogico, “per non far sì” riprendendo le pagine della Chiricosta, “che anche una nobile istanza, come quella che guida la volontà di universalizzazione dei Diritti umani, si trovi a divenire un avamposto neocoloniale, uno strumento per sdoganare politiche economiche neoliberiste e globalizzanti“.

Quello che accade adesso è che mentre la Cina, per molti in Occidente il simbolo di una cultura che non rispetta i propri cittadini, sta decidendo di sostenere lo sviluppo della propria economia concedendo riforme sociali per la popolazione (eliminazione dei lavori forzati, riduzione dei reati punibili con la pena di morte, libera circolazione, aperture nella legge del figlio unico), gli investimenti cinesi nello strategico Myanmar diminuiscono in seguito all’eliminazione delle sanzioni da parte dei governi occidentali, dando via libera ad europei, statunitensi, ma anche giapponesi e coreani, di sviluppare i loro interessi sul Golfo del Bengala.

Anche se il macro esito finale della transizione in corso in Myanmar è prevedibile, il suo enorme ritardo rispetto allo sviluppo avvenuto nel resto del mondo pone il paese in una posizione unica: l’approccio all’industrializzazione nel 2013 avviene con una conoscenza più che estesa rispetto al carico di conseguenze provocate dalla furia produttiva scriteriata. Se per molti questo si traduce in grossi margini di profitto, per qualche altro implica invece il sostegno di meccanismi sostenibili e lo sforzo conservativo nei confronti della ricchezza storica e culturale di questo paese. Così c’è l’incredibile sforzo di Thant Myint U, con il suo Yangon Heritage Trust, nel preservare il centro storico di Yangon, combattendo strenuamente contro i numerosi palazzinari locali e stranieri, che vogliono la capitale commerciale birmana afflitta dai grattacieli di cemento del resto dell’Asia. O ci sono i poeti birmani, la cui creatività si è dimenata per cinque decenni tra le fitte maglie della censura, oggi più vivi che mai, di fronte a un mondo diverso in cui la sfida è scrivere e comunicare esenti dal controllo.

Poetics of innovation

Poetics of innovation
when new things are made and uncreated in the dawn of change
you are lonely alone
&
left behind by intimacy of literary history
if
your trees become woods or luckily to have a chance to be them
but
you are always lonely alone

Nyein Way

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Ricordando Nelson Mandela https://minimaetmoralia.it/estratti/nelson-mandela/ https://minimaetmoralia.it/estratti/nelson-mandela/#respond Fri, 06 Dec 2013 10:30:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16895 Ieri è morto Nelson Mandela. Vogliamo ricordarlo con le parole del discorso che ha pronunciato nel 1993, quando ha vinto il premio Nobel per la Pace. Questo è un estratto da Costruire la pace. Discorsi dei premi Nobel per la Pace, la raccolta a cura di Simone Barillari che minimum fax ha pubblicato nel 2008. (Fonte immagine)

Discorso tenuto da Nelson Mandela.

Vostra Maestà,
Vostra Altezza Reale,
Stimati Membri del Comitato norvegese per il Nobel,
Onorevole Primo Ministro, signora Gro Harlem Brundtland, Signori Ministri, Membri del Parlamento e Ambasciatori, signor Frederik Willem de Klerk, distinti ospiti,

Amici, signore e signori,

porgo i miei più sentiti ringraziamenti al Comitato norvegese per il Nobel per averci elevati al rango di vincitori del premio Nobel per la pace.

Colgo inoltre l’occasione per congratularmi con il mio compatriota e copremiato, il presidente dello stato Frederik Willem de Klerk, per l’alto riconoscimento che gli è stato conferito.

Insieme ci uniamo a due illustri sudafricani vincitori del premio Nobel per la pace, il compianto Capo Albert Lutuli e Sua Eccellenza l’arcivescovo Desmond Tutu, ai quali avete reso meritato omaggio per l’importante contributo alla lotta pacifica contro il malvagio sistema dell’apartheid.

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Ieri è morto Nelson Mandela. Vogliamo ricordarlo con le parole del discorso che ha pronunciato nel 1993, quando ha vinto il premio Nobel per la Pace. Questo è un estratto da Costruire la pace. Discorsi dei premi Nobel per la Pace, la raccolta a cura di Simone Barillari che minimum fax ha pubblicato nel 2008. (Fonte immagine)

Discorso tenuto da Nelson Mandela.

Vostra Maestà,
Vostra Altezza Reale,
Stimati Membri del Comitato norvegese per il Nobel,
Onorevole Primo Ministro, signora Gro Harlem Brundtland, Signori Ministri, Membri del Parlamento e Ambasciatori, signor Frederik Willem de Klerk, distinti ospiti,

Amici, signore e signori,

porgo i miei più sentiti ringraziamenti al Comitato norvegese per il Nobel per averci elevati al rango di vincitori del premio Nobel per la pace.

Colgo inoltre l’occasione per congratularmi con il mio compatriota e copremiato, il presidente dello stato Frederik Willem de Klerk, per l’alto riconoscimento che gli è stato conferito.

Insieme ci uniamo a due illustri sudafricani vincitori del premio Nobel per la pace, il compianto Capo Albert Lutuli e Sua Eccellenza l’arcivescovo Desmond Tutu, ai quali avete reso meritato omaggio per l’importante contributo alla lotta pacifica contro il malvagio sistema dell’apartheid.

Non saremo presuntuosi se aggiungeremo ai nomi dei nostri predecessori anche quello di un altro eminente vincitore del premio Nobel per la pace, il compianto reverendo Martin Luther King. Anch’egli si impegnò e morì nel tentativo di fornire un contributo alla giusta soluzione dei grandi problemi dei nostri giorni, che noi, in quanto sudafricani, ci siamo trovati ad affrontare.

Stiamo parlando della sfida posta dalle dicotomie di guerra e pace, violenza e non violenza, razzismo e dignità umana, oppressione e repressione, libertà e diritti umani, povertà e libertà dal bisogno.

Noi siamo qui oggi come semplici rappresentanti dei milioni di persone che hanno avuto il coraggio di sollevarsi contro un sistema sociale fondato su guerra, violenza, razzismo, oppressione e repressione, oltre che sull’impoverimento di un intero popolo.

Io sono qui oggi anche come rappresentante dei milioni di persone di tutto il mondo, del movimento anti-apartheid, dei governi e delle organizzazioni che si sono uniti a noi, non per combattere contro il Sudafrica come nazione o contro i suoi abitanti, ma per opporsi a un sistema disumano e sollecitare una rapida fine di quel crimine contro l’umanità che porta il nome di apartheid.

Questi innumerevoli esseri umani, all’interno e all’esterno dei nostri confini, hanno dimostrato un animo così nobile da opporsi alla tirannia e all’ingiustizia senza cercare alcun tornaconto personale. Hanno riconosciuto che un torto commesso ai danni di un singolo è un torto commesso ai danni di tutti, e quindi hanno agito insieme in difesa della giustizia e di una comune dignità umana.

Grazie al coraggio e alla lunga perseveranza dimostrati da costoro, oggi siamo persino in grado di stabilire il giorno in cui tutto il mondo si unirà per celebrare una delle più straordinarie vittorie  nostro secolo.

Quando verrà quel momento, esulteremo tutti insieme per la comune vittoria su razzismo, apartheid e dominazione della minoranza bianca.

Tale trionfo porrà finalmente termine a cinquecento anni di colonizzazione africana, cominciati con la fondazione dell’impero portoghese.

Tutto questo segnerà dunque un grande passo avanti nella storia, e porrà inoltre le basi per il comune impegno dei popoli del mondo a combattere il razzismo, in ogni luogo e sotto qualunque forma esso si presenti.

All’estremità meridionale del continente africano, una ricca ricompensa, un dono inestimabile si stanno preparando per coloro che hanno sofferto in nome di tutta l’umanità, sacrificando ogni cosa per la libertà, la pace, la dignità e la realizzazione dell’essere umano.

Questa ricompensa non verrà misurata in denaro. E non può nemmeno essere calcolata in base al valore dei metalli rari e delle pietre preziose nascosti nelle viscere del suolo africano che noi calpestiamo sulle orme dei nostri antenati. Sarà e dovrà essere misurata in base alla felicità e al benessere dei bambini, che sono al contempo i cittadini più vulnerabili di ogni società e il nostro tesoro più prezioso. I bambini devono finalmente poter giocare nel veld, non più torturati dai morsi della fame, decimati dalle malattie o minacciati dal flagello dell’ignoranza, delle molestie e degli abusi, e non più costretti a svolgere compiti inadatti alla loro tenera età.

Davanti a questo pubblico illustre, noi impegniamo il nuovo Sudafrica al deciso perseguimento degli obiettivi definiti dalla Dichiarazione mondiale per la sopravvivenza, la protezione e lo sviluppo dell’infanzia.

La ricompensa di cui abbiamo parlato sarà e dovrà essere misurata anche in base alla felicità e al benessere delle madri e dei padri di questi bambini, che devono poter andare per il mondo senza timore di venire derubati, uccisi per motivi di convenienza politica o materiale, o disprezzati per la loro povertà.

Anch’essi debbono venire liberati dal pesante fardello di disperazione che portano nel cuore, generato dalla fame, dalla mancanza di una casa e dalla disoccupazione.

Il valore del dono elargito a tutti coloro che hanno sofferto sarà e dovrà essere misurato in base alla felicità e al benessere di tutti gli abitanti della nostra nazione, che avranno abbattuto le mura disumane sorte a dividerli.

Queste grandi masse avranno voltato le spalle a quel grave insulto alla dignità umana che consisteva nel designare alcuni come padroni e altri come servi, trasformando ognuno in un predatore la cui sopravvivenza dipendeva dalla distruzione dell’altro.

Il valore della nostra ricompensa condivisa sarà e dovrà essere misurato in base alla gioiosa pace che trionferà, perché la comune umanità che unisce neri e bianchi in un’unica razza umana avrà dimostrato a ognuno di noi che potremo vivere tutti insieme come i figli del paradiso.

E così vivremo, perché avremo creato una società in cui vige il principio secondo cui tutte le persone sono nate uguali, e con uguale diritto alla vita, alla libertà, alla prosperità, ai diritti umani e al buon governo.

Tale società non dovrà mai più permettere che vi siano prigionieri di coscienza, o che vengano violati i diritti umani.

Né dovrà più succedere che la strada del cambiamento pacifico venga di nuovo bloccata da usurpatori, che cercano di togliere il potere al popolo per conseguire i loro ignobili fini personali.

A questo proposito, facciamo appello a coloro che governano la Birmania perché liberino un’altra vincitrice del premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, e si impegnino in un serio dialogo con lei e con le persone che rappresenta, per il bene di tutti gli abitanti della Birmania. Preghiamo coloro che detengono il potere affinché le permettano, senza ulteriore indugio, di usare i suoi talenti e le sue energie a favore dei suoi compatrioti e dell’intera umanità.

Lontano dalle risse politiche del nostro paese, vorrei cogliere l’occasione per unirmi al Comitato norvegese per il Nobel nel rendere omaggio a colui che condivide con me questo premio, il signor Frederik Willem de Klerk.

Egli ha avuto il coraggio di ammettere che l’imposizione del sistema dell’apartheid ha rappresentato una terribile ingiustizia nei confronti del nostro paese e della nostra gente.

Ha avuto la lungimiranza di comprendere e accettare che gli abitanti del Sudafrica devono decidere tutti insieme, attraverso negoziati condotti da pari a pari, cosa vogliono dal proprio futuro.

Ma c’è ancora qualcuno, nel nostro paese, che crede erroneamente di poter contribuire alla causa della giustizia e della pace aggrappandosi a idee ormai screditate, che hanno dimostrato di portare soltanto sciagura.

Continuiamo a sperare che anche costoro siano sufficientemente ragionevoli da rendersi conto che la storia non verrà negata, e che la nuova società non potrà essere creata riproducendo un passato abominevole, per quanto ripulito o riconfezionato in maniera allettante.

Vorrei anche approfittare dell’occasione per rendere omaggio alle numerose organizzazioni che compongono il movimento democratico del nostro paese, compresi i membri del nostro Fronte Patriottico, che hanno svolto un ruolo centrale nel portare il Sudafrica sempre più vicino a una trasformazione democratica.

Siamo lieti che molti rappresentanti di queste organizzazioni, tra cui persone che hanno prestato o prestano servizio nelle strutture delle homeland, siano venuti con noi a Oslo. Anch’essi debbono godere del riconoscimento rappresentato dal premio Nobel per la pace.

Viviamo con la speranza che, mentre si sforza di ricostruirsi, il Sudafrica diventi un microcosmo del nuovo mondo che lotta per nascere.

Questo dovrà essere un mondo di democrazia e rispetto dei diritti umani, un mondo privo degli orrori della povertà, della fame, delle privazioni e dell’ignoranza, libero dalla minaccia e dal flagello delle guerre civili, delle aggressioni esterne e dell’enorme tragedia rappresentata da milioni di profughi.

I progressi compiuti dal Sudafrica, e dall’Africa meridionale nel suo insieme, ci chiamano e ci esortano ad approfittare del momento favorevole per trasformare questa regione in un esempio vivente del mondo futuro auspicato da tutte le persone di coscienza.

Noi non crediamo che questo premio Nobel per la pace debba essere inteso come un encomio per fatti accaduti nel passato.

Ascoltiamo le voci che lo definiscono un’invocazione da parte di tutti coloro che, in ogni parte dell’universo, hanno cercato di porre fine al sistema dell’apartheid.

Comprendiamo l’appello che costoro ci rivolgono, affinché dedichiamo il tempo che ci resta da vivere a dimostrare nella pratica, sfruttando l’esperienza unica e dolorosa del nostro paese, che la normale condizione dell’esistenza umana è fondata sulla democrazia, sulla giustizia, sulla pace, sull’assenza di razzismo e sessismo, sulla prosperità per tutti, sulla cura dell’ambiente, sull’uguaglianza e la solidarietà tra i popoli.

Stimolati da quell’appello, e ispirati dall’onore che ci avete conferito, anche noi ci impegniamo a fare il possibile per contribuire al rinnovamento del nostro mondo, affinché nessuno, in futuro, venga più descritto come un «dannato della terra».

Perché le generazioni future non possano dire che l’indifferenza, il cinismo o l’egoismo ci hanno impedito di tener fede agli ideali umanitari simboleggiati dal premio Nobel per la pace.

Perché il nostro impegno comune dimostri che Martin Luther King aveva ragione, quando disse che l’umanità non può più essere tragicamente vincolata alla notte senza stelle del razzismo e della guerra.

Perché i nostri comuni sforzi dimostrino che non era un mero sognatore, quando affermava che la bellezza dell’autentica fratellanza e della pace è più preziosa dei diamanti, dell’oro o dell’argento.

Perché sorga una nuova era!

Grazie.

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Cronache dall’Asia https://minimaetmoralia.it/reportage/cronache-dallasia/ https://minimaetmoralia.it/reportage/cronache-dallasia/#comments Fri, 03 May 2013 06:30:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14185 (Le foto sono di Thomas Nadal Poletto.)

Cronache dall'Asia - Yangon, Myanmar: cosa cambia in Birmania dopo cinquant'anni di dittatura

Ogni tanto, più volte al giorno, un'esplosione di suono tramortisce l'aria e porta fin quassù al settimo piano una delle solite canzoni usate dai comitati che raccolgono offerte per i monasteri, oppure una hit tutta cassa di qualche dj koreano, oppure una canzone pop-rock made in Myanmar, ma senza un definito gusto occidentale o asiatico.

Siamo all'apice della stagione secca, la temperatura si aggira intorno ai 40 gradi e l'aria si muove in abbondanti ventate di calore.

Sudiamo noi e sudano i birmani, qualcuno si tampona con dei fazzoletti, molti si muovono coperti dall'ombrello. Non è comune scoprirsi per rinfrescarsi. La maggior parte della popolazione, senza distinzione tra donne e uomini, indossa il longyi, un bel telo variopinto che sta annodato in vita e scende giù fino ai piedi. Alcuni ragazzi usano i jeans, qualche uomo dei pantaloni, pochissime ragazze portano una gonna o – rarissimo – degli shorts.

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(Le foto sono di Thomas Nadal Poletto.)

Cronache dall’Asia – Yangon, Myanmar: cosa cambia in Birmania dopo cinquant’anni di dittatura

Ogni tanto, più volte al giorno, un’esplosione di suono tramortisce l’aria e porta fin quassù al settimo piano una delle solite canzoni usate dai comitati che raccolgono offerte per i monasteri, oppure una hit tutta cassa di qualche dj koreano, oppure una canzone pop-rock made in Myanmar, ma senza un definito gusto occidentale o asiatico.

Siamo all’apice della stagione secca, la temperatura si aggira intorno ai 40 gradi e l’aria si muove in abbondanti ventate di calore.

Sudiamo noi e sudano i birmani, qualcuno si tampona con dei fazzoletti, molti si muovono coperti dall’ombrello. Non è comune scoprirsi per rinfrescarsi. La maggior parte della popolazione, senza distinzione tra donne e uomini, indossa il longyi, un bel telo variopinto che sta annodato in vita e scende giù fino ai piedi. Alcuni ragazzi usano i jeans, qualche uomo dei pantaloni, pochissime ragazze portano una gonna o – rarissimo – degli shorts.

Le strade sono bollenti perché invase di automobili. Nel 2012 si è aperto il mercato all’importazione di auto dall’estero, con possibilità di scegliere tra più brand a prezzi finalmente accessibili (molto più alti che da noi, ma molto più bassi rispetto a quelli in vigore durante la dittatura). Le strade non sono pronte ad accogliere così tanti automobilisti ed è un ingorgo continuo. Si suona il clacson all’impazzata, per esasperazione o per divertimento, non è chiaro. C’è dell’irrazionalità per il nostro osservare occidentale. Un taxista ha appena suonato il clacson in una strada risparmiata dal traffico e un metro dopo si è fermato per far scendere due donne davanti a un ospedale. A chi si rivolgeva con il suo clacson? Riparte all’impazzata, incurante del ragazzo che stava attraversando e che deve saltare in avanti per non essere investito.

In downtown, la zona più a sud della città, la più movimentata, multietnica e dissestata, è pieno zeppo di nuovissimi negozi di elettronica. Come in tutte le città asiatiche, anche Yangon si caratterizza per strade mono-merce, contro ogni logica concorrenziale in vigore da noi: hai bisogno di un timbro? Vai alla trentaduesima Strada, troverai circa quindici negozi che vendono gli stessi timbri. Hai bisogno di un produttore di audiovisivi? Vai alla trentacinquesima Strada e troverai una decina di case di produzione una di fianco all’altra. L’elettronica però ha violato ogni regola e si trova semplicemente dappertutto: in vendita cellulari, smartphone, computer, tablet, cover per cellulari, auricolari e tutti gli accessori che fino a un anno fa nessuno conosceva o immaginava, a meno che avesse avuto il privilegio di viaggiare. I marciapiedi sono occupati da scatoloni espositivi di lavatrici, frigoriferi, impianti hi-fi, condizionatori. Lo sfogo, innescato da decenni di consumismo e progresso tecnologico negati, si dichiara nell’occupazione dello spazio: auto, merci, suoni pervadono l’ambiente.

Siamo in Myanmar, una nazione del sud-est asiatico tra il Bangladesh, l’India, la Cina, il Laos e la Thailandia. Myanmar è una parola nata scritta, una parola rimasta letteraria fino al 1989, anno in cui è diventata colloquiale quando la giunta militare birmana ha deciso di adottarla per rinominare la Socialist Republic of the Union of Burma.

Due anni fa la giunta si è dissolta in altra forma. Questa metamorfosi ha spalancato le porte agli investitori stranieri e adesso il potere militare esercita la sua autorità in modo meno coercitivo, in particolare riguardo certi aspetti sensibili per l’opinione pubblica internazionale (occidentale).

Da circa un anno si parla di democratizzazione del paese, grazie a una serie di riforme intraprese dal Presidente U Thein Sein (ex generale), il rilascio di molti prigionieri politici e l’ingresso del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi in Parlamento. Cos’è successo nelle vite delle persone?

Di questa apertura si può osservare il suo aspetto visibile nelle strade, nei negozi, nelle facciate delle case, nei gesti delle persone. Sugli autobus con il pavimento in legno e la strada che scorre sotto tra le assi squillano i telefoni e i ragazzi giocano a Angry Birds o  controllano Facebook.

Ma c’è un cambiamento in atto o no? Cosa sono questi cellulari infilati nel longyi insieme ai rotolini di banconote usurate? Sono il riscatto dopo tanta privazione, sono un mezzo di emancipazione, come intaccano la vita?

Secondo una giovane artista 25enne a cui ho fatto queste domande, il cellulare ha cambiato il 30%, anzi no, il 20% della sua vita. Non un granché e non sa o non vuole scendere in dettagli. Sì, è più facile contattarsi adesso. Ma se quindi dopo un anno di cellulare non c’è nulla da raccontare su questa rivoluzione tecnologica e relazionale, perché vengono spesi l’equivalente di tre (minimo) stipendi di un funzionario statale medio per avere il set di sim e telefono? Questa orgogliosa e coraggiosa ragazza, che ha deciso di vivere d’arte in un paese in cui non esistono l’ora di educazione artistica a scuola, né spazi espositivi, né un mercato dell’arte, mi racconta di come questa società sia profondamente divisa tra ricchi e poveri, di quanto sia ingiusta. Senza battere ciglio mi racconta di aver speso, un anno fa, 240.000 Kyats (circa 240 euro) per il suo cellulare. Un impiegato in un ufficio pubblico qui guadagna 60.000 Kyats al mese (circa 60 euro). Questi numeri non tornano e mi ricordo di aver letto in un articolo il timore che con la corsa alle nuove tecnologie inizi una più che florida stagione per gli usurai.

La rete GSM è stata introdotta in Myanmar alla fine degli anni ’90 e al tempo le sim venivano vendute a 3300 USD. Per molti anni possedere un telefono con sim era una forma di investimento, così come possedere un’auto: questi beni, inarrivabili per la maggior parte della popolazione, potevano essere affittati a chi ne avesse bisogno per brevi periodi, ad esempio stranieri o businessmen.

Nel 2012, i prezzi sono scesi a più riprese diversificando l’offerta. Le sim più economiche, da 200.000 Kyats (circa 200 euro), hanno una copertura di rete meno affidabile, in modo da mantenere comunque sim, creando così forte competizione tra gli acquirenti e mantenendo i prezzi a livelli esorbitanti.

Nonostante si parli di cifre al di sopra della portata di qualsiasi birmano medio, ogni volta si è andati in overbooking e molti sono rimasti esclusi dalla svendita. Per la fine di aprile di quest’anno sono state annunciate le prime sim a basso costo, sembra ne verranno vendute 350.000 a 1.500 Kyats (circa 1,50 euro). Fino a pochi mesi fa, domandando a un birmano se considerasse meglio comprare una sim da 200.000 Kyats o una sim da 1.500 Kyats, la risposta sarebbe stata: “preferisco la più costosa”, vittima dell’immaginario di status symbol costruito intorno alla sim per un decennio. Grazie all’incremento di informazioni in circolo sembra però che finalmente si sia diffusa l’idea che la sim non ha valore su nessun mercato estero ed è tempo anche in Myanmar di svalutarne la tecnologia.

Con questo calo dei prezzi in corso, non vale quindi più la pena investire su un cellualre. Con l’apertura dei confini agli investitori stranieri (attratti dall’esenzione dal pagamento delle tasse per cinque anni, oltre che dal bassissimo costo della manodopera e da un mercato tutto da fare e controllare), vale invece la pena investire in terreni e case. I ricchi birmani vanno oggi alla ricerca di vecchie case monofamiliari nei quartieri centrali della città: le case vengono sopravvalutate (i prezzi sono incrementati fino al 300%) perché al loro posto sorgeranno condomini con una ventina (o più) di appartamenti e uffici. La trasformazione è evidente, i cantieri sono numerosi in centro e i nuovi condo svettano tra le vecchie abitazioni.

I palazzi del centro di Yangon, nell’insieme un ibrido di stili delle diverse influenze straniere (inglesi, indiane, cinesi), hanno il fascino della vita e del tempo nelle loro forme, nei segni d’usura, nelle finestre irregolari. Dalle facciate bianche, ocra e turchesi spuntano i davanzali, ricchi di piante e panni stesi, teatro di momenti familiari all’ombra degli alberi che salgono dalla strada. Sembra che i cittadini di Yangon siano combattuti tra il desiderio di accedere a case più moderne e igieniche e la volontà di mantenere l’eredità architettonica del centro storico della città. Un gruppo di architetti ha fondato il Yangon Heritage Trust, il cui obiettivo è di sviluppare un piano urbanistico armonioso. Ma i nuovi condo sono già lì e offrono la sensazione di poter voltare pagina, di poter accedere finalmente al futuro, di abbandonare la fatiscenza degli anni di isolamento e raggiungere il resto del mondo. Sono già lì o in costruzione, dotati di maxi-schermi pronti ad accogliere, con i primi inquilini, spot pubblicitari di qualsiasi tenore (spicca in questi giorni il cartellone gigante di un water su uno dei principali svincoli di downtown).

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