(Le foto sono di Thomas Nadal Poletto.)
Cronache dall’Asia – Yangon, Myanmar: cosa cambia in Birmania dopo cinquant’anni di dittatura
Ogni tanto, più volte al giorno, un’esplosione di suono tramortisce l’aria e porta fin quassù al settimo piano una delle solite canzoni usate dai comitati che raccolgono offerte per i monasteri, oppure una hit tutta cassa di qualche dj koreano, oppure una canzone pop-rock made in Myanmar, ma senza un definito gusto occidentale o asiatico.
Siamo all’apice della stagione secca, la temperatura si aggira intorno ai 40 gradi e l’aria si muove in abbondanti ventate di calore.
Sudiamo noi e sudano i birmani, qualcuno si tampona con dei fazzoletti, molti si muovono coperti dall’ombrello. Non è comune scoprirsi per rinfrescarsi. La maggior parte della popolazione, senza distinzione tra donne e uomini, indossa il longyi, un bel telo variopinto che sta annodato in vita e scende giù fino ai piedi. Alcuni ragazzi usano i jeans, qualche uomo dei pantaloni, pochissime ragazze portano una gonna o – rarissimo – degli shorts.
Le strade sono bollenti perché invase di automobili. Nel 2012 si è aperto il mercato all’importazione di auto dall’estero, con possibilità di scegliere tra più brand a prezzi finalmente accessibili (molto più alti che da noi, ma molto più bassi rispetto a quelli in vigore durante la dittatura). Le strade non sono pronte ad accogliere così tanti automobilisti ed è un ingorgo continuo. Si suona il clacson all’impazzata, per esasperazione o per divertimento, non è chiaro. C’è dell’irrazionalità per il nostro osservare occidentale. Un taxista ha appena suonato il clacson in una strada risparmiata dal traffico e un metro dopo si è fermato per far scendere due donne davanti a un ospedale. A chi si rivolgeva con il suo clacson? Riparte all’impazzata, incurante del ragazzo che stava attraversando e che deve saltare in avanti per non essere investito.
In downtown, la zona più a sud della città, la più movimentata, multietnica e dissestata, è pieno zeppo di nuovissimi negozi di elettronica. Come in tutte le città asiatiche, anche Yangon si caratterizza per strade mono-merce, contro ogni logica concorrenziale in vigore da noi: hai bisogno di un timbro? Vai alla trentaduesima Strada, troverai circa quindici negozi che vendono gli stessi timbri. Hai bisogno di un produttore di audiovisivi? Vai alla trentacinquesima Strada e troverai una decina di case di produzione una di fianco all’altra. L’elettronica però ha violato ogni regola e si trova semplicemente dappertutto: in vendita cellulari, smartphone, computer, tablet, cover per cellulari, auricolari e tutti gli accessori che fino a un anno fa nessuno conosceva o immaginava, a meno che avesse avuto il privilegio di viaggiare. I marciapiedi sono occupati da scatoloni espositivi di lavatrici, frigoriferi, impianti hi-fi, condizionatori. Lo sfogo, innescato da decenni di consumismo e progresso tecnologico negati, si dichiara nell’occupazione dello spazio: auto, merci, suoni pervadono l’ambiente.
Siamo in Myanmar, una nazione del sud-est asiatico tra il Bangladesh, l’India, la Cina, il Laos e la Thailandia. Myanmar è una parola nata scritta, una parola rimasta letteraria fino al 1989, anno in cui è diventata colloquiale quando la giunta militare birmana ha deciso di adottarla per rinominare la Socialist Republic of the Union of Burma.
Due anni fa la giunta si è dissolta in altra forma. Questa metamorfosi ha spalancato le porte agli investitori stranieri e adesso il potere militare esercita la sua autorità in modo meno coercitivo, in particolare riguardo certi aspetti sensibili per l’opinione pubblica internazionale (occidentale).
Da circa un anno si parla di democratizzazione del paese, grazie a una serie di riforme intraprese dal Presidente U Thein Sein (ex generale), il rilascio di molti prigionieri politici e l’ingresso del premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi in Parlamento. Cos’è successo nelle vite delle persone?
Di questa apertura si può osservare il suo aspetto visibile nelle strade, nei negozi, nelle facciate delle case, nei gesti delle persone. Sugli autobus con il pavimento in legno e la strada che scorre sotto tra le assi squillano i telefoni e i ragazzi giocano a Angry Birds o controllano Facebook.
Ma c’è un cambiamento in atto o no? Cosa sono questi cellulari infilati nel longyi insieme ai rotolini di banconote usurate? Sono il riscatto dopo tanta privazione, sono un mezzo di emancipazione, come intaccano la vita?
Secondo una giovane artista 25enne a cui ho fatto queste domande, il cellulare ha cambiato il 30%, anzi no, il 20% della sua vita. Non un granché e non sa o non vuole scendere in dettagli. Sì, è più facile contattarsi adesso. Ma se quindi dopo un anno di cellulare non c’è nulla da raccontare su questa rivoluzione tecnologica e relazionale, perché vengono spesi l’equivalente di tre (minimo) stipendi di un funzionario statale medio per avere il set di sim e telefono? Questa orgogliosa e coraggiosa ragazza, che ha deciso di vivere d’arte in un paese in cui non esistono l’ora di educazione artistica a scuola, né spazi espositivi, né un mercato dell’arte, mi racconta di come questa società sia profondamente divisa tra ricchi e poveri, di quanto sia ingiusta. Senza battere ciglio mi racconta di aver speso, un anno fa, 240.000 Kyats (circa 240 euro) per il suo cellulare. Un impiegato in un ufficio pubblico qui guadagna 60.000 Kyats al mese (circa 60 euro). Questi numeri non tornano e mi ricordo di aver letto in un articolo il timore che con la corsa alle nuove tecnologie inizi una più che florida stagione per gli usurai.
La rete GSM è stata introdotta in Myanmar alla fine degli anni ’90 e al tempo le sim venivano vendute a 3300 USD. Per molti anni possedere un telefono con sim era una forma di investimento, così come possedere un’auto: questi beni, inarrivabili per la maggior parte della popolazione, potevano essere affittati a chi ne avesse bisogno per brevi periodi, ad esempio stranieri o businessmen.
Nel 2012, i prezzi sono scesi a più riprese diversificando l’offerta. Le sim più economiche, da 200.000 Kyats (circa 200 euro), hanno una copertura di rete meno affidabile, in modo da mantenere comunque sim, creando così forte competizione tra gli acquirenti e mantenendo i prezzi a livelli esorbitanti.
Nonostante si parli di cifre al di sopra della portata di qualsiasi birmano medio, ogni volta si è andati in overbooking e molti sono rimasti esclusi dalla svendita. Per la fine di aprile di quest’anno sono state annunciate le prime sim a basso costo, sembra ne verranno vendute 350.000 a 1.500 Kyats (circa 1,50 euro). Fino a pochi mesi fa, domandando a un birmano se considerasse meglio comprare una sim da 200.000 Kyats o una sim da 1.500 Kyats, la risposta sarebbe stata: “preferisco la più costosa”, vittima dell’immaginario di status symbol costruito intorno alla sim per un decennio. Grazie all’incremento di informazioni in circolo sembra però che finalmente si sia diffusa l’idea che la sim non ha valore su nessun mercato estero ed è tempo anche in Myanmar di svalutarne la tecnologia.
Con questo calo dei prezzi in corso, non vale quindi più la pena investire su un cellualre. Con l’apertura dei confini agli investitori stranieri (attratti dall’esenzione dal pagamento delle tasse per cinque anni, oltre che dal bassissimo costo della manodopera e da un mercato tutto da fare e controllare), vale invece la pena investire in terreni e case. I ricchi birmani vanno oggi alla ricerca di vecchie case monofamiliari nei quartieri centrali della città: le case vengono sopravvalutate (i prezzi sono incrementati fino al 300%) perché al loro posto sorgeranno condomini con una ventina (o più) di appartamenti e uffici. La trasformazione è evidente, i cantieri sono numerosi in centro e i nuovi condo svettano tra le vecchie abitazioni.
I palazzi del centro di Yangon, nell’insieme un ibrido di stili delle diverse influenze straniere (inglesi, indiane, cinesi), hanno il fascino della vita e del tempo nelle loro forme, nei segni d’usura, nelle finestre irregolari. Dalle facciate bianche, ocra e turchesi spuntano i davanzali, ricchi di piante e panni stesi, teatro di momenti familiari all’ombra degli alberi che salgono dalla strada. Sembra che i cittadini di Yangon siano combattuti tra il desiderio di accedere a case più moderne e igieniche e la volontà di mantenere l’eredità architettonica del centro storico della città. Un gruppo di architetti ha fondato il Yangon Heritage Trust, il cui obiettivo è di sviluppare un piano urbanistico armonioso. Ma i nuovi condo sono già lì e offrono la sensazione di poter voltare pagina, di poter accedere finalmente al futuro, di abbandonare la fatiscenza degli anni di isolamento e raggiungere il resto del mondo. Sono già lì o in costruzione, dotati di maxi-schermi pronti ad accogliere, con i primi inquilini, spot pubblicitari di qualsiasi tenore (spicca in questi giorni il cartellone gigante di un water su uno dei principali svincoli di downtown).
laria Benini lavora come ricercatrice indipendente a Yangon, Myanmar. Laureata in Sociologia della Comunicazione, sta svolgendo la fase di ricerca sul campo del progetto “Myanmar and Media. An Ethnographic and Visual Research about old media, new media and perception of change”. In passato ha lavorato alla produzione di documentari (Sulle tracce del bianco, Il cotto e il crudo), video istituzionali e ha organizzato un festival di ascolto condiviso di audiodocumentari a Torino (Vedere voci). Realizza reportage fotografici dal sud-est asiatico e scrive articoli di approfondimento per China Files.



Complimenti! Con chiarezza e semplicità hai reso la complessità di una situazione profondamente problematica lasciando trasparire una sensibilità non comune e la capacità di cogliere il senso di comportamenti apparentemente scontati .
Buon lavoro, al prossimo articolo !